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Anche quelli che non hanno letto neanche una riga del Vecchio
Testamento ne ricordano qualche pagina emozionante: le acque
del Mar Rosso che si aprono miracolosamente davanti al popolo
di Israele in fuga dalla schiavitù in Egitto o il giovane
Davide che affronta mezzo nudo il gigante Golia protetto da
una formidabile corazza di ferro, e lo fa secco con una
micidiale sassata in fronte. Merito del cinema, certo che ha
tratto dalla Bibbia un colossal dietro l’altro, e della tv,
che li ripropone a ogni festività religiosa.
Ma dietro la finzione cinematografica, quanta verità storica
c’è, e quanta leggenda? In passato una domanda così sarebbe
apparsa blasfema. Oggi, invece, il racconto biblico è tutto in
discussione. “Due filoni della ricerca, da una parte l’analisi
filologica dei testi biblici, dall’altra l’archeologia
arrivano alle stesse conclusioni”, sostiene Mario Liverani,
che insegna Storia del Vicino Oriente Antico all’università La
Sapienza di Roma ed è autore del recente volume Oltre la
Bibbia. Storia antica di Israele, “E le conclusioni sono che
non possono essere considerati storici i racconti più celebri
del Vecchio Testamento, come le vicende di Abramo e dei
Patriarchi, la schiavitù in Egitto, l’Esodo e la
peregrinazione nel deserto, la conquista della terra promessa,
la magnificenza del regno di Salomone.
Certo, non tutti sono d’accordo: in alcuni ambienti le
resistenze sono molto forti, al punto che siamo arrivati
all’insulto quotidiano.” Rifiutano di mettere in discussione
la verità storica della Bibbia sia alcune correnti di pensiero
religioso, cristiane e israelitiche, sia l’ala più estrema del
movimento sionista, che rivendica per gli ebrei non solo
l’intera Palestina, ma addirittura tutto il Levante compreso
fra il fiume Eufrate e il confine egiziano: il territorio di
un impero immaginario di tremila anni fa. Alcuni fra i più
autorevoli studiosi israeliani, però, a cominciare da Israel
Finkelstein, direttore dell’Istituto di archeologia
dell’università di Tel Aviv, sono per una ricostruzione della
storia antica di Israele fondata unicamente sulla ricerca
rigorosamente scientifica.
Proprio perché la tradizione biblica ha avuto un’ influenza
tanto grande sulla nostra civiltà, alcune domande sono
d’obbligo: se Abramo e i Patriarchi sono leggenda, qual è
stata l’origine degli ebrei? E se Mosè non è mai salito sul
Monte Sinai, da dove vengono i Dieci Comandamenti e la stessa
fede in unico dio, che oggi accomuna ebrei, cristiani e
musulmani? E poi, venendo al nocciolo della questione: perché
quei racconti sono stati scritti, quando, e chi sono gli
autori?
“Gli ebrei, come del resto tanti altri popoli, si sono dati un
mito delle origini nel momento in cui ne avevano più bisogno”,
dice Liverani. “Oggi, con evidente anacronismo, ma con qualche
ragione, si potrebbero accostare quelle pagine del Vecchio
Testamento a un documento di propaganda politica”. Occorreva
dare un passato nobile ad un popolo che rischiava di perdere
la propria identità.
L’ESILIO imposto agli Ebrei dai Babilonesi nel 587
a.c. rafforzò la loro fede in unico dio
La scrittura e la rielaborazione dei testi biblici principali
è durata più o meno un secolo, all’incirca dal 622 al 516
avanti Cristo: un secolo tragico, segnato da un evento che
avrebbe potuto cancellare l’identità del popolo ebraico e la
sua fede in un unico dio.
“Gli Ebrei avevano un loro piccolo stato, il regno di Giuda,
che attorno a Gerusalemme si estendeva su una superficie
paragonabile a quella dell’Umbria: come altri staterelli
dell’area, era assoggettato alla potenza egemone dell’epoca,
l’impero babilonese. Si ribellò, ma gli andò male: i
Babilonesi assediarono per anni Gerusalemme, la espugnarono e
la distrussero. Il Tempio di Yahweh, il dio unico, fu
abbattuto e il sommo sacerdote giustiziato assieme a una
sessantina di notabili. La popolazione cittadina fu deportata
in Mesopotamia. I contadini sparsi nelle campagne vennero
invece lasciati sul posto: non rappresentavano un problema per
l’impero.
LA PUNIZIONE DIVINA
Lo scopo delle deportazioni fatte dai Babilonesi (e prima di
loro dagli Assiri) era quello di cancellare l’identità dei
popoli vinti, inducendoli ad adottare la lingua e ad adorare
gli dei del vincitore. Dopo tutto, secondo le idee del tempo,
i deportati non avevano motivo di credere ancora nel loro
vecchio dio, che era stato sconfitto in guerra e non era stato
capace di proteggerli. E invece, nei 70 anni che durò la
“cattività babilonese”, i leader religiosi e politici ebrei
scampati al massacro respinsero l’idea che Yahweh fosse stato
sconfitto e adottarono una posizione religiosa radicalmente
nuova, questa: il dio di Israele era l’unico dio di tutto
l’universo. E non solo non era stato sconfitto, ma si era
servito dei Babilonesi per punire il suo popolo, colpevole di
gravissimi peccati. I Babilonesi, dunque, erano stati solo uno
strumento della divinità. Gli Ebrei, anziché perderla,
rafforzarono la propria identità nell’esilio, convinti che,
una volta espiata la colpa, forti di una religione rigorosa e
purificata, sarebbero tornati in patria: dove avrebbero
ricostruito Gerusalemme e il celebre Tempio.
L’occasione si presenta nel 539 avanti Cristo: Ciro, re dei
Persiani, conquista Babilonia e consente agli Ebrei di
rientrare in patria come sudditi del suo impero nuovo di
zecca. Figli e nipoti dei deportati tornano a scaglioni a
Gerusalemme, animati da un rinnovato spirito di rigore
religioso. Trovano però scarsa comprensione in quella parte
della popolazione ebraica che non era stata deportata: peggio
ancora, spazi che considerano loro sono stati occupati da
immigrati di altra fede provenienti dalle regioni confinanti.
I reduci hanno allora bisogno di un documento che dica in
sostanza: “Abbiamo il diritto di riprenderci quello che è
nostro da sempre: la Terra di Canaan, che ci è stata promessa
da Yahweh e che Giosuè ha conquistato per noi.”
Dice Liverani: “La riscrittura delle origini del popolo
ebraico era già iniziata a Gerusalemme prima della
deportazione, quando il re di Giuda, Giosia (regnò dal 640 al
609 avanti Cristo) progettava di espandere il suo piccolo
stato verso i confini di un mitico regno che nel remoto
passato avrebbe unito sotto uno solo scettro tutti gli Ebrei.
L’elaborazione del mito continuò durante l’esilio e proseguì
negli anni successivi al ritorno da Babilonia.”
L’area di Gerusalemme è oggetto di scavi archeologici da un
secolo e mezzo: del periodo che, secondo il racconto biblico,
avrebbe visto la fioritura del “regno unificato” degli Ebrei
(siamo nel X secolo avanti Cristo) non è stato trovato nulla,
se non pochi cocci di terracotta. Non una traccia di
scrittura, neanche minima: fatto inconcepibile per un regno di
qualche importanza. Non si conosce, dai documenti
contemporanei dei popoli vicini, neanche il nome di questo
preteso regno. “In realtà”, dice Finkelstein, “quella
Gerusalemme doveva essere un centro abitato piuttosto
insignificante, un villaggio tipico della regione montuosa.
Secondo calcoli demografici impiegati per questa epoca, il
“regno” non doveva contare più di 5000 abitanti sparsi fra la
capitale, Hebron e la Giudea, più qualche gruppo sparso di
seminomadi.”
ESODO - La grande fuga
Secondo le osservazioni di Liverani nei documenti egizi
dell’età del Tardo Bronzo non c’è traccia della permanenza di
un popolo straniero nella valle del Nilo, né della presenza di
Mosè alla corte del Faraone.
L’unico accostamento possibile è la prassi con la quale il
Faraone accordava ai pastori nomadi il permesso di soggiornare
nel Delta in tempo di siccità per abbeverare il bestiame.
D’altra parte, l’idea di un impero che tiene prigioniero un
popolo in terra straniera non poteva nascere prima
dell’esperienza delle deportazioni assiro-babilonesi, avvenute
però nel millennio successivo.
Analoghe osservazioni valgono per l’Esodo e la peregrinazione
nel deserto. Usciti dall’Egitto grazie all’intervento divino,
che terrorizza il Faraone oppressore con le terribili “sette
piaghe”, il popolo ebraico avrebbe peregrinato per 40 anni nel
deserto. Ma quello descritto è un deserto immaginato
attraverso le paure e i pregiudizi di un cittadino di
Gerusalemme o di Babilonia, che vi vede serpenti e scorpioni
dappertutto ed è convinto di morirvi di sete e di fame, a meno
di interventi della divinità. Un popolo di tradizione
pastorale avrebbe avrebbe percorso le piste della transumanza
e trovato acqua e pascoli nei posti giusti.
Di questa sapienza antica non c’è traccia nel racconto
biblico, che appare poco più di una cornice per esporre
questioni giuridiche e religiose.
IL DECALOGO - Le tavole della legge
Le Tavole della Legge, come del resto altre parti della
narrazione biblica, contengono senza dubbio precetti
antichissimi, che erano stati trasmessi per molto tempo
soltanto dalla tradizione orale. Ma il primo dei comandamenti,
quello che impone di adorare un solo dio, non è più antico del
regno del di Giosia (640-609 a.C.). L’onomastica rivela che
gli Ebrei in origine adoravano altri dei oltre a quello che
sarebbe diventato il loro unico dio e che in ebraico era
chiamato Yahweh. Alcune iscrizioni parlano di Yahweh e della
sua compagna, una dea cananea di nome Asherah. Poi adottarono
la monolatria, cioè la fede in un unico dio per tutta la
nazione, senza escludere che gli altri dei di altri popoli
fossero a loro volta veri. Infine, ma solo negli anni
dell’esilio babilonese, passarono al monoteismo puro, cioè al
riconoscimento di Yahweh come dio unico di tutto l’universo.
Anche il quarto comandamento, quello che impone l’obbligo di
onorare il padre e la madre, si ritrova in scritti siriani
mesopotamici, anche in forme più esplicite tipo “Mantieni il
padre e la madre se vuoi avere diritto all’eredità.”
LE FONTI - Da Gilgamesh ad Hammurabi
Lo studio delle culture del Vicino Oriente Antico ha permesso
di stabilire che molte narrazioni bibliche non sono originali,
ma si sono ispirate a fonti più remote. Il racconto del
Diluvio Universale, per esempio, si trova già nel poema epico
di Gilgamesh, eroe sumero-babilonese del 2000 a.C., come
testimoniato dalle tavolette con scrittura cuneiforme trovate
a Ninive.
Incredibile è la somiglianza fra il codice di Hammurabi, re
babilonese del XVIII secolo a.C. che fece redigere la più
antica raccolta di leggi e i 10 Comandamenti, come “Non
frodare”, “Non adorare altre divinità al di fuori del
Signore”, “Non concupire”, “Non desiderare roba d’altri”.
L’episodio riguardante Eva e la mela è tratto da una leggenda
sumera che faceva dipendere l’origine dei mali dalla prima
donna che, indotta da un serpente a disobbedire al dio
creatore, convinse il suo compagno a mangiare il frutto
dell’albero proibito. La favola sumera viene raccontata in un
documento chiamato “Cilindro della Tentazione” che è
conservato presso il British Museum di Londra. Questo
documento, scritto nell’anno 2500, esisteva già venti secoli
prima che venisse redatta la Bibbia.
La Torre di Babele altro non era che la ziggurat che il re di
Ur, Nimrod, fece costruire a Babilonia nel 2100 a.C. in onore
del dio Nanna.
GIOSUE’ - Una guerra lampo
Per gli storici, la folgorante campagna militare di Giosuè per
la conquista della Palestina (la terra che la Bibbia dice
promessa da dio ad Abramo, progenitore mitico degli Ebrei) è
del tutto inverosimile: chi ne ha scritto il racconto ignorava
che all’epoca la Palestina era occupata dagli egiziani, che di
sicuro non se ne sarebbero rimasti con le mani in mano.
Inoltre, nessun documento contemporaneo ne reca traccia.
L’archeologia ha dimostrato che, fra le città che la Bibbia
dice espugnate da Giosuè, Gerico era già in rovina e
abbandonata da quattro o cinque secoli e Ai addirittura da un
buon millennio.
E i popoli che sarebbero stati sterminati fino all’ultimo
uomo, donna e bambino per ordine di Yahweh? Con qualche
sollievo gli storici hanno accertato che il loro elenco nella
Bibbia è inventato. Salvo i Cananei, che si trovavano davvero
in Palestina, ma che di certo non vennero sterminati, e gli
Ittiti, autentici anche loro, ma che in Palestina non avevano
mai messo piede, gli altri, Amorrei e Perizziti, Hiwiti e
Girgashiti, “giganti” e Gebusei sono popoli semplicemente
immaginari.
SALOMONE - Il grande re saggio
Figlio di David e Betsabea Salomone segna, nella narrazione
biblica, il momento di massimo successo politico degli Ebrei.
Succeduto al padre su un trono comprendente tutte le 12 tribù
di Israele, Salomone avrebbe allargato i confini del regno
fino a farne una potenza regionale. Ma la pretesa che si
estendesse dall’Eufrate al “torrente d’Egitto” (oggi Wadi
Arish) rivela l’anacronismo: questi sono i confini della
satrapia persiana della Transeufratene, istituita però secoli
dopo.
La descrizione biblica del grande tempio edificato da Salomone
non è credibile: nella Gerusalemme del tempo, una città
piccolissima, non ci sarebbe stato neanche lo spazio per
erigerlo. Ha poi tutta l’apparenza di una favola il viaggio
della regina di Saba che parte dal regno dei Sabei (un
territorio dell’odierno Yemen) per far visita a Salomone
accompagnata dai suoi cortigiani con doni preziosi per
saggiare la sapienza e l’intelligenza del grande re Israelita.
Salomone è forse una figura storica, ma del suo nome non c’è
traccia in nessun documento al di fuori della Bibbia.
Mattia Fabbri
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