Come
nel corso degli ultimi 1669 anni, il prossimo 24/25 Dicembre si tornerà
invariabilmente a festeggiare la nascita di Yehòshuà
ben Yussef o Gesù
bambino:
-
per i
Cristiani, Iesoûs,
Iesus, il
‘Messia’ o il ‘Cristo (dall’ebraico ‘Mâschîà’’ e/o dal greco ‘Christos’
che
vuole dire, ‘colui che è Unto’ o
‘Consacrato’), il ‘Salvatore’, il
‘Resuscitato’, il ‘Signore’, il ‘Figlio di Dio’, ecc.; le cui
principali prerogative sono riassunte dall’acrostico ‘ichthýs’
(letteralmente: ‘pesce’ – in realtà: Iesous
Christos Theou Uios Soter o
‘Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore’), forse in riferimento alle parole di
Agostino di Ippona, nel suo De Civitate
Dei (XVIII, 23), “Cristo è il pesce
vivo nell’abisso della mortalità, come in acque profonde”;
-
per i
Giudaiti (cioè, gli adepti del Giudaismo), Yehòshuà
o Yeshuà HaNotsri (Gesù il Nazzareno o
di Nazareth – attribuzione totalmente infondata, in quanto, la cittadina di
Nazareth, secondo gli archeologi, sarebbe stata fondata all’incirca 40 anni dopo
l’eventuale data di morte convenzionalmente assegnata a Gesù), Naggar bar naggar (il falegname figlio
di un falegname), Ben charsch etaim
(il figlio di uno che lavora il legno); oppure, con intenzioni palesemente
denigratorie o offensive, Yeshù bar Pandira o Pandera o Panthera
(Gesù il figlio di Pandira/Pandera/Panthera – che
altri non sarebbe stato che un legionario romano, seduttore di Maria) o Yeshù bar Jochanan
(Gesù
il figlio di Jochanan – un altro presunto ed
occasionale amante di Maria) o Yeshù bar Stada (Gesù il figlio della
prostituta) o Otho Isch
(quell’uomo) o Peloni (una certa
persona) o Talui (quello che fu
appeso), ecc. ; questo, naturalmente, senza contare che molti Rabbini,
scomponendo studiatamente il nome Yeshù o Jeschù (che in ebraico significa ,‘YHWH
è salvezza’) ed utilizzandone le sole iniziali – cioè, Immach SCHemo Vezikro (che, nella
medesima lingua, sono traducibili con: ‘possano il suo nome e la sua memoria essere cancellati’) –
preferiscono semplicemente pronunciare quell’acronimo;
-
per i
Musulmani, Hazrat Issa
ibin-e-Maryam (il
‘Rispettato’ o ‘l’Onorevole Gesù figlio di Maria’),
al-Masih ibin-e-Maryam (il ‘Messia figlio di
Maria), al-Nabi Issa (il ‘Profeta
Issa/Gesù’ – il Nabi a cui Dio avrebbe concesso il particolare potere di
resuscitare i morti, come sottolineato dal Corano, Sura 3, 49 e Sura 5, 110), Kalimat
Allah
(‘Parola
di Dio’), Ruash
Elohim
(‘Spirito che viene da Dio’ – senza essere ‘divino’),
ecc.;
aggiungendo, ogni, volta, al nome e/o all’epiteto di rispetto che gli viene
sistematicamente attribuito, la sigla ‘A.S.’ o la dicitura, per esteso, ‘Alayhis
Salâm o
Alayhis-Salaam o
Alayhi
asSalam
(che, in arabo, vuole dire: la ‘Pace sia su di Lui’);
-
per
il cristologo Luigi Cascioli, invece – autore del libro, ‘La
favola di Cristo:
Dimostrazione
inconfutabile della non esistenza di Gesù’
(http://www.luigicascioli.it/ -
http://www.luigicascioli.it/2prove_ita.php - http://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Cascioli) – si tratterebbe semplicemente di
un
“personaggio completamente inventato, a
partire dalla vita di Giovanni di Gamala” (il figlio di Giuda
il Galileo o
Giuda di Gamala, uno dei fondatori
del movimento zelota –
ripetutamente citato dallo storico giudeo Joseph Ben Matthias o Iosephus Flavius
o Flavio Giuseppe – che, dopo essere stato catturato nell'orto del Getsemani,
sarebbe stato crocifisso dai Romani).
Nel
contesto di questa mia riflessione, non mi dilungherò affatto a cercare di
stabilire se il ‘Cristo della fede
cristiana’ (o l’eventuale e mai accertato ‘Yehòshuà
ben Yosef/Yeshuà/
Yeshù /Iesoûs/Iesus/Gesù
della leggenda’)
corrisponda o meno al ‘Giovanni
di Gamala della storia’. Quello che tenterò di
appurare, invece, è fino a che punto – a partire da fonti cristiane – gli
aspetti formali e sostanziali, le ritualità, le usanze, le abitudini popolari e
la simbologia che ordinariamente caratterizzano le tradizionali festività di fine anno,
abbiano una qualsiasi attinenza o correlazione con la storia e la pratica
originaria della religione cristiana.
A.
Prendiamo, per cominciare, la data di nascita di Gesù della fede (o
‘Theophania’).
Secondo
la tradizione cristiana, Yehòshuà/Gesù
della fede,
sarebbe nato nel corso del principato di Augusto (-31/14) e sarebbe stato
crocifisso durante quello di Tiberio (14/37).
In
che anno, mese e giorno sarebbe nato, esattamente? Questo, nessuno lo sa, né può
affermarlo con assoluta certezza. Nemmeno la Chiesa, con la sua notoria e mal celata
prerogativa di assoluta infallibilità!
Un
breve giro d’orizzonte tra gli scritti degli autori che cercano storicamente di
situare quell’avvenimento, ci offre l’ampiezza dell’estrema confusione che è
sempre regnata a proposito dell’eventuale data di nascita (Matteo 1, 18; Luca 1,
14; 2, 7) del Gesù della
fede.
Flavio
Giuseppe (37-100) e Svetonio (70/128 – Caius Suetonius Tranquillus), infatti,
pensano che Yehòshuà/Gesù
potrebbe
essere venuto alla luce 194 anni, 1 mese e 13 giorni prima della morte
dell'Imperatore Lucius Aelius Aurelius
Commodus o Commodo (161-192 -morto il 31 Dicembre 192), cioè il 18
Novembre dell’anno 3 della nostra era.
Per
alcune Chiese orientali –
secondo il resoconto fattoci pervenire da Clemente
Alessandrino (150-215 – Titus Flavius Clemens), in Stromates I, 21,146 – il medesimo Gesù
potrebbe essere stato partorito un 25
Pashon (che corrisponde al nostro 20 Maggio) o un 15 Tybri (10 Gennaio) o un 11 Tybri (6 Gennaio).
Se
seguiamo, invece, le indicazioni forniteci dal ‘De
pascha computus’ –
attribuito a Tascio Cecilio
Cipriano (199-258 –
Thascius Caecilius Cyprianus ) – lo stesso Gesù potrebbe essere venuto al
mondo un 28 Marzo. Diversamente, per Ippolito (m. 235 – in ‘Commento su Daniele’ IV,
23),
quell’evento potrebbe essersi verificato un 23
Aprile.
Al
contrario, se teniamo conto dei punti di vista di
Epifanio
(315-403 – Epiphanius, Vescovo di Salamina), di Ephraem Syrus
(306-373), di
Cosma Indicopleuste (o ‘Viaggiatore delle Indie’ - P.G.,
LXXXVIII, 197) e di
Abramo di Efeso (VIº secolo), l’identico Gesù potrebbe essere nato un 6
Gennaio (dalla data di quell’avvenimento, tra l’altro, si fa derivare il
termine Epifania – dal greco Epiphàneja – manifestazione, nascita,
comparsa, apparizione. Ed è in questa data, in ogni caso, che la Chiesa Ortodossa
continua a festeggiare il Natale).
Più
vicino a noi, il
Vescovo e teologo inglese John B. Lightfoot (1602-1675 – all’epoca vice
cancelliere dell'Università di Cambridge: lo stesso personaggio che aveva
minuziosamente “calcolato” che Dio avrebbe creato l’Universo alle 9 di mattina
del 26 Ottobre 4004 !), ci informa che il Gesù della fede potrebbe essere stato
generato un 15 Settembre.
Dal
canto loro, Henry Browne (‘Ordo
saeclorum’, Londra, 1844) e Thomas Lewin (‘Fasti Sacri’, Londra, 1865),
considerano più volentieri che la nascita di Gesù potrebbe essere avvenuta nel
mese di Agosto.
Da
parte sua, il Reverendo Jack Barr (vedere http://www.barr-family.com/godsword/dateborn.htm) è molto più
propenso a credere che Gesù possa essere nato tra Aprile e
Settembre dell’anno -5.
Roger
T. Beckwith (‘The Date of Christmas and
the Courses of the Priests, in Id., Calendar & Chronology, Jewish and
Christian, Leiden, 1996, pp. 79-92), invece, pensa che quell’evento possa
essersi verificato nell’ultima decade di Settembre.
Identica
deduzione per Corrado Maggia che parla ugualmente del mese di Settembre.
(vedere: http://www.incontraregesu.it/risposte/25dicembre.htm).
Alcuni
astronomi, invece – basandosi sull’indizio offerto dalla famosa ‘stella cometa’
che avrebbe indicato ai Re Magi l’esatta ubicazione del luogo di nascita del Gesù della fede, e costatando che in
quel periodo della storia l’unico fenomeno astro-fisico che sia stato registrato
è quello della congiunzione di Giove e di Saturno, nella costellazione dei Pesci
– sono più propensi a credere che quell’evento possa essersi verificato il 13
Novembre del -7.
Ultimo
in data (ma si potrebbe continuare all’infinito…), Guido Pagliarino (‘Gesù, nato nel 6 a.C., crocifisso nel 30 d.C.:
un approccio storico al cristianesimo, Collana Orione, Prospettiva
Editrice, Civitavecchia,
2003) – che tiene conto, sia degli
studi di Keplero che delle scoperte archeologiche di Schnadel
–
pretende che la nascita di Gesù possa essere avvenuta a Giugno o ad
Agosto dell’anno -6.
Inutile,
dunque, cercare, da un punto di vista della Storia, la vera data di nascita del
Gesù della
fede!
L’unica
cosa indiscussa che ci è dato storicamente di conoscere, è che, nel 337 della
nostra era, il Papa Giulio Iº (Pontefice dal 337 al 352), per ordine (sembra…)
dell’Imperatore Costantino (Flavius
Valerius Aurelius Claudius Constantinus o Imperator Caesar Flavius Constantinus Pius
Felix Victor Augustus Maximus – 274-337), decretò che lo Yehòshuà/Iesoûs/Iesus/Gesù
della
tradizione cristiana era nato nella notte tra il 24 ed il 25 Dicembre del 753
ab Urbe condita (a.U.c. – cioè,
dalla fondazione di Roma). In altre parole, nell’Anno 0 della nostra era!
Che
cosa affermano, in proposito, i maggiori studiosi di questa
materia?
Convengono
che la scadenza del 24/25 Dicembre del 753 a.U.c., è una data strettamente
convenzionale che – oltre ad essere abbondantemente soggettiva ed arbitraria – è
assolutamente svincolata da qualsiasi fondamento storico.
Secondo
l'Enciclopedia Italiana, infatti, i
Padri della Chiesa, dei primi secoli, non sembrano affatto aver conosciuto una
festa della ‘Natività di Gesù’.
Nel
354, il ‘Calendario Filocaliano’, alla data del 25 Dicembre, continua ancora ad
ignorare il ‘Santo Natale’.
Identica
considerazione per gli scritti lasciatici da Origene
(185-254).
Se
teniamo conto delle ricerche del teologo Louis Duchesne (1843-1922
– ‘Histoire ancienne de l’Eglise’,
in 3 volumi, del 1912), la
prima celebrazione del Natale si
sarebbe svolta a Roma, nel 354, nella basilica dell'Esquilino (in seguito
divenuta Santa Maria ad Praesepe
ed, in fine, Santa Maria Maggiore),
per volontà dell’allora Papa Liberio (Pontefice dal 352 al
366).
Altre
notizie storiche a proposito del festeggiamento cristiano del Natale, si incominciano ad avere nel
375, ad Antiochia, e nel 430, ad Alessandria d’Egitto.
Allora,
come mai, a partire dal IVº secolo, la Chiesa di Roma sceglierà di celebrare la nascita
del Gesù della fede, il 24/25
Dicembre?
B.
Cerchiamo
di scoprire il perché della scelta di quella data specifica
Come
spiega Miranda Green (Le Divinità solari
dell’antica Europa, Collana ‘Nuova Atlantide’, Serie Religiosità e sacro,
Mito e conoscenza, Trad. di Massimo Ortello, ECIG, Genova, 1995), il 24/25
Dicembre era un’ancestrale ricorrenza che era spontaneamente e sistematicamente
festeggiata dalla quasi totalità delle popolazioni
dell’Europa.
Nei
paesi scandinavi, ad esempio, si festeggiava la nascita di Freyr, il figlio supremo di Odino
(Odhinn-Wotan). Nell’estremo Nord, si celebrava Baldur (il candido e bellissimo ‘Dio
della giustizia’ e del ‘bene’; un Dio che dopo essere stato ucciso, era
resuscitato 40 giorni più tardi). In Danimarca, si festeggiava Trundholm (il ‘disco solare’).
In
Irlanda, si commemorava la venuta al mondo di Samhein (un Dio, guarda caso, che dopo tre
giorni dalla sua morte, era ugualmente risorto). I Gallo-Celti glorificavano Alban Arthuan (la ‘rinascita del
Sole’). I Troiani – secondo l’Iliade di Omero – adoravano il Sole-Apollo. I Greci, celebravano Helios (il ‘carro solare’ – figlio dei
Titani Hypérion
e Théia) ed
in seguito Apollo
Phoibos
(‘Apollo raggiante’); ma onoravano ugualmente Adonis o Adone (allegoria della morte e della
rinascita della natura) e Dionisio
(figlio di Zeus e di Semele). A
Roma e nel Lazio, si festeggiavano i Saturnali (feste in onore di Saturno,
‘Dio dell’Agricoltura’ dal 19 al 25 Dicembre) e la nascita di Bacco (l’equivalente di Dionisio, in
Grecia); si onorava ugualmente il Sol
Indiges e, più tardi – introdotto nel 273 (MXXVI
a.U.c.)
dall’Imperatore Aureliano (270-275) – il
Dies Natalis Solis Invicti (il
‘giorno della nascita del sole invincibile’ – celebrazione fissata ante diem octavum Kalendas
Ianuarias, cioè il nostro 25 Dicembre). I
Germani, nello stesso periodo, solennizzavano il giorno di Yule (la ‘ruota solare’) e gli
Anglo-Sassoni, l’equivalente Geola (il ‘giogo dell’anno’).
Nei
Balcani, tra le popolazioni Illiriche, si ossequiava Dupljaja (la ‘figura d’argilla’) e,
tra gli Slavi, Dajbog.
Il
tutto, naturalmente, senza dimenticare che nello stesso periodo erano ugualmente
festeggiati, Giove/Zeus/Juppiter
(‘Dio Supremo’, ‘Padre dei Cieli e ‘Re degli Dei’) e Plutone/Hadès (Pluto, ‘colui che arricchisce’ in
latino; Hadès, ‘colui che rende
invisibile, in greco), nonché l’egiziano Osiride o Osiris (‘Dio della morte e
dell’oltretomba’).
Non
parliamo del Vicino-Oriente.
In
quella regione, la radicata ritualità del 24/25 Dicembre è ugualmente comprovata
dalla storia e dall’archeologia.
In
quella data, ad esempio, i Sumeri vi celebravano il culto di Utu Babba (il ‘Sole’ – ‘Dio della
giustizia’) che era rappresentato dal disco solare e il numero 20. E vi
commemoravano ugualmente la nascita di Dumuzi (chiamato Tammuz a Babilonia e
considerato la ‘reincarnazione del Sole’), un altro Dio morto e resuscitato.
Quel Dio era rappresentato, da bambino, in braccio alla madre Semiramis e/o a Istrar (la ‘Regina del Cielo’
babilonese che aveva una aureola di 12 stelle che svettava sul capo), alla
stessa stregua dell’indiana Isi con
suo figlio Iswara o dell’egiziana Isis con suo figlio Horus, ecc.
Nell’antico
Egitto, inoltre, si festeggiava il ‘Dio Sole’ Rê o
Râ (più tardi, Amon-Râ), il ‘Dio Creatore’ che era
rappresentato da un uomo che portava un disco solare sulla testa.
Ad
Heliopolis (la ‘città del Sole’),
sempre in Egitto, il medesimo Rê o
Râ veniva adorato
sotto le sembianze di un falco e l’aspetto umano di Atum. Questo, naturalmente, senza
dimenticare Serapide (altro nome
del ‘Dio Sole’ egiziano), né il monoteistico Dio Aton voluto da Amenhotep IVº che, nel
corso del suo breve e sfortunato regno, per meglio attribuirsi e dedicarsi al
Sole aveva addirittura cambiato il suo nome in Akhenaton (l’efficienza di Aton).
A
Babilonia, nello stesso periodo, si commemorava Bel-Marduk (il ‘vitello del Sole’) e
Shamash (il ‘Dio Sole’).
Ad
Emesa (l’attuale Homs), in Siria, si ricordava solennemente Elababalus o Invictus
Sol Elagabalus (il
‘Dio Sole invitto’ – da cui prenderà spunto l’Imperatore Aureliano, per il suo
Dies Natalis Solis Invicti). A
Petra, tra i Nabatei, si onorava Dusares (il ’Dio Sole’). Nell’India
vedica, si celebrava Surya (il
‘fuoco del cielo’ o ‘l’ultima verità’).
Nella
medesima data del 24/25 Dicembre, inoltre, si festeggiava la nascita del Dio Mitra o Mitra (l’invictus-aniketos, venerato ugualmente
a Roma come il nome di fautor imperii),
una delle più importanti divinità dell’induismo antico e dell’originaria
religione persiana.
Tra
gli adepti della religione mazdeista (cioè, legati al Dio Ahura Mazda), si celebrava la nascita
del Profeta Zarathustra. Tra i fedeli
dell’induismo, si commemorava la nascita di Krishna,
l’ottava
incarnazione (o avatar) di Vishnu. E tra i buddhisti, quella di
Buddha (Siddhartha
Gautama o Siddhattha Gotama)
o
Çâkyamuni (dal
Sansckrit, muni o ‘asceta
silenzioso’, dei Çâkya, cioè
il Clan a cui apparteneva la famiglia di Gautama o Gotama).
In
Frigia, nell’allora Asia Minore
(l’attuale Turchia), si solennizzava la nascita di Attis o Atys (figlio ed amante
dell’affascinante Dea Cibele o Cybele-Agditis).
Identica
considerazione per quanto riguarda buona parte del resto del
mondo.
Nel
Messico pre-colombiano, ad esempio, veniva onorato Quetzalcoatl (il
‘serpente con le piume’ e Dio della luce’) e Huitzilopochtli, il
‘Dio Sole’ degli Aztechi.
Itzamnà (il
Dio del Sole’) ed la nascita del Dio Bacab, nello Yucatan, erano commemorati
dai Maya. Gli Incas festeggiavano Inti
o Inti
Raymi, un Dio che
era rappresentato con una maschera d’oro, dal viso umano, ornato di
raggi.
In
Cina, si commemorava il giorno di Scing-Shin. In Giappone, era
la Dea Amaterasu
o-mi-kami (la
‘grande e regale divinità che illumina il cielo’), a ricevere i medesimi
onori.
Dobbiamo
ancora chiederci il motivo della scelta, da parte della Chiesa del 337, della
data convenzionale del Gesù della
fede, il 24/25 Dicembre?
C.
Parliamo di ‘Babbo Natale’
Come
sappiamo, il tradizionale omaccione con la lunga e canuta barba, vestito con una
palandrana rossa dai bordi di pelliccia bianca ed il cappuccio, che se ne va a
distribuire i doni ai bambini, nella notte di Natale, alla guida di una slitta
volante trainata da otto renne (di cui si conoscono addirittura i nomi: Dasher, Dancer, Prancer, Vixen, Comet,
Cupid, Donder e Blitzen)
– e
che tutti chiamiamo ‘Babbo Natale’… – è semplicemente il
personaggio di una fiaba!
Quella
favola, fu descritta per la prima volta, nel 1809, dallo scrittore statunitense
Washington Irvin. Fiaba che fu successivamente ri-elaborata dal pastore
americano Clement Clarice Moore (detto Clarke Moore) e ripresa più tardi, il 23
Dicembre 1823, sul giornale “Sentinel” di Troy (Stato di New
York).
Stiamo
parlando, insomma, dello stesso personaggio che con il nome di Saint
Nick, a
partire dal 1949, verrà platealmente volgarizzato e diffuso nel mondo,
dal
celebre disegnatore statunitense Haddon H. Sundblom (1899-1976), per
scopi prettamente commerciali o, se si preferisce, per reclamizzare i
tristemente noti prodotti della Coca-Cola.
Inutile
sottolinearlo: la
Chiesa di Roma, da sempre impegnata a “recuperare” ogni cosa
alla moda, pretende che il personaggio di quella favola abbia preso ispirazione
dalla vita e le opere di San Nicola
(Santus Nicolaus o Santa Claus o Sinterklaas), Vescovo di Myra (in Licia,
l’attuale Anatolia, Turchia), vissuto nel IVº secolo e più conosciuto, in
Italia, con il nome di San Nicola di
Bari (ne parla Dante, nel Purgatorio XX, 31-33), dove gli è stata addirittura dedicata
una basilica, edificata nel 1087.
La
Chiesa Ortodossa, dal
canto suo, sostiene che il fiabesco personaggio raccontato da Irvin e da Moore,
sia piuttosto San Basilio o Basilio Magno (330-379 - Vassilis), un
altro Vescovo cristiano, sempre del IVº secolo, che avrebbe officiato a Cesarea
(l’attuale città turca di Kaysery), in Cappadocia.
In
contraddizione con le Chiese di Roma e di Costantinopoli/Istanbul, i Cattolici
delle Fiandre (Belgio) assicurano nientemeno che l’ispirazione per il ‘Babbo
Natale’ che tutti conosciamo, sia venuta da Sint-Maarten o San Martino –
l’ufficiale
della cavalleria romana, originario della Pannonia (l’attuale Ungheria), che
con
la spada, avrebbe tagliato in due il suo mantello militare, per offrirlo ad un
mendicante che stava soffrendo il freddo, e che più tardi sarà consacrato
Vescovo di Tours (371), in Francia.
Ancora
una volta, ci troviamo confrontati ad una serie di ridicoli e pedestri tentativi
di plagio del plagio…
Il
vero ‘Babbo Natale’ della Storia, in realtà, affonda le sue compatte ed ataviche
radici nelle ancestrali leggende dei popoli dell’Europa politeista. Tra
queste:
-
la
leggenda di Donar (il ‘Dio della
Fertilità’ dei tribù nordiche): un Dio che – in corrispondenza con il giorno del
Solstizio d’inverno (Yule) ed
echeggiando il suo corno da caccia – scendeva dal cielo su un carro trainato da
due robusti caproni, per distribuire doni ai figli dei
mortali;
-
la
leggenda di Sleipnir
(letteralmente: ‘colui che scivola rapidamente’): il grigio, octupede e
velocissimo cavallo di Odino
(Odhinn-Wotan) che galoppava in cielo e sulle acque di questo e di altri mondi;
secondo le tradizioni veicolate dalla mitologia nordica o norrena (quindi,
vichinga o scandinava), infatti, i bambini di quelle regioni, nella notte del
Solstizio d’inverno, deponevano i
loro stivali, riempiti di carote, di fieno e di paglia, accanto all’apertura del
camino della loro abitazione, con la chiara intenzione di sfamare il cavallo
volante di Odino; quel Dio, allora,
scendendo dal cielo, dopo aver nutrito il suo cavallo, riempiva quegli stessi
stivali, con diversi cibi prelibati, dolciumi e regali vari, in segno di
manifesta e profonda riconoscenza.
Quelle
leggende – oltre a favorire la nascita di una serie di tradizioni popolari che,
in concomitanza con il Solstizio
d’inverno praticavano il rito del ‘dono’ nei confronti de fanciulli (a
Roma, nel corso dei Saturnali,
delle Sigillaria, del Dies Natalis Solis Invicti e delle Compitalia o Laralia, avveniva esattamente la stessa
cosa!) – continueranno a perpetuarsi ininterrottamente fino a tutto il Medioevo.
E nonostante il furore repressivo della colonizzazione cristiana a cui dovette
assistere l’Europa di quegli anni, daranno vita, a loro volta, con qualche
soggettiva variazione, ad altre tradizioni popolari, come quella di Väterchen Frost (il ‘Padre freddo’) dei
Germani, quella di Julemand dei
Danesi, quella di Julenissen dei
Norvegesi, quella
di Kaledu
Senis dei Lituani, quella
di Jouluvana
degli Estoni, quella di Joulupukki dei
Finnici, quella di Julgubben o Jultomten o Tomten degli Svedesi, quella
di Karácsony
Apó
degli Ungheresi, quella di Djed
Bo?icnjak dei Croati, quella di Bozicek
degli Sloveni, quella di Mos
Craciun dei Rumeni, quella di Gwiazdor dei Polacchi, quella
di Diado Coleda dei Bulgari, quella
di Djed Mraz o Died Maroz o Ded Moroz, (il ‘Nonno gelo’) dei
Russi, ecc. Senza contare quella di Shengdan
Laoren dei
Cinesi.
D.
Proviamo ad indagare sul tradizionale ‘Albero di
Natale’
Informalmente,
diversi ricercatori cristiani del nostro tempo pretendono che la paternità
dell’uso dell’Albero di Natale
debba essere attribuita alla città di Riga che, prima nella Storia, nel
1510, avrebbe innalzato un abete inghirlandato, per onorare la nascita di
Gesù-Cristo.
Altri,
al contrario, preferiscono ufficiosamente attribuirla alle popolazioni alsaziane
che, tra il 1521 ed il 1605, avrebbero preso l’abitudine di commemorare quel
medesimo avvenimento, portandosi a casa degli abeti ed addobbandoli a
piacimento, per vivacizzare i giorni della Teofania cristiana.
Altri
ancora, in contraddizione con i precedenti, privilegiano perentoriamente
accollarla o ascriverla alla fede ed alla lungimiranza religiosa della Duchessa
di Brieg, in Gemania, che prima tra tutti, avrebbe lanciato la ‘moda’ dell’Albero di Natale, a partire dal
1611.
Naturalmente,
gli stessi mestatori di “verità rivelate”, per convincerci della giustezza delle
loro soggettive ed arbitrarie opinioni – oltre a parlarci dell’allora giovane e
sicuramente non troppo cristiano Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) che nel
suo Die Leiden des jungen
Werthers (‘I
dolori del giovane Werther’) del 1774, avrebbe introdotto il simbolismo dell’Albero di Natale nella grande
letteratura di quell’epoca – ci elencano tutta una serie di ramificazioni ideali
a proposito della diffusione di quell'usanza che – passando per
la
Principessa austriaca Henrietta von
Nassau-Weilburg (1816),
la
Duchessa
Elena
D’Orleans in
Francia (1840) ed il Principe Alberto di
Saxe-Cobourg-Gotha (consorte della Regina Vittoria) in Gran Bretagna – fanno
giungere la tradizione dell’abete decorato, fino ai nostri giorni.
Addirittura, dal 1982 (per volere di Papa Giovanni-Paolo IIº), fin sulla Piazza
San Pietro, a Roma!
Allora,
come spiegare, già dal 313 (epoca dell’Editto di Milano), l’accanimento
terapeutico riservato dalla Chiesa alla proibizione sistematica, per più di
mille e trecento anni, dell’allegorismo degli alberi in generale e degli abeti
agghindati in particolare, praticato da sempre dalle popolazioni della nostra
Europa?
Come
giudicare la condanna del culto degli alberi espressa dal Concilio di Cartagine
del 397?
Come
interpretare la distruzione, ordinata da Roma nel 772, e fedelmente eseguita
dalle truppe del neo-Imperatore “romano” Carolus Magnus o Carlo Magno (742-814), di Irminsul (il celebre ‘Albero del
mondo’, personificazione del ‘Dio Hirmin’) e
del relativo santuario di Externstein, in Sassonia? Come commentare, più o meno nel medesimo
periodo storico, l’abbattimento ordinato da San Bonifacio (alias Wynfried) di Donar-Eiche, l’antichissima e sacra
‘Quercia di Thor’? Come inquadrare e comprendere le persecuzioni e le infinite
ordinanze di repressione fisica (sfociate, in diverse occasioni, in delle vere e
proprie condanne a morte!) e di biasimo morale destinate alle popolazioni
europee, a causa della loro atavica e spontanea sollecitudine nei confronti
degli alberi, come quelle volute, ad esempio, nel VIº secolo, dal Vescovo Martinus di Bracara; tra il
1000 ed il 1025, dal Vescovo di Limoges,
Martialis, e dal Vescovo di Worms,
Burchard; nel 1184, dal Vescovo di
Munster; nel 1200, dal Vescovo di
Fulda; nel 1525, dal Vescovo di
Norimberga; nel 1755, dal Vescovo
di Salisburgo, Sigismund; ecc.; fino a giungere, al 1935, dove un’inatteso
e sorprendente articolo dell’Osservatore
Romano, ancora continuava a considerare la tradizione dell’Albero di Natale come una consuetudine
prettamente pagana?
Diciamocelo
francamente: la
Chiesa ha davvero “sudato sette camicie”, negli ultimi 1700
anni, per tentare (senza riuscirci) di cancellare dall’immaginario collettivo
delle popolazioni europee, il simbolismo della ‘vita eterna’, rappresentato
dalle piante sempre verdi (semper
virens), come l’abete (sacro ad Odhinn-Wotan), il pino (sacro ad Attis), il
cipresso (che custodiva l’anima infelice di Attis), il cedro (l’albero degli
Dei o Deodora degli Indù), la quercia (celebre – oltre Donar-Eiche, la sacra ‘Quercia di Thor’
– la ‘Quercia dodonea’ di Zeus, a
Dodona, nell’Epiro, cantata da Omero – Iliade XVI, 233-238 e Odissea XIV, 327-330), il mirto (sacro
ad Afrodite/Venere, ‘Dea dell'amore’ e della ‘bellezza’), l’alloro o il lauro
(in cui si era fatta tramutare Dafne, la ninfa amata dal ‘Dio del
Sole’, Apollo – il lauro o alloro era ugualmente sacro ad Asclepio, figlio di
Apollo), il leccio (o alloro spinoso), l’ulivo (l’albero sacro ad
Atena, a Minerva e ad Eirene, la ‘Dea della Pace’), il
frassino (famoso l’Yggdrasil
dell'Edda), il ginepro (utilizzato dalle popolazioni europee, per
proteggere le loro stalle da eventuali sortilegi), il rosmarino (simbolo di
immortalità per gli Egizi, era utilizzato dai Romani per ornare le statuette dei
Lari o Lares familiares che
rappresentavano i loro antenati), l’edera (pianta sacra a Dionisio, il
corrispettivo di Bacco nella mitologia romana), il biancospino (sacro alla Dea
Belisama, più tardi identificata con Minerva), il pungitopo, l’agrifoglio (che i
Romani piantavano nei pressi delle loro case per scongiurare il malocchio e
scacciare gli spiriti maligni), il vischio (il succo delle sue bacche era
considerato, dai Druidi, il seme di
vita del ‘Dio del Sole’), ecc.
L’abete,
in particolare, nella Grecia antica, era l’albero sacro ad Artemide (Diana, per i Romani), la ‘Dea della
Natura’ che vegliava sulle nascite. Era l’albero ‘promessa di vita’ del Dio dei
Galli, Gargan. Era l’albero della
‘tutela della vita’ dei Druidi (gli
antichi sacerdoti dei Celti). Chiamato Dannenbaumen o Tannenbaum, il
medesimo abete era l’albero che i Teutoni piantavano, riccamente ornato di
ghirlande e di doni, davanti alle loro case, nei giorni corrsipondenti al Solstizio d’inverno (Yule). Era
l’albero da cui i Romani recidevano dei rami per decorare le loro abitazioni, in
occasione dei Saturnalia
(Macrobiius, Saturnaliorum
libri 1, 2).
Il
tutto, naturalmente, senza contare che già nel -1850, a Babilonia – come
risulta da una tavoletta scoperta il secolo scorso dall’archeologo Moussan – si
usava inghirlandare gli alberi con dei rombi metallici e luccicanti che
rappresentavano gli astri, sovrastandoli, sul loro apice, da un sole
scintillante in oro massiccio.
E.
Cerchiamo di trovare un “appiglio cristiano” al
Presepe
Conosciamo
il significato della parola ‘Presepe’: dal latino praesepium o praesepe (da prae = innanzi e saepes = recinto, che
vuol dire ‘luogo davanti al recinto’, per estensione, ‘greppia’, ‘mangiatoia’),
il ‘Presepe’ è la ricostruzione liturgico-teatrale delle scene che si
riferiscono alla natività di Gesù ed al successivo arrivo dei
Magi.
Secondo
i racconti tramandatici dai cronisti, Tommaso da Celano (1190-1260 – in
Vita
Prima di San Francesco d'Assisi, Fonti
Francescane, Assisi, 1978, pp. 472 e 476) e
Bonaventura
da Bagnoregio,
alias Giovanni Fidanza, soprannominato Doctor
Seraphicus
(1217-1274 - in Leggenda Maggiore,
Cap. De studio et virtute
orationis, Fonti Francescane, Assisi, 1978, pag. 924), il
primo Presepe (vivente) della Storia sarebbe stato ideato e realizzato da San Francesco d’Assisi, nella notte tra
il 24 ed il 25 Dicembre 1223,
a Greccio (un Comune attualmente in provincia di Rieti),
con la collaborazione della popolazione locale, il supporto dell’allora Signore
dei luoghi, Giovanni Velita
(discendente dei Conti Celano e della famiglia Berardi), e l'autorizzazione
ecclesiastica e formale di Papa Onorio
IIIº (Pontefice dal 1216 al 1227).
Ora,
a parte il fatto che nei Vangeli canonici, ci sono due versioni della medesima
nascita – in particolare, quella di Matteo (2, 11) che ci racconta della venuta
al mondo di Gesù in una ‘casa’ (probabilmente, ‘l’abitazione dei parenti di
Giuseppe’ che vivevano a Betlemme) e quella di Luca (2, 7) che ci parla, invece,
di una ‘mangiatoia’ (“poiché non v’era
posto nell’albergo…”); e che soltanto Matteo (2, 1-12) evoca la visita dei
Magi (senza, tra l’altro, precisarne il numero o specificarne la provenienza) –
da dove scaturirebbero o sarebbero state estratte le scene di ‘capanne’ e/o di
‘grotte’ e le tradizionali raffigurazioni del ‘bue’ e dell'
‘asinello’ (che ordinariamente sono al centro di qualunque rappresentazione
della Natività), nel Presepe della tradizione cattolica?
I
maggiori teologi cattolici – come Alfred
Firmin Loisy (1857-1940), Ernesto
Buonaiuti
(1881-1946) ed Hans Küng (nato nel
1928) – e protestanti – come Rudolf Karl
Bultmann (1884-1976)
e Dietrich Bonhoeffer (1906-1945) – non sembrano avere
dubbi. Oltre a spiegare le differenze oggettive che si riscontrano nelle diverse
versioni del Vangelo di Matteo e di Luca, con la complementare esigenza di
rivolgersi ad un pubblico giudaita
(nel caso di Matteo) e ad un pubblico
pagano o gentile (nel caso di Luca), lasciano praticamente intendere che la
maggior parte delle scene (ad esempio, la ‘stalla’ o la ‘grotta’) o delle
raffigurazioni (ad esempio, quella dei sedicenti ‘sacerdoti persiani’,
(Melkon/Melchiorre, Gaspar/Gasparre e Balthasar/Baltassarre
) che
formano buona parte del quadro coreografico della Natività del Cristo, potrebbe essere
stata estrapolata da Vangeli
apocrifi (dal greco, apokriphos – composto di apo e kripto – che significa ‘nascosto’,
‘occulto’, ‘arcano’ e, per estensione, Vangeli non riconosciuti da nessun
Canone) e/o da tradizioni popolari
che – scaturite a macchia d’olio nei primi anni della cristianità – sarebbero
state, in seguito, accantonate o completamente dimenticate.
Per
quanto riguarda, invece, le immagini del ‘bue’ e dell’ ‘asinello’, solitamente
rappresentati a fianco di Gesù bambino esposto sulla mangiatoia, i medesimi
teologi pensano che si tratterebbe soltanto di contingenti allegorie che
sarebbero state successivamente introdotte, nella liturgia natalizia, dalla
propaganda cristiana dell’epoca dei Padri della Chiesa.
A
loro dire, infatti, quella specifica campagna pubblicitaria – facendo
forzatamente derivare quelle immagini da un passo di Isaia 1, 3 (che recita testualmente:
“ll bue ha riconosciuto il suo
proprietario e l'asino la greppia del suo padrone"…) – tendeva
semplicemente a divulgare ciò che i Padri della Chiesa avrebbero voluto che
fosse il risultato della loro quotidiana opera di proselitismo. E questo, da un
lato, rappresentando gli Ebrei
(simbolicamente rappresentati dal bue) e, dall’altro, i Gentili (allusivamente rappresentati
dall’asino), nell’atto di una loro mansueta ed incondizionata adorazione del
vero Messia e dell’unico Salvatore del genere umano.
Come
il lettore lo avrà senz’altro già intuito, ancora una volta ci troviamo
confrontati ad una serie di arzigogolate congetture che in definitiva –
quantunque cerchino dottamente di convincere, attraverso la semplice dialettica…
– non posseggono nessuna attinenza o correlazione con la reale Storia di questo
genere di tradizioni.
Chi
possiede, infatti, un minimo di dimestichezza con i classici latini – per averne
un’idea, Cicerone, De re publica libri
5, 7; In Verrem actio 3, 27; Epistule ad Atticum 2, 3, 4; Aulo Gellio, Noctes Atticae 10, 24, 3; Attio, Frag. Poet. Rom. 16, 4, 2; Tito Livio,
Ab Urbe condita libri 40, 52, 3;
Sallustio, De coniuratione
Catilinae 20, 11; Orazio, Epistulae
1, 7, 58; 2, 2, 51; Odarum seu carminum libri 1, 12, 44; Nevio, Palliatarum frg. 100; Ovidio, Fasti 3, 242; Valerio Flacco, Argonautica 4, 45; Svetonio, Augustus 31; Plauto, Aulularia; Mercator; Macrobio, Saturnaliorum libri; ecc. – sa perfettamente che quella che
noi, oggi, chiamiamo la ‘tradizione del Presepe’, possiede una sola ed
incontestabile fonte storica: quella, in particolare, dei Lares (gli antenati defunti) di epoca
romana.
Di
incerta origine etimologica (forse dall’etrusco Lar, ‘Padre’) e cantati, tra gli altri,
da Albio Tibullo - (-54/19) – “…Sed
patrii servate Lares: aluistis et idem, cursarem vestros cum tener ante
pedes. Neu pudeat prisco vos esse e stipite factos: sic veteris sedes
incoluistis avi. Tum melius tenuere fidem, cum paupere cultu stabat in exigua
ligneus aede deus…” (Tibulli
Elegiae
Liber Primus, X,
vv. 15-20; libera
traduzione : “…Salvatemi
voi, Lari dei miei padri, voi che m'avete allevato quando bambino correvo
innanzi ai vostri piedi. Non abbiate vergogna di essere scolpiti in un vecchio
tronco: così abitaste l'antica casa degli avi. Meglio si osservava la fede,
quando in una piccola nicchia con semplice rito s'alzava un dio di
legno…”) –
i
‘Lari’ (arcaicamente chiamati Lases) erano ponderati dai Romani, come
dei Numi tutelari che possedevano
la particolarità di proteggere le terre (in particolare l’ager romanus), i raccolti, le strade,
gli incroci, le città, lo Stato, la famiglia, le mura delle abitazioni, la
proprietà, le attività, ecc.
Considerati
da un punto di vista strettamente privato, i
‘Lari’ (Lares familiares) erano gli
spiriti divinizzati (Numen, inis)
degli avi defunti di ogni famiglia. Custodivano e tutelavano il focolare
domestico, il benessere e l’agiatezza dei componenti del nucleo familiare,
l’inviolabilità della proprietà, lo sviluppo e la floridezza dell’insieme delle
loro attività quotidiane.
I Lares familiares erano essenzialmente
rappresentati da statuette scolpite nel legno o realizzate in semplice
terracotta o in cera, nell’atto di tendere la mano in segno di pace. E quelle
loro parvenze venivano custodite e onorate nel Lararium, una particolare cappella
votiva che esisteva all’interno di ogni domus romana.
Intesi,
invece, da un punto di vista pubblico, a Roma c’erano tutta un’altra serie di
‘Lari’. Tra questi: i Patrii Lares (i ‘mitici antenati’, gli ‘eroi’,
i maiores, cioè i fondatori e gli
ispiratori della Societas romana)
e/o i Lares Prestites (‘Lari
pubblici’ - Lares Public i Populi Romani
Quiritium) che
erano considerati i ‘protettori di Roma’ (intesa come Nazione e Stato) ed i
‘tutori delle tradizioni sacrali dell’Urbe’; i Lares compitales che proteggevano i
‘crocicchi’ o i ‘crocevia’ (compita –
da compitum, i: il
‘crocicchio’ o ‘incrocio di quattro strade’) e, contemporaneamente, il traffico,
le ‘comunicazioni’ e gli ‘scambi commerciali’; i Lares viales che proteggevano le
‘strade’, i ‘viaggiatori’; ecc.
Come
sottolinea Ovidio, questo genere di
‘Lari’ – che vedranno la loro massima diffusione popolare e cultuale in epoca
imperiale, con i Lares Augusti (i
‘Lari di Augusto’) – assicuravano “la
sicurezza di tutto ciò che resta sotto i loro occhi e proteggono le mura della
Città” (Fasti 2, 6, 15).
Questi
ultimi, in generale, erano rappresentati da dipinti, da piccole sculture o da
statuette scolpite nel legno o realizzate in semplice terracotta o cera (sempre
nell’atto di tendere la mano in segno di pace). Ed i loro rispettivi simulacri
venivano solitamente esposti in speciali edicole (aediculae Larum o Larium) che erano erette agli angoli
delle strade e che riproducevano, a loro volta, in scala ridotta, la facciata di
un classico tempio romano.
In
casi particolari, invece - come nel culto, ad esempio, di Romolo-Quirino o di Acca Larenzia (moglie del pastore
Faustolo che
avrebbe allattato i gemelli Romolo
e
Remo –
episodio citato da Lattanzio, Divinae
Institutiones I, 1, 20), possedevano dei veri e propri Templi e/o degli
Edifici sacri. Esempi celebri, sono il lucus Deae Diae (quello della Confraternita degli
Arvales), a 7 km da Roma, sulla via
Campana ; ilTempio
dei Lari
(dell’epoca degli Emilii) ed il Pantheon di Roma (di età augustea);
l'ara dei Lari di
Ostia ; il Tempio di Vespasiano (dedicato al ‘Genio dell’Imperatore’) ed
il Santuario dei Lari Pubblici, a
Pompei,
ecc.
Per
farla breve, diciamo che quello che oggi avviene con la realizzazione pratica
‘Presepe’, avveniva esattamente in epoca romana, con le statuette dei
‘Lari’.
Il 20
Dicembre di ogni anno, infatti, in occasione delle Sigillaria (‘festa delle statuette’ –
che erano dette sigilla, dal latino
sigillum, i, diminutivo di signum, statua), i bambini di ogni
famiglia, sotto la guida dei loro genitori, erano incaricati di rimettere in
ordine i Lararia (le cappelle
votive dedicate ai ‘Lari’ che esistevano internamente in ogni casa), di spolverare e ripulire le effigi
dei loro antenati, di ricomporre loro un certo habitat appariscente o accettabile, di abbellire la personale scelta
coreografica con muschio e composizioni floreali, di offrire loro doni e cibo,
ecc.
In
quella stessa occasione le famiglie romane – oltre a scambiarsi auguri e doni in
forma di statuette (che secondo l’agiatezza della famiglia potevano essere – non
solo di legno o di terracotta o di cera, ma addirittura – di bronzo, argento o
oro) – regalavano aggiuntivamente, ai loro figli, dei pupazzetti e/o degli
animaletti che erano stati precedentemente confezionati o modellati con pasta
dolce o marzapane.
Superfluo
farlo notare: quel genere di ritualità, con qualche variazione sul tema, erano
ugualmente ripetute:
-
il 23
Dicembre di ogni anno, in occasione delle Larentalia (feste in onore di Acca Larenzia e dei Lari);
-
tra
il 2 ed il 5 Gennaio di ogni anno, in occasione delle Compitalia o Laralia (feste dedicate ai ‘Lari
pubblici’ ed alle aediculae Larum o
Larium). Qelle feste, se vogliamo,
avvenivano in quasi coincidenza con le ritualità che – dopo l’avvento del
Cristianesimo – ci siamo abituati a chiamare le ‘feste della
Befana’.
F.
Che dire, in fine, delle ‘strenne’ e dei tradizionali regali di fine
anno?
In
questo caso, non è difficile dimostrare la non cristianità di questo tipo di
tradizione.
Come
tutti sanno, nella Roma antica, in concomitanza con le feste invernali che si
svolgevano tra i Saturnalia (17-23
Dicembre), il Dies Natalis Solis
Invicti (25 Dicembre) e le Calendes (primo giorno del mese di
Gennaio), era uso e costume, tra amici e conoscenti, offrire reciprocamente
degli oggetti scolpiti nel legno che era stato appositamente prelevato dai boschi sacri dedicati alla Dea Strenia. Da cui – inutile
sottolinearlo – la parola ‘strenna’ che, come sappiamo, è semplicemente sinonimo
di ‘regalo’.
Rebus
sic stantibus (stando
così le cose…), finiamola, allora, di prenderci in giro con i cosiddetti Auguri di Natale, e facciamoci
semplicemente quelli che qualunque Romano, nel suo tempo, avrebbe sicuramente e
sinceramente indirizzato o rivolto ai suoi più cari amici e camerati: Simul dies festos laetissimos Nativitate
Solis Invicti atque Novum Annum faustum, felicem
fortunatumque!
Alberto
B. Mariantoni
(1) Le date attribuite alla
nascita dai Padri della Chiesa, come Origene e Clemente, e da altri, quale
Tascio Cipriano, non si riferiscono
ad un Gesù partorito a Betlemme ma alla sua discesa sulla terra (Cafarnao) ad
un’età matura di 30 anni nel quindicesimo anno del Regno di Tiberio dietro
ricopiatura del Vangelo gnostico di Marcione scritto nel
140.
Per
costoro la nascita si era realizzata all’inizio dei tempi con quel parto operato
dalla Vergine (Costellazione) nel deserto come da Apocalisse (cap. 12). La
nascita terrena inventata agli inizi del IV secolo era infatti ignorata da tutti
i Vangeli canonici allorché uscirono nella seconda metà del II
secondo.
Luigi Cascioli.