
A N O N I M O
(A. 1706 c.a)
TRATTATO DEI TRE IMPOSTORI
AVVERTENZA - L'origine di questo testo e' controversa
quanto antica. La sua versione latina (De Tribus Impostoribus) e'
stata attribuita, nel corso dei secoli, a:
-
Averroè (1194-1250)
-
Pier delle Vigne (Segretario dell'Imperatore Federico
II (1194-1250)
-
Alfonso X (Re di Leon e Castiglia) (1221-1284)
-
Scoto Michele (nel 1235 ?)
-
Poggio Bracciolini (1380-1459)
-
Bernardo Ochino (nel 1563 ?)
mentre le prime versioni in lingua francese (Traité
des Trois Imposteurs) sarebbero dovute a:
-
Guillaume Postel (nel 1553 ?)
-
François Rabelais (nel 1608 ?)
-
Anonimo (nel 1706 ?)
-
Holbach et Naigeon (1783)
Lo scritto scelto per questa occasione e' quello
Anonimo del 1706, pertanto vecchio di circa 300 anni; di conseguenza alcuni
concetti di natura scientifica, filosofica e storica, alla luce di piu'
recenti studi, possono apparire "datati". Questo pero' non toglie
nulla al valore intrinseco dell'opera. La versione italiana viene qui proposta,
a cura di alateus@tiscali-(ALATEUS), senza pretese o intendimenti
letterari.
CAPITOLO PRIMO
Considerazioni su Dio
I
Per quanto sia considerato importante da parte
di tutti gli uomini il conoscere la verita', sono pero' molto pochi quelli
che godono di questo privilegio. Alcuni uomini sono incapaci di ricercarla
da soli, altri, invece, non vogliono neanche darsi la pena di farlo. Non
bisogna quindi stupirsi se il mondo e' pieno di opinioni vane e ridicole;
e non c'e' nulla di meglio, per sostenerle, che l'ignoranza.
L'ignoranza e' dunque l'unica fonte delle idee false che si hanno della
Divinita', dell'Anima, degli Spiriti e di quasi tutti gli altri concetti
che compongono la religione.
L'abitudine e' ormai prevalsa; ci si accontenta dei pregiudizi di nascita
e ci si riferisce, per le cose piu' essenziali, a persone interessate che
si fanno un dovere di sostenere caparbiamente opinioni, da tempo acquisite,
che non osano distruggere per timore di distruggere se stessi.
II
Cio' che rende il male insanabile e' che, dopo
avere inventate le idee false che si hanno di Dio, non si trascura nulla
per indurre la gente a crederci, senza permettere di discuterle; al contrario,
si fomenta nella gente l'odio e la diffidenza verso i filosofi e verso
gli autentici scienziati nel timore che la Ragione, che essi insegnano,
non faccia loro conoscere gli errori nei quali sono immersi. I sostenitori
di queste assurdita' si sono cosi' ben radicati che diventa pericoloso
combatterli. E' troppo importante, per questi impostori, che il popolo
resti ignorante per permettere che qualcuno lo disinganni. Si e' cosi'
costretti a dissimulare la verita', oppure a sacrificare se stessi alla
rabbia dei falsi sapienti e delle anime basse ed interessate.
III
Se il popolo potesse comprendere in quale abisso
l'ignoranza lo getta, egli scuoterebbe assai presto il giogo dei suoi protervi
conduttori, perche' e' impossibile lasciare libera la mente senza che venga
scoperta la verita'. Questi impostori se ne rendono ben conto, tanto che
per impedire gli effetti positivi che infallibilmente ne deriverebbero,
hanno pensato di dipingerci come mostri incapaci di ispirare buoni pensieri
e, sebbene essi biasimino, in generale, coloro che sono irragionevoli,
in realta' sarebbero molto contrariati se la verita' venisse appresa. Vediamo
cosi' cadere, senza sosta, questi nemici giurati del buon senso, in continue
contraddizioni, tanto che riesce anche difficile capire che cosa essi pretendano.
Se e' vero che la giusta Ragione e' la sola luce che l'uomo dovrebbe seguire,
e se il popolo non e' poi cosi' incapace di ragionare come si vuole credere,
bisogna che coloro che cercano di istruirlo si sforzino di correggere i
suoi falsi ragionamenti e di distruggere i suoi pregiudizi; allora si vedranno
i suoi occhi aprirsi, poco alla volta, e la sua mente convincersi di una
verita' sostanziale: che Dio non e' affatto quello che comunemente si immagina.
IV
Per raggiungere lo scopo non c'e' bisogno di elevate
speculazioni, ne di penetrare a fondo nei segreti della natura. E' solo
necessario un po' di buon senso per capire che Dio non e' ne collerico,
ne geloso; che la giustizia e la misericordia sono solo delle false qualifiche
che gli sono state attribuite. Cio' che i profeti e gli apostoli hanno
detto di lui non ci insegna nulla della sua natura e della sua essenza.
In effetti, parlando senza peli sulla lingua e dicendo le cose come stanno,
non si puo' fare a meno di convenire che questi "dottori" non erano ne
piu' intelligenti ne meglio istruiti di tanti altri; cio' che essi dissero
a proposito di Dio e' cosi' grossolano e volgare che bisogna proprio essere
plebei per crederci. Benche' la cosa sia di per se stessa assai evidente,
vogliamo rincarare la dose prendendo atto di questa domanda: c'e' qualche
motivo per cui i profeti e gli apostoli avrebbero dovuto essere differenti
dagli altri uomini?
V
Tutti sono d'accordo sul fatto che, per la loro
nascita e le loro ordinarie funzioni vitali, essi non avevano nulla che
li distinguesse dal resto degli uomini; anche loro furono generati da esseri
umani, partoriti da donna e trascorsero la loro vita nello stesso modo
che facciamo noi. Per quanto riguarda il loro spirito, si vuole che Dio
abbia alimentato molto piu' quello dei profeti che non quello di altri
uomini e che egli si manifestasse a loro in un modo molto particolare,
secondo quanto si crede con tanta buona fede, come se la cosa fosse stata
provata; a parte il fatto che tutti gli uomini si rassomigliano e che tutti
hanno la medesima origine, si pretende che costoro avessero una tempra
straordinaria, scelti dalla divinita' per annunciare i suoi miracoli.
Ma a parte il fatto che essi non avevano piu' spirito di qualsiasi comune
mortale, ne un intelletto piu' perfetto, che cosa c'e' nei loro scritti
che ci possa obbligare a mantenere una opinione cosi' alta di loro? La
maggior parte delle cose che hanno detto e' cosi' oscura che non si capisce
niente; l'ordine delle cose e' poi cosi' precario che e' facile intuire
che non si capivano neanche tra di loro e che erano solo degli ipocriti
ignoranti. Cio' che ha dato luogo alla opinione, che si e' avuta di loro,
e' stata la sfrontatezza che hanno manifestato nel vantarsi di ricevere
direttamente da Dio tutto cio' che annunciavano al popolo; credenza assurda
e ridicola avendo essi stessi confessato che Dio parlava loro solo in sogno.
Per l'uomo non c'e' niente di piu' naturale dei sogni, di conseguenza bisogna
che un uomo sia molto sfacciato, molto vano e molto stolto per sostenere
che Dio gli parla per questa via, e bisogna che quello che gli presta fede sia molto credulone ed altrettanto pazzo per considerare dei sogni come oracoli divini. Supponiamo per un momento che Dio si facesse intendere da qualcuno per mezzo di sogni, o di visioni, o per qualsiasi altra via si voglia immaginare, nessuno e' pero' obbligato a credere alla parola di un uomo soggetto sia all'errore che alla menzogna e all'impostura.
Con un po' di attenzione ci accorgiamo pure, che ai tempi dell'antica Legge,
non si aveva, comunque, per i profeti tanta stima quanta se ne ha oggi.
Quando i nostri avi erano stanchi delle loro ciarle, che tendevano sovente
a promuovere rivolte e stornare il popolo dall'obbedienza, li facevano
tacere con diversi supplizi; lo stesso Gesų Cristo non riusci a sfuggire
al giusto castigo che si meritava; egli non aveva, come Mosč, un'armata
al seguito per difendere le sue opinioni.(01)Si aggiunga
ancora che i profeti erano talmente abituati a contraddirsi l'un l'altro
che non si riusci' a trovarne, tra quattro cento, uno solo che ispirasse
fiducia. (02)In piu' e' certo che lo scopo delle loro
profezie, come pure quello delle leggi dei piu' celebri legislatori, era
di tramandare la loro memoria, facendo credere alla gente che essi conferivano
con Dio. I piu' celebri politicanti hanno sempre usato tali mezzi, per
quanto a volte, queste furberie non sono sempre riuscite a quelli che,
imitando Mosč, non disponevano di adeguati mezzi di potere a loro garanzia.
Detto quanto sopra, esaminiamo un poco l'idea che i profeti hanno avuto
di Dio. Se si deve credere a loro, Dio e' un essere puramente corporale;
Michea lo ha visto seduto; Daniele, vestito di bianco e con l'aspetto di
un vegliardo; Ezechiele lo ha visto come un fuoco; tutto questo nel Vecchio
Testamento. Quanto al Nuovo, i discepoli di Gesų Cristo si immaginavano
di vederlo in forma di colomba, gli apostoli sotto quella di una lingua
di fuoco e San Paolo, infine, come una luce che lo stordi' e l'acceco'.
Per cio' che riguarda la contradditoria percezione dei suoi sentimenti,
Samuele (03) credeva che Dio non si pentisse mai di
cio' che aveva deciso; al contrario, Geremia (04) ci
dice che Dio si pente delle decisioni che ha preso. Gioele (05)
ci insegna che egli si pente solo del male che ha fatto agli uomini, mentre
Geremia dice che di questo non si pente affatto. La Genesi (06)
ci insegna che l'uomo e' la fonte del peccato e che dipende solo da lui
fare il bene, mentre San Paolo (07) ci assicura che
gli uomini non hanno alcun potere contro la concupiscenza, senza l'aiuto
di una grazia di Dio del tutto particolare, ecc.
Tali sono le idee false e contradditorie che, questi presunti ispirati,
ci hanno dato di Dio e che si pretende che noi accettiamo, senza tenere
conto che tali idee ci rappresentano la divinita' come un essere sensibile,
materiale e soggetto a tutte le umane passioni. Come se non bastasse, dopo
quanto sopra, ci vengono anche a dire che Dio non ha niente in comune con
la materia e che egli e' per noi un essere incomprensibile. Mi piacerebbe
molto sapere come tutto cio' puo' andare d'accordo, se sia giusto il credere
a delle contraddizioni cosi' palesi ed irragionevoli e se si deve, infine,
tenere conto di testimonianze di uomini tanto rozzi da immaginare, nonostante
i sermoni di Mosč, che un vitello fosse il loro Dio. Ma senza soffermarci
alle fantasticherie di un popolo cresciuto nella servitu' e nelle assurdita',
diciamo che l'ignoranza ha favorito la credenza di tutte le imposture e
di tutti gli errori che oggi regnano tra di noi.
CAPITOLO SECONDO
Le ragioni che hanno indotto gli uomini ad immaginarsi
un Essere invisibile che si chiama comunemente Dio.
I
Quelli che non conoscono i principi della fisica
hanno una paura naturale che deriva loro dalla inquietudine e dal dubbio
di chi sono, se esiste un Essere o una forza che ha il potere di danneggiarli
o di favorirli. Da cio' la tendenza che essi hanno a pensare a delle cause
invisibili, che non sono che fantasmi della loro immaginazione e che essi
invocano nei periodi avversi e lodano nei periodi di prosperita'. Essi,
alla fine, diventano degli Dei e questa paura chimerica delle potenze invisibili
e' la fonte delle religioni che ciascuno definisce a suo modo. Coloro ai
quali importava che il popolo fosse represso e controllato con simili fantasticherie,
hanno coltivato questo seme religioso, ne hanno fatto una legge e infine
hanno costretto il popolo, con il terrore del futuro, ad obbedire ciecamente.
II
Avendo quindi scoperto la matrice degli dei, gli
uomini hanno creduto che fossero simili a loro e che facessero, come gli
stessi uomini, qualsiasi cosa per conseguire determinati scopi. Cosi essi
credono, unanimemente, che Dio non abbia fatto nulla che non fosse per
l'uomo e, reciprocamente, che l'uomo e' fatto solo per Dio. Questo pregiudizio
e' generale e quando si rifletta sulla influenza che deve necessariamente
aver avuto sui costumi e sulle opinioni fegli uomini, si vede chiaramente
come questa sia stata l'occasione per formare false idee sul bene e sul
male, sul merito e sul demerito, sull'onore e sul disonore, sull'ordine
e l'anarchia, sul bello e sul deforme e su tante altre simili cose.
III
Dovremmo esere tutti d'accordo sul fatto che alla
nascita gli uomini versano in una profonda ignoranza e che la sola cosa
che a loro e' naturale e' quella di cercare cio' che torna utile e vantaggioso;
da cio' deriva:
1 - che si crede sia sufficiente, per sentirsi
liberi, di sentire in se stessi la capacita' di volere e di ambire, senza
darsi la minima pena di quali siano i motivi che predispongono a volere
ed ad ambire, perche' non li conoscono affatto.
2 - siccome gli uomini non fanno nulla se non per un fine che essi preferiscono
a qualsiasi altro, essi non hanno altro scopo che di conoscere le cause
finali delle loro azioni e pensano che dopo quello non vi siano altri motivi
di dubbio.
Siccome gli uomini trovano in se stessi, o al
di fuori, parecchi modi per raggiungere gli scopi che si propongono, visto
che hanno, per esempio, occhi per vedere, orecchie per sentire, un sole
che li illumina, ecc., essi hanno concluso che tutto cio' che esiste in
natura e' stato fatto per loro e quindi ne possono godere e disporre; ma
siccome sanno anche che non sono stati loro che hanno fatto tutte le cose
che esistono, essi hanno creduto bene di immaginare un essere supremo come
creatore del tutto o, in altre parole, hanno pensato che tutto cio' che
esiste e' opera di una o di piu' divinita'.
D'altra parte la natura degli dei, che gli uomini hanno concepito, e' a
loro sconosciuta; essi l'hanno stabilita da loro stessi, immaginando che
tali dei siano suscettibili delle stesse passioni umane; e siccome le inclinazioni
degli uomini sono diverse, ciascuno ha reso alla sua divinita' un culto
secondo le sue passioni, allo scopo di attrarsi le sue benedizioni e far
si che tutta la natura sia asservita ai loro propri desideri.
IV
E' in questo modo che il pregiudizio si e' trasformato
in superstizione; esso si e' talmente radicato, che anche la gente piu'
grossolana si e' ritenuta capace di penetrare le cause finali, proprio
come se ne avessero una completa conoscenza. Cosi', invece di comprendere
che la natura non fa nulla senza uno scopo preciso, essi hanno creduto
che Dio e la natura pensassero come fanno gli uomini. Avendo l'esperienza
fatto conoscere che un numero infinito di calamita' turbano la tranquillita'
della vita, come le tempeste, i terremoti, le malattie, la fame, la sete,
ecc., tutti questi mali vennero attribuiti alla collera celeste, alla divinita'
irritata contro le offese degli uomini, non e' piu' stato possibile togliere
dalla mente una simile chimera ne liberarsi da questi pregiudizi malgrado
gli esempi quotidiani provino che il bene ed il male sono stati, in ogni
tempo, comuni ai buoni ed ai malvagi. Questo errore deriva dal fatto che
fu sempre piu' facile agli uomini convivere con la loro naturale ignoranza,
piuttosto che abolire un pregiudizio maturato da secoli e sostituirlo con
qualcosa di piu' verosimile.
V
Questo pregiudizio ha poi condotto gli uomini
a concepirne un altro, che e' quello di credere che gli atti di Dio siano
incomprensibili e che, per tale ragione, la conoscenza della verita' e'
al di sopra delle capacita' dello spirito umano; un errore nel quale verseremmo
ancora se i matematici, i fisici ed alcune altre scienze non l'avessero
distrutto.
VI
Non c'e' bisogno di lunghi discorsi per dimostrare
che la natura non si propone alcun fine e che tutte le cause finali non
sono che delle invenzioni umane. E' sufficiente dimostrare che tale dottrina
toglie a Dio le perfezioni che gli sono state attribuite. Questo e' cio'
che ci proponiamo di evidenziare. Se Dio persegue un fine, sia per se stesso
o per qualche altro, allora vuol dire che egli desidera cio' che non ha
e quindi bisogna convenire che siamo in una situazione di fatto in cui
Dio non ha l'oggetto che persegue e che si augura di averlo; cio' significa
pensare ad un Dio indigente. Ma per non dimenticare nulla di cio' che potrebbe
sostenere il ragionamento di quelli che hanno un'opinione contraria, supponiamo,
per esempio, che una pietra si stacchi da un edificio, cada sulla testa
di una persona e l'ammazzi; bisogna pure, dicono i nostri ignoranti, che
quella pietra sia caduta di proposito per ammazzare quella persona. Ora
tutto questo e' accaduto perche' Dio lo ha voluto. Se si risponde loro
che e' stato il vento che ha causato la caduta, nel momento in cui il disgraziato
passava, allora essi vi chiederanno perche' egli passasse precisamente
nel momento in cui il vento ha staccato la pietra. Rispondete che egli
andava a cena, da uno dei suoi amici che lo aveva invitato; allora vorranno
sapere perche' quell'amico lo aveva invitato proprio in quel giorno piuttosto che un altro. Essi vi porranno cosi' una infinita' di domande bizzarre per risalire, di causa in causa, e farvi ammettere che solo la volonta' di Dio, che e' il rifugio degli ignoranti, e' la causa prima della caduta
di quella pietra.
Ancora: quando essi osservano la struttura di un corpo umano, cadono in
ammirazione; e siccome ignorano le cause di quegli effetti che a loro sembrano
cosi' meravigliosi, allora concludono che si tratta di un effetto sovranaturale,
per il quale le cause che ci sono note non possono essere prese in considerazione.
Da cio' ne deriva che chi vuole esaminare a fondo le opere della creazione
e penetrare, da vero saggio, nelle cause naturali, senza piegarsi ai pregiudizi
generati dall'ignoranza, passa per un empio e viene subito screditato dalla ipocrisia di quelli che la gente volgare riconosce come gli interpreti della natura e degli dei.
Questi spiriti mercenari sanno molto bene che l'ignoranza, che mantiene
il popolo nello stupore, e' cio' che li fa sopravvivere e conserva il loro
credito.
VII
Essendo dunque gli uomini imbevuti della ridicola
opinione che tutto cio' che vedono sia stato fatto per loro, si sono fatti
un punto di fede il riferire il tutto a se stessi e di giudicare le cose
in base al profitto che ne ritraggono. E' sopra di questo che essi hanno
definito delle nozioni che servono a spiegare la natura delle cose, a giudicare
del bene e del male, dell'ordine e del disordine, del caldo e del freddo,
della bellezza e della bruttezza, ecc., che viste nella loro essenza non
sono affatto cio' che essi immaginano; padroni di formare cosi' le loro
idee, essi si lusingano di essere liberi; si credono in diritto di decidere
sull'elogio e sul biasimo, sul bene e sul male; hanno stabilito essere
bene cio' che torna a loro profitto e cio' che riguarda il culto divino;
al contrario, e' male cio' che non conviene ne all'uno ne all'altro. Siccome
poi gli ignoranti non sono capaci di giudicare nulla e non hanno nessuna
idea delle cose, se non attraverso l'immaginazione, che essi scambiano
per giudizio, allora sostengono che non si sa nulla della natura ed immaginano
per il mondo un ordine del tutto particolare. Infine essi considerano le
cose disposte bene o male, secondo la loro facilita' o difficolta' di immaginazione,
quando le percepiscono con i loro sensi; e siccome si arrestano volentieri
a cio' che affatica di meno il cervello, si persuadono di essere ben preparati
a preferire l'ordine piuttosto che la confusione, come se l'ordine non
fosse altra cosa che un puro effetto dell'immaginazione umana. Cosi', dire
che Dio ha fatto tutto in ordine, e' come pretendere che egli abbia creato
il mondo a favore della immaginazione umana e nella maniera piu' facile
perche' lo si potesse capire; oppure, cio' che in fondo e' la stessa cosa, che si conoscono con certezza i rapporti e le finalita' di tutto quello che esiste; asserzione troppo assurda per meritare di essere seriamente confutata.
VIII
Per quanto riguarda altri concetti, essi sono
un effetto diretto della medesima immaginazione, non hanno nulla di realistico
e non sono altro che differenti nozioni o modelli di cui l'immaginazione
stessa e' suscettibile; quando, per esempio, le reazioni che gli oggetti
provocano sui nervi, per il tramite degli occhi, sono piacevoli ai sensi,
si dice che questi oggetti sono belli. Gli odori sono buoni o cattivi,
i sapori dolci o amari, cio' che si tocca duro o tenero, i suoni gradevoli
o sgradevoli, a seconda di come gli odori, i sapori ed i suoni colpiscono
o penetrano i sensi ed e' sulla base di queste idee che si trova della
gente che crede che Dio si compiace della melodia, tanto che altri hanno
creduto che i movimenti celesti siano un armonioso concerto; questo mette
in evidenza come ciascuno si persuade che le cose siano quelle che lui
si immagina, o che il mondo sia puramente immaginario. Non e' dunque per
niente sorprendente che si trovino, a malapena, due uomini con la stessa
opinione e che ce ne siano pure che si gloriano di dubitare di tutto; perche',
per quanto gli uomini abbiano corpi simili e si assomiglino tutti sotto
certi aspetti, essi, nondimeno, differiscono per molti altri riguardi;
da cio' deriva che quello che ad uno sembra buono per un altro e' cattivo,
cio' che piace a questo dispiace a quell'altro. Percio' e' facile concludere che i sentimenti differiscono solo in ragione della organizzazione e delle
diversita' delle coesistenze, che il ragionamento giova ben poco e che,
alla fine, le nozioni delle cose del mondo sono un puro effetto della sola
immaginazione.
IX
E' dunque evidente che tutte le ragioni, di cui
gli uomini comuni usano servirsi, allorche' si azzardano a spiegare la
natura, non possono fare altro che immaginare che non vi puo' essere nulla
al di fuori di quello che sostengono; si danno dei nomi a queste idee,
come se esse esistessero al di fuori di un cervello prevenuto; si dovrebbero
chiamare non esseri ma pure chimere. A proposito degli argomenti basati
su queste nozioni, non c'e' niente di piu' facile che rifiutarli, per esempio:
se e' vero, diciamo, che l'universo sia stato un deflusso ed un seguito
necessario della natura divina, da dove verrebbero le imperfezioni e le
manchevolezze che si notano? Questa obbiezione si respinge senza fatica.
Non e' possibile giudicare della perfezione o della imperfezione di un
essere fino a quando non se ne conosca l'essenza e la natura ed e' uno
strano abuso quello di credere che una cosa sia piu' o meno perfetta secondo
che essa piaccia o dispiaccia, o che sia utile o nociva alla natura umana.
Per tappare la bocca a quelli che chiedono perche' Dio non ha creato tutti
gli uomini buoni e felici e' sufficiente dire che tutto e', necessariamente,
cio' che e' in quanto che nella natura non c'e' niente di imperfetto, perche'
tutto deriva dalla necessarieta' delle cose stesse.
X
Detto quanto sopra, se si domanda che cosa e'
Dio, io rispondo che questa parola ci rappresenta l'Essere Universale dal
quale, per parlare come S. Paolo, noi riceviamo la vita, il moto e l'essere.
Questa definizione non ha nulla che sia indegna di Dio; perche' se tutto
e' Dio, tutto proviene necessariamente dalla sua essenza e bisogna, assolutamente,
che egli sia della stessa natura di cio' che contiene, poiche' e' incomprensibile
che degli esseri, totalmente materiali, siano mantenuti e contenuti in
un essere che materiale non e'. Questa opinione non e' per niente nuova;
Tertulliano, uno degli uomini piu' saggi che i cristiani abbiano avuto,
ha dichiarato, contro Apelle, che cio' che non e' corpo non e' nulla e,
contro Praxeas, che ogni sostanza e' corpo. (08)
Questa dottrina, stranamente, non e' stata condannata dai primi quattro
concilii ecumenici generali. (09)
XI
Queste idee sono chiare, semplici ed anche le
sole che uno spirito buono possa formarsi su Dio. Tuttavia c'e' poca gente
che si accontenta di tale semplicita'. La gente, grossolana ed abituata
alle lusinghe dei sensi, richiede un Dio che assomigli ai re della terra.
Questo fasto, questo splendore che li circonda, l'abbaglia talmente da
nutrire la speranza di andare, dopo la morte, ad ingrossare il numero dei
cortigiani celesti, per godere con loro degli stessi piaceri che si gustano
alle corti dei re; come privare l'uomo della sola consolazione che gli
impedisce di disperarsi per le miserie della vita? Si dice che e' necessario
un Dio giusto e vendicatore che punisca e ricompensi; si vuole un Dio suscettibile
di tutte le passioni umane; gli si attribuiscono dei piedi, delle mani,
degli occhi e delle orecchie e tuttavia non si vuole affatto che un Dio,
cosi' costituito, abbia qualcosa di materiale. Si dice che l'uomo e' il
suo capolavoro ed anche la sua immagine, ma non si vuole che la copia sia
simile all'originale. Infine il Dio del popolo odierno e' soggetto a molte
piu' condizioni che il Giove degli antichi. Quello che c'e' di piu' strano
e' che piu' queste nozioni si contraddicono ed urtano il buon senso, piu'
la plebe le rispetta, in quanto crede, ostinatamente, a quello che i profeti
hanno detto, sebbene questi visionari fossero, tra gli ebrei, solo quello
che erano gli auguri e gli indovini presso i pagani.
Si consulta la Bibbia come se Dio e la natura si esprimessero in un modo
tutto particolare; quantunque questo libro non sia che un tessuto di frammenti
cuciti insieme in tempi diversi, raccolti da diverse persone e pubblicati
nella cerchia dei rabbini, che hanno deciso, secondo la loro fantasia,
su cio' che doveva essere approvato o rifiutato, a seconda fosse conforme
o in opposizione con la legge di Mosč. (10) Tale e'
la malizia e la stupidita' degli uomini: essi passano la loro vita a cavillare
e persistono nel rispettare un libro dove non c'e' molto piu' ordine che
nel Corano di Maometto; un libro, dico io, che nessuno capisce, tanto esso
e' oscuro e mal concepito; un libro che serve solo a fomentare i dissidi.
Gli ebrei ed i cristiani amano di piu' consultare questo testo indecifrabile
piuttosto che ascoltare la legge naturale che Dio, vale a dire la Natura (in quanto essa e' il principio di tutte le cose) ha scritto nel cuore degli uomini. Tutte le altre leggi non sono che finzioni umane e pure illusioni
predisposte, non dai Demoni o dagli Spiriti malvagi, che esistono solo
nella mente, ma dalla politica dei Principi e dei Preti. I primi hanno
voluto, con quelle, dare piu' peso alla loro autorita', e gli altri hanno
voluto arricchirsi con lo smercio di una infinita' di chimere vendute a
caro prezzo agli ignoranti.
Tutte le altre leggi che sono seguite a quella di Mosč, intendendo qui
le leggi dei cristiani, sono appoggiate su questa Bibbia, della quale non
si trova affatto l'originale, che contiene cose sovranaturali ed impossibili,
che parla di ricompense e di pene per le azioni buone e cattive, ma solo
in un'altra vita, in modo che la furberia non sia scoperta in quanto nessuno
e' mai tornato indietro. Cosi' il popolo, sempre in bilico tra la speranza
e la paura, e' obbligato nei suoi doveri dall'idea che Dio abbia fatto
gli uomini per poi renderli eternamente felici o eternamente dannati. Questi
concetti hanno dato luogo ad una infinita' di religioni.

CAPITOLO III
Che cosa significa la parola religione. Come e
perche' ne sono state introdotte tante nel mondo.
I
Prima che il termine religione fosse stato introdotto
nel mondo, si era unicamente obbligati a seguire la legge naturale, vale
a dire conformarsi alla giusta ragione. Questo solo istituto costituiva
il legame con il quale gli uomini erano uniti; e questo legame, semplice
qual'e', li univa in maniera tale che le divisioni erano rare. Ma dopo
che la paura li indusse a sospettare che ci fossero degli dei o delle potenze
invisibili, essi costruirono degli altari per questi esseri immaginari
e, scuotendo la potesta' della natura e della ragione, si affidarono a
vane cerimonie ed a un culto superstizioso per i vani fantasmi dell'immaginazione.
E' da questo che e' derivato il termine Religione che ha prodotto tanto
rumore nel mondo. Avendo gli uomini accettato delle potenze invisibili
che avevano su di loro ogni potere, essi li adorarono per rabbonirli ed,
inoltre, si immaginarono che la natura fosse un essere subordinato a queste
potenze.
Senza di loro, si immaginarono la natura come una massa inerte o come una
schiava che agiva solo per ordine di tali potenze. Dopo che queste false
idee ebbero spezzato il loro spirito, non ebbero piu' che disprezzo per
la natura e solo rispetto per questi supposti esseri che nominarono loro
dei. Da questo e' derivata l'ignoranza, nella quale tanta gente e' caduta,
ignoranza dalla quale i veri saggi avrebbero potuto salvarla, per quanto
profondo fosse l'abisso, se il loro zelo non fosse stato fermato da quelli
che conducevano tali ciechi e che vivevano solo in virtu' delle loro menzogne.
Ma per quanto ci sia ben poca speranza di riuscire in questa impresa, non
bisogna abbandonare il partito della verita' ancorche' questo fosse fatto
solo per coloro che vogliono salvaguardarsi dai sintomi di questo male;
e' necessario che uno spirito generoso dica le cose come stanno. La verita',
di qualsiasi natura essa sia, non puo' mai nuocere, al contrario dell'errore,
che per quanto piccolo ed innocente possa apparire, puo' avere alla lunga
effetti molto funesti.
II
La paura che ha generato gli dei ha generato anche
la religione e, dopo che gli uomini si sono messi in testa che ci sono
degli angeli che sono la causa della loro buona o cattiva sorte, hanno
rinunciato al buon senso ed alla ragione ed hanno preso le loro chimere
per altrettante divinita', che avevano cura della loro condotta. Dopo quindi essersi forgiati degli dei vollero anche sapere quale era la loro natura e si immaginarono che essi dovessero essere della stessa natura dell'anima;
quell'anima che essi credevano somigliare ai fantasmi che appaiono negli
specchi o durante il sonno; credevano che i loro dei fossero delle sostanze
reali, ma cosi' tenui e sottili, che per distinguerli dai corpi li chiamarono
spiriti, seppure questi corpi e questi spiriti non siano in effetti che
una stessa cosa e non differiscono, ne di piu' ne di meno, perche' essere
spirito o sostanza incorporea e' una cosa incomprensibile. La ragione e'
che ogni spirito ha una immagine che gli e' propria (11)
e che e' contenuta in qualche luogo, vale a dire che ha dei limiti e che,
di conseguenza, e' un corpo, per quanto sottile lo si possa immaginare.
(12)
III
Gli ignoranti (cioe' la maggior parte degli uomini)
avendo stabilito in questo modo la natura della sostanza dei loro dei,
cercarono poi di conoscere in quale modo, questi angeli invisibili, producessero
i loro effetti; ma non ne poterono venire a capo a causa della loro stessa
ignoranza, che li faceva credere nelle loro congetture. Giudicavano ciecamente
dell'avvenire in base al passato, come se si potesse ragionevolmente concludere
che, se una cosa e' accaduta altre volte in una certa maniera essa accadra'
costantemente, in un susseguirsi di eventi, nella stessa maniera; assurdo
quando le circostanze e tutte le cause che hanno necessariamente influito
sugli eventi, e le azioni umane che ne determinano la natura e l'attualita',
sono diverse. Essi dunque esaminavano il passato e predicevano bene o male
per il futuro, a seconda che la stessa impresa era, altre volte, riuscita
bene o male.
Fu cosi' che, avendo Formione battuto i Lacedemoni nella battaglia di Naupacte,
gli ateniesi, dopo la sua morte, elessero un altro generale che aveva lo
stesso nome. Annibale, essendo stato sconfitto dalle armi di Scipione l'Africano,
visto il positivo risultato, i romani inviarono nella stessa provincia
un altro Scipione contro Cesare. Tutto questo non riusci' ne agli ateniesi
ne ai romani. Cosi' molte nazioni, dopo due o tre esperienze, hanno legato
la loro buona o cattiva sorte a determinati luoghi, oggetti o a certi nomi;
altre nazioni si sono servite di certe parole per richiamare gli incantesimi,
e le hanno credute tanto efficaci da poter immaginare di far parlare gli
alberi, fare un uomo o un Dio con un pezzo di pane, o metamorfizzare tutto
cio' che gli si parava davanti.
IV
Essendo l'autorita' delle potenze invisibili basata
in tal modo, all'inizio gli uomini le riverirono come loro sovrani;
vale a dire con atti di sottomissione e di rispetto, quali sono i doni,
le preghiere, ecc.; ho detto all'inizio, perche' la natura non insegna
affatto ad usare sacrifici di sangue, in queste occasioni; questi sono
stati istituiti dopo con l'apparizione dei Sacrificatori e dei Ministri
destinati al servizio di questi dei immaginari.
V
Il germe della religione (voglio dire la speranza
e la paura), fecondato dalle passioni e dalle diverse opinioni degli uomini,
ha prodotto un grande numero di bizzarre credenze che sono la causa della
maggior parte dei mali e delle rivoluzioni avvenute nei diversi stati.
Gli onori ed i grandi redditi che sono stati attribuiti al sacerdozio,
o ai ministri degli dei, hanno lusingato l'ambizione e l'avarizia di questi
uomini astuti che hanno saputo approfittare della stupidita' delle loro
genti; queste ultime sono cadute cosi' bene nei loro tranelli che insensibilmente
hanno acquisito l'abitudine di incensare le menzogne e odiare la verita'.
VI
Stabilita la menzogna gli ambiziosi, bramosi della
dolce sensazione di elevarsi al di sopra dei loro simili, si sforzarono
di darsi una reputazione, facendo credere di essere gli amici degli dei
invisibili che gli ignoranti temevano. Per meglio riusirci ognuno se li
dipinse a modo suo e si prese licenza di moltiplicarli, al punto che se
ne trovavano ad ogni passo.
VII
La materia informe del mondo fu chiamata il Dio
Caos. Si fece pure un Dio del cielo, della terra, del mare, del fuoco,
dei venti e dei pianeti. Si concessero gli stessi onori alle donne ed agli
uomini; gli uccelli, i rettili, il coccodrillo, il vitello, il cane, l'agnello,
il serpente ed il porcello, in breve, tutte le categorie di animali e di
piante furono adorate. Ogni fiume, ogni fonte portava il nome di un dio,
ogni casa ebbe il suo, ogni uomo ebbe il suo genio.
Alla fine tutto ne fu pieno, sia sopra che sotto la terra, di dei, di spiriti,
di ombre e di demoni. Non restava piu' molto spazio, in qualsiasi possibile
luogo, per immaginare altre divinita'; si credette quindi di offendere
il tempo, il giorno, la notte, la concordia, l'amore, la pace, la vittoria,
la concentrazione mentale, la ruggine, l'onore, la virtu', la febbre e
la salute; si credette, dico io, di fare oltraggio a tali divinita' che
si penso' sempre pronte a folgorare la testa degli uomini se non si fossero
elevati, anche a loro, templi ed altari. In seguito si penso' di adorare
i propri geni, che qualcuno invocava sotto il nome di muse, altri sotto
il nome di fortuna, adorando cosi' la loro propria ignoranza. Alcuni santificarono
le loro dissolutezze sotto il nome di Cupido e la loro collera sotto quella
di Furie, le loro parti naturali sotto il nome di Priapo; insomma non ci
fu niente a cui essi non dessero il nome di un Dio o di un Demone. (13)
VIII
I fondatori delle religioni, sapendo bene che
la base delle loro imposture era l'ignoranza delle genti, decisero di intrattenerle
mediante l'adorazione di immagini, nelle quali, essi dissero, gli dei abitavano;
questo fece cadere sui loro preti una pioggia d'oro e di benefici che si
consideravano come cose sante, perche' destinate all'uso dei ministri consacrati,
e nessuno doveva avere la temerarieta' e l'audacia di pretenderle o anche
di toccarle. Per meglio ingannare il popolo, i preti proposero se stessi
come profeti e divinatori, come degli ispirati capaci di penetrare nel
futuro, vantandosi di avere rapporti con gli dei. Dato che e' naturale
il voler conoscere il proprio destino, gli impostori si guardarono bene
dal trascurare una cosa tanto vantaggiosa ai loro progetti. Alcuni si stabilirono
a Delo, altri a Delfo ed altrove dove rispondevano alle domande che venivano
loro fatte con degli oracoli ambigui; le donne stesse ne furono coinvolte;
i romani facevano ricorso, durante grandi calamita', ai Libri dell Sibille.
I pazzi furono considerati degli ispirati. Quelli che si vantavano di avere
rapporti familiari con i morti furono chiamati Necromanti; altri pretendevano
di conoscere l'avvenire dal volo degli uccelli o dalle viscere degli animali.
Infine , gli occhi, le mani, il viso o un oggetto particolare sembrarono,
tutti a loro, di buono o di cattivo auspicio, tanto e' vero che l'ignoranza
percepisce l'impressione che vuole quando si e' trovato il segreto per
prevaricarla.
IX
Gli ambiziosi, che sono sempre stati dei grandi esperti nell'arte di ingannare, hanno seguito la stessa strada quando si misero a dettare leggi e, per obbligare il popolo a sottomettersi volontariamente,
lo hanno persuaso che essi le avevano ricevute da un Dio o da una Dea.
Malgrado questa moltitudine di divinita', i popoli chiamati Pagani, presso
i quali sono state adorate, non disponevano di un sistema organico generale
di Religione. Ciascuna Repubblica, ciascun Stato, ciascuna Citta' e ciascun
raggruppamento aveva i suoi propri riti e definivano le divinita' a propria
fantasia. Ma cio', in seguito, e' stato rilevato da legislatori piu' furbi
dei primi, che hanno impiegato dei modi piu' raffinati e piu' sicuri, emanando
delle leggi, dei culti, dei riti e delle cerimonie piu' appropriate a nutrire
il fanatismo che essi volevano imporre.
Tra i tanti, l'Asia ne ha visti nascere tre, che si sono distinti sia per
le leggi ed i culti che hanno istituito, che per la nozione che essi hanno
dato della divinita' e del modo di cui essi si sono serviti per far recepire
la loro idea e rendere sacre le loro leggi. Mosč fu il piu' antico. Gesų
Cristo, venuto dopo, lavoro' in accordo con il piano di Mosč conservando
la base delle sue leggi ed abolendo tutto il resto. Maometto, che e' apparso
per ultimo sulla scena, ha preso dall'una e dall'altra religione quanto
serviva per comporre la sua ed, in seguito, si e' dichiarato nemico di
tutte e due. Vediamo le caratteristiche di questi tre legislatori, esaminiamo
la loro condotta, al fine di poter decidere quali hanno i migliori fondamenti,
oppure cio' che li rivela come uomini divini, o quello che li riduce a
furbi ed impostori.
X
MOSE'
Il celebre Mosč, figlio di un grande mago (14),
secondo Giustino Martire, ebbe all'inizio tutti i vantaggi per diventare
cio' che fu in seguito. Tutti sanno che gli ebrei, dei quali egli divenne
il capo, erano un popolo di pastori che il Faraone Osiride I ricevette
nel suo paese, in considerazione dei servizi che egli aveva ricevuto da
uno di essi, durante un tempo di grande carestia; egli dono' loro alcune
terre ad oriente dell'Egitto, in una contrada ricca di pascoli e, di conseguenza,
adatta a nutrire le loro popolazioni. Nel corso di circa 200 anni essi
si moltiplicarono considerevolmente, sia perche', essendo considerati come
stranieri, non erano obbligati a prestare servizi militari, sia anche a
causa dei privilegi che Osiride aveva loro concessi, che indussero molti
indigeni del paese ad unirsi a loro e, infine, anche perche' alcune tribu'
di arabi si unirono a loro come fratelli, essendo entrambi della stessa
razza. Comunque sia andata, essi si moltiplicarono cosi' strepitosamente
che, non potendo piu' vivere nella contrada di Gossen, essi si sparsero
per tutto l'Egitto dando al Faraone un giusto motivo di temere che potessero
essere capaci di atti pericolosi nel caso in cui l'Egitto fosse attaccato
(cosa che allora avveniva assai sovente) dagli Etiopi, suoi atavici nemici.
Cosi' una ragione di stato obbligo' il Principe a togliere i loro privilegi
ed a cercare i mezzi per indebolirli e sottometterli.
Il Faraone Horo, sopranominato Busiride a causa della sua crudelta', che era succeduto a Memnone, segui' il suo piano riguardo agli ebrei e, volendo
eternare la sua memoria con l'erezione di piramidi e la costruzione della
citta' di Tebe, condanno' gli ebrei a produrre mattoni, per la fabbricazione
dei quali le terre del loro paese erano molto adatte. Fu durante questa
servitu' che nacque il famoso Mosč; quello stesso anno il Re ordino' che
si gettassero nel Nilo tutti i bambini maschi degli ebrei, considerando
di non avere altri mezzi piu' sicuri per fare perire queste tribu' di stranieri.
Cosi' Mosč fu esposto al rischio delle acque in un paniere cosparso di
bitume, che sua madre sistemo' tra i giunchi, sulla riva del fiume. Il
caso volle che Thermutis, figlia del faraone Orus, venuta a passeggiare
da quelle parti ed avendo udito i pianti di questo bambino, la compassione
tanto naturale al suo sesso le ispiro' il desiderio di salvarlo. Orus venne
poi a morire e Thermutis sali' al trono; fece impartire a Mosč una educazione
degna di un figlio della regina di una nazione che, allora, era la piu'
saggia e gentile dell'universo.
In breve, dicendo che fu educato in tutte le scienze degli Egizi, e' tutto
detto, e ci presenta Mosč come il piu' grande politico, il piu' saggio
naturalista ed il mago piu' famoso del suo tempo. E' inoltre del tutto
palese che egli fu ammesso nell'ordine dei sacerdoti, che erano in Egitto,
cio' che i Druidi erano tra i Galli. Quelli che non sanno quale era allora
il governo dell'Egitto, saranno meravigliati nell'apprendere che le sue
famose Dinastie, avendo avuto termine e dipendendo tutto il paese da un
solo sovrano, esso era allora diviso in molteplici contrade di non troppo
grande estensione. I governatori di queste contrade erano chiamati Monarchi
e tali governatori facevano normalmente parte del potente ordine dei sacerdoti,
che possedeva circa un terzo dell'Egitto. Il Re nominava questi monarchi
e, se si crede agli autori che hanno scritto su Mosč, comparando cio' che
essi hanno detto con quello che Mosč stesso ha scritto, si concludera'
che egli e' stato Monarca della contrada di Gossen e che doveva la sua
designazione a Thermutis, oltre che a doverle la vita. Ecco cosa fu Mosč
in Egitto, dove ebbe tutto il tempo e i modi di studiare i costumi degli
egiziani e quelli della sua nazione, le loro passioni dominanti e le loro
inclinazioni; conoscenze delle quali egli si servi', in seguito, per promuovere
la rivoluzione della quale fu il motore.
Essendo morta Thermutis, il suo successore riprende la persecuzione contro
gli ebrei e Mosč, venutogli a mancare i favori che aveva avuto, ebbe timore
di non poter giustificare alcuni omicidi che aveva commesso: cosi' prese
la decisione di fuggire. Si ritiro' nell'Arabia Petrea, che confina con
l'Egitto. Avendolo il caso condotto presso il capo di una qualche tribu'
del paese, i servigi che egli rende ed i talenti che il suo ospite crede
di notare in lui, gli meritano le sue buone grazie e la concessione di
una delle sue figlie in sposa. Vale la pena di notare che Mosč era un cosi'
cattivo giudeo e conosceva cosi' poco il temibile Dio, che poi si inventera',
da sposare una idolatra e che allora non pensava affatto a circoncidere
i suoi bambini. E' in questo deserto d'Arabia che, guardando le truppe
di suo suocero e di suo cognato, egli concepisce il disegno di vendicarsi
dell'ingiustizia che il Re d'Egitto gli aveva fatta, portando il turbamento
e la sedizione nel cuore del suo stato. Egli si lusingava di poter agevolmente
riuscire, vuoi in virtu' dei suoi talenti, che per la disposizione d'animo
in cui sapeva di trovare quelli della sua nazione, gia' irritati contro
il governo per i cattivi trattamenti che faceva loro infliggere.
Sembrerebbe, dalla storia che egli ci ha lasciato di questa rivoluzione,
o almeno che ci ha lasciato l'autore del libro che e' stato attribuito
a Mosč, che Ietro, suo suocero, facesse parte del complotto, come pure
suo fratello Aronne e sua sorella Maria che erano restati in Egitto e con
i quali egli aveva, senza dubbio, intrattenuto corrispondenza.
Comunque sia stato, e' evidente che per l'esecuzione egli aveva formulato
un piano politico e che seppe mettere in opera, contro l'Egitto, tutta
la scienza che vi aveva appreso, cioe' la sua pretesa magia, nella quale
egli era piu' sottile e piu' abile di tutti quelli che facevano professione
di tale potere alla corte del Faraone. E' per mezzo di questi pretesi prodigi
che egli conquisto' la fiducia di quelli della sua nazione che fece sollevare, e ai quali si unirono i ribelli e i malcontenti egiziani, etiopi ed arabi.
Infine, vantando la potenza della sua divinita', i frequenti incontri che
egli aveva con lei e facendola intervenire, in tutti i provvedimenti che
egli prendeva con i capi della rivolta, riusci' a persuaderli cosi' bene
che lo seguirono 600.000 uomini combattenti, escluse donne e bambini, attraverso
i deserti di Arabia dei quali egli conosceva tutte le piste.
Dopo sei giorni di cammino, in una penosa ritirata, egli prescrisse, a
quelli che lo seguivano, di consacrare il settimo giorno al loro Dio per
un pubblico riposo, al fine di far credere loro che Dio li favoriva ed
approvava il suo dominio, e che nessuno avesse l'audacia di contraddirlo.
Non c'e' mai stato un popolo piu' ignorante di quello degli ebrei e, di
conseguenza, tanto credulone. Per essere convinti di questa profonda ignoranza
e' sufficiente ricordarsi dello stato in cui tale popolo era in Egitto,
quando Mosč lo fece rivoltare: esso era odiato dagli egiziani a causa della
professione di pastore, perseguitato dal sovrano ed obbligato ai lavori
piu' umili. In mezzo ad una tale popolazione non fu affatto difficile per
Mosč di far valere i suoi talenti. Egli fece loro credere che il suo Dio
(che egli chiamava qualche volta semplicemente un angelo), il Dio dei loro
padri, gli era apparso: percio' era per suo ordine che aveva accettato
l'incarico di guidarli; che Dio lo aveva scelto per governarli, e che sarebbero
stati il popolo favorito di questo Dio, a patto che essi credessero a cio'
che egli diceva loro da parte sua. L'uso accorto dei suoi trucchi e la
conoscenza che egli aveva della natura, davano forza alle sue esortazioni
e confermava cio' che egli diceva con quelli che si chiamano prodigi, che
sono capaci di fare sempre molta impressione sulla popolazione imbecille.
Si puo' notare, sopratutto, che egli credeva di aver trovato un mezzo sicuro per mantenere gli ebrei sottomessi ai suoi ordini persuadendoli che Dio stesso li guidava, di notte, sotto l'apparenza di una colonna di fuoco e, di giorno, sotto forma di una nube. E' facilmente dimostrabile che cio'
fu l'inganno piu' grossolano di questo impostore, Egli aveva appreso, durante
il soggiorno che aveva fatto in Arabia, che essendo il paese vasto e disabitato,
era usanza di quelli che viaggiavano in carovana di assumere delle guide
che li conducevano, di notte, per mezzo di un braciere, del quale essi
seguivano la fiamma e, di giorno, mediante il fumo dello stesso braciere,
che tutti i membri della carovana potevano vedere e, di conseguenza, non
si potevano sbagliare. Questo sistema era ancora in uso presso i Medi e
gli Assiri; Mosč se ne servi' e lo fece passare per un miracolo e per un
segno della potenza del suo Dio. Come si puo' non credermi quando dico
che era un furbo; si puo' credere a Mosč stesso che, (al X capitolo dei
Numeri (V.19) sino al trentatreesimo) prega suo cognato Hobad di venire
con gli Ismaeliti, alfine di indicare il cammino, perche' egli non conosceva
affatto il paese. Questo e' strano, perche' se era Dio che marciava davanti
ad Israele notte e giorno, come nube o colonna di fuoco, come poteva avere
una guida migliore? Malgrado cio' ecco Mosč che esorta suo cognato, per
motivi del tutto urgenti, a servirgli da guida; quindi la nube e la colonna
di fuoco erano Dio solo per il popolo e non per Mosč.
I poveri disgraziati, felici di vedersi adottati dal capo degli dei ed
uscire da una crudele servitu', osannarono Mosč e giurarono di obbedirgli
ciecamente. Confermata cosi' la sua autorita', egli volle renderla perpetua
e, sotto lo specioso pretesto di fondare il culto di questo Dio, del quale
egli si diceva il luogotenente, egli nomino' subito suo fratello ed i suoi
figli capi del Palazzo Reale, vale a dire del luogo che egli trovo' piu'adatto
per rendere gli oracoli. Questo luogo era fuori dalla vista e dalla presenza
del popolo. In seguito, egli fece cio' che viene sempre fatto nelle nuove
istituzioni: la dottrina dei prodigi, dei miracoli, dai quali i semplici
erano abbagliati, qualcuno stordito, che facevano invece pena a quelli
che erano un po' piu' svegli e che vedevano attraverso queste imposture.
Per quanto furbo, Mosč avrebbe avuto qualche difficolta' a farsi obbedire, se non avesse avuto la forza in pugno. La furberia senza le armi difficilmente
riesce. Malgrado il grande numero di creduloni che si sottomettevano ciecamente
ai voleri di questo legislatore, si trovavano delle persone abbastanza
audaci da rimproverargli la sua malafede, dicendogli che, sotto le false
apparenze di giustizia e di uguaglianza, egli si era impadronito di tutto
ed essendo l'autorita' sovrana assegnata alla sua famiglia, egli non aveva
piu' nulla da pretendere ed infine egli era piu' il tiranno del popolo
che non il padre elettivo. Ma in quelle occasioni Mosč, da politico assolutista,
fece condannare questi spiriti forti e non risparmio' nessuno di quelli
che criticavano il suo governo.
E' stato con precauzioni di tal genere e minacciando sempre della collera divina i suoi critici, che egli regno' come un despota assoluto. Per finire
nello stesso modo con cui aveva cominciato, vale a dire da furbo e da impostore,
egli si precipito' in un abisso da lui stesso fatto scavare, nel mezzo
di una solitudine dove si ritirava ogni tanto, con il pretesto si andare
a parlare segretamente con Dio, allo scopo di riconciliare con questo,
il rispetto e la sottomissione dei suoi seguaci. Alla fine egli si getto'
in questo precipizio, preparato da lungo tempo, affinche' il suo corpo
non potesse essere ritrovato e si credesse che Dio lo aveva eletto e reso
simile a lui; egli non ignorava che il ricordo dei patriarchi, che lo avevano
preceduto, era grandemente onorato anche se si erano trovati i loro sepolcri,
ma questo non era sufficiente per soddisfare la sua ambizione; bisognava
che lo si riverisse come un Dio, sul quale la morte non ha potere. A questo
si riferiva, senza dubbio, cio' che egli disse all'inizio del suo regno:
che era stato instaurato da Dio per essere il dio del Faraone.
Elia, per esempio, Romolo, Zalmolsi e tutti quelli che hanno avuto la sciocca
vanita' di eternare i loro nomi, hanno celato il tempo della loro morte
perche' li si credesse immortali.
XI
Ma, per ritornare ai legislatori, non c'e' ne
stato nessuno che non abbia fatto derivare le sue leggi da qualche divinita'
e che non abbia cercato di persuadere che essi stessi erano qualcosa di
piu' che semplici mortali. (15) Numa Pompilio, avendo
assaporato la dolcezza della solitudine, fece fatica a lasciarla, anche
se era per occupare il trono di Romolo, ma vedendosi obbligato dalle pubbliche
acclamazioni, approfitto' della devozione dei Romani e fece loro credere
di conversare con gli dei, cosi' se i romani lo volevano assolutamente
come re, dovevano accettare di ubbidirgli ciecamente ed osservare religiosamente
le leggi e le istruzioni divine che gli erano state dettate dalla Ninfa
Egeria.
Alessandro il Grande non fu meno vanitoso: non contento di essere considerato
il signore del mondo, egli volle che lo si credesse figlio di Giove. Anche
Perseo pretendeva di essere nato dallo stesso Dio e dalla vergine Danae.
Platone considerava Apollo come suo padre che lo aveva avuto con una vergine.
Ci sono ancora altri personaggi che ebbero la stessa follia; e' fuori di
dubbio che tutti questi grandi uomini credessero a queste fantasie fondate
sulle opinioni degli egizi, i quali sostenevano che lo spirito di Dio poteva
avere rapporti con una donna e renderla feconda.
XII
GESU' CRISTO
Gesų Cristo, che non ignorava ne le massime ne
la scienza degli egiziani, diede anch'egli corso a questa opinione; egli
l'ha creduta appropriata al suo particolare disegno. Considerando come
Mosč si fosse reso celebre, sebbene non comandasse che un popolo di ignoranti,
egli prese a costruire su queste fondamenta e si fece seguire da qualche
imbecille, persuadendoli che lo Spirito Santo era suo padre e sua madre
una vergine. Questa brava gente, abituata a nutrirsi di sogni e di fantasie,
accettarono queste nozioni e credettero a tutto cio' che egli voleva, tanto
piu' che una tale nascita non era poi qualcosa di troppo straordinario
per loro. (16)
L'essere dunque nato da una vergine, per opera dello Spirito Santo,
non e' ne piu' straordinario ne piu' miracoloso di quello che appaga i
tartari per il loro Gengis Khan, figlio anche lui di una vergine; i cinesi
dicono che il dio Foe doveva la vita ad una vergine resa feconda dai raggi
del sole.
Questa credenza risale ad un tempo nel quale i giudei, stanchi del loro
Dio, come lo erano stati dei loro Giudici, (17) ne volevano
avere uno visibile come le altre nazioni. Dato che il numero degli sciocchi
e' incommensurabile, Gesų Cristo trovo' dei seguaci ovunque ma siccome
la sua estrema poverta' era un ostacolo invincibile per il suo successo,
(18) i farisei tanto ammiratori quanto gelosi della
sua audacia, lo frenavano o lo stimolavano, secondo l'umore mutevole della
popolazione. Malgrado la fama spettacolare della sua divinita' ma priva
di potere, era impossibile che il suo progetto riuscisse. Qualche malato
che egli guari', qualche morto risuscitato, gli diedero la fama; ma non
avendo soldi ne armati, non poteva mancare di perire. Se egli avesse avuto
questi due mezzi non sarebbe riuscito da meno di Mosč, o di Maometto o
di tutti quelli che hanno avuto l'ambizione di elevarsi al di sopra degli
altri. Se egli e' stato piu' disgraziato, non e' pero' stato meno scaltro
e qualche parte della sua storia prova che la piu' grande mancanza della
sua politica e' stata quella di non aver provveduto abbastanza alla sua
sicurezza. Del resto, io non trovo che egli abbia preso le sue misure peggio degli altri due; la sua legge e' comunque diventata la regola della fede dei popoli che si vantano di essere i piu' saggi del mondo.
XIII
La politica di Gesų Cristo
Non c'e' niente di piu' sottile, ad esempio, della
risposta di Gesų a proposito della donna sorpresa in adulterio. Avendo
i giudei chiesto se dovessero lapidare tale donna, la risposta positiva
alla domanda l'avrebbe fatto cadere nella trappola che i suoi nemici gli
tendevano; la risposta negativa sarebbe stata contro la legge e l'affermativa
lo avrebbe coinvolto nel rigore e nella crudelta', cio' che gli avrebbe
alienato gli spiriti. Invece, dico io, di assumere un atteggiamento simile
a quello che avrebbe avuto un uomo comune, egli disse quello che tra
di voi e' senza peccato scagli la prima pietra. Risposta abile che
dimostra bene la sua presenza di spirito. Un'altra volta, chiestogli se
era giusto pagare il tributo a Cesare e vedendo l'immagine del principe
sulla moneta che gli era stata mostrata, egli eluse il tranello rispondendo
che si doveva rendere a Cesare cio' che e' di Cesare. La difficolta'
consisteva nel fatto che si sarebbe reso colpevole di lesa maesta', se
egli avesse negato il dovere del tributo e dicendo, invece, che bisognava
pagare il tributo sarebbe andato contro la legge di Mosč, cio' che egli
asseriva di non voler mai fare, in quanto si riteneva, senza dubbio, ancora
troppo debole per farlo inpunemente; in seguito, quando si fosse reso piu'
celebre, egli l'avrebbe rovesciata quasi totalmente. Egli fece come quei
principi che promettono sempre di confermare i privilegi dei loro seguaci,
fino a quando il potere non sia ancora consolidato, ma in seguito non si
fanno scrupolo di dimenticare le loro promesse.
Quando i farisei gli chiesero in base a quale autorita' egli pretendeva
di predicare ed insegnare al popolo, Gesų Cristo, subdorando il loro inganno,
che tendeva ad accusarlo di menzogna, sia che rispondesse che era in virtu'
di una autorita' umana, in quanto non faceva parte del Corpo Sacerdotale
che era il solo autorizzato ad istruire il popolo, sia che rispondesse
di predicare per ordine espresso di Dio, in quanto la sua dottrina era
in opposizione alla legge di Mosč. Egli se la cavo', mettendo in imbarazzo
loro stessi, domandando loro in nome di chi Giovanni era stato battezzato.
I farisei, che si opponevano per motivi politici, al battesimo di Giovanni,
si sarebbero condannati da soli se avessero ammesso che era in nome di
Dio. Se invece non l'avessero ammesso si sarebbero esposti all'ira della
popolazione, che credeva il contrario. Per togliersi dall'imbarazzo essi
risposero che non lo sapevano al che Gesų Cristo rispose che non era percio'
obbligato a dire perche' ed in nome di chi egli predicava.
XIV
Tali erano le sconfitte del distruttore dell'antica
legge e padre della nuova religione, che fu edificata sulle rovine di quella
antica, e dove una mente imparziale non ci vede niente di piu' divino che
nelle religioni che l'hanno preceduta. Il suo fondatore, che era tutt'altro
che un ignorante, vedendo l'estrema corruzione della repubblica dei giudei,
la giudico' prossima alla sua fine e credette che un'altra sarebbe rinata
dalle sue ceneri.
La paura di essere preceduto da uomini piu' abili di lui, gli fece osare
di affermarsi con dei metodi contrari a quelli di Mosč. Quello comincio'
con il rendersi terribile e formidabile verso le altre nazioni; Gesų Cristo,
al contrario, le attiro' a lui con la speranza dei vantaggi di un'altra
vita, che si sarebbe ottenuta, cosi' diceva, credendo in lui; al contrario, Mosč non prometteva che dei beni temporali agli osservanti la sua legge; Gesų Cristo, faceva percio' sperare che nulla sarebbe mai finito; le leggi
del primo riguardavano la vita terrena, quelle dell'altro guardavano alla
vita interiore, influenzando il pensiero, ed opponendosi in tutto alle
leggi di Mosč. Dove ne consegue che Gesų Cristo credeva, come Aristotele,
che anche la religione e gli stati, come tutti gli individui, si generano
e si corrompono.
Ora, siccome e' penoso risolversi di passare da una legge ad un'altra e
siccome la maggior parte degli spiriti sono difficili da scuotere in materia
di religione, Gesų Cristo, similmente ad altri innovatori, e' ricorso ai
miracoli che sono sempre stati lo scoglio degli ignoranti ed il rifugio
degli scaltri ambiziosi.
XV
Fondato in questo modo il cristianesimo, Gesų
Cristo pensava, abilmente, di approfittare degli errori della politica
di Mosč per rendere eterna la nuova legge; impresa che gli riusci', possiamo
dire, al di la' delle sue speranze. I profeti ebraici credevano di onorare
Mosč predicendo la venuta di un suo successore che gli rassomigliasse;
vale a dire un messia grande e virtuoso, potente nel bene e terribile per
i suoi nemici. Nonostante cio' le profezie hanno prodotto un effetto del
tutto contrario, in quando una quantita' di ambiziosi avevano colto l'occasione
per farsi passare per il messia annunciato, cosa che produsse delle rivolte,
che sono durate sino alla completa distruzione della antica Repubblica
ebraica. Gesų Cristo, piu' abile dei profeti moseaici, per discreditare
in anticipo quelli che si sarebbero levati contro di lui, predisse che
un tale profeta sarebbe stato un grande nemico di Dio, il favorito dei
demoni, la somma di tutti i vizi e la desolazione del mondo.
Dopo questi begli elogi, sembrerebbe che nessuno possa sentirsi tentato
di chiamarsi l'Anticristo, ed io non credo che si possa trovare un miglior
artificio per eternare una legge, sebbene non ci sia niente di piu' fantastico
di tutto cio' che si e' attribuito a questo preteso anticristo. San Paolo
diceva, ai suoi contemporanei, che tale anticristo era gia nato; malgrado
cio' sono trascorsi piu di 1660 anni dopo la predicazione della nascita
di questo formidabile personaggio, senza che nessuno ne abbia sentito parlare.
Ammetto che qualcuno abbia riferito queste parole ad Ebiron ed a Cerinto,
due grandi Nemici di Gesų Cristo di cui essi combatterono la pretesa divinita';
ma si puo' anche dire che se questa interpretazione e' conforme ai sentimenti
degli apostoli, cio' che non e' per nulla credibile, queste parole designarono,
durante tutti i secoli, una infinita' di Anticristi (non essendovi pero'
dei veri saggi) che hanno creduto di stabilire la verita' dicendo che la
storia di Gesų Cristo e' una favola spregevole e che la sua legge non e'
che un tessuto di fantasie che l'ignoranza ha reso di moda, che l'interesse
lo conserva, e che la tirannia lo protegge. (19)
XVI
Si pretende, malgrado tutto, che una religione
fondata su delle fondamenta cosi' deboli, sia divina e sovranaturale, come
non si sapesse che non c'e' nessuno piu' pronto a sostenere le piu' assurde
opinioni, che le donne e gli sciocchi; non c'e' dunque niente di strano
che Gesų Cristo non avesse dei saggi al suo seguito, egli sapeva bene che
la sua legge non poteva andare d'accordo con il buon senso; ecco, senza
dubbio, perche' egli declamava cosi' sovente contro i saggi, che egli esclude
dal suo regno, dove non ammette che i poveri di spirito, i semplici e gli
imbecilli; le menti ragionevoli possono percio' consolarsi di non avere
niente da dividere con gli insensati.
XVII
Congiuntamente alla morale di Gesų Cristo non
si vede niente di divino che lo debba far preferire agli scritti degli
antichi, anzi tutto cio' che si vede ne e' stato tratto o imitato. S. Agostino
(20) ammette di aver trovato, in qualcuno dei loro scritti,
tutti i principi del Vangelo secondo S. Giovanni; si aggiunga inoltre che questo apostolo era talmente abituato a plagiare gli altri, che non ha avuto nessuna difficolta' a rubare ai profeti i loro enigmi e le loro visioni,
alla scopo di comporre il suo Apocalisse. Da qui' derivano, per esempio,
le uguaglianze che si notano tra la dottrina del Vecchio e quella del Nuovo
Testamento e gli scritti di Platone; ma anche i Rabbini e quelli che hanno
composto le scritture, hanno plagiato questo grande uomo. La nascita del
mondo e' molto piu' verosimile nel suo Timeo che non nel libro della Genesi;
e non si puo' dire che questo deriva dal fatto che Platone abbia letto,
durante il suo viaggio in Egitto, i libri giudaici, poiche' secondo S.
Agostino (21) il re Tolomeo non li aveva ancora fatti
tradurre quando il filosofo fece il viaggio.
La descrizione del paese che Socrate fa a Simia nel Fedone, ha molta piu'
grazia del Paradiso Terrestre; e la favola degli Androgini (22)
e', senza paragoni, meglio definita di quanto noi apprendiamo dalla Genesi
a proposito della estrazione di una delle coste di Adamo, per generare
la donna, ecc. I due incendi di Sodoma e Gomorra sono in stretta analogia
con quello causato da Fetonte; come pure la caduta di Lucifero, con quella
di Vulcano e quella dei Giganti, distrutti dalla folgore di Giove. Quali
cose si assomigliano meglio di Sansone ed Ercole, Ehe e Fetonte, Giuseppe
ed Ippolito, Nabuccodonosor e Licaone, Tantalo ed il ricco epulone, la
manna degli israeliti e l'ambrosia degli dei? S. Agostino, (23)
S.Cirillo e Teofilatto comparano Giona ad Ercole, sopranominato "Trinoctius",
perche' rimase tre giorni e tre notti nel ventre della balena.
Il fiume di Daniele, descritto al Cap. VII delle sue profezie, e' una imitazione
visibile del Pyriphlegeton (fiume di fuoco) e di cui si parla nel dialogo
dell'immortalita' dell'anima. Si e' cavato il peccato originale dal vaso
di Pandora, il sacrificio di Isacco e di Iefte da guello di Ifigenia al
posto della quale fu sostituita una cerva. Per quanto riguarda Lot e sua
moglie il tutto e' conforme a cio' che ci narra la favola di Bauci e Filemone;
la storia di Bellerofonte e' la base di quella di S. Michele e del Demonio che egli vinse; infine e' una costante evidente che gli autori delle scritture
hanno trascritto, quasi parola per parola, le opere di Esiodo e di Omero.
XVIII
Quanto a Gesų Cristo, Celso dimostra, in opposizione
ad Origene (24) che egli aveva tratto da Platone le
sue piu' belle massime. Tale e' quella che oppone un cammello "che passera'
piu' facilmente per la cruna di un ago" ad un "ricco nel regno di
Dio". (25) Per cio' che concerne altre credenze
nella immortalita' dell'anima, nelle resurrezione, nell'inferno ed alla
maggior parte della sua morale, io non vedo niente che gia' non fosse ritenuto
nella morale di Epitteto, di Epicuro e di molti altri; quest'ultimo era
citato da S. Gerolamo (26) come di un uomo, la cui virtu'
faceva vergognare i migliori cristiani, e la sua vita era stata cosi' morigerata,
che i suoi pasti migliori consistevano in un poco di formaggio, pane ed
acqua. Con una vita cosi' frugale, questo filosofo, pagano qual'era, diceva
che era meglio essere sfortunati e ragionevoli, che non essere ricchi ed
opulenti senza possedere la ragione; aggiungendo che e' raro che la fortuna
e la saggezza si trovino riunite in uno stesso soggetto e che non si potrebbe
essere felici ne vivere soddisfatti se la nostra felicita' non e' accompagnata
dalla prudenza, dalla giustizia e dall'onesta', che sono le qualita' dalle
quali deriva la vera e solida volutta'.
Per Epitteto, io non credo che mai nessun uomo, senza eccettuare Gesų Cristo,
sia mai stato piu' saldo, piu' austero, piu' costante ed abbia avuto una
morale pratica piu' sublime della sua. Io non dico nulla che non mi sia
facile di provare, se fosse questo il luogo per farlo, ma temendo di superare
i limiti che io mi sono stabiliti, riportero', degli atti esemplari della
sua vita, un solo esempio. Essendo schiavo di un liberto chiamato Epafrodito,
capitano delle guardie di Nerone, a quest'ultimo gli prese la voglia di
torcergli una gamba. Epitteto accorgendosi che egli ne provava piacere,
gli disse sorridendo che sapeva che non avrebbe smesso sino a che non gli
avesse spezzata la gamba; questo accadde come aveva predetto. "Ebbene",
continuo' egli con un viso impassibile e sorridendo, "non ve lo avevo detto
che mi avreste rotto la gamba?" E' mai esistita una persona simile a quella?
E si puo' dire che Gesų Cristo sia stato da tanto, lui che piangeva e sudava
di paura al piu' piccolo allarme che gli si dava, e che dimostro', in punto
di morte, una pusillanimita' del tutto riprovevole e che non si vide affatto
con i nostri martiri.
Se l'ingiuria dei tempi non ci avesse sottratto il libro, che Arriano aveva
fatto sulla vita e sulla morte del nostro filosofo, io sono convinto che
noi vedremmo ben altri esempi della sua pazienza. Io non dubito che non
si dica di questa azione cio' che i preti dicono della virtu' dei filosofi,
che e' una vita dove la vanita' e' la base, e che non affatto in effetti
cio' che appare. Ma io so bene che chi usa questo linguaggio e' gente che
dice sconsideratamente tutto cio' che gli viene in bocca e che credono
di aver ben meritato il denaro, che gli danno per istruire il popolo, allorquando
hanno declamato contro i soli uomini che sapevano che cosa e' la giusta
ragione e la vera virtu'; tanto e' vero che nulla al mondo tocca, cosi'
poco, i costumi dei veri saggi quanto le azioni di questi uomini superstiziosi
che li denigrano; questi ultimi sembrano aver studiato solo per arrivare
ad un posto che dia loro il pane, sono vani ed applaudono se stessi quando
l'hanno ottenuto, come se fossero giunti ad uno stato di perfezione, sempre
che non siano di quelli che giungono ad uno stato di ozio, di licenza e
di lussuria, dove la maggior parte non ricorda che le massime della religione
che professano. Ma lasciamo stare questa gente che non ha alcuna idea della
reale virtu', per esaminare la divinita' del loro maestro.
XIX
Dopo aver esaminato la politica e la morale del
Cristo, dove non si trova nulla di piu' utile o di piu' sublime che negli
scritti degli antichi filosofi, vediamo se la reputazione che egli ha acquistato,
dopo la sua morte, e' una prova della sua divinita'; il popolo e' cosi'
abituato a sragionare che io non mi stupisco che si pretenda di trarre
alcune conclusioni dal suo comportamento; l'esperienza ci dimostra che
esso corre sempre dietro a dei fantasmi e che non fa e non dice nulla che
abbia un po' di buon senso. Malgrado questo, e' su simili chimere, che
sono sempre state in voga, malgrado gli sforzi dei saggi che si sono sempre
opposti, che si fonda la sua fede. Qualsiasi cura essi abbiano avuto per
sradicare la follia imperante, il popolo non le ha abbandonate se non dopo
essersene saziato.
Mosč ebbe un bel vantarsi di essere l'interprete di Dio e provare le sue
missioni ed i suoi diritti con degli atti straordinari; per poco che si
assentasse (cio' che egli faceva ogni tanto per parlare, diceva lui, con
Dio e cio' che facevano, parimenti, Numa Pompilio e molti legislatori)
per poco, dico io, che si assentasse, egli ritrovava, al suo ritorno, i
segni del culto degli dei che gli ebrei avevano conosciuto in Egitto. Egli
ebbe un bel tenerli per 40 anni in un deserto per fare loro dimenticare
l'idea degli dei che avevano abbandonati; ma essi non li avevano ancora
dimenticati, ne volevano di visibili che marciassero davanti a loro, li
adoravano ostinatamente, qualsiasi crudelta' potessero fargli provare.
Solo l'odio a loro ispirato per le altre nazioni, per un sentimento di
orgoglio di cui i piu' idioti sono capaci, fece loro perdere insensibilmente
il ricordo degli dei d'Egitto ed attaccarsi al Dio di Mosč; lo si adoro'
per qualche tempo con tutte le regole imposte dalla Legge, ma lo si lascio',
in seguito, per seguire quella di Gesų Cristo, proprio per quella incostanza
che fa correre dietro alle novita'.
XX
I piu' ignoranti degli ebrei avevano adottato
la legge di Mosč; ci furono percio' anche parecchie persone che corsero
dietro a Gesų Cristo e siccome il numero di tali persone e' infinito ed
esse si amano l'un l'altra, non ci si deve meravigliare se questi nuovi
errori si diffusero facilmente. Non e' che le novita' siano pericolose
per quelli che le abbracciano, ma e' l'entusiasmo che esse esercitano che
ne aumentano la paura. Cosi' i discepoli di Gesų Cristo, tutti miserabili che erano al suo seguito, e tutti morti di fame (come si vede dalla necessita'
in cui si trovarono un giorno, con il loro maestro, di strappare delle
spighe dai campi per nutrirsi) i discepoli di Gesų Cristo, dico io, cominciarono
a scoraggiarsi quando videro il loro maestro nelle mani dei boia e impossibilitato
di dare loro il benessere, la potenza e la grandezza che aveva fatto sperare.
Dopo la sua morte, i suoi discepoli, nella disperazione di vedere frustrate
le loro speranze, fecero di necessita' virtu'. Banditi da tutti i luoghi
e perseguitati dai giudei che li volevano trattare come il loro maestro,
essi si sparpagliarono nelle contrade vicine dove, su notizia di qualche
donna, essi smerciarono la sua risurrezione, la sua nascita divina ed il
resto della favola di cui i Vangeli sono pieni.
Le difficolta' che essi avevano di riuscire tra i giudei, li decisero a
cercare fortuna tra gli stranieri, ma siccome abbisognavano di piu' conoscenze
di quante ne avessero, essendo i Gentili filosofi, e di conseguenza troppo
amici della ragione per accettare delle bagatelle, i partigiani di Gesų
convinsero un giovane uomo (S. Paolo), di spirito vivace ed attivo; un
po' meglio istruito che dei pescatori analfabeti, o piu' abile nel fare
ascoltare le sue storie. Questi, unitosi a loro per un colpo del cielo
(perche doveva essere un evento straordinario), attiro' qualche aderente
alla nascente setta, con la paura di pretese pene dell'Inferno, presa dalle
favole di antichi poeti, e con la speranza delle gioie del Paradiso, dove
ebbe l'impudenza di far dire che vi era stato allevato.
Questi discepoli, a forza di trucchi e di bugie, procurarono al loro maestro
l'onore di essere considerato un Dio, onore al quale Gesų, quando era vivo,
non aveva potuto accedere.
Il suo destino non fu certo migliore di quello di Omero, ne altrettanto
onorevole, poiche' sei delle citta', che avevano cacciato e disprezzato
quest'ultimo, durante la sua vita, si fecero la guerra per sapere a chi
competeva l'onore di avergli dato i natali.
XXI
Si puo' stabilire da tutto cio' che abbiamo detto
che il cristianesimo e', come tutte le altre religioni, niente altro che
una impostura grossolanamente intessuta, il cui successo ed il progresso
stupirebbero i suoi stessi inventori, se tornassero al mondo; ma senza
impegnarci piu' oltre in un labirinto di errori e di contraddizioni, delle
quali abbiamo detto abbastanza, diciamo qualcosa di Maometto, il quale
ha fondato una legge su dei principi del tutto opposti a quelli di Gesų
Cristo.
XXII
MAOMETTO
Appena i discepoli del Cristo ebbero estinta la
Legge Mosaica, per introdurre la Legge Cristiana, vittime della loro stessa
ordinaria incostanza, seguirono un nuovo legislatore, che si eleva con
i medesimi metodi di Mose. Egli prese, come lui, il titolo di Profeta e
di inviato di Dio; come lui fece dei miracoli e seppe mettere a profitto
la passione del popolo. All'inizio si vide seguito da una popolazione ignorante
alla quale esprimeva i nuovi oracoli del cielo; poi questi miserabili,
sedotti dalle promesse e dalle favole di questo nuovo impostore, divulgarono
la sua fama e la esaltarono al punto di eclissare quella dei suoi predecessori.
Maometto non era un uomo che sembrasse adatto a fondare un impero, egli
non eccelleva ne in politica ne in filosofia. Maometto, come dice il Conte
di Boulanvilliers, era ignorante di lettere volgari ed io voglio credergli;
ma egli sicuramente non lo era di tutte le conoscenze che un grande viaggiatore
puo' acquisire, con sufficiente naturalezza, qundo egli si proponga di
impiegarle utilmente. Egli non era affatto ignorante della sua lingua,
del cui uso, e non della lettura, aveva appreso tutta la raffinatezza e
la bellezza. Egli non era ignorante dell'arte di saper rendere odioso cio'
che veramente merita di essere condannato e di dipingere la verita' con
colori semplici e vivaci, che non consentono di disconoscerla. In effetti,
tutto cio' che egli ha detto e' vero, in relazione ai dogmi essenziali
della religione, ma egli non ha detto tutto cio' che e' vero, ed e' in
questo, solamente, che la nostra religione differisce dalla sua. Il Conte
di Boulanvilliers aggiunge, piu' oltre, che Maometto non era grossolano
ne barbaro e che egli ha condotto la sua impresa con tutta l'arte, la delicatezza,
i modi, l'audacia e le ampie vedute di cui anche Alessandro e Cesare sarebbero
stati capaci al posto suo. (27)
Egli non sapeva ne leggere ne scrivere. Aveva pure cosi' poca fermezza
da abbandonare sovente la sua impresa, se non fosse stato spinto a sostenere
la scommessa, propostagli da uno dei suoi seguaci. Da questo egli comincio'
ad inalzarsi ed a divenire celebre, e Corais, potente arabo, geloso che
un uomo da nulla avesse l'audacia di coinvolgere il popolo, si dichiaro'
suo nemico ed ostacolo' la sua impresa, ma il popolo, convinto che Maometto
avesse dei rapporti continui con Dio e con i suoi angeli, fece si che prevalesse
sul suo nemico. La famiglia di Corais(28)
ebbe la peggio e Maometto, vedendosi
seguire da una folla imbecille che lo credeva un uomo divino, credette
di non aver piu' bisogno del suo compagno; ma per paura che questi smascherasse
le sue imposture, lo volle prevenire, e per farlo con maggior sicurezza,
lo colmo' di promesse e gli giuro' che egli voleva diventare grande solo
per dividere con lui il suo potere, al quale lui aveva tanto contribuito.
"Noi siamo prossimi" gli disse "al momento del nostro inalzamento,
siamo sicuri di un grande popolo che abbiamo convinto, si tratta di assicurarsi
di lui con l'artificio che voi avete cosi' felicemente immaginato".
E nel medesimo tempo lo persuase a nascondersi nella fossa degli oracoli.
C'era un pozzo, dal quale questo compagno parlava, per far credere al popolo
che la voce di Dio si rivolgesse a Maometto, che se ne stava in mezzo ai
suoi proseliti. Ingannato dalle perfide promesse il suo socio ando' nella
fossa per imitare, come al solito, l'oracolo; mentre Maometto passava alla
testa di una moltitudine infatuata, si udi' una voce che diceva "Io
sono il vostro Dio, io dico che ho eletto Maometto ad essere il Profeta
di tutti i popoli; sara' da lui che voi conoscerete la vera legge che gli
ebrei ed i cristiani hanno falsata". Per molto tempo questo uomo aveva
esercitato tale ruolo ma, alla fine, fu pagato con la piu' grande e la
piu' nera ingratitudine. In effetti, Maometto, udendo la voce che lo proclamava
un uomo di Dio, si giro' verso la gente e ordino', in nome di questo Dio,
che lo riconoscessero come il loro Profeta e di colmare di pietre il pozzo,
da dove era uscita una testimonianza, tanto autentica, in suo favore; questo a imitazione e ricordo della pietra che Giacobbe elevo' per segnare il posto dove Dio gli era apparso. Cosi' fini' il miserabile che aveva contribuito
alla elevazione di Maometto; fu su questo mucchio di pietre che l'ultimo
dei piu' celebri impostori fondo' la sua legge. Questa fondazione e' cosi'
solida e fissata in modo tale che dopo piu' di mille anni di regno, non
si vedono ancora i segni che sia sul punto di essere scossa.
XXIII
Cosi' Maometto divenne grande e fu piu' fortunato
di Gesų, in quanto vide, prima della sua morte, il progredire della sua
legge, cio' che il figlio di Maria non pote' fare a causa della sua poverta'.
Egli fu anche piu' fortunato di Mosč, che per un eccesso di ambizione si
precipito' da solo in un burrone per finire i suoi giorni. Maometto mori'
in pace ed al colmo dei suoi successi; in piu' egli aveva qualche certezza
che la sua dottrina sarebbe durata dopo la sua morte avendola sistemata
a misura dei suoi settari, nati e cresciuti nell'ignoranza; cosa che un
uomo piu' abile, forse, non avrebbe saputo fare.
Ecco, lettore, cosa si puo' dire di piu' rilevante in merito ai tre celebri
legislatori, le religioni dei quali hanno soggiogato una grande parte dell'universo.
Essi erano come noi li abbiamo descritti; sta a voi esaminare se essi meritano
che voi li rispettiate e se li ritenete scusabili, tanto da lasciarvi condurre
da delle guide elevatesi per sola ambizione e dei quali l'ignoranza eternizza
le fantasie. Per guarirvi dagli errori con i quali vi hanno accecati, leggete
quello che segue con mente libera e disinteressata, questo sara' il modo
di scoprire la verita'.

CAPITOLO IV
Verita' sensibili ed evidenti.
I
Essendo Mosč, Gesų e Maometto tali come li abbiamo
descritti, e' evidente che non c'e' nulla nei loro concetti in cui si possa
cercare un'idea veritiera della Divinita'. Le apparizioni e le chiacchierate
di Mosč e di Maometto, come pure l'origine divina di Gesų, sono le piu'
grandi bugie che siano state create e che voi dovete rifuggire se amate
la verita'.
II
Essendo Dio, come si e' visto, soltanto la natura,
o se si vuole, l'insieme di tutti gli esseri, di tutte le proprieta' e
di tutte le energie, esso e', necessariamente, la causa immanente e non
distinta dei suoi effetti; egli non puo' essere definito ne buono ne malvagio,
ne giusto ne ingiusto, ne misericordioso, ne geloso; questi sono degli
attributi che convengono solo all'uomo; di conseguenza l'uomo non sara'
ne punito ne ricompensato. Queste idee di punizione e di ricompensa non
possono sedurre che gli ignoranti, i quali concepiscono l'Essere semplice,
che si chiama Dio, solo attraverso delle immagini che non gli si adattano
per nulla. Quelli che si servono del loro raziocinio, senza confondere
le proprie idee con quelle dell'immaginazione, e che hanno la forza di
liberarsi dei pregiudizi, sono i soli che se ne facciano un'idea chiara
e distinta. Essi lo considerano come la fonte di tutti gli esseri, che
li produce senza distinzioni, nessuno essendo preferibile agli altri, al
suo riguardo, non costandogli produrre l'uomo piu' di quanto costi produrre
il piu' piccolo verme o una infima pianta.
III
Non bisogna dunque credere che l'essere universale,
che si chiama comunemente Dio, faccia piu' caso ad un uomo che ad una formica,
ad un leone piu' che ad una pietra. Non c'e' niente, per quello che lo
riguarda, di bello o di laido, di buono o di cattivo, di perfetto o di
imperfetto. Non gli importa niente di essere lodato, pregato, ricercato,
accarezzato; non e' per nulla commosso da cio' che gli uomini fanno o dicono,
non e' suscettibile ne di amore ne di odio; in una parola, egli non si
occupa piu' dell'uomo che del resto delle creature, di qualsiasi natura
esse siano. Tutte queste distinzioni sono solo delle invenzioni di una
mente ottusa; l'ignoranza le immagina e l'interesse le fomenta.
IV
Cosi' qualsiasi uomo sensato non puo' credere
a Dio, all'inferno, agli spiriti e ai diavoli nel modo in cui se ne parla
comunemente. Tutte queste parole sono state coniate solo per abbagliare
o intimidire la gente rozza. Quelli che dunque vogliono convincersi, ancora
meglio, di questa verita' prestino una seria attenzione a cio' che segue
e si abituino a non esprimersi che non dopo ponderate riflessioni.
V
Una infinita' di astri, che vediamo sopra di noi,
ci fanno pensare ad altrettanti corpi solidi che si muovono, tra i quali
se ne troverebbe uno riservato alla Corte Celeste, dove Dio sta, come un
re, in mezzo ai suoi cortigiani. Questo luogo e' il soggiorno dei Beati,
dove si suppone che le anime pie vadano a riunirsi lasciando il corpo.
Ma senza fermarsi su di una opinione cosi' sciocca che nessun uomo di buon
senso puo' accettare, e' certo che cio' che si chiama cielo, non e' altro
che la continuazione dell'etere che ci circonda, fluido nel quale i pianeti
si muovono, senza essere sostenuti da nessuna entita' solida, come pure
la terra che noi abitiamo.
VI
Come si e' immaginato un cielo dove si e' posto
il soggiorno di Dio e dei Beati, o, secondo i pagani, gli dei e le dee,
si e' in seguito immaginato un Inferno, luogo sotterraneo, dove si assicura
che scendano le anime dei malvagi per essere tormentate. Ma la parola inferno,
nel suo significato piu' naturale, esprime solo un luogo basso e cavo,
che i poeti hanno inventato per opporlo alla dimora degli abitanti celesti,
che si e' supposta alta ed elevata. Questo e' cio' che significano esattamente
le parole Infemus o Infemi dei latini, o quelle dei greci, che intendono
un luogo oscuro come un sepolcro, o qualsiasi altro luogo profondo e temibile
per la sua oscurita'. Tutto cio' che ne e' stato detto non e' che la conseguenza
della immaginazione dei poeti, o della furberia dei preti; tutti i discorsi
dei primi sono figurati e adatti a fare impressione sulle menti deboli,
timide e melanconiche; essi furono poi trasformati in articoli di fede da quelli che hanno il massimo interesse a sostenere queste cose.

CAPITOLO V
L'anima
I
L'anima e' qualcosa di piu' delicato da trattare
di quanto non lo siano il cielo e l'inferno; e' dunque il caso, per soddisfare
la curiosita' del lettore, di parlarne in maniera piu' estesa. Ma prima
di darne una definizone, occorre esporre cio' che hanno pensato i piu' celebri filosofi; lo faro' in poche parole affinche' possano essere recepite
con piu' facilita'.
II
Alcuni hanno preteso che l'anima sia uno spirito,
o una sostanza immateriale; altri hanno sostenuto che sia una particella
della Divinita'; alcuni la considerano un'aria molto sottile; altri dicono
che sia una armonia di tutte le parti del corpo; infine, che sia la parte
piu' sottile del sangue, che si separa dal cervello, e si distribuisce
attraverso i nervi. Detto questo, la sorgente dell'anima e' il cuore, dove
essa si genera, ed il cervello e' il luogo dove esercita le sue piu' nobili
funzioni, visto che viene depurata dalle parti piu' grossolane del sangue.
Ecco quali sono le opinioni diverse che si sono fatte sull'anima. A parte questo, per meglio approfondire, dividiamo tali opinioni in due classi. In una collochiamo i filosofi che l'hanno creduta corporale; nell'altra quelli che l'hanno considerata come incorporea.
III
Pitagora e Platone hanno supposto che l'anima sia incorporea, vale a dire una entita' capace di sussistere senza l'aiuto
del corpo e quindi di potersi muovere da sola. Essi sostengono che tutte
le anime particolari degli animali sono delle porzioni dell'anima universale
del mondo, che queste porzioni sono incorporee ed immortali, o code della
natura stessa, come si comprende, molto bene, che cento piccoli fuochi
sono della stessa natura di un grande fuoco dal quale sono stati presi.
IV
Questi filosofi hanno creduto che l'universo fosse
animato da una sostanza immateriale, immortale ed invisibile, che fa tutto,
che agisce sempre e che e' la causa di tutti i moti e la fonte di tutte
le anime, che ne sono una emanazione. Ora, siccome queste anime sono purissime
e di una natura infinitamente superiore ai corpi, esse non si uniscono,
sostengono loro, immediatamente, ma per mezzo di un corpo sottile come
la fiamma, o certa aria sottile ed estesa che il volgo considera come il
cielo. In seguito esse prendono una consistenza ancora meno sottile, poi
un'altra un po' piu' grossolana e sempre si degradano fino a quando possono
unirsi ai corpi sensibili degli animali, dove esse si calano come dentro
delle celle o dei sepolcri. La morte del corpo, secondo loro, e' la vita
dell'anima, che si trovava come sepolta e dove essa non esercitava, che
debolmente, le sue piu' nobili funzioni; cosi', con la morte del corpo,
l'anima esce dalla sua prigione, si sbarazza della materia e si riunisce
all'anima del mondo da dove era stata emanata.
Seguendo cosi' questa idea tutte le anime degli animali sono della stessa
natura e la diversita' delle loro funzioni e facolta' deriva dalla differenza
dei corpi nei quali entrano.
Aristotile (29) ammette una intelligenza universale
comune a tutti gli esseri e che agisce, riguardo a delle intelligenze particolari,
come agisce la luce riguardo agli occhi; come la luce rende visibili gli
oggetti, l'intelletto universale rende questi oggetti intelleggibili. Questo
filosofo definisce come anima tutto cio' che ci fa vivere, sentire, concepire
e muovere; non dice affatto quale e' questo essere che e' la fonte ed il
principio di queste nobili funzioni, e, di conseguenza, non e' presso di
lui che bisogna cercare il chiarimento dei dubbi che si hanno sulla natura
dell'anima.
V
Dicearco, Asclepiade e Gallieno, per qualche considerazione,
hanno pure creduto che l'anima fosse incorporea, ma in un altro modo; essi
hanno detto che l'anima non e' altro che l'armonia di tutte le parti del
corpo, vale a dire cio' che risulta da una mescolanza esatta degli elementi,
della disposizione delle parti, degli umori e degli spiriti. Cosi', essi
dissero, come la salute non e' una parte di colui che si sente bene, per
quanto sia in lui, lo stesso, benche' l'anima sia nell'animale, questa
non e' affatto una delle sue parti ma l'accordo di tutte quelle di cui
e' composto.
Su cio' c'e' da tenere presente che questi autori ritengono l'anima incorporea
su un principio tutto contrario alla loro intenzione; perche' dire coda
non significa dire corpo, ma solamente qualche cosa di inseparabilmente
attaccato al corpo, vale a dire che coda e' corporea, perche' si chiama
corporeo non solo cio' che e' corpo, ma tutto cio' che e' forma o accidente, o cio' che non puo' essere separato dalla materia.
Questi sono quindi i filosofi che sostengono che l'anima e' incorporea
o immateriale; si vede che essi non sono d'accordo con loro stessi e, di
conseguenza, essi non meritano di essere creduti. Passiamo a quelli che
hanno ritenuto che essa sia corporea o materiale.
VI
Diogene ha creduto che l'anima sia composta d'aria, da cui deriva la necessita' di respirare, ed egli l'ha definita un'aria che passa dalla bocca ai polmoni e al cuore, dove si riscalda e da dove si distribuisce in seguito in tutto il corpo.
Leucippo e Democrito hanno detto che essa e' di fuoco e che come il fuoco
essa e' composta di atomi, che penetrano facilmente tutte le parti del
corpo e lo fanno muovere.
Ippocrate ha detto che essa e' composta di acqua e di fuoco; Empedocle
di quattro elementi; Epicuro ha creduto, come Democrito, che l'anima e'
composta di fuoco, ma egli aggiunge che in questa composizione c'entra
dell'aria, un vapore e un'altra sostanza che non ha nome e che e' il principio
del sentimento; da queste quattro sostanze differenti si forma uno spirito
molto sottile che si spande in tutto il corpo e che si deve chiamare l'anima.
Cartesio sostiene pure, ma pietosamente, che l'anima non e' materiale;
dico pietosamente perche' mai un filosofo, come questo grande uomo, ha ragionato
cosi' male su questo argomento; ecco in che modo si esprime. Anzitutto
egli dice che bisogna dubitare dell'esistenza stessa del proprio corpo;
credere che non se ne abbia; poi ragionare in questo modo: non c'e'
un corpo; nondimeno io esisto, dunque io non sono un corpo; di conseguenza
io non posso essere altro che una sostanza che pensa. Per quanto questo
bel ragionamento si distrugga abbastanza da solo, diro' nondimeno, con
due parole, quale e' la mia sensazione.
1 - Questo dubbio che Cartesio propone e' totalmente
impossibile, perche' per quanto si possa pensare di non avere un corpo,
e' vero nondimeno che lo si ha quando lo si pensa.
2 - Quando ci dice che l'anima e' una sostanza che pensa, egli non ci insegna
nulla di nuovo. Ognuno ne conviene, ma la difficolta' e' di determinare
che cosa e' questa sostanza che pensa, e questo e' cio' che egli non fa
piu' degli altri.
VII
Per non ricorrere a ripieghi, come egli ha fatto,
e per avere l'idea piu' sana che ci si possa formare dell'anima di tutti
gli animali, senza eccettuare l'uomo, che e' della stessa natura e che
esercita funzioni differenti solo per la diversita' dei suoi organi e dei
suoi umori, occorre prestare attenzione a cio' che segue.
E' certo che nell'universo esiste un fluido molto sottile o una materia
senza confronti e sempre in movimento, la cui sorgente e' il sole; il resto
e' sparso negli altri corpi, piu' o meno, secondo la loro natura e la loro
consistenza. Ecco cio' che e' l'anima del mondo; ecco cio' che lo governa
e lo vivifica e del quale qualche porzione e' distribuita a tutte le parti
che lo compongono.
Quest'anima e' il fuoco piu' puro che ci sia nell'universo. Egli non brucia
di per se stesso, ma per differenti movimenti che egli da alle particelle
degli altri corpi in cui entra, egli brucia e fa sentire il suo calore.
Il fuoco visibile contiene piu' di questa materia dell'aria, e questa piu'
dell'acqua e la terra ne ha ancora meno; le piante ne hanno di piu' dei
minerali e gli animali ancora di piu'. Infine questo fuoco, racchiuso nel
corpo, lo rende capace di sentimenti e questo e' cio' che si chiama l'anima,
o cio' che chiamiamo spirito animale, che si distribuisce in tutte
le parti del corpo. Ora e' certo che questa anima, essendo della stessa
natura in tutti gli animali, si dissolve con la morte dell'uomo e anche
con quella delle bestie. Da questo ne consegue che cio' che i poeti ed
i teologi ci dicono dell'altro mondo e' una chimera che essi hanno partorito
e smerciato per le ragioni che e' facile immaginare.

CAPITOLO VI
Gli Spiriti che si chiamano Demoni.
I
Abbiamo detto prima come la nozione degli spiriti
sia stata introdotta tra gli uomini ed abbiamo fatto vedere che questi
spiriti non sono che dei fantasmi che esistono nella loro immaginazione.
I primi dottori del genere umano non sono stati abbastanza chiari per spiegare
al popolo che cosa erano questi fantasmi, ma non lasciarono loro dire che
cosa pensassero. Gli uni, vedendo che i fantasmi si dissolvevano e non
avevano nulla di consistente, li definirono immateriali, incorporei, forme
senza materia, colori ed immagini senza essere per altro dei corpi ne colorati
ne figurati, aggiungendo che essi potevano rivestirsi d'aria, come di un
abito, quando volevano rendersi visibili agli occhi degli uomini. Gli altri
dicevano che erano dei corpi animati ma che essi erano fatti d'aria o di
un'altra materia piu' sottile che essi addensavano a loro piacere, quando
volevano apparire.
II
Se queste due categorie di filosofi erano opposti
sull'idea che essi avevano dei fantasmi, essi si accordarono sui nomi da
dare loro, perche' tutti li chiamarono Demoni; ed in questo furono tanto
insensati che alcuni credono di vedere dormendo le anime delle persone
morte e che e' la propria anima quella che vedono, quando si guardano in
uno specchio, o infine che credono che le stelle, che si vedono nell'acqua,
sono le anime delle stelle. Dopo queste ridicole opinioni, essi caddero
in un errore che non e' meno assurdo, quando credettero che questi fantasmi
avessero un potere illimitato, nozione priva di fondamento, ma comune agli ignoranti che si immaginano sempre che gli esseri che non conoscono, abbiano
un potere meraviglioso.
III
Questa ridicola opinione era appena stata divulgata
che i Legislatori se ne servirono per sostenere la loro autorita'. Essi
stabilirono la credenza degli spiriti, che chiamarono religione, sperando
che la paura che il popolo aveva di queste potenze invisibili lo avrebbe
ricondotto ai suoi doveri; e per dare piu' peso a questo dogma, distinsero
gli Spiriti o Demoni in buoni e cattivi; gli uni furono destinati a stimolare
gli uomini ad osservare le leggi, gli altri a frenarli ed a impedire di
trasgredirle.
Per sapere che cosa sono questi demoni e' sufficiente leggere i poeti greci
e le loro storie e, sopratutto, cio' che ne dice Esiodo nella sua Teogonia,
dove tratta ampiamente della generazione e della origine degli dei.
IV
I greci sono stati i primi che li hanno inventati;
da loro sono poi passati, con l'attestazione delle loro colonie, in Asia,
in Egitto ed in Italia. Fu ad Alessandria e dintorni, dove i giudei si
erano dispersi, che ne ebbero conoscenza. Essi se ne sono allegramente
serviti, come gli altri popoli, ma con la differenza che non hanno chiamati
Demoni, come i greci, indifferentemente gli spiriti buoni e quelli malvagi,
ma solamente i malvagi, riservando ai soli Demoni buoni il nome di Spiriti di Dio e chiamando Profeti quelli che erano stati ispirati dagli Spiriti buoni; inoltre, essi ritenevano come effetto dello Spirito Divino tutto cio' che essi consideravano come un gran bene e come effetti del Caio-Demone,
o spirito maligno, cio' che stimavano un gran male.
V
Questa distinzione del bene e del male fece chiamare
Demoniaci quelli che noi chiamiamo Lunatici, Insensati, Furiosi, Epilettici;
come pure quelli che parlano un linguaggio sconosciuto. Un uomo malfatto
e sporco era, a loro avviso, posseduto da uno spirito immondo; un muto
era posseduto da uno spirito muto. Alla fine, i termini Spirito e Demone
divennero cosi' familiari che essi ne parlavano in ogni occasione; da qui
e' chiaro che i giudei credevano, come i greci, che gli spiriti o fantasmi
non erano solo pure chimere, ne visioni, ma degli esseri reali indipendenti
dalla immaginazione.
VI
Da quanto sopra deriva che la Bibbia e' tutta
piena di racconti sugli Spiriti, sui Demoni e sui Demoniaci; ma non e'
detto da nessuna parte come e quando essi furono creati, cio' che non e'
affatto perdonabile a Mosč che si e', si dice, impicciato di parlare della
creazione del cielo e della terra. Gesų, che parla molto sovente di Angeli
e di Spiriti buoni e malvagi, non ci dice nulla se essi siano materiali
o immateriali. Cio' ci fa vedere che tutti e due sapevano solo quello che
i greci avevano appreso dai loro antenati. Senza quello, Gesų Cristo non
sarebbe meno biasimevole del suo silenzio che della sua malizia di rifiutare
a tutti gli uomini la grazia, la fede e la pieta' che egli assicurava di
poter loro dare.
Ma per ritornare agli spiriti, e' certo che queste parole: Demoni, Satana,
Diavolo non sono dei nomi propri che indicano qualche individuo e che essi
non furono mai quelli che gli ignoranti credettero, sia tra i greci che
le inventarono, che tra i giudei che le adoperarono. Dopo che questi ultimi
furono infettati da queste idee, essi attribuirono questi nomi, che significano
nemico, accusatore e sterminatore, talvolta alle Potenze Invisibili, vale
a dire ai Gentili, che essi dicevano che abitavano il Regno di Satana,
non essendoci che loro, secondo la loro opinione, che abitassero in quello di Dio.
VII
Siccome Gesų Cristo era giudeo, e di conseguenza
fortemente imbevuto di queste opinioni, non bisogna meravigliarsi se si
incontrano sovente nei Vangeli e negli scritti dei suoi discepoli, tali
parole Diavolo, Satana, Inferno come se fossero qualche cosa di reale e
di effettivo.
Nonostante cio', e' molto evidente, come l'abbiamo gia' fatto notare, che
non c'e' niente di piu' chimerico, e quando cio' che abbiamo detto non
fosse sufficiente a provarlo, bastano due parole a convincere gli ostinati.
Tutti i cristiani sono d'accordo che Dio e' il principio di tutte le cose,
che egli le ha create, che le conserva e che, senza il suo aiuto, esse
cadrebbero nel nulla; secondo questo principio e' certo che egli ha creato
quello che si chiama il Diavolo o Satana. Ora, sia che l'abbia creato buono
o malvagio, (cio' che qui non ci riguarda) esso e' incontestabilmente l'opera
di un atto primordiale. Se esso esiste, malvagio com'e', cio' non puo'
essere che per volonta' di Dio. Ora come e' possibile pensare che Dio conservi
una creatura, che non solamente lo odia mortalmente e lo maledice senza
posa, ma che si sforza anche di corrompere i suoi amici per avere il piacere
di mortificarlo? Come, dico io, e' possibile che Dio lasci sussistere questo
Diavolo, per dargli tutti i dispiaceri possibili, per detronizzarlo, se
fosse in suo potere, e per sviare dal suo servizio i suoi favoriti ed i
suoi eletti?
Qual'e' qui lo scopo di Dio, o piuttosto di quello che noi abbiamo detto
parlando del Diavolo e dell'Inferno? Se Dio puo' tutto e niente e' possibile
senza di lui, da dove viene il Diavolo che lo odia, lo maledice e gli toglie i suoi amici? O Dio lo consente o non lo consente. Se egli lo consente, il Diavolo, maledicendolo, non fa che il suo dovere, perche' egli puo' solo quello che Dio vuole; di conseguenza allora non e' il Diavolo ma Dio
stesso che si maledice, cosa assurda se mai fosse. Se egli non lo consente
allora non e' vero che egli puo' tutto, e di conseguenza ci sono due principi,
l'uno del bene e l'altro del male; l'uno vuole una cosa e l'altro vuole
il suo contrario. Dove ci condurrebbe questo ragionamento? A convenire
senza dubbi che Dio, il Diavolo, il Paradiso o l'Inferno o l'anima non
sono affatto quelli che la religione descrive e che i teologi, vale a dire
quelli che smerciano favole per verita', sono della gente in malafede,
che abusano della credulita' del popolo, per raccontargli quello che a
loro piace, come se i poveracci fossero assolutamente indegni della verita',
e non devono essere nutriti che di chimere, nelle quali un uomo ragionevole
non vede che il vuoto, il nulla e la follia.
E' da molto tempo che il mondo e' infestato da queste idee assurde. Malgrado
cio', in tutti i tempi, si sono trovate delle menti solide e degli uomini
sinceri, i quali, malgrado le persecuzioni, si sono ribellati contro le
assurdita' del loro secolo, come si e' voluto fare con questo piccolo trattato.
Quelli che amano la verita' ci troveranno, senza dubbio, qualche consolazione;
e' a questi che io voglio piacere, senza preoccuparmi delle critiche di
chi considera i pregiudizi come oracoli infallibili.
01 - Mosč fece morire in
una sola volta 24000 uomini che si erano opposti alla sua legge.
02 - E' scritto nel primo
Libro dei Re, 22,V.6 che Achab, re d'Israele consulto' 400 profeti che
si dimostrarono poi tutti falsi.
03 - Cap. XV, V.2 e 9
04 - Cap. XVIII,V.10
05 - Cap. II,V.13
06 - Cap. IV,V.7
07 - Rom. XV,IX,V.10
08 - Quis autem negabit Deum
esse corpus, essi Deus Spiritus?
09 - I primi 4 concilii sono:
quello di Nicea, nel 325, sotto Costantino ed il papa Silvestro; quello
di Costantinopoli, nel 381, sotto Graziano, Valentiniano e Teodoro ed il
papa Damaso I; quello di Efeso, nel 431, sotto Teodoro il Giovane e Valentiniano
ed il papa Celestino; quello di Calcedonia, nel 451, sotto Valentiniano
e Marziano ed il papa Leone I.
10 - Il Talmud riporta che
i rabbini deliberarono se togliere il Libro dei Profeti e quello dell'Ecclesiaste,
dal novero dei libri canonici. Li lasciarono perche' in essi si parla elogiativamente
di Mosč e della sua Legge. Le Profezie di Ezechiele sarebbero state soppresse
dal catalogo consacrato, se un certo canonico non avesse provveduto ad
adattarle alla stessa Legge.
11 - Ved. il passaggio di
Tertulliano sopra citato.
12 - Ved. Hobbes, Leviatano,
de homine. Cap.12, pag.55,56,57
13 - Hobbes ubi supra' de
homine. Cap.12,pag.58
14 - Non necessariamente....volgare.
15 - Ved. Hobbes, Leviatano
de homine. Cap.12, pag.59 e 60
16 - Qu'un beau pigeon a'
tire d'aile / Vienne obombrer una Pucelle, / Rien n'est surprenant en cela
/ L'on en vit autant en Lydie / Et le beau cygne de Leda / Vaut bien le
Pigeon de Marie.
17 - Quarto libro di Samuele,
Cap. 8. Gli israeliti scontenti dei figli di Samuele, chiedono un re.
18 - Gesų Cristo apparteneva
alla setta dei Farisei, vale a dire, dei miserabili e questi erano l'opposto
dei Sadducei che formavano la setta dei ricchi. Ved. il Talmud.
19 - E' il giudizio che ha
dato il papa Leone X, tanto conosciuto quanto audace, espresso in un secolo
nel quale lo spirito filosofico aveva fatto ancora ben pochi progressi:
"Sappiamo da molto tempo (disse al Cardinale Bembo) quanto questa favola
di Gesų Cristo ci abbia reso." Quantum nobis nostrisque que ea de Christo
fabula profuerit, satis est omnibus seculis notum.
20 - Confessioni. Libro 7,
Cap.9, Vers.20
21 - Confessioni. Libro 7,
Cap.), Vers.20
22 - Vedere nel Banchetto
di Platone il discorso di Aristofane.
23 - Citta' di Dio. Libro
I, Cap.14
24 - Libro 6, contro Celso
25 - Libro 8, Cap.4
26 - Libro 2, Cap.8
27 - Vita di Maometto del
Conte di Boulanvilliers. Libro 2, pp.266,267,268. Ediz. di Amsterdam, 1731.
28 - Si tratta della potente tribù dei
Coreisciti o Quray, la piú importante della Mecca, dove si occupava
di commercio e della gestione del santuario della Pietra Nera (Caaba).
D'essa faceva parte la famiglia degli Haimiti cui apparteneva Maometto.
29 - Ved. Dizionario di Bayle,
Art. Averroe'