Dio e' una scatola nera in cui gli uomini riversano le loro paure
generate dall'ignoranza. (frc)
RELIGIONI SENZA DIO
(Serie di appunti da migliorare ed integrare.)
alateus@tiscali.it
ALATEUS
PREMESSA
Intorno al 600-500 a.C., la struttura della societa' in India era assai complessa ed in continuo fermento. Esistevano diversi modelli organizzativi sociali che comprendevano:
- clan o gruppi familiari aborigeni, a livello del neolitico, abitatori delle folte foreste e che vivevano di caccia e della raccolta dei frutti spontanei della natura;
- tribu' autonome dedite a forme di agricoltura primitive, sovente alla ricerca di nuove terre da sfruttare;
- tribu' o federazioni di tribu' riunite in particolari "repubbliche", governate da un "monarca" con prerogative sovrane limitate. Queste popolazioni praticavano forme di agricoltura piu' evolute ed erano generalmente stabili su di un determinato territorio;
- stati veri e propri, governati da sovrani e/o conquistatori, occupanti territori che comprendevano anche importanti citta', nelle quali venivano esercitate attivita' artigianali, commerciali ed artistiche evolute e, a volte, paragonabili alle civilta' corrispondenti attestate nel bacino mediterraneo;
- popolazioni nomadi e pacifiche dedite alla pastorizia;
- popolazioni nomadi bellicose la cui principale attivita' consisteva nella razzia e nel saccheggio;
- comunita', citta' o stati costieri che avevano creato e sviluppato intensi traffici commerciali su lunga distanza e che avevano frequenti e consolidati rapporti con la Persia e coi paesi del Mediterraneo.
A tutto cio' occorre aggiungere le difficolta' derivanti dal processo di integrazione, non ancora concluso, delle popolazioni arya, che erano penetrate nel territorio circa un migliaio di anni prima.
Un diffuso senso pessimistico della vita che era maturato sul territorio (difficile da intendere nel mondo occidentale e scarsamente sperimentato anche nei secoli piu' oscuri della storia dell'Occidente stesso) era dovuto, in massima parte, alle grandi e sovente cruenti trasformazioni della societa' indiana, una buona parte della quale tendeva a passare da organizzazioni tribali primitive a quelle piu' evolute di tipo repubblicano o assolutistico, in cerca di sistemazioni territoriali non sempre facili ed, a volte, ferocemente osteggiate.
In un ambito cosi' complesso, articolato ed in continua trasformazione (e dove sovente ognuno era in guerra contro l'altro) erano venute a mancare determinate certezze di tranquilla stabilita'. Il senso di incertezza del domani aveva diffuso un crescente pessimismo sulla natura e sul significato stesso dell'esistenza.
La casta brahamanica, intenta a raccogliere e a far confluire nel pantheon di divinita' (che costituiranno la base del futuro induismo) le miriadi di dei locali e particolari, presenti sul territorio, non era in grado di dare una risposta concreta ai problemi esistenziali del tempo.
Le vie di liberazione, teorizzate da insigni maestri, furono, almeno in parte, una risposta a tali problemi esistenziali.

LA DOTTRINA AJIVIKA - AJIVISMO
Una delle prime correnti di pensiero, che non voleva necessariamente essere una risposta al senso di pessimismo dilagante, fu quella ajivika elaborata dal maestro Makkhali Gosala.
In effetti questa corrente, piu' che combattere il senso negativo della vita, proponeva all'individuo di adattarvisi, sviluppando, in fondo, un notevole atteggiamento fatalistico.
Il maestro Gosala affermava che il ciclo delle vite e delle morti era una entita' finita, preordinata dal fato e quindi completamente indipendente ed indifferente alle azioni buone o malvagie dell'individuo, pertanto:
"sia lo sciocco che il saggio devono seguire il proprio destino sino ad arrivare ad una inevitabile fine di dolore".
Nella sua semplicita' questa dottrina sembra anticipare quello che sara' poi il pensiero materialistico e razionalista moderno, naturalmente con i dovuti "distinguo".
Questa dottrina, enunciata intorno al 600 a.C., ebbe uno strepitoso successo e fu seguita per oltre 2000 anni, per tutta una serie di motivi, tra i quali:
- lasciava all'individuo un'ampia liberta' di azione e di comportamento, al di fuori di qualsiasi intervento divino;
- disconosceva, come conseguenza, la superiorita' sociale della casta brahamana, da sempre impegnata nella gestione del "divino";
- riconosceva all'individuo i propri meriti personali, indipendentemente dalla sua nascita e dall'appartenenza ad una determinata casta.
Malgrado la sua diffusione ed il suo successo bimillenario, di questa dottrina si sa molto poco; non viene quasi mai trattata sui testi di storia delle religioni e non si conosce nulla circa la sua struttura organizzativa, sui suoi metodi di diffusione e di proselitismo.

IL JAINISMO
Il jainismo e' stato enunciato da Vardhamana Mahavira, verso la meta' del 500 a.C., quasi contemporaneamente alla nascita del buddismo.
Mahavira, detto anche il grande eroe, o Jina il conquistatore, discendeva da una famiglia nobile ed aristocratica detentrice di un notevole potere in una delle tante "repubbliche" dell'epoca. Si dice anche che fosse il figlio di un capo guerriero del clan dei Jnatrika ed imparentato in linea materna con un altro potente clan, quello dei Licchavi.
Occorre fare attenzione sui "si dice" in quanto notizie storiche precise sull'individuo non ce ne sono e, per molti versi, le descrizioni della sua vita e delle sue vicende terrene sono assai simili a quelle del suo contemporaneo Budda. Qualche storico ha anche ipotizzato che Mahavira e Budda potessero essere un'unica persona e che il jainismo possa essere stato una forma primitiva del buddismo.
Mahavira abbandono' la sua famiglia all'eta' di 30 anni e peregrino' in meditazione nella valle del Gange sino ai 42 anni, quando ottenne "l'illuminazione" e divenne, secondo i suoi seguaci, una "anima completa" cioe' un Kevalim ed anche un Jina ovvero un "condottiero".
Avendo quindi raggiunto lo stato di "illuminato", Mahavira continuo' il suo viaggio per le regioni dell'India diffondendo il suo messaggio di liberazione. Si suppone sia morto a 72 anni nel 468 a.C.,
(1)
lasciandosi morire di fame, coerentemente con la dottrina che andava predicando.
La cosa strana che ha stupito gli storici e che ha sollevato molti commenti ironici e' il fatto che il digiuno, che lo avrebbe condotto alla morte per inedia, era stato iniziato all'eta' di 59 anni, cioe' 13 anni prima della sua fine!
Come dottrina il jainismo si oppone al totale e cinico realismo del movimento ajivika, dettando norme severe di comportamento intese alla ricerca della liberazione finale e predicando forme estreme di ascetismo che (in teoria) possono condurre alla morte.
La dottrina jaina si basa sui seguenti concetti fondamentali:
- non esiste un "creatore"; l'universo e' sempre stato e sempre sara' (Mahapurana);
- esiste un'anima individuale, distinta dalla materia che la imprigiona, per ogni entita' conosciuta: uomini, animali, vegetali e corpi inanimati ivi compresa l'acqua, le pietre, la terra, il fuoco. ecc.;
- le singole entita' animate possono essere classificate secondo che dispongano di tutti i 5 sensi o solo di alcuni di essi;
- gli esseri che dispongono di 5 sensi sono anche dotati di autocoscienza e di intelligenza. A questa categoria appartengono gli uomini, gli dei, gli esseri infernali ed alcune specie di animali. Solo per alcuni di essi sara' possibile la "liberazione finale";
- anche gli altri esseri, compresi quelli che hanno un solo senso quale il tatto, possiedono un'anima individuale;
- l'anima individuale, detta anche jiva (vita), da non confondersi con l'anima universale, e' caratterizzata da specifiche qualita' quali: la purezza, la beatitudine, l'onniscienza e l'autosufficienza;
- l'anima individuale e' immersa nella materia e ad essa vincolata e che la trattiene a causa di un legame, il Karma (una "materia sottile") che fluisce nell'anima stessa, attraverso gli organi del senso, e la incatena alla materia condannandola alla "sofferenza del vivere", attraverso un ciclo perenne di reincarnazioni;
- la via di scampo da questa situazione (riservata ai soli uomini) e' quella di agire sul legame karmico e di indebolirlo sino al punto di annullare il legame stesso;
- ogni azione, parola o pensiero puo' agire sul legame karmico facendolo indebolire o rafforzare:
- gli atti ed i comportamenti negativi, egoistici e malvagi rafforzano il karma perpetuando il ciclo delle reincarnazioni
- gli atti positivi, morali ed altruistici lasciano inalterato il karma esistente
- solo l'ascetismo e la sofferenza volontaria possono ridurre ed eliminare il karma gia' in essere
- da tutto quanto sopra deriva un atteggiamento di assoluta "non violenza" nei confronti di tutti gli esseri animati (praticamente tutto) ed una esaltazione spinta della vita ascetica. Solo questa puo' condurre all'annientamento del karma ed alla interruzione del "ciclo della sofferenza" e del "dolore di vivere".
Da un punto di vista scettico si nota subito che, per evitare la violenza verso gli altri esseri animati, il seguace jaina non dovrebbe nutrirsi neanche di vegetali, una regola che, se fosse applicata sino alle sue estreme conseguenze porterebbe all'estinzione del movimento jaina, essendo tutti i suoi aderenti votati al suicidio per inedia.
L'applicazione integrale delle regole dettate da Mahavira comporta atteggiamenti che per noi occidentali sono alquanto sconcertanti; ad esempio:
- I jaina portano una garza sul viso per non nuocere, con il loro respiro, agli insetti ed ai microrganismi presenti nell'aria
- Non fanno il bagno perche' onorano ogni forma di vita, compresi i pidocchi ed altri parassiti
- Evitano di lavarsi per non offendere con la loro sporcizia l'anima dell'acqua
- Non camminano mai al buio per timore di schiacciare qualche piccolo essere vivente
- Camminano sempre a piedi nudi e rifiutano qualsiasi mezzo di trasporto
- Si coprono solo con stoffe drappeggiate, senza alcuna cucitura; in tempi andati alcuni membri della setta praticavano in nudismo integrale
- Bevono solo di giorno ed unicamente acqua bollita
- Si riducono capelli e barba strappandosi i peli anziche' tagliarli
- Hanno un rispetto assoluto della vita degli uomini, degli animali e dei vegetali
- Un perfetto santo jaina dovrebbe evitare di nutrirsi anche di vegetali ed ambire alla morte per fame.
Regole cosi' severe avrebbero potuto comportare l'estinzione del movimento sul nascere mentre invece e' successo esattamente il contrario. La dottrina jaina, mediante tutta una serie di compromessi, si e' sviluppata enormemente, specie in India, ed e' durata nei millenni sopratutto tra i ceti borghesi ed intellettuali. Non era certo una dottrina adatta ai contadini.
Attualmente (2001 d.C.) si contano circa 3-4 milioni di aderenti concentrati in massima parte nel sub continente indiano, nello stato del Gujarat.
Il loro massimo centro e' il complesso di Palitana, disposto sopra una montagna ed al quale si accede per una scala di 3500 gradini. Il complesso comprende 850 templi che ospitano 27.000 statue scolpite in onore dei loro 24 tirtankara, coloro che (anche non jaina) nel corso dei millenni hanno raggiunto la perfezione e sono passati al nulla.
Subito dopo la morte di Mahavira vennero fondati ordini monastici per consentire a chi lo volesse di praticare forme di ascetismo piu' o meno spinte. Gli altri aderenti al movimento praticano invece regole piu' temperate sotto la guida spirituale e morale di un monaco. Uno dei punti di forza del movimento e' stato, nel corso dei secoli, questo rapporto costante ed ininterrotto tra il fedele ed il suo monaco di riferimento.
Non esistono atti formali di adesione alla fede jaina; si tratta di una scelta volontaria individuale mediante la quale il neo aderente sceglie di accettare certe regole di vita sotto la guida e con il supporto di un monaco asceta.
Occorre comunque precisare che anche nei monasteri l'ascetismo, nelle sue forme estreme, non viene quasi mai praticato. Non si ha notizia di qualcuno, oltre a Mahavira, che si sia lasciato morire di fame (forse uno, ma non e' sicuro). Nel corso dei secoli il movimento ha posto l'enfasi sull'altruismo, sul pacifismo e sulla assoluta non violenza. Sotto questi aspetti qualcuno ha voluto vedere nel Mahatma Gandhi un aderente al credo jaina.
Con il tempo e con le donazioni dei fedeli gli ordini monastici si svilupparono diventando molto ricchi, potenti e dotati di una vasta preparazione intelletuale, tanto da opporsi, in piu' occasioni, all'altra classe intellettuale dominante, quella dei brahamani.
Rinchiusi nei loro monasteri i monaci hanno praticato una particolare forma di ascetismo dedicandosi alla conservazione ed alla trascrizione, quando necessaria, dei piu' antichi manoscritti del mondo, in sanscrito ed in pracrito. Non dovendo cercare negli antichi documenti una giustificazione alla loro esistenza, hanno evitato di fare quello che e' successo, secoli dopo, nei monasteri europei nei quali la falsificazione dei testi e la loro mutilazione erano all'ordine del giorno.
Altri importanti contributi vennero dati anche nell'ambito della matematica, dell'astronomia, della linguistica e della logica; su questo ultimo apporto e' necessaria una precisazione.
Si tratta della definizione del metodo logico "plurilateralistico" nato in contrapposizione al metodo logico elaborato dai greci, loro contemporanei. Nella logica greca:
- A puo' essere uguale a B
- A puo' essere diverso da B
(Su questi concetti, apparentemente banali e scontati, si basa la logica del computer che state usando in questo momento per leggere queste note.)
Invece, secondo il metodo del plurilateralismo jaina si ha:
- A puo' essere uguale a B
- A puo' essere diverso da B
- A puo' essere, allo stesso tempo, uguale o non uguale a B
- Il rapporto che intercorre tra A e B puo' essere indefinibile.
Questo, secondo il jainismo ed in estrema sintesi, sta a significare che la verita' assoluta di una affermazione puo' essere percepita solo da un'anima che abbia raggiunto la perfezione, perfezione destinata a pochi e raggiungibile solo dopo lunga sofferenza.
Commenti a parte, e' evidente la difficolta' per un occidentale di accettare le due ultime asserzioni, anche se (informazione da verificare) alcuni scienziati pare abbiano preso in considerazione queste affermazioni allo scopo di risolvere alcuni intricati problemi di fisica quantistica.
Il jainismo ha spinto al massimo i concetti di assoluta moralita', assoluto rispetto altrui, parsimonia ed attaccamento al lavoro anticipando di parecchi secoli quella che sara', in parte, l'etica di Calvino. Questo ha permesso che il jainismo si sviluppasse sopratutto tra le classi borghesi mercantilistiche e finanziarie del tempo, anche grazie al fatto che ascetismo e rifiuto del sesso consentivano di dedicare tutte le proprie energie al lavoro ed agli affari favorendo l'arrichimento degli aderenti.
(2)
Lo sviluppo e la vita del movimento non furono sempre prive di difficolta'. L'invidia provocata dalle ricchezze accumulate dai jaina, grazie alla loro dedizione agli affari, indusse, nei primi decenni del 600 d.C., uno dei tanti sovrani locali ad ordinare l'impalamento di 8000 jaina ed il conseguente sequestro dei loro beni.
(1)
Supponendo che Mahavira sia effettivamente esistito, molti storici hanno ritenuto accettabile e probabile questa data. Quelli che non concordano sono i jaina stessi, secondo i quali la morte del fondatore sarebbe avvenuta circa 60 anni prima.
(2)
Verso la fine del 1800 e l'inizio del 1900, alcuni mercanti russi, conscii del dispendio di energie e della alienazione che il sesso comporta, distraendo l'attenzione dagli affari, decisero di unirsi in una setta che praticava la castrazione dei suoi aderenti.
La setta raccolse qualche centinaio di affiliati e sarebbe ancora progredita se non fosse stata presa di mira dal monaco ortodosso Rasputin. Il monaco fece pressioni alla corte dello zar, presso la quale era introdotto, per far dichiarare fuori legge l'affiliazione ed i suoi aderenti.

IL BUDDISMO
Quando si parla del buddismo come "religione senza Dio" ci si riferisce al buddismo primitivo, come era stato enunciato dal suo fondatore Siddharta Gautama (Gotama), e cioe' alla "Dottrina Theravada" (o anche Dottrina Hinayana, del Piccolo Veicolo, Insegnamento degli Anziani, ecc.); Questa dottrina e' ancora oggi seguita, ed ha i suoi centri piu' importanti, nello Sri Lanka (Ceylon) e nel Laos.
E' una religione, nata contemporaneamente al jainismo, che si puo' ritenere collocata a mezza strada tra il fatalismo della dottrina Ajivika ed il rigore delle regole del jainismo stesso.
Sul suo fondatore Siddharta Gautama occorre formulare alcune riserve dovute a:
- assenza di documenti storici inequivocabili,
- commistioni e parallelismi tra gli eventi della vita di Gautama e quelli di Mahavira;
- dubbi sollevati dalle storie di vite precedenti del Budda, contenute nel "Canone buddista", che lasciano supporre che questo culto sia stato, all'inizio, una aggregazione di regole di saggezza risalenti a tempi molto remoti; antichi testi in pali enumerano almeno 24 Budda precedenti;
- il Canone buddista e' stato fissato e formalizzato parecchi secoli dopo la morte del Budda, cosa che contribuisce non poco a determinare molte incertezze sul fondatore di questo credo.
Comunque sia, allo scopo di dare una collocazione temporale al personaggio ed all'evento, molti studiosi concordano con la versione che qui' viene sintetizzata:
- Siddharta Gautama e' nato nel 566 a.C. (alcuni non concordano e indicano anni come: 564, 563, 560, 557 a.C.).
- Il luogo di nascita e' Kapilavastu (Lumbini-Nepal).
- Era figlio del principe Sakya Suddhodana e della principessa Mayadevi. Il padre era un esponente eminente del clan dei Sakya e per questo motivo Gautama viene a volte indicato come "Sakyamuni".
- Nel 550 a.C. Gautama sposa la cugina Yasodhara dalla quale, qualche tempo dopo, avra' un figlio: Rahula.
- Nel 537 a.C. Gautama, che ha 29 anni, preso coscienza e sconvolto dalle miserie degli uomini, abbandona la famiglia e la comoda vita di palazzo ed intraprende una esistenza di rinuncia e di introspezione.
- Dopo anni di peregrinazioni, solo e ormai privo di forze, nel 531 a.C., abbandonato sotto un albero di fico nei pressi di Bodhgaya e tentato inutilmente dal demone Mara, Gautama ottiene l'agognata "illuminazione" (Budda significa illuminato).
(1)
Dal 531 al 486 a.C. il Budda dedichera' il resto della propria vita (oltre 45 anni) a diffondere la propria dottrina e raccogliere discepoli.
I concetti fondamentali del buddismo sono, in parte ripresi da antichissimi scritti indiani (Upanishad); nella loro essenza si ritiene che:
Tutti gli esseri e tutte le cose sono parti di un'anima cosmica universale la quale, come un fuoco che arde, sprigiona milioni di scintille che entrano a far parte, come anime individuali, di tutti gli esseri viventi.
Ma, a differenza di ciò, il Buddismo non crede all'esistena dell'anima, come concepita dal pensiero occidentale, ma all'esistena di un insieme passeggero e transitorio di sensazioni, impressioni e desideri, legati alle percezioni personali proprie della mente dell'individuo e destinate a dissolversi con la morte.
Mentre inizialmente si pensava che dopo la morte di un qualsiasi essere la sua anima ritornasse automaticamente a ricongiungersi con l'anima cosmica, in epoche successive venne introdotto il concetto di reincarnazione, negando cosi' l'automaticita' di tale ricongiungimento.
Il passo successivo, essenzialmente pessimistico, fu quello di considerare la reincarnazione come una condanna, una maledizione, qualcosa che obbligava l'essere ad un infinito ciclo di vite di sofferenza e di dolore ("il dolore di vivere").
Il problema che il Budda (e altri maestri) si pose fu quello di definire una via di scampo, un'uscita dal cerchio perenne della sofferenza legata al vivere in se'. A differenza di molte altre religioni che promettono una vita migliore dopo la morte, a patto di seguire certe regole, il Budda promise il "Nulla", il "Nirvana" cioe': l'assoluta e totale estinzione. La morte assoluta e definitiva doveva essere il premio di una vita di dolore condotta con sopportazione ed indifferenza.
Individuato il "desiderio" come fonte di qualsiasi aspetto negativo dell'esistenza, il Budda cerco' di definire una regola di vita e di comportamento, non condizionata dai desideri, e basata su una via di mezzo tra l'eccessivo rigore e l'eccessiva indulgenza verso se stessi.
Il Budda espresse i fondamenti della propria dottrina, dopo "l'illuminazione", in un famoso discorso tenuto ad una folla di discepoli, presso Benares. E' il discorso delle Quattro Nobili Verita' cosi' sintetizzate:
- 1ª Verita' = la vita e' sempre una vita di dolore
- 2ª Verita' = il dolore e' sempre una conseguenza del desiderio
- 3ª Verita' = per mettere termine al dolore occorre eliminare il desiderio
- 4ª Verita' = il desiderio si puo' eliminare solo camminando sul "Nobile Ottuplice Sentiero" cosi' definito:
- Retta visione
- Retta decisione
- Retto eloquio
- Retta condotta
- Retto stile di vita
- Retto sforzo
- Retta attenzione
- Retta concentrazione
Il Budda individua nel desiderio il legame che costringe il singolo individuo ad una serie infinita di nascite e di morti; e' il desiderio che provoca la sofferenza inducendo l'individuo a conquiste puramente illusorie ed individuali, mentre in realta' non esistono individualita' o conquiste permanenti, in quanto, secondo questa dottrina, tutto cio' che esiste e' solo una aggregazione provvisoria, anche se in misura assai varia, di cinque componenti fondamentali:
- materia
- sensazione
- percezione
- disposizione psichica
- consapevolezza.
Secondo il Budda l'universo, nel suo insieme, non e' un fatto di creazione compiuto da un ipotetico dio (Ishvara) ma solo una aggregazione, avvenuta per caso, di molteplici elementi (energia pura) e soggetto a continua trasformazione.
E' sempre esistito ed esisterà sempre, attraverso le sue trasformazioni.
Non esiste "permanenza delle cose" ma solo "l'illusione delle cose"
dovuta ai nostri sensi. Di conseguenza la "verità assoluta" non esiste; esiste unicamente una "verità relativa" condizionata dalla percezione illusoria dei nostri sensi.
Mentre i filosofi occidentali, dei suoi tempi, erano giunti a concepire l'atomo come una particella non più divisibile della materia, il Budda si spinge oltre e considera l'atomo, non più come materia, ma come una particella di energia pura.
Spinta ai suoi estremi questa concezione porta alla conclusione che le cose, gli individui e l'universo stesso (cosi come ci appaiono) non esistono e sono delle percezioni illusorie dei nostri sensi, dovute a infinite aggregazioni di energia.
Come conseguenza non deve meravigliare se questa filosofia riesce a concepire argomenti di meditazione assai astratti, almeno per noi occidentali, di cui riportiamo qualche esempio:
- La luna non esiste, l'acqua del fiume non esiste, il riflesso della luna nell'acqua del fiume esiste.
- E' possibile affilare una spada affinchè la sua lama possa tagliare se stessa.
L'abolizione di ogni desiderio comporta una vita di inazione e di dedizione totale al conseguimento della propria liberazione dal ciclo (samsara) delle reincarnazioni (il Nirvana come estinzione totale), e' praticabile solo da gruppi ristretti di persone, segregate in monasteri, sempre a condizione che altri individui, meno desiderosi di liberarsi, continuino a lavorare ed a mantenere, anche con poco, gli ospiti dei monasteri, senza trarne immediati benefici ma acquistando meriti in vista di una loro futura reincarnazione.
Ciò che provoca il protrarsi del samsara (il ripetersi delle reicarnazioni) è lo stato positivo/negativo del karma individuale, inteso come "l'isieme delle opere compiute da un individuo" dalle quali dipende la sua sorte in una successiva reincarnazione.
Annullare il karma negativo diventa quindi la condizione essenziale per giungere ad uno stato mentale purificato da ogni illusione e confusione e conseguire il Nirvana, concepito come annullamento totale dell'individuo, il nulla esistenziale, il vuoto assoluto, la vacuità essenziale, l'assenza definitiva del Sé.
Questo e' stato un punto di debolezza della primitiva forma del buddismo. Era, tutto sommato, una dottrina di difficile comprensione destinata ai ceti piu' colti e facoltosi della societa' indiana. La classe piu' bassa della popolazione, che propende a sacralizzare certi momenti fondamentali dell'esistenza quali, nascita, matrimonio e la morte (insieme al culto dei trapassati), non poteva ricevere ascolto da monaci, rinchiusi nei loro monasteri e sordi alle piu' comuni istanze intese a solennizare gli atti essenziali della vita. Pur aderendo in via di principio alla dottrina buddista, molti erano poi costretti a ricorrere a sacerdoti di altri culti per la celebrazione di quei riti che ritenevano necessari. Oltre tutto l'adesione al buddismo non era di tipo vincolante ed esclusivo; si poteva essere, allo stesso tempo, seguaci del Budda e del brahmanesimo.
In fondo, la pletora degli Dei locali era molto piu' aderente alle esigenze della mentalita' contadina; erano Dei ai quali si offrivano offerte per ottenere speciali grazie, ma che si potevano anche pesantemente insultare quando queste grazie non venivano concesse; consentivano un rapporto con il divino piu' semplice, diretto ed immediato.
Durante la sua esistenza, Budda disconobbe e negò la superiorita' della casta bramana; essendo egli un appartenente alla casta dei guerrieri, predico' la supremazia di quest'ultima, senza peraltro porsi il problema di abolire questa antica ripartizione, in gruppi castali, del genere umano.(2)
Sopravvissuto per qualche secolo, coinvolgendo le classi piu' colte e con il loro aiuto, il buddismo, nella sua espressione primitiva dottrina hinayana (del Piccolo Veicolo) minaccio' di estinguersi; si trattava infatti di una religione priva di un qualsiasi dio, di dei, di quelle credenze, anche banali e di quella fede che il popolo cerca di trovare anche nelle più comuni credenze. La predicazione del Budda era, tutto sommato, una predicazione di buon senso comune.
La sua salvezza e la sua straordinaria diffusione furono dovuti, tra il primo secolo a.C. ed il primo d.C. a:
- una rivisitazione del Canone Buddista, operata da gruppi di monaci, che diede vita alla nuova Dottrina Mahayana (del Grande Veicolo)
- la mitizzazione della figura del Budda, che venne di fatto trasformato in un dio (uno e trino) e in un messia, con caratteristiche assai simili al messia cristiano (in vita il Budda si era sempre opposto a questa tendenza)
- il credo nell'esistenza di uomini (o semidei?) di suprema saggezza, come i Bodhisattva, ai quali vennero successivamente affiancate le Tara di genere femminile.
- l'organizzazione di comunita' di monaci missionari che diffusero il nuovo credo in tutto il mondo allora conosciuto (compreso il bacino del Mediterraneo)
- le regole per la ricerca della salvezza, nei monasteri, assai meno impegnative di quelle indicate dalla dottrina theravada
- lo sviluppo degli interessi culturali nei monasteri
- la creazione di monasteri ed ordini monastici femminili
- la creazione e la diffusione delle immagini del Budda, quali oggi le conosciamo (II sec. d.C.)
- la costruzione di templi e la formulazione di rituali, molti dei quali di provenienza induista, atti a soddisfare le semplici esigenze di fede delle classi meno colte (liturgie, tamburi di preghiera, ecc.).
I limiti posti a questa pagina (Religioni senza Dio) non consentono di trattare diffusamente del buddismo mahayana; basti solo ricordare l'enorme diffusione di questa fede in tutto il mondo orientale: India, Cina, Tibet, Nepal, Birmania, Bengala, ecc.. Il buddismo mahayana dimostro' una enorme capacita' di adattamento ai contesti locali, fondendosi a volte con credi similari, e costruendo monasteri che divennero sempre piu' ricchi ed influenti sulla politica e sulle amministrazioni locali. Tanto influenti che in Cina, a partire dallo 845 d.C., l'imperatore Wuzong decise:
- la confisca delle terre, degli schiavi, del denaro e dei preziosi di tutti i monasteri;
- 260.000 monaci furono restituiti allo stato laicale;
- 4.600 monasteri furono distrutti o destinati ad altro uso;
- 40.000 centri di culto furono demoliti.
Attualmente i buddisti dovrebbero aggirarsi sui 250-300 milioni di fedeli, divisi in tre grandi correnti-forme complete di buddismo: Hinayana, Mahayana e Vajrayana (Veicolo di Diamante). Nella regione di Ladakh (India) viene praticato una particolare forma di buddismo tantrico.
La cifra e' molto incerta anche per il fatto che oggi le sette buddiste sono innumerevoli, sparse in tutto il mondo ed ognuna con le sue peculiarita'. In Italia (2003) i fedeli sono circa 50.000.
Una menzione a parte merita il buddismo che si diffuse nel Tibet, il Lamaismo, a partire dal 740-760 e.v.
Nel 779 e.v. il buddismo, in Tibet, divenne "religione di stato" sostituendosi alla precedente credenza del BON; la corrente seguita è quella Mahayana non esente, comunque, da marcate influenze tantriche.
Dopo alterne vicende il Lamaismo si consolidò in Tibet sino a sostituirsi alle dinastie regnanti nel paese, trasformandosi in una vera e propria teocrazia (circa 1400 e.v.)
Il primo Dalai Lama riconosciuto come capo "spirituale e temporale" del paese fu Gendum Drub (1391-1474 e.v.). Quello attualmente in carica (il XIV°) è TENZIN GYATSO, nato nel 1935, e ora residente a Dharamsala (India), dove gode di asilo politico unitamente ai componenti del Governo Tibetano in esilio, allontanati dal paese dopo l'occupazione cinese del 1950.
Dalai Lama significa sostanzialmente "Oceano di Saggezza". Quello attuale, Tenzin Gyatso, è stato insignito, nel 1989, del Premio Nobel per la Pace.
Il lamaismo non prevede precise norme di successione nella carica di Lama. I successori vengono scelti, in tenera età, sulla base di prove e segni particolari che ne rivelano l'idoneità; una volta individuati vengono trasferiti a Lhasa e conveniente istruiti e preparati alla loro particolare funzione.
(1)
Cosa significhi essere "illuminati" o ricevere l'illuminazione, nel senso che i buddisti vogliono attribuire a questo concetto, non e' facile da spiegare. Visto che le innumerevoli definizioni formulate non concordano tra di loro, si puo' ritenere l'illuminazione come il:
raggiungimento di una superiore saggezza unita ad un
profondo distacco dalle cose di questo mondo.
Se il concetto e' questo e se si prescinde dalle successive strutture speculative e di comodo, messe in opera, secoli dopo, da "interessati" seguaci del Budda, e cioe': il canone, la deificazione di Siddharta Gautama, i Bodhisattva e la creazione dei monasteri, quali centri di potere e detentori di grandi ricchezze, degli aspetti religiosi, in senso stretto, resta ben poco.
Rimane una filosofia di vita che, per quanto rivolta a poche persone di spirito elevato, non viene mai imposta con assurde credenze (religioni rivelate) e degna di essere vissuta al di fuori di qualsiasi atto di fede o di adesione a questa o quella consorteria.
(2)
L'organizzazione originaria della religione buddista (comprensibile solo ai piu' dotti ed esercitata da una ristretta cerchia di asceti) e' simile - oltre all'ajivismo - al manicheismo ed ai suoi derivati europei (bogomilismo in Bulgaria, catarismo in Francia, paulicianesimo in Georgia).
(articioc)
IL TANTRISMO
Il tantrismo e' probabilmente uno dei culti piu' antichi della terra e viene fatto risalire, se non al neolitico, ai primi insediamenti umani che misero a coltura la valle dell'Indo. Secondo alcuni studiosi sarebbe una derivazione delle pratiche magiche e propiziatorie collegate con l'ancestrale culto della Dea Madre.
Sopito e dimenticato per qualche millenio, riemerse ed ebbe una rapidissima diffusione a partire dal V secolo a.C., influenzando significativamente sia il brahmanesimo che il buddismo (buddismo tantrico) e, successivamente, l'induismo.
Il riemergere delle idee tantriche ha riportato alla luce culti magici originari, praticati per millenni dagli strati piu' umili della popolazione indiana.
Il nome tantrismo deriva dai "Tantra" un complesso di testi antichissimi che riportano i riti, gli incantesimi e le formule magiche che sono alla base di questo culto, sempre celebrato in forma segreta. Percio' parlare di tantrismo e' sempre un po' velleitario costituendo i rituali segreti una soglia, ancora oggi, difficilmente valicabile. In effetti di questo culto, al di la' delle solite illazioni, o di qualche deduzione da dimostrare, si sa molto poco.
Investito dall'ondata di pessimismo che ha sommerso la societa' indiana, 500 anni prima dell'era volgare, anche il tantrismo si e' trovato di fronte al problema angoscioso della reincarnazione e ha dato delle risposte quanto meno originali ed assai poco conformi a quelle del jainismo e del buddismo theravada.
Il tantrismo cerca di interrompere il ciclo delle vite e delle morti, mediante l'uso di riti, formule magiche e tecniche di controllo del corpo e della mente, che portano a stati di esaltazione e di astrazione ipnotica, a volte assai pericolose; per questo motivo, e per la sua straordinaria componente esoterica, il rito tantrico deve sempre essere celebrato con l'assitenza di un maestro anziano, il quale comunica, di volta in volta, al discepolo neo-iniziato, le necessarie formule magiche, le Mantra, e lo assiste nei suoi esercizi corporei. Raramente anche al discepolo anziano, gia' iniziato, viene concesso di operare da solo.
Pur ignorando il concetto di un dio unico, creatore e reggitore dell'universo, i rituali tantrici danno una particolare importanza all'elemento femminile (ricordo ancestrale della primitiva Dea Madre) e contemplano una serie di divinita', dotate di particolari poteri, quali Lakshmi e Parvati; inoltre Durga e Khali, derivate dall'induismo, rappresentano manifestazioni della compagna di Shiva.
Il culto tantrico non fa distinzioni basate sul sesso, sulla posizione sociale dell'individuo o sull'appartenenza ad una determinata casta; questo non ha mancato di provocare atteggiamenti di dichiarata avversione da parte della casta brahmana che accusa il tantrismo di praticare forme estreme di stregoneria.
A dare indirettamente credito alle accuse dei bramani, ci sono poi alcune sette tantriche che cercano la via della liberazione con modi quanto meno inconsueti. Secondo queste scuole, la liberazione puo' essere ottenuta solo infrangendo tutta una serie di regole sociali e di civile convivenza universalmente accettate. Queste sette impongono quindi ai loro aderenti:
- un uso smodato di bevande alcoliche
- alimentazione largamente basata su carni (anche proibite) e pesci
- l'uso di afrodisiaci e droghe varie
- atti sessuali al di fuori del matrimonio e conseguentemente
- la partecipazione a qualsiasi tipo di orgie rituali
- l'omicidio rituale
- la coprofagia
- e tanti altri atteggiamenti contrari alla pubblica morale.
Cosa ci sia di vero o falso in tutto questo e' difficile dirlo. Trattandosi di riti assolutamente segreti non si puo' dimostrare nulla, pero' e' presumibile che qualcosa sia dovuto anche all'atteggiamento detrattore della casta bramana che gestisce gli altri culti, ai quali il tantrismo sottrae non pochi fedeli.
Piu' che combatterlo il buddismo cerco' di allearsi con il tantrismo dando origine a due correnti di "buddismo tantrico":
- la corrente della "Mano Destra" che privilegia l'esercizio del culto di divinita' di tipo maschile
- la corrente della "Mano Sinistra" (detta tantrismo "Vajrayana") che predica il culto di figure femminili salvatrici, le Tara.
Nel corso dei secoli entrambe queste correnti ebbero una forte espansione sopratutto nei territori al di fuori dei confini dell'India.
In questo ambito è stata sviluppata la pratica/culto dei Mandala: disegni astratti composti da sabbie colorate, destinati ad essere distrutti appena finiti ed utili al monaco per favorire le sue meditazioni.
Il tantrismo (almeno quello originale) e' oggi vivo e vegeto anche se non ci sono elementi per quantificare il numero degli aderenti; in fin dei conti e' pur sempre un culto segreto!

IL CONFUCIANESIMO
Questa è, in fondo, la storia di un filosofo elevato agli onori degli altari per i suoi straordinari meriti personali.
Confucio (nome d'origine: Kong Qiu, Kung Fuzi) è nato nel 551 a.C. a Qufu, regno di Lu (attuale Shandong), da una famiglia aristocratica decaduta, e morto nel 479 a.C., all'età di 72 anni.
Orfano del padre in tenera età ed allevato negli stenti dalla giovane madre, è stato indubbiamente segnato da una infanzia non troppo felice. Da questa situazione nasce, forse, la sua scarsa considerazione per l'aristocrazia del tempo che lo porta a definire "Gentiluomo" non chi nasce da una famiglia nobile ed aristocratica ma chi con lo studio, la disciplina, la dedizione al prossimo ed il retto comportamento si merita tale definizione.
Malgrado gli stereotipi con cui viene normalmente raffigurato, era una persona di robusta costituzione, atletico, esperto nel maneggio dell'arco, nella guida (sportiva) dei carri da guerra ed amante della caccia.
In età adulta viene nominato Ministro della Giustizia del regno-ducato di Lu, dove cerca di imporre al sovrano le sue idee filosofiche ed etiche sul buon governo dello stato. A causa di successivi contrasti con il sovrano abbandona la carica ed inizia un viaggio di 12 anni attraverso i vari regni della Cina, seguito da alcuni discepoli, alla ricerca della sua "via" alla tolleranza ed al buon governo.
Offre invano i suoi servigi ed i suoi consigli ai governanti dell'epoca che, se benevolmente lo ascoltano, altrettanto benevolmente ignorano le sue parole.
Scoraggiato, alla fine si ritira ad impartire, per il resto della sua vita, quegli insegnamenti destinati a riecheggiare, fino ai nostri giorni, nella storia della Cina e dell'umanità. In anni recenti persino il maoismo ha attinto al suo pensiero etico e filosofico.
Negli anni '80 del secolo scorso si è avuto, e non senza stupore, un revival del confucianesimo sopratutto nel Nord America, in Giappone, in Corea, nel Vietnam e naturalmente in Cina.
Malgrado siano trascorsi 2500 anni, ancor oggi gruppi di rispettabili famiglie rivendicano (e pare con ragione) il diritto di discendenza (quanto meno morale) dall'insigne maestro Kong.
Per quanto riguarda le opere attribuite al maestro Kong non si conosce con precisione quanto sia stato da lui direttamente scritto e quanto ripreso e tramandato dai suoi discepoli e successori, tra i quali i noti Xun Zi e Menciù, che hanno rielaborato in parte la sua filosofia.
Confucio considerava, e forse mitizzava, come una età d'oro le epoche governate dalla dinastia Xia e dalla dinastia Shang, che avevano preceduto di qualche centinaio d'anni la sua esistenza. Molte delle opere a lui attribuite fanno frequenti riferimenti a queste epoche.
A Confucio vengono attribuite, fra le tante, le seguenti opere:
- Gli Annali (Chun Qiu)
- I Documenti (Shu)
- Il Libro delle Odi (Shi)
- La Musica (Yue)
- Il Libro dei Mutamenti (Yi)
- I Dialoghi / I Detti (Lun Yu)
- ed altri.
Sia che questi libri siano stati direttamente scritti dal maestro o rielaborati dai discepoli, resta il fatto che essi sono in maggior parte riferiti a fatti ed avvenimenti della remota storia cinese e pertanto poco intellegibili dai lettori del mondo occidentale, senza una specifica preparazione.
Tutto lo sforzo compiuto da Confucio nella sua elaborazione etica, si può sintetizzare (certo non esaurire) in alcuni concetti fondamentali:
- E' il buon governo che genera il buon suddito. Un governo iniquo, ingiusto e corrotto genera un sentimento di ribellione nei cittadini.
- Non fare ad altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.
- Non si può prescindere dall'amore per la famiglia e per i genitori, dalla lealtà familiare e dal rispetto per gli antenati.
- Scopo di un individuo è il costante miglioramento di se stesso mediante lo studio continuo ed un sentimento di tolleranza verso il prossimo.
- Il peggior difetto dell'individuo è l'ignoranza.
Confucio evita volentieri i riferimenti al sovrannaturale, agli dei, all'anima, alla vita eterna e cose simili. Puntualizza il fatto che le domande sulla morte in realtà si risolvono sempre in domande su ciò che dovrebbe avvenire dopo la morte. Perciò ritiene che ogni risposta in merito sia una scappatoia che elude il concetto stesso della morte; quindi se c'è qualcosa dopo la morte, come si è propensi a supporre che ci fosse prima, la morte strettamente intesa perde il suo peso. Confucio non si presta a questi giochi metafisici che considera i più indegni dei trucchi.
Se non era ateo possiamo ritenere che fosse, quanto meno, agnostico.
Com'è accaduto che il confucianesimo, filosofia ed etica del retto vivere, sia diventato una religione? Furono alcuni regnanti illuminati che si resero conto (circa 300 anni dopo) della straordinaria carica morale che era alla base del pensiero di Confucio
Lo stato, sotto la dinastia HAN (206 a.C. - 221 d.C.), fece del confucianesimo, nato come dottrina eminentemente filosofica, l'unica e legittima religione del paese.
Questo è accaduto dopo che gli imperatori ebbero consolidata l'organizzazione del loro territorio; è allora che la dottrina di Confucio, pur mancando inizialmente di caratteristiche propriamente religiose, si trasforma in un culto. E' una religione che corrisponde logicamente al pensiero illuminato della dinastia allora regnante, una religione perfetta per lo stato.
In questa religione di stato, sia il culto della natura che degli antenati, restano sempre e comunque, la struttura portante del nuovo credo. Il sentimento verso le forze della natura trova la sua più alta espressione nel "sacrificio al cielo" che si associa sempre al culto degli antenati della famiglia imperiale.
Il sovrano adora il cielo come fosse un suo antenato e, proprio nella sua caratteristica di "figlio del cielo", egli si attribuisce il ruolo d'intermediario tra la legge celeste e i suoi sudditi. E' una forma di cesaropapismo.
L'imperatore, come rappresentante dell'intero popolo, è l'unico ad avere il potere di implorare le potenze celesti e terrestri per ottenere la felicità del popolo stesso, buoni raccolti e stagioni propizie alle coltivazioni agricole. E' a lui che incombe la responsabilità del benessere dei suoi sudditi, ed è lui che con la sua "divina" persona garantisce l'armonia necessaria tra l'eterno destino dell'universo e i destini dei singoli individui.
L'imperatore cinese doveva assolvere alla più alta missione morale mai affidata ad un uomo: la riconciliazione dell'umanità con la ragione dell'universo mediante il suo speciale "potere" insito nella sua condizione di sovrano. Tutto questo si esprimeva con il "grande sacrificio al cielo" che, come atto altamente simbolico, poteva essere officiato solo dall'unico rappresentante celeste presente in terra.
A fianco del cielo, divinità indefinita ed universale, si trovavano anche le potenze dei corpi celesti, degli astri, delle montagne, dei fiumi, degli eventi atmosferici e delle potenze protettrici della terra. Con pari dignità di rango e d'importanza venivano anche adorati gli antenati della famiglia imperiale.
Nell'ambito di questa nuova religione di stato, il culto che l'imperatore dedicava ai suoi antenati, divenne, per estensione di concetto, lo stesso che le singole famiglie dedicavano ai propri ascendenti.
Il culto religioso concentrato nel potere dell'organizzazione statale, impediva che la massa popolare potesse accedere agli atti rituali di questo credo ufficiale. Però, siccome le prerogative imperiali erano trasmissibili, secondo particolari procedure ai titolari delle funzioni pubbliche, gli stessi obblighi religiosi che l'imperatore doveva assolvere, nella capitale, a favore di tutto l'impero, ciascun funzionario doveva necessariamente esercitarle nel territorio da lui amministrato, nella misura e con i "poteri divini" che il sovrano gli aveva conferito.
La fisionomia di questa nuova religione di stato subì qualche mutamento quando il maestro Confucio fu elevato al rango di divinità e gli venne dedicato un culto particolare analogo a quello del culto per gli antenati.
Gli imperatori che si alternarono (appartenenti a diverse dinastie) regolarono poi in vari modi il rango attribuito a Confucio nella gerarchia degli dei, mantenendolo però sempre sotto il dio supremo: il cielo.
Personaggi virtuosi e meritevoli vennero in seguito eletti alla dignità di divinità locali e pertanto destinatari di una parte dei sacrifici pubblici. Questo fu fatto sopratutto per gli allievi di Confucio, ma anche per uomini di stato che si distinsero successivamente per i loro meriti. Quello che qui importa ricordare è che queste promozioni al rango di divinità, si effettuarono sempre su ordine e beneplacito dell'imperatore.
Poichè, nella religione cinese, l'imperatore era non solo il signore di tutti i sudditi, ma anche il signore degli dei minori, egli ha fondato così la religione di stato in virtù della sua propria onnipotenza umana e divina.
Le forme di culto del confucianesimo consistono in preghiere e sacrifici esercitati sempre nella misura semplice e dignitosa stabilita nei tempi antichi. Nel confucianesimo, religione naturale, non esistono templi per il culto della natura; tutti gli atti sacri e i riti si eseguono all'aperto, sulla cima delle montagne o sul bordo di corsi d'acqua.
Comunque, per onorare Confucio, vennero edificati, nello spirito del culto degli antenati, degli edifici corrispondenti alla semplice struttura delle camere, che nelle abitazioni, vengono dedicate alle divinità della famiglia.
Il fatto interessante e significativo è che questa religione di stato non ha preti. Tutte le pratiche rituali incombono al capo dello stato e ai funzionari del suo governo; sono doveri inerenti alla loro carica nell'ambito dell'organizzazione statale.

IL TAOISMO
Inserire il Taoismo in questo contesto (Religioni senza Dio) forse è un po'azzardato visto che i taoisti di "DIO" ne hanno almeno tre; cosa che, comunque, non ha nulla a che vedere con la trinità dei cristiani o la trimurti induista.
I tre "dio" del taoismo (non chiamiamoli "dei"), detti anche i Tre Puri, sono:
- il Puro Giada, che dimora nel Primo Cielo ed è il sovrano di tutti;
- il Puro Superiore, che dimora nel Secondo Cielo ed è preposto al flusso del tempo e all'alternanza universale dello Yin-Yang;
- il Puro Supremo, che dimora nel Terzo Cielo in cui risiede il sommo LAO-TSU (Lao-Tse) che ha predicato agli uomini la dottrina della salvazione.
A questi occorre aggiungere anche la "Regina Madre dell'Occidente" (Anche Dea dei Cieli).
Ma chi era Lao-Tse?
Le sue date estreme non sono ben note; pare sia nato intorno al 604 a.C. e morto, all'età di 84 anni, intorno al 520 a.C.. Si ritiene sia nato nel villaggio di Chu'jem, nella provincia di Ku, regno di Ch'un.
E' stato per qualche tempo archivista reale del regno di Chou e poi passato a vita privata per dedicarsi ai suoi studi. Durante il suo incarico a corte avrebbe conosciuto Confucio.
Tutto questo con il beneficio del dubbio.
Lao-Tse non fu comunque il solo ispiratore della filosofia del Tao; con lui si ricordano, con pari dignità ed importanza, anche i due altri filosofi:
CHUANG-TZU e
LIEN-TZU.
Il concetto di taoismo, cioè l'insegnamento del Tao, era già presente, anche se non istituzionalizzato, nell'antichissima Cina, dove pare abbia influenzato le manifestazioni artistiche primitive e la vita materiale e spirituale dei primi regni cinesi.
Il Tao è un concetto difficile da rendere comprensibile alla cultura occidentale. In realtà il Tao viene ritenuto, dai suoi stessi seguaci, inspiegabile, indefinibile, indescrivibile e non comprensibile dai limiti ristretti della mente umana; è l'inconmensurabile e l'inconmensurato, il fine ultimo a cui dovrebbe tendere l'individuo.
Con un'espressione banale e non corretta il Tao potrebbe essere definito come il TUTTO e il NULLA.
Il Tao, in termini grossolani, rappresenta la "VIA" intesa come una dottrina, di per se stessa esistente ed autoreferente, senz'altra possibile spiegazione; qualcosa che sta al di sopra dello stesso concetto di Yin-Yang, i due opposti che con la loro fusione hanno generato l'universo.
Si può notare la differenza che mentre nel mondo occidentale il concetto del dio (unico) è stato oggetto di infiniti studi e speculazioni (teologia), partendo da un assunto arbitrario: dio esiste, il taoismo taglia la testa al toro e non tenta di giustificare, descivere o dimostrare l'indimostrabile.
Il tao, dunque, indimostrato ed indimostrabile, è il principio che ha generato l'universo (la matrice universale) e ha dato origine ai due principi cosmici dello yin (il femminile, nero, passivo) e dello yang (il maschile, bianco, attivo). Per il taoismo si tratta di un concetto solo apparentemente dualistico. Il taosismo considera questi due aspetti come non "contrapposti" ma "compenetranti" e pertanto inscindibili.
La dottrina taoista, particolarmente ostica per le società occidentali, è di ordine cosmologico e, in tale ordine la "natura" è una manifestazione della divinità. Di quì l'esigenza di non impedire alla natura di manifestarsi, nelle sue innumerevoli forme, e di lasciarla liberamente "fluire". In questo contesto anche la società e la politica sono considerati componenti della natura stessa.
Il mondo taoista è ricchissino di elementi leggendari che compongono il pantheon di quelle credenze di cui il popolo ha "bisogno", primo fra tutti il "drago" ritenuto la cavalcatura degli immortali.
Tra i vari componenti della mitologia taoista ricordiamo:
- Fuxi e Nugua (la coppia primigenia e per noi: Adamo e Eva)
- Yao e Shun (che avevano una parte del corpo in forma animale)
- Il Genio Mostruoso (principio ed essenza del vivere)
- Zhu Long (allo stesso tempo drago fiammeggiante e oscurità fiammeggiante)
- Il Drago Celeste, cavalcatura degli immortali, dei sovrani e di tutti coloro che sono riusciti a raggiungere, mediante il tao, la pienezza della loro vita.
- Un numero enorme di divinità preposte come protettori dei vari mestieri, della meterologia, dei cimiteri, degli svincoli stradali, dei guadi, della medicina, e in qualche modo collegati alle salme degli impiccati, degli annegati, dei morti ammazzati, ecc..
Lo YIN-YANG qui rappresentato
è il simbolo fondamentale del taoismo e sintetizza tutte le energie del cosmo e i loro opposti rendendoli complementari e inscindibili, dove il bianco (yang) è la parte positiva ed il nero (yin) la parte negativa: il bene ed il male, la pace e la guerra, la luce e le tenebre, ecc..
Quello che la fede taoista si propone di conseguire è la "santità-immortalità" che consiste in una perfetta armonia con il mondo naturale. Questo stato si può raggiungere tramite la meditazione e l'estasi (in qualche modo procurata) e comunque con il "non agire", cioè lasciare che le cose scorrano secondo il "loro verso" naturale e sociale, senza alcun intervento.
Il raggiungimento dell'"immortalità" va comunque aiutato ed è per questo che i monaci taoisti, nella tranquillità dei loro monasteri, hanno escogitato parecchie pratiche quali:
- alchimia esteriore: realizzazione di droghe, elisir di lunga vita e medicinali
- alchimia interiore: realizzazioe di tecniche di respirazione e di metitazione
- arti marziali difensive (Kung Fu) che neutralizzano la carica aggressiva dell'avversario, opponendosi in modo morbido e cedevole ai suoi impulsi offensivi
- ginnastica "morbida" come forma di meditazione dinamica che ha lo scopo di avvicinarsi al Tao
- confezione di particolari talismani
- tecniche di rispetto ed adattamento alla natura e a tutte le sue manifestazioni.
Il taoismo che aveva cominciato a svilupparsi tra il VII e il V secolo a.C., divenne una religione popolare e molto diffusa solo intorno al 150-200 d.C., avendo fornito un sostegno morale ai "Turbanti Gialli", quella massa di contadini, guidata da Chang Chiao, che si era ribellata (nel 184 d.C. e con effetti disastrosi) contro i governanti, i letterati di corte e i latifondisti, al fine di ottenere migliori condizioni di vita. In seguito il taoismo si sviluppò, con alterne fortune, rischiando a volte l'estinzione, secondo le simpatie e gli umori dei diversi governanti. In certi periodi il taoismo venne elevato al rango di "Culto di Stato" con le stesse funzioni e diritti conferiti al Confucianesimo. L'ultima botta micidiale gli venne inferta dal maoismo che distrusse migliaia di templi e ridusse un notevole numero di monaci allo stato laicale, internandoli nei campi di lavoro. Dal 1979-1980, la Nuova Chiesa Taoista Cinese, si impone nuovamente con la sua risorgente vitalità.
L'organizzazione della chiesa taoista è rigidamente determinata (come quella cristiama) e comprende:
- un pontefice supremo detto T'ien-shi (il maestro celeste) al quale fanno capo varie gerarchie minori di:
- Maestri (Shi)
- Maestri dei Talismani
- Signori
- Quelli e Quelle dei Berretti che individuano raggruppamenti monacali comprendenti uomini e donne con pari dignità.
Contrariamente alla maggior parte degli altri culti, dove la donna è tenuta in subordine, il taoismo pare immune da atteggiamenti misogini.
Centro principale del taoismo è il Monte Wudang dove si trovano numerosi conventi nei quali il monaco (o la monaca) vengono iniziati al culto, alla pratica della meditazione e alle arti marziali (Kung Fu). Dopo l'iniziazione e l'ordinazione il monaco (o la monaca) lasciano il convento e possono sposarsi. Indossano normalmente una tunica dai colori azzurro, blu e nero (o bianco). Durante le cerimonie e i riti indossano paricolari paramenti "sacri".
Il rituale taoista prevede varie "liturgie" da adottarsi secondo le esigenze. Esistono liturgie:
- per la pioggia
- per il nuovo anno
- per il fuoco
- per il matrimonio
- per la morte
- e per quanto altro possa interessare la comunità.
Tutte queste liturgie danno luogo, sovente, a manifestazioni pubbliche (che gli occidentali percepiscono come manifestazioni folkloristiche) comprendenti processioni di carri con figure allegoriche, simulacri di draghi e leoni stilizzati, musiche e spari di mortaretti che catturano l'attenzione di un pubblico numeroso e festante, non necessariamente taoista.
Il calendario delle festività taoiste è molto ricco e, tra le più importanti, si annoverano:
- Il Capodanno Lunare (Festa di primavera)
- La Festa delle Lanterne
- La Festa della Purificazione (Giorno dei morti ?)
- La Festa delle Barche
- ecc., ecc..
Le cerimonie, officiate dai preti, si svolgono normalmente nei templi (a volte all'aperto) e consistono massimamente in preghiere, vari atti di devozione, benedizioni ed offerte rituali di incenso e di candele votive.
Il tempio, sempre dedicato a qualche particolare divinità, comprende un cortile, un giardino e uno o più sale dedicate al culto ma, in particolari occasioni, anche a spettacoli teatrali ed altre manifestazioni non strettamente cultuali.
Elemento fondamentale del tempio è un grande tripode, posto all'ingresso, dove si consumano i bastoncini d'incenso votivi.
La preghiera può quindi essere collettiva ma anche privata (in casa propria), dove il fedele prega tenendo tra le mani giunte uno o più bastoncini d'incenso. Il culto degli antenati, benchè molto diffuso tra le masse, non rientra necessariamente nel canone taoista. Esiste una grande libertà nell'adesione ai diversi culti per cui si possono, a volontà del singolo, praticare normalmente il taoismo, il buddismo, o il confucianesimo.
D'altro canto il pantheon delle divinità taoiste è immenso e grandioso; esistono divinità di ogni genere e specie che vanno dagli dei in senso stretto, ai santi, agli immortali, ai saggi e agli spiriti, tanto che è difficile, a volte, stabilire in quale contesto religioso queste credenze siano nate.
Il "DAOZANG" (Il Tesoro di Dio) è l'enorme Canone Taoista, formatosi nel corso dei secoli, ricco di oltre 1500 testi di varia natura, che trattano di tecniche di meditazione, di esorcismi, di medicina, di preghiere, di invocazioni particolari, di pratiche sessuali, di alchimia, ecc.. Tra questi testi anche quello che è stato giudicato, indipendentemente dalla fede di chi legge, un autentico tesoro di filosofia e di etica: il "Tao The Ching" di Lao-Tse. Altri testi importanti per comprendere la vera essenza del taoismo sono:
- il "Libro del Maestro Zhuang"
- il "Libro del Vuoto Perfetto di Liezi"
- il "Libro dei Mutamenti" (comune al Confucianesimo)
- il "Libro di Huanglao" (composto da Huangdi e Lao-Tse)
Come tutte le credenze a larga diffusione popolare anche il taoismo si è frazionato, in tempi più o meno recenti, in molteplici correnti, tra le quali ricordiamo:
- il "Taoismo dei Cinque Sacchi di Riso"
- il "Taoismo della Grande Pace"
- il "Taoismo dello Studio del Mistero"
- il "Taoismo della Gemma Numinosa"
- il "Taoismo della Suprema Purezza"
- il "Taoismo dei Maestri Celesti"
- il "Taoismo della Completa Perfezione"
- il "Taoismo dell'Unità Ortodossa"
- e tante altre derivazioni.
Comunque ognuna di queste correnti ha conservato in se, più o meno marcatamente, elementi di natura sciamanica, esoterica, alchemica e quanto altro fa del taoismo una credenza tendente a sviluppare i caratteri positivi (yang) dell'individuo (compreso un corretto atteggiamento nei confronti dell'attività sessuale) in contrapposizione a quelli negativi (yin), sia per l'individuo stesso che per la società e la natura.
Concetto fondamentale per il taoista è sempre quello di lasciar fluire le cose, non ostacolarle e, se possibile, accompagnarle.
Vale sempre il detto:"Siediti sulla sponda del fiume e aspetta, vedrai passare il cadavere del tuo nemico; nel frattempo continua a pescare".
Il taoismo, dopo le pesanti repressioni subite nel secolo scorso, si è oggi nuovamente e notevolmente diffuso in Cina, Taiwan, Malaysia, Vietnam, Sigapore, Corea, Indonesia, Thailandia, Giappone, nonchè a sorpresa:
in Francia, Gran Bretagna, Australia, America e Oceania.
Più difficile è stabilire quanti siano oggi i taoisti nel mondo; esistono cifre, molto incerte che stimano gli aderenti variabili dai 100 ai 400 milioni.
NOTA - Il Taoismo è una religione talmente varia, complessa ed articolata da rendere difficile esprime le sue caratteristiche nell'ambito ristretto di questo contesto.
Quanto sopra riportato ha solo sfiorato la natura e la complessità di questo culto e non intende andare oltre. Salvo allegare il testo del
TAO TE CHING
che, in alcune sue parti, costituisce anche per il lettore occidentale una ...salutare lettura.
LO SHINTOISMO
Nella storia della civiltà i giapponesi sono un popolo relativamente giovane.
Mentre le origini della civiltà cinese si perdono nelle brume della preistoria, una civiltà specificatamente giapponese non appare che a partire dal IV secolo della nostra era (circa ai tempi di Costantino I).
In linea di massima, nell'epoca storica nota, occorre considerare l'arcipelago giapponese come colonizzato quasi totalmente dalla dipendenza commerciale, culturale, artistica e spirituale del suo grande vicino cinese.
Parlando di shintoismo ci riferiamo in particolare alla forma religiosa formatasi in Giappone prima del suo contatto con la civiltà superiore cinese. E' precisamente in questo contesto che le caratteristiche essenzali della religione giapponese si manifestano più chiaramente in quanto, in seguito, si sono prodotte delle potenti trasformazioni che l'hanno in parte snaturata.
Quella che si presenta, in epoca primitiva, come religione nazionale giapponese consiste in un esteso politeismo, in un culto delle manifestazioni naturali e in un culto degli antenati. Ma non è stata l'osservazione della natura e l'inserimento ragionato della vita umana nella grande armonia dell'universo che ha creato questa religione. Come, in tutte le altre credenze, all'inizio del pensiero giapponese si trovano le favole tramandate oralmente, in quanto la scrittura è stata introdotta molto più tardi dai cinesi
e precidamente solo dopo il 405 d.C.
Nei testi più antichi (soprattutto il Nihongi ordinato dal principe Toneri), risalenti a dopo il 700 d.C., (e che si possono considerare come i primi annali ufficiali del paese), si legge la storia fantastica della creazione del mondo, da parte di una coppia divina di imprecisata provenienza: Izanagi (lui) e Izanami (lei); i loro discendenti ricevettero in seguito il ruolo di dei della natura. I concetti sono naturalmente molto primitivi e in linea con la mentalità di un popolo dai costumi non ancora evoluti e privi di concetti morali ed etici quali oggi li intendiamo.
Attraverso varie fantastiche vicende, sulle quali sorvoliamo, alla fine Izanagi rimasto vedovo generò, soffiandosi il naso, il dio cattivo Susano-wo; poi dal suo occhio destro nacque Tsuki-yomi, dea della luna, e dal suo occhio sinistro Ama-terasu, la dea del sole che divenne la capostipite delle famiglie imperiali giapponesi.
Successivamente lo shintoismo (forse ispirato dal taoismo) diede origine ad una sua particolare "trinità" rappresentata nel simbolo esoterico del tomoe. In questo simbolo sono presenti tre elementi:
- IN = simbolo positivo derivato dalla figura primitiva di Izanami
- YO = simbolo negativo derivato dalla figura primitiva di Izanagi
- YUAN = derivato dall'interazione cosmica di In e Yo. Esso rapresenta in pratica l'universo, ciò che scatturisce dall'incontro dei due precedenti principii primordiali.
Il culto degli antenati comprende parecchi elementi analoghi a quelli della Cina ma si fonda su principi completamente diversi. Esso ha avuto come causa prima la "paura dei morti" e non l'allocazione dei loro spiriti in un sistema parallelo e alternativo a quello naturale.
In origine il Giappone non conosceva l'azione di un sentimento familiare allargato, comprendente sia i vivi che i morti. Si è sempre cercato al contrario di separarsi alla svelta dai defunti pur mantenendo nei loro confronti un certo conciliante atteggiamento dettato dal timore.
Questo si accorda con l'altro grande motivo "la paura dell'impurità" che è al centro dell'antica mentalità religiosa dei giapponesi.
Il morto è per sua natura impuro; il cadavere era oggetto di abbandono piuttosto che di cure. I sopravvissuti lasciavano quindi la capanna dove abitava il defunto e si sistemavano in un altro luogo e la capanna stessa diventava il tempio dedicato allo spirito del morto, circondata da un roseto.
Questo spiega la particolarità secondo la quale gli antichi sovrani, dopo la morte del loro predecessore, scegliessero sempre una nuova residenza e una nuova capitale, finchè non prevalsero considerazioni diverse e di tipo "pratico", ad assicurare la stabilità della dimora imperiale e non solo di questa.
Il culto degli antenati venne in seguito fortemente modificato dalle influenze portate dalla Cina e dal buddismo; nelle abitazioni venne introdotto l'uso del "kami-dana" (l'altarino domestico) sul quale, oltre ai simboli degli dei, vennero collocate pitture raffiguranti gli antenati, quali residenza della loro anima. A volte questa residenza consisteva in una scatoletta di legno (mitamaya)contenente i loro spiriti. Al sotterramento dei morti venne sostituita la cremazione, secondo il costume buddista.
All'inizio il regno dei morti, venne concepito come un indefinito luogo di orrori; infatti in assenza di primitive prescrizioni etico-morali, l'idea di una ricompensa o di una punizione dopo morte era praticamente inconcepibile dalla mentalità giapponese antica.
Nei secoli passati, l'etica giapponese si riduceva alla paura dell'impurità, in senso del tutto esteriore. La purezza era la legge, l'impurità il peccato; alcune pratiche rituali erano richieste per ristabilire la purezza. Questo punto di vista trova la sua massima espressione nella grande purificazione (o-harai), imposta al popolo due volte l'anno mediante una cerimonia cultuale solenne. Il sistema etico giapponese, sviluppato più tardi, non fu che una sovrapposizione di elementi prelevati dal confucianesimo e dal buddismo.
Una influenza essenziale condizionante la fisionomia dello shintoismo proviene dalla posizione presa dal pensiero giapponese per ciò che concerne l'insieme del mondo, dovuto all'isolamento prolungato del paese nei confronti dei suoi vicini.
Per i cinesi il loro paese e il loro popolo si identificavano con l'universo, e la vita umana si inseriva in un insieme cosmico. Per i giapponesi il loro punto di vista giapponese restò per lungo tempo sempre nazionale e limitato.
In Giappone non esistevano dei della natura, ma dei del "paese", nessun dio del sole governa l'universo, ma una dea solare giapponese, come pure il dio giapponese del mare, la divinità del monte Fu-yi, il protettore della coltura giapponese del riso, ecc.
Questi dei sono degli esseri rassomiglianti ai giapponesi più che agli uomini in generale; essi hanno nomi propri determinati; essi vivono ed agiscono come degli individui giapponesi; il mito atribuisce loro le cose più umane e meno divine. Una fede popolare primitiva creò pure, per ciascun fenomeno, una figura di divinità, dotata di un nome e di determinate qualità. La natura era popolata ed animata non da delle forze, ma da innumerevoli divinità speciali e di spiriti incorporei di tutti i tipi.
A questa spartizione della natura tra le divinità si deve aggiungere la dipendenza attribuita alle circostanze umane in rapporto a delle divinità protettrici particolari, rappresentanti non solamente i diversi mestieri e professioni ma anche degli oggetti inanimati e degli accessori della vita domestica.
Ugualmente potente è stata la vasta superstizione, che popolava la vita giapponese degli spiriti e dei demoni più straordinari, dando loro forme umane o animali. Così nacque un pantheon di divinità dove oggi è impossibile contarne i membri; i giapponesi, nel valutarne il loro numero, parlano di presumibili ottocentomila entità.
Tutte queste entità si chiamano "kami" esseri superiori appartenenti ad un mondo superiore, ad una dimensione "altra" alternativa e parallela.
I kami quindi non sono divinità trascendenti; per quanto impalpabili ed invisibili, essi fanno parte dello stesso universo dell'uomo, collocati però ad un livello esistenziale superiore.
Esistono infinite specie di kami quali, ad esempio:
- Dosojin: divinità delle strade, dei sentieri, dei crocevia e dei ponti; proteggono dagli spiriti maligni e dagli incidenti stradali. In alcuni casi sono protettori della fertilità e dei bambini.
- Ujigami: protettori di particolari paesi o località.
- Mizuko: sono i bambini morti prematuramente (bambini d'acqua), portatori di malattie e pestilenze; in alcuni templi si cerca di placare la loro infelicità e tristezza, oggi sempre crescente a causa dell'incremento degli aborti.
- Reikon: particolari spiriti dei defunti, protettori della famiglia.
- Yurei: fantasmi infelici di persone morte di morte violenta.
- Komainu: entità zoomorfiche con l'aspetto di cani-leoni, draghi, ecc. preposti alla soveglianza dei templi. Sono anche detti Henge (mutaforma), che a volte prendono contatto con i viventi.
- Forze naturali: rappresentano normalmente vulcani (monte Fuji), cascate, scogliere, laghi, ecc.
- Yokai: entità non ben definite, a volte associate al fuoco.
- Kami comuni: in generale ogni aspetto/oggetto della vita umana ha il suo kami, concetto oggi esteso anche alle ...automobili, alle lavatrici, ai televisori, ecc.
I kami si adorano in casa, nelle comunità dei villaggi e nei luoghi di culto speciali del paese. Alcuni edifici celebri, come il santuario della dea solare Ama-terasu a Yamato (Ise), o il luogo di raccolta degli dei a Kizuki (Izumo), risalgono alla più remota antichità.
Tuttavia i giapponesi non hanno degli dei dedicati alle città, in quanto le città giapponesi hanno un'origine più recente e sono dovute ai risultati della civilizzazione straniera.
Ma ciò che ha dato allo shintoismo un carattere particolare, è stata l'associazione in origine tra il culto religioso e il governo dello stato.
Infatti la funzione della monarchia divenne sin dall'origine una dignità religiosa.
In questo antico stato, formato da raggruppamenti tribali, ognuno adorante una propria divinità, qualcuno dei piccoli capi acquistò, poco a poco, una sovrantà sempre maggiore; questo fu quello che accadde nel paese di Yamato, posto sotto la protezione speciale della dea solare Ama-terasu; il capo di Yamato aumentò gradualmente la sua sfera di influenza diventando così imperatore del Giappone, non come come sovrano assoluto, ma come il "primo fra i tanti".
Da allora il culto della dea solare, Ama-terasu, acquisì il primo posto nel paese. Fu praticato perchè il popolo dipendeva dal sovrano, il cui ruolo, come capo della collettività, aveva acquistato le proporzioni di signore dell'intero paese.
La sua forza politica riposava essenzialmente sulla preminenza del culto religioso dal quale egli aveva avuto l'incarico.
Il palazzo dell'imperatore divenne il centro della religione nazionale.
Il passo successivo venne compiuto quando si collegò genealogicamente la famiglia imperiale alla dea del sole, adorando nel sovrano anche la sua diretta discendenza dagli dei della natura.
Altre famiglie antiche fecero a loro volta partire i propri alberi genealogici da determinate divinità seguendo il sistema della vecchia organizzazione delle collettività.
La posizione dell'imperatore è quindi alquanto diversa da quella ritenuta in Cina. Egli non è il figlio del cielo e il rappresentante assoluto dell'intelligenza universale sulla terra, ma semplicemente il discendente della dea solare Ama-terasu, che essendo per caso principe di Yamato aveva, inizialmente e fortuitamente, ottenuto il primo posto sugli altri capi famiglia, pure loro di origine divina.
Causa le genealogie divine delle famiglie nobili, il culto degli antenati, che in Giappone aveva come radice la paura dello spirito dei morti, si trasformò gradualmente, per sopire tale paura, dedicandosi al culto più rassicurante di altre divinità della natura; anche la paura dei morti si trasformò lentamente in culto.
Se all'inizio la credenza negli dei non presentava alcun ordine od obbligo particolare, essa venne poi organizzata intorno alla figura centrale dell'imperatore. La religione giapponese assunse quindi come centro lo stato e prese la sua forma tipica di religione nazionale.
Infine la dipendenza verso l'imperatore ed i suoi antenati venne estesa anche agli antenati della propria famiglia con conseguente nascita di doveri familiari e sociali.
Durante il periodo storico EDO (1603-1868) vennero fatti dei tentativi di "colonizzazione" del Giappone da parte di Spagna e Portogallo. La scusa delle relazioni commerciali fu un facile grimaldello per introdurre nel paese bande di gesuiti, francescani, domenicani, ecc. che tentarono la conversione dei nativi al cristianesimo.
All'inizio la cosa venne tollerata sino a quando l'imperatore Tokugawa Ieyasu non si accorse delle insidiose manovre del clero cattolico ed ordinò l'espulsione dei preti dal paese e la persecuzione dei neo-convertiti nella zona di Kyushu-Nagasaki. Si calcola che siano stati uccisi almeno 4000 neo-cristiani.
Dopo di che i porti vennero interdetti alle navi straniere, con le dovute e necessarie eccezioni, e il paese si chiuse per secoli nel suo isolamento.
La coscienza nazionale così fortemente affermata ha anche permesso di elevare al rango divino, oltre all'imperatore e i suoi antenati, alcuni uomini che avevano reso dei grandi servizi allo stato e al popolo. Questo culto degli eroi prese in Giappone un'espansione enorme; dappertutto nacquero dei culti locali di guerrieri celebri (samurai), di saggi uomini di stato (shogun di epoca feudale) e di patrioti. Queste personalità storiche deificate godono di una popolarità straordinaria che essi condividono con gli dei del benessere, invocati in tutto il paese.
Occorre rammentare che non essendo il giapponese vincolato a questo o a quel culto mediante particolari cerimonie di irrevocabile adesione (battesimo, circoncisione), lo stesso può praticare indifferentemente, secondo i suoi umori, i principi dello shinto, del buddismo, del taoismo o di qualsiasi altra credenza. Anche quando una religione viene dichiarata "culto di stato" nessuno è tenuto a seguirla, se non lo vuole.
La religione nazionale giapponese non comprende dogmi di fede, concetti metafisici o etici. L'unico "comandamento", universalmente recepito è:
Vivere una vita semplice in armonia e nel rispetto della natura e delle altre persone.
Il culto ha delle forme molto semplici.
Nei templi non ci sono statue di divinità; sull'altare è solamente piazzato uno specchio (invisibile al pubblico), simbolo della purezza. Il sacrificio offerto alle divinità consiste di vivande cucinate, fiori, origami ed anche denaro.
Oggetto della preghiera è generalmente una implorazione di prosperità, di salute o di buona fortuna. Preghiere intese quali atti di pentimento, richieste di perdono o di redenzione per peccati comessi esulano dai principii dello shinto; nessun fedele si considera peccatore o colpevole per una qualsiasi cosa.
Certi alberi sacri sono particolarmente venerati e molti oggetti hanno un ruolo di feticci o talismani; particolarmente apprezzate sono le statuette dei "gatti della fortuna", con la tipica zampa alzata, prodotte in milioni di esemplari.
La costruzione e la disposizione del tempio indigeno (miya) si distingue nettamente dal santuario buddista (tera).
Il tempio shinto è generalmente immerso nella natura, entro boschetti recintati. Si accede al tempio attraverso un tipico portale (torii)
e percorrendo un sentiero (cammino di purificazione) costellato di statue e lampade votive in pietra.
Il luogo di culto più celebre della dea solare è il tempio di Yamato (Ise) i cui edifici vengono restaurati puntualmente ogni venti anni.
A questo tempio ci si reca in pellegrinaggio, come anche nei moltissimi altri santuari del paese. Le feste delle divinità nei templi hanno un carattere popolare e gioioso; è sempre l'allegria quella che predomina nelle pratiche religiose.
Le usanze religiose hanno anche conservato qualche rapporto con le vestigia di un antico culto fallico.
Il clero (uomini o donne: funzionari degli dei) è diviso in classi gerarchiche molto rigorose, secondo l'importanza dei templi, e assicura il servizio necessario al culto, ma a parte questo conduce una normale vita civile. I suoi membri si possono sposare e trasmettere, a volte, la loro funzione anche per eredità.
Altri acquisiscono la loro funzione presso appositi seminari sparsi in tutto il paese.
In passato, a capo dell'organismo della religione nazionale c'era la famiglia dei Nakatomi, da cui discese la famiglia nobile e molto influente dei Fujiwara.
Il clero veste i paramenti sacerdotali solo per le cerimonie religiose tenute nei templi. I fedeli sono tenuti a rispettare regole precise di purificazione prima di accedere ai luoghi sacri: lavarsi almeno le mani e la bocca.
Occorre comunque precisare che, pur essendo lo shintoismo la religione nazionale giapponese, ci sono altri culti praticati nel paese quali il taoismo, il confucianesimo e, soprattutto, il buddismo (la seconda religione del paese). Quest'ultima è una religione molto duttile e molto malleabile, in grado di adattarsi a tutte le esigenze locali incontrate nel corso della sua espansione, tanto che a volte riesce difficile distinguere, in un culto, quanto ci sia di originale e quanto sia stato indotto dal buddismo.
In effetti una fusione dello shintoismo e del buddismo venne, nel secolo VIII d.C., sistematizzata dai preti Do-sho e Gyo-gi. Successivamente, la loro opera fu completata dai celebri fondatori di sette Den-gyo Dai-shi e Ko-bo Dai-shi (verso l'800 d.C.) in una religione unificata che venne designata con il nome di "ryo-bu shin-to" e dove il buddismo ha preso completamente la preminenza.
Successivamente Yoshida Kametomo (1435-1515) cercò di restaurare lo shinto nella sua forma più genuina eliminando (almeno per qualche tempo) le interferenze del buddismo, del taoismo e del confucianesimo.
Comunque nessuno dei movimenti nazionali successivi sarà più in grado di proporre lo shinto nella sua forma originale.
Anche la grande restaurazione dell'antica idea giapponese, che si cercò di attuare nel 1868, dovuta ai nomi di Moto-ori Nori-naga e di Hira-ta Atsu-tane, non ha pienamente raggiunto lo scopo.
All'inizio dell'era dell'imperatore Meiji (1867-1912)
lo shintoismo venne dichiarato religione di stato, ma il governo rimase impotente a far prevalere questo principio e la costituzione del 1889 dovette concedere al popolo la piena libertà religiosa.
Comunque, in questa occasione, vennero definite almeno cinque differenti forme di culto shintoista:
- Shintoismo imperiale al quale si dedica esclusivamente l'imperatore per propiziare, con il culto di Ama-terasu e di infiniti kami, il benessere e la felicità del paese.
- Shintoismo di stato, più che religione una forma di estremo nazionalismo, caro alla classe militare esistente prima della seconda guerra mondiale, che attraverso le sue molteplici esasperazioni ha originato forme di integralismo assoluto quali i kamikaze. Oggi non più operante.
- Shintoismo templare che governa e coordina il culto ufficiale praticato nei templi.
- Shintoismo settario composto da 13 sette contrarie alla riforma Meiji, oggi in dissolvimento.
- Shintoismo popolare quello comunemente praticato dalla gente e dove si trova di tutto: elementi derivati dal buddismo, dal taoismo, dal confucianesimo nonchè pratiche di divinazione, esorcismi e medicina sciamanica.
Dopo la disastrosa sconfitta del Giappone, nella seconda guerra mondiale, il generale Mc Arthur costrinse l'allora imperatore Hirohito a dichiarare, in uno storico discoso radiofonico, del capodanno 1946, di non essere di discendenza divina!!
Parecchi esponenti della superstite classe militaristica ne presero atto e si suicidarono.

RIFERIMENTI
CLEMEN C. - Les Religions du monde
HESSE H. - Siddharta
COOMARASWAMI A.K. - Vita di Buddha
MERCATANTE A.S. - Dizionario universale dei miti e delle leggende
TORRI M. - Storia dell'India
ARMSTRONG K. - Storia di Dio
GERNET J. - Il mondo cinese
CONZE E. - Breve storia del buddhismo
SNELLING J. - Il buddhismo
SHARMA A. - Religioni a confronto
SIMON LEYS - I detti di Confucio