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da Erasmo da Rotterdam al suo Tommaso
Moro
Alcuni giorni fa, tornando dall'Italia in Inghilterra, per non sprecare
in chiacchiere banali il tempo che dovevo passare a cavallo, preferii
riflettere un poco sui nostri studi comuni e godere del ricordo degli
amici tanto dotti e cari, che avevo lasciato qui. Fra i primi che mi sono
tornati alla mente c'eri tu, Moro carissimo. Anche da lontano il tuo
ricordo aveva il medesimo fascino che esercitava, nella consueta intimità,
la tua presenza che è stata, te lo giuro, la cosa più bella della mia
vita.
Visto, dunque, che ritenevo di dover fare ad ogni costo qualcosa, e che
il momento non sembrava adatto a una meditazione seria, mi venne in mente
di tessere un elogio scherzoso della Follia.
"Ma quale capriccio di Pallade - ti chiederai - ti ha ispirato un'idea
del genere?" In primo luogo, il tuo nome di famiglia, tanto vicino al
termine morìa, quanto tu sei lontano dalla follia. E ne sei lontano a
parere di tutti. Immaginavo inoltre che la mia trovata scherzosa sarebbe
piaciuta soprattutto a te, che di solito ti diletti in questo genere
scherzi, non privi, mi sembra, di dottrina e di sale, perchè nella vita di
tutti i giorni fai in qualche modo la parte di Democrito. Sebbene,
infatti, per singolare acume d'ingegno tu sia tanto lontano dal volgo, con
la tua incredibile benevolenza e cordialità puoi trattare familiarmente
con uomini d'ogni genere, traendone anche godimento.
Quindi, non solo accoglierai di buon grado questo mio modesto esercizio
retorico, per ricordo del tuo amico, ma anche lo prenderai sotto la tua
protezione; dedicato a te, non mi appartiene più: è tuo.
E' probabile, infatti, che non mancheranno voci rissose di calunniatori
ad accusare i miei scherzi, ora di una futilità sconveniente per un
teologo, ora di un tono troppo pungente per la mansuetudine cristiana; e
grideranno che prendo a modello la commedia antica e Luciano, mordendo
tutto senza lasciare scampo. Vorrei però che quanti si sentono offesi
dalla scherzosa levità del mio tema, si rendessero conto che non sono
l'inventore del genere, e che già nel passato molti grandi autori hanno
fatto lo stesso. Tanti secoli fa, Omero cantò per scherzo "la guerra dei
topi con le rane", Virgilio la zanzara e la focaccia, Ovidio la noce.
Policrate incorrendo nelle critiche di Ippocrate fece l'elogio di
Busiride, Glaucone quello dell'ingiustizia, Favorino di Tersite, della
febbre quartana, Sinesio della calvizie, Luciano della mosca e dell'arte
del parassita. Sono scherzi l'apoteosi di Claudio scritta da Seneca, il
dialogo fra Grillo e Ulisse di Plutarco, l'asino di Luciano e di Apuleio,
e il testamento - di cui ignoro l'autore - del porcello Grunnio Corocotta
menzionato anche da san Girolamo. Lasciamo perciò che certa gente, se
crede, vada fantasticando che, per svago, a volte, ho giocato a scacchi,
o, se preferisce, che sono andato a cavallo di un lungo bastone. Certo, è
una bella ingiustizia concedere a ogni genere di vita i suoi svaghi, e non
consentirne proprio nessuno ai letterari, soprattutto poi quando gli
scherzi portano a cose serie, e gli argomenti giocosi sono trattati in
modo che un lettore non del tutto privo di senno può trarne maggior
profitto che non da tante austere e pompose trattazioni. Come quando con
mucchi di parole si tessono le lodi della retorica o della filosofia, o si
fa l'elogio di un principe, o si esorta a fare la guerra ai Turchi, mentre
qualcuno predice il futuro, o va formulando questioncelle di lana caprina.
In realtà, come niente è più frivolo che trattare in modo frivolo cose
serie, così niente è più gradevole che trattare argomenti leggeri in modo
da dare l'impressione di non avere affatto scherzato. Di me giudicheranno
gli altri; eppure se la presunzione non mi accieca completamente, ho fatto
sì l'elogio della Follia, ma non certo da folle. Quanto poi all'accusa di
spirito mordace, rispondo che si è sempre concessa agli scrittori la
libertà d'esercitare impunemente la satira sul comune comportamento degli
uomini, purché non diventasse attacco rabbioso. Per questo mi meraviglia
tanto di più la delicatezza delle orecchie d'oggi, che riescono a
sopportare ormai solo titoli solenni. In taluni, anzi, trovi una religione
così distorta che passano sopra alle più gravi offese a Cristo prima che
alla minima battuta ironica sul conto di un pontefice o di un principe,
soprattutto poi se entrano in gioco i loro privati interessi. D'altra
parte, uno che critica il modo di vivere degli uomini così da evitare del
tutto ogni accusa personale, si presenta come uno che morde, o non,
piuttosto, come chi ammaestra ed educa? E, di grazia, non investo anche me
stesso con tanti appellativi poco lusinghieri? Aggiungi che, chi non
risparmia le sue critiche a nessun genere di uomini, dimostra di non
avercela con nessun uomo, ma di detestare tutti i vizi. Se, dunque, ci
sarà qualcuno che si lamenterà d'essere offeso, sarà segno di cattiva
coscienza o per lo meno di paura. Satire di questo genere, e molto più
libere e mordenti, troviamo in san Girolamo, che talvolta fece anche i
nomi. Io non solo non ho mai fatto nomi, ma ho adottato un tono così
misurato che qualunque lettore avveduto si renderà conto che mi sono
proposto la piacevolezza piuttosto che l'offesa. Né ho seguito l'esempio
di Giovenale: non ho mai smosso l'oscuro fondo delle scelleratezze; ho
cercato di colpire quanto è risibile piuttosto che le turpitudini. Se poi
c'è ancora qualcuno che nemmeno così è contento, ricordi almeno questo:
che è bello essere vituperati dalla Follia e che avendola introdotta a
parlare, dovevo rimanere fedele al personaggio. Ma perché dire queste cose
a te, avvocato così straordinario da difendere in modo egregio anche cause
non egregie? Addio, eloquentissimo Moro, e difendi con zelo la tua
Morìa.
Dalla campagna, 9 giugno 1508.
Parla la Follia
1. Qualsiasi cosa dicano di me i mortali - non ignoro, infatti, quanto
la Follia sia portata per bocca anche dai più folli - tuttavia, ecco qui
la prova decisiva che io, io sola, dico, ho il dono di rallegrare gli Dèi
e gli uomini. Non appena mi sono presentata per parlare a questa
affollatissima assemblea, di colpo tutti i volti si sono illuminati di non
so quale insolita ilarità. D'improvviso le vostre fronti si sono spianate,
e mi avete applaudito con una risata così lieta e amichevole che tutti voi
qui presenti, da qualunque parte mi giri, mi sembrate ebbri del nettare
misto a nepènte degli Dèi d'Omero, mentre prima sedevate cupi e ansiosi
come se foste tornati allora dall'antro di Trofonio. Appena mi avete
notata, avete cambiato subito faccia, come di solito avviene quando il
primo sole mostra alla terra il suo aureo splendore, o quando, dopo un
crudo inverno, all'inizio della primavera, spirano i dolci venti di
Favonio, e tutte le cose mutando di colpo aspetto assumono nuovi colori e
tornano a vivere visibilmente un'altra giovinezza. Così col mio solo
presentarmi sono riuscita a ottenere subito quello che oratori, peraltro
insigni, ottengono a stento con lunga e lungamente meditata orazione.
2. Perché poi io sia venuta qui oggi, e vestita in modo così strano, lo
saprete fra poco, purché non vi annoi porgere orecchio alle mie parole:
non quell'orecchio, certo, che riservate agli oratori sacri, ma quello che
porgete ai ciarlatani in piazza, ai buffoni, ai pazzerelli: quell'orecchio
che il famoso Mida, un tempo, dedicò alle parole di Pan. Mi è venuta
infatti voglia d'incarnare con voi per un po' il personaggio del sofista:
non di quei sofisti, ben inteso, che oggi riempiono la testa dei ragazzi
di capziose sciocchezze addestrandoli a risse verbali senza fine, degne di
donne pettegole. Io imiterò quegli antichi che per evitare l'impopolare
appellativo di sapienti, preferirono essere chiamati sofisti. Il loro
proposito era di celebrare con encomi gli Dèi e gli eroi. Ascolterete
dunque un elogio, e non di Ercole o di Solone, ma il mio: l'elogio della
Follia.
3. Certamente, io non faccio alcun conto di quei sapientoni che vanno
blaterando dell'estrema dissennatezza e tracotanza di chi si loda da sé.
Sia pure folle quanto vogliono; dovranno riconoscerne la coerenza. Che
cosa c'è, infatti, di più coerente della Follia che canta le proprie lodi?
Chi meglio di me potrebbe descrivermi? a meno che non si dia il caso che a
qualcuno io sia più nota che a me stessa. D'altra parte io trovo questo
sistema più modesto, e non di poco, di quello adottato dalla massa dei
grandi e dei sapienti; costoro, di solito, per una falsa modestia,
subornano qualche retore adulatore, o un poeta dedito al vaniloquio, e lo
pagano per sentirlo cantare le proprie lodi, e cioè un sacco di bugie.
Così il nostro fiore di pudicizia drizza le penne come un pavone, alza la
cresta, mentre lo sfacciato adulatore lo va paragonando, lui che è un
pover'uomo, agli Dèi, e lo propone quale modello assoluto di virtù, lui
che da quel modello sa di essere lontanissimo. Insomma, veste la
cornacchia con le penne altrui, fa diventare bianco l'Etiope, e di una
mosca fa un elefante. Io invece seguo quel vecchio detto popolare secondo
il quale, chi non trova un altro che lo lodi, fa bene a lodarsi da sé.
Ora, tuttavia, devo esprimere la mia meraviglia per l'ingratitudine, o,
come dire?, per l'indifferenza dei mortali. Tutti mi fanno la corte e
riconoscono di buon grado i miei benefici, eppure, in tanti secoli, non si
è trovato nessuno che desse voce alla gratitudine con un discorso in lode
della Follia, mentre non è mancato chi con lodi elaborate ed acconce, e
con grande spreco di olio e di sonno, ha tessuto l'elogio di Busiride, di
Falaride, della febbre quartana, delle mosche, della calvizie, e di altri
flagelli del genere.
4. Da me ascolterete un discorso estemporaneo e non elaborato, ma tanto
più vero. Non vorrei però che lo riteneste composto per farvi vedere
quanto sono brava, come usa il branco dei retori. Costoro, come sapete, di
un'orazione su cui hanno sudato trenta lunghi anni - e qualche volta l'ha
fatta un altro - giurano che l'hanno buttata giù, e magari dettata, in tre
giorni, quasi per svago. A me, invece, è sempre piaciuto moltissimo dire
tutto quello che mi salta in mente.
Nessuno, perciò, si aspetti da me che, secondo il costume di codesti
oratori da strapazzo, definisca la mia essenza, e tanto meno che la
distingua analizzandola. Sono infatti cose di malaugurio, sia porre dei
confini a colei il cui potere è sconfinato, sia introdurre delle divisioni
in lei, il cui culto è oggetto di così universale consenso. D'altra parte
perché una definizione, che sarebbe quasi un'ombra e un'immagine, quando
potete vedermi con i vostri occhi?
5. Sono come mi vedete, quell'autentica dispensatrice di beni che i
Latini chiamano Stulticia e i Greci Morìa.
Che bisogno c'era di dirvi tutto questo, come se il mio volto non
bastasse, come dice la gente, a mostrare chi sono? come se, pretendendo
qualcuno ch'io sia Minerva o Sofia, non bastasse a smentirlo il mio
sguardo, che, senza bisogno di parole, è lo specchio più schietto
dell'animo. Da me è lontano ogni trucco; non simulo in volto una cosa,
mentre ne ho un'altra nel cuore. Sotto ogni rispetto sono a tal punto
inconfondibile, che non possono tenermi nascosta nemmeno quelli che si
arrogano la maschera e il titolo della Saggezza, e se ne vanno in giro
come scimmie ammantate di porpora o come asini vestiti della pelle del
leone. Eppure, per accorti che siano nel fingere, le orecchie di Mida,
spuntando fuori da qualche parte, li tradiscono. Ingrati, per Ercole, sono
anche quelli che, appartenendo in pieno alla mia parte, si vergognano a
tal segno di fronte alla gente del mio nome, che lo attribuiscono
genericamente agli altri come un grave insulto. Essendo in realtà costoro
pazzi da legare proprio quando vogliono sembrare sapienti come Talete,
potremo senz'altro chiamarli a buon diritto Moro-Sofi.
6. Anche in questo, infatti, intendo imitare i retori del nostro tempo,
che si credono proprio degli Dèi se, a mo' delle sanguisughe, mostrano due
lingue, e considerano una grande impresa inserire nel discorso latino,
come in un intarsio, qualche paroletta greca, che magari era proprio fuori
posto. Se poi fanno loro difetto termini esotici, tirano fuori da
pergamene ammuffite quattro o cinque termini arcaici con cui rendere
oscuro il testo al lettore. Così chi riesce a capire è più soddisfatto di
sé, e chi non capisce ammira tanto di più quanto meno capisce. Tra gli
eletti piaceri dei nostri contemporanei, infatti, c'è anche questo:
esaltare tanto di più una cosa, quanto più è straniera. I più ambiziosi
ridono e applaudono e, come gli asini, muovono le orecchie, dando ad
intendere agli altri di avere capito tutto. E' proprio così. Ritorno
all'argomento.
7. Il nome mio lo sapete, miei cari... Quale attributo aggiungerò?
Quale, se non Arcifolli? Con quale altro più nobile appellativo potrebbe
la dea Follia chiamare i suoi iniziati? Ma poiché non a molti sono
ugualmente noti i miei maggiori, con l'aiuto delle Muse tenterò di
parlarne.
Non il Caos, né l'Orco, né Saturno, né Giapeto, né alcun altro di
questi Dèi decrepiti e fuori moda, fu mio padre, ma Pluto lui solo, [il
dio della ricchezza], padre degli uomini e degli Dèi, con buona pace di
Esiodo, di Omero e dello stesso Giove. Un suo cenno, ora come sempre,
mette sottosopra cielo e terra. Il suo arbitrio decide della guerra e
della pace, degli imperi, dei consigli, dei giudizi, dei comizi, dei
matrimoni, dei trattati, delle alleanze, delle leggi, delle arti, delle
cose scherzose e di quelle serie; da lui dipendono tutti gli affari
pubblici e privati degli uomini. Senza il suo aiuto, tutta la folla degli
Dèi, dei poeti, e, oserò dire, perfino le stesse divinità maggiori, o non
esisterebbero, o vivacchierebbero alla meglio, di briciole. Chi incorre
nella sua ira, neppure Pallade potrebbe aiutarlo. Chi, invece, ne gode il
favore, potrebbe trarre in catene lo stesso Giove col suo fulmine. Di tale
padre io mi glorio. E questo padre non mi generò dal suo cervello, come
Giove la fosca e crudele Pallade, ma dalla ninfa Neotete [la Giovinezza],
di tutte la più graziosa e lieta. E non mi generò nell'uggioso vincolo del
matrimonio - in cui nacque il famoso fabbro zoppo ma, ed è molto più
dolce, in un amplesso d'amore, come dice il nostro Omero. Né, a scanso
d'equivoci, mi generò quel Pluto di Aristofane, già mezzo morto e già
cieco, ma quello in pieno vigore, fervente di giovinezza, e non solo di
giovinezza, ebbro soprattutto di schietto nettare che aveva generosamente
bevuto al banchetto degli Dèi.
8. Se poi volete anche sapere dove sono nata, visto che oggi nel
valutare il grado di nobiltà attribuiscono la massima importanza al luogo
dove si sono messi fuori i primi vagiti: ebbene, io non sono nata
nell'errante Delo, non tra i flutti del mare, non in grotte profonde, ma
proprio nelle Isole Fortunate, dove tutto cresce senza seme né aratro. Là
non esiste fatica, vecchiaia, malattie; nei campi non asfodeli, malva,
squilla, lupini o fave, e simili piante da poco.
Da ogni parte ti accarezzano gli occhi e il naso moly, panacea,
nepènte, maggiorana, ambrosia, loto, rose, viole, giacinti - i giardini
d'Adone. Nata fra queste delizie, non ho cominciato la vita nel pianto;
subito ho sorriso dolcemente a mia madre.
Al sommo figlio di Crono non invidio la capretta nutrice; ad allattarmi
con le loro mammelle sono state due graziosissime ninfe, Mete l'Ebbrezza,
figlia di Bacco, e Apedia l'Ignoranza, figlia di Pan. Le vedete qui con
me, nel gruppo di tutte le altre mie compagne e seguaci, delle quali se,
per Ercole, vorrete sapere i nomi, da me li sentirete solo in greco.
9. Quella che vedete con le sopracciglia inarcate è senz'altro
Filautia; quella che sembra ridere con gli occhi, e che batte le mani, è
Colacìa; quella mezza addormentata e vinta dal sonno si chiama Lete;
quella appoggiata sui gomiti e con le mani intrecciate si chiama
Misoponia; l'altra, cinta da un serto di rose, e tutta cosparsa di
profumi, Hedonè; Anoia questa, dai mobili sguardi lascivi. Quella dalla
pelle splendente e dal corpo rigoglioso si chiama Trufè. Tra le fanciulle
potete vedere anche due Dèi: Como e Ipno, il dio del sonno profondo. Col
fedele aiuto di questa mia corte io signoreggio su tutte le cose, e sono
sovrana degli stessi sovrani.
10. Vi ho detto origine, educazione, compagni. Ora, perché a qualcuno
non paia senza fondamento la mia pretesa al titolo di dea, drizzate le
orecchie e ascoltate di quanta utilità io sia agli Dèi e agli uomini, e
quanto si estenda il mio potere. Se, infatti, non senza saggezza qualcuno
ha scritto che essere un dio proprio questo significa: giovare ai mortali;
se a buon diritto sono stati accolti nel consesso degli Dèi coloro ai
quali i mortali debbono il vino, il grano, e simili beni; perché io non
dovrei a buon diritto essere ritenuta e proclamata l'alfa degli Dèi, dal
momento che io, io sola, sono a tutti prodiga di tutto?
11. lnnanzitutto, che cosa può esserci di più dolce e prezioso della
vita? ma a chi, se non a me, riportarne la desiderata origine? Non l'asta
di Pallade dal padre possente, né l'egida di Giove adunatore di nembi,
generano e propagano la stirpe umana. Lo stesso padre degli Dèi e re degli
uomini, al cui cenno trema l'Olimpo intero, quando vuol fare quello che
poi fa sempre, e cioè generare dei figli, deve deporre quel suo famoso
fulmine a tre punte, deve spogliarsi del titanico sembiante con cui
spaventa a suo piacimento tutti gli Dèi, e, come un povero commediante
qualsiasi, deve assumere la maschera di un altro personaggio. Quanto agli
stoici che si credono così vicini agli Dèi, datemene uno che sia stoico
magari tre o quattro volte, o, se volete, stoico mille volte! Anche lui
dovrà deporre, se non la barba che è l'insegna della sapienza (comune, a
dir il vero, con i caproni), certamente il suo sussiego. Dovrà spianare la
fronte, mettere da parte i suoi princìpi adamantini, e abbandonarsi un
poco a qualche leggerezza e follia. Se vuole davvero diventare padre,
insomma, anche quel saggio deve chiamare me, proprio me.
E perché, dal momento che sto chiacchierando con voi, non essere più
esplicita, secondo il mio costume? E' forse con la testa, col volto, col
cuore, con la mano, con l'orecchio (parti considerate tutte oneste) che si
generano gli Dèi e gli uomini? No davvero! propagatrice del genere umano è
quella parte così assurda e ridicola che non si può neppure nominare senza
ridere. Quello è il sacro fonte a cui tutto attinge la vita, quello e non
la tetrade pitagorica. E, ditemi, quale uomo vorrebbe porgere il collo al
capestro del matrimonio se prima, secondo la consuetudine di codesti
saggi, ne considerasse gli svantaggi? Quale donna accosterebbe un uomo, se
conoscesse e avesse in mente i pericolosi travagli del parto, e i fastidi
di allevare i figli? Perciò se dovete la vita al matrimonio, e il
matrimonio ad Anoia del mio seguito, comprenderete quello che dovete a me.
D'altra parte quale donna dopo la prima esperienza vorrebbe riprovarci, se
non ci fosse ad assisterla la presenza di Letes? Venere medesima, protesti
pure Lucrezio, non negherebbe mai che senza l'aiuto della mia divinità la
sua forza sarebbe insufficiente e inutile. Perciò è da quella nostra
ebbrezza giocosa che sono nati i filosofi severi, a cui ora sono
subentrati quelli che il volgo chiama monaci, e i re ammantati di porpora,
i pii sacerdoti, i pontefici, tre volte santissimi. E infine anche tutto
quel consesso degli Dèi dei poeti, così affollato che a stento può
contenerlo l'Olimpo, pur vasto che sia.
12. Eppure sarebbe ben poco dovermi il seme e la fonte della vita, se
non dimostrassi che quanto vi è di buono nella vita è anch'esso un mio
dono. E che cos'è poi questa vita? e se le togli il piacere, si può ancora
chiamarla vita? Avete applaudito! Lo sapevo bene, io, che nessuno di voi
era così saggio, anzi così folle - no, è meglio dire saggio, da non andare
d'accordo con me. Del resto neppure questi stoici disprezzano il piacere,
anche se dissimulano con cura e se, di fronte alla gente, rovesciano sul
piacere ingiurie sanguinose; in realtà solo per distogliere gli altri e
goderne di più, loro stessi. Ditemi, per Giove, quale momento della vita
non sarebbe triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso, senza il
piacere, e cioè senza un pizzico di follia? E di questo è degno testimone
il non mai abbastanza lodato Sofocle con quelle sue splendide parole di
elogio per me: "Dolcissima è la vita nella completa assenza di senno".
Ma è tempo di esaminare a parte tutta la questione.
13. E, tanto per cominciare, chi non sa che la prima età dell'uomo è
per tutti di gran lunga la più lieta e gradevole? ma che cosa hanno i
bambini per indurci a baciarli, ad abbracciarli, a vezzeggiarli tanto, sì
che persino il nemico presta loro soccorso? Che cosa, se non la grazia che
viene dalla mancanza di senno, quella grazia che la provvida natura
s'industria d'infondere nei neonati perché con una sorta di piacevole
compenso possano addolcire le fatiche di chi li alleva e conciliarsi la
simpatia di chi deve proteggerli? E l'adolescenza che segue l'infanzia,
quanto piace a tutti, quale sincero trasporto suscita, quali amorevoli
cure riceve, con quanta bontà tutti le tendono una mano!
Ma di dove, di grazia, questa benevolenza per la gioventù? di dove, se
non da me? E' per merito mio che i giovani sono così privi di senno; è per
questo che sono sempre di buon umore. Mentirei, tuttavia, se non
ammettessi che appena sono un po' cresciuti, e con l'esperienza e
l'educazione cominciano ad acquistare una certa maturità, subito sfiorisce
la loro bellezza, s'illanguidisce la loro alacrità, s'inaridisce la loro
attrattiva, vien meno il loro vigore. Quanto più si allontanano da me,
tanto meno vivono, finché non sopraggiunge la gravosa vecchiaia, la
molesta vecchiaia, odiosa non solo agli altri, ma anche a se stessa.
Nessuno dei mortali riuscirebbe a sopportarla se, ancora una volta,
impietosita da tanto soffrire non venissi in aiuto io, e, a quel modo che
gli Dèi della fiaba di solito soccorrono con qualche metamorfosi chi è sul
punto di perire, anch'io, per quanto è possibile, non riportassi
all'infanzia quanti sono prossimi alla tomba, onde il volgo, non senza
fondamento, usa chiamarli rimbambiti. Se poi qualcuno vuol sapere come
opero questa trasformazione, neppure su questo farò misteri.
Conduco i vecchi alla fonte della mia ninfa Lete, che sgorga nelle
Isole Fortunate - il Lete che scorre agli Inferi è solo un esile ruscello.
Lì, bevute a grandi sorsi le acque dell'oblio, un poco alla volta,
dissipati gli affanni, torneranno bambini.
Ma delirano ormai, non ragionano più! Certo. E' proprio questo che
significa tornare fanciulli. Forse che essere fanciulli non significa
delirare e non avere senno? e non è proprio questo, il non aver senno, che
più piace di quella età? Chi non vivrebbe come mostro un bambino con la
saggezza di un uomo? Lo conferma il diffuso proverbio: "Odio il bambino di
precoce saggezza". E chi, d'altra parte, vorrebbe rapporti e legami di
familiarità con un vecchio che alla lunga esperienza di vita unisse pari
forza d'animo e acutezza di giudizio?
Così, per mio dono, il vecchio delira. E tuttavia questo mio vecchio
delirante è libero dagli affanni che travagliano il saggio; quando si
tratta di bere, è un allegro compagno; non avverte il tedio della vita,
che l'età più vigorosa sopporta a fatica. Talvolta, come il vecchio di
Plauto, torna alle tre famose lettere [amo], che se fosse in senno ne
sarebbe infelicissimo. Invece per merito mio è felice, simpatico agli
amici, piacevole in compagnia. Del resto anche in Omero il discorso scorre
dalla bocca di Nestore più dolce del miele, mentre amare sono le parole di
Achille; e, sempre in Omero, i vecchi che se ne stanno seduti insieme
sulle mura parlano con voce soave. In questo senso sono superiori alla
stessa infanzia, che è sì deliziosa, ma non parla, e, priva della parola,
manca del principale diletto della vita, che è quello di una schietta
conversazione. Aggiungi che ai vecchi piacciono moltissimo i bambini, e
altrettanto ai bambini i vecchi, "perché il dio spinge sempre il simile
verso il simile". In che differiscono, infatti, se non nelle rughe e negli
anni che nel vecchio sono di più? Per il resto, capelli sbiaditi, bocca
sdentata, corporatura ridotta, desiderio di latte, balbuzie, garrulità,
mancanza di senno, smemoratezza, irriflessione: in breve, sotto ogni altro
aspetto si accordano. Quanto più invecchiano, tanto più somigliano ai
bambini, finché, come bambini, senza il tedio della vita, senza il senso
della morte, abbandonano la vita.
14. Paragoni ora chi vuole questo mio beneficio con le metamorfosi
operate dagli altri Dèi. E non sto a ricordare quello che fanno quando li
possiede l'ira; parlo di coloro che godono di tutta la loro benevolenza:
li trasformano di solito in alberi, uccelli, cicale, e perfino in
serpenti, come se il diventare altro non fosse proprio un morire. Io,
invece, restituisco il medesimo uomo al periodo migliore della vita, al
più felice. Se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la
saggezza, e vivessero sempre sotto la mia insegna, la vecchiaia neppure ci
sarebbe, e godrebbero felici di un'eterna giovinezza.
Non vi accorgete che gli uomini austeri, dediti a studi filosofici, o
impegnati in faccende serie e difficili, in genere sono già vecchi prima
di essere stati davvero giovani, e questo per le preoccupazioni e per il
costante e teso dibattito mentale, che un po' alla volta esaurisce gli
spiriti e la linfa vitale?
Al contrario, i miei bei matti sono tutti grassottelli, lustri, senza
una ruga, proprio come quelli che chiamano porcelli d'Acarnania, immuni,
per certo, da qualunque disturbo senile, a meno che non si trovino a
subire in qualche misura il contagio dei saggi, come capita, poiché la
vita non consente mai una completa felicità.
Valida testimonianza di tutto questo è il diffuso proverbio secondo cui
solo la Follia è capace di prolungare la giovinezza, altrimenti
fuggevolissima, e di tenere lontana la molesta vecchiaia. Sicché, non a
torto, si è fatto l'elogio del detto popolare del Brabante: mentre
altrove, di solito, l'età porta saggezza, qui più s'invecchia e più matti
si diventa. Non c'è popolazione, infatti, più incline di questa a un
giocondo abito di vita e meno portata ad avvertire la tristezza della
vecchiaia. Loro vicini, e dal punto di vista geografico e da quello del
costume, sono i miei Olandesi - e perché, poi, non dovrei chiamarli miei,
se mi sono così devoti da essersi meritato un soprannome [di folli] di cui
non si vergognano per nulla, che anzi ne traggono il loro vanto
principale?
Vadano pure gli stoltissimi mortali a cercare le Medee, le Circi, le
Veneri, le Aurore, e non so quale fonte che restituisca loro la
giovinezza, quando io sola posso, e sono solita farlo. Sono io che
possiedo quel filtro miracoloso con cui la figlia di Memnone prolungò la
giovinezza di Titone suo avo. Sono io quella Venere per la cui grazia
Faone ringiovanì a tal segno da essere amato follemente da Saffo. Sono mie
le erbe, se ve ne sono, miei gli incantesimi, la fonte che non solo
risuscita la giovinezza svanita, ma, meglio ancora, la mantiene per
sempre. Perciò, se siete tutti d'accordo su questo, che niente è meglio
della giovinezza, e niente più odioso della vecchiaia, vi rendete conto,
io credo, di quello che dovete a me, che, fugato un male tanto grande,
conservo un così grande bene.
15. Ma perché parlo ancora dei mortali? Passate in rassegna tutto il
cielo, e possa chiunque infamare il mio nome se si troverà un solo Dio non
privo di grazia e di pregio che non sia sotto la protezione del mio nume.
Infatti, perché Bacco è sempre il chiomato efebo? proprio perché, pazzo ed
ebbro, passa tutta la vita in conviti, balli, canti e giochi, e non ha
proprio nulla a che fare con Pallade. A tal punto rifugge dal desiderare
la fama di sapiente, da compiacersi di un culto fatto di beffe e di
scherzi. Né trova offensivo quel detto che gli attribuisce il soprannome
di fatuo, e che suona: "più pazzo di Morico". E cambiarono il suo nome in
Morico perché i contadini, nella loro sfrenata allegria, erano soliti
impiastricciare di mosto e di fichi freschi il suo simulacro, che lo
ritraeva seduto alle soglie del tempio.
D'altra parte, quali lazzi non scaglia contro di lui l'antica commedia?
O Dio pazzo, dicono, degno parto d'una coscia! Ma chi non preferirebbe
essere questo Dio fatuo e dissennato, sempre allegro, sempre giovane,
sempre generoso di svaghi e di piaceri per tutti, piuttosto che quel
tortuoso Giove, temuto da tutti, o Pan che tutto va devastando con i
terrori che diffonde, o Vulcano avvolto di scintille e sempre nero del
fumo della sua fucina, o Pallade medesima dallo sguardo sempre torvo,
terribile con la Gorgone e la lancia? Perché Cupido è, invece, sempre
fanciullo? Perché? se non per la sua leggerezza, per la sua incapacità di
fare o pensare qualcosa di assennato. Perché la bellezza dell'aurea Venere
è sempre in fiore? Perché è mia parente e conserva nell'aspetto il colore
di mio padre. Per questa ragione Omero la chiama "l'aurea Afrodite".
Inoltre, stando ai poeti, o agli scultori loro emuli, ride sempre. E quale
nume i Romani venerarono più di Flora, madre di tutti i piaceri? Se poi si
andasse ad esaminare un po' meglio, attraverso Omero e gli altri poeti, la
vita anche degli Dèi ritenuti più austeri, si scoprirebbe che tutto è
pieno di follie. E perché poi ricordare le imprese degli altri, quando si
conoscono così bene gli amori e i sollazzi dello stesso Giove tonante?
Quando la fiera Diana, dimentica del sesso nella sua esclusiva passione
per la caccia, muore tuttavia d'amore per Endimione?
Preferirei però che gli Dèi se le sentissero cantare da Momo, come una
volta accadeva piuttosto spesso. Ma ora lo hanno scaraventato sulla terra
con Ate perché le sue sagge critiche disturbavano la loro felicità. Né
alcun mortale si degna di offrirgli ospitalità; tanto meno poi c'è posto
per lui alle corti dei prìncipi, dove però è sempre ospite d'onore la mia
Colacìa, che va d'accordo con Momo come l'agnello coi lupi.
Allontanato lui, gli Dèi folleggiano molto più liberamente e
gradevolmente, e se la passano bene davvero, come dice Omero, senza che
nessuno li critichi. Quali scherzi scurrili, infatti, non alimenta il
Priapo di legno di fico? quali divertimenti non procura Mercurio con i
suoi furti ed i suoi trucchi? Perfino Vulcano, al banchetto degli Dèi, si
è abituato alla parte del buffone, facendo ridere il simposio ora con la
sua andatura zoppicante, ora con i suoi frizzi, ora con le sue facezie.
Anche Sileno, il vecchio mandrillo, uso a danzare il cordace, balla con
Polifemo la Tretanelo' [il ballo dei Ciclopi], mentre le Ninfe danzano a
piedi nudi. I Satiri dal piede caprino rappresentano le atellane, e Pan fa
ridere tutti con le sciocche cantilene che gli Dèi preferiscono al canto
delle Muse, specialmente quando il vino comincia a farsi sentire. Ma
perché raccontare ora ciò che fanno gli Dèi alla fine del banchetto dopo
una buona bevuta? Follie tali che io stessa, per Ercole, non riesco a
tenermi dal riderne.
A questo punto è meglio ricordare Arpocrate [il dio del silenzio]: che
può succedere che qualche Dio di Corico sia in ascolto mentre narriamo
fatti che neppure Momo ha potuto rivelare impunemente.
16. E' tempo ormai di seguire l'esempio di Omero lasciando da parte gli
Dèi e tornare sulla terra per vedere fino a qual punto gioia e fortuna vi
si trovino solo per mio dono.
In primo luogo osservate con quanta previdenza la natura, madre e
artefice del genere umano, ebbe cura di spargere dappertutto un pizzico di
follia. Se, infatti, secondo la definizione stoica, la saggezza consiste
solo nel farsi guidare dalla ragione, mentre, al contrario, la follia
consiste nel farsi trascinare dalle passioni, perché la vita umana non
fosse del tutto improntata a malinconica severità, Giove infuse nell'uomo
molta più passione che ragione: press'a poco nella proporzione di
mezz'oncia ad un asse. Relegò inoltre la ragione in un angolino della
testa lasciando il resto del corpo ai turbamenti delle passioni. Quindi,
alla sola ragione contrappose due specie di violentissimi tiranni: l'ira,
che occupa la rocca del petto e il cuore stesso che è la fonte della vita,
e la concupiscenza che estende il suo dominio fino al basso ventre. Quanto
valga la ragione contro queste due agguerrite avversarie ce lo dice a
sufficienza la condotta abituale degli uomini: la ragione può solo
protestare, e lo fa fino a perderci la voce, enunciando i princìpi morali;
ma quelle, rivoltandosi alla loro regina, la subissano di grida odiose,
finché lei, prostrata, cede spontaneamente dichiarandosi vinta.
17. Tuttavia, poiché l'uomo, nato per far fronte agli affari, doveva
ricevere in dote un po' più di un'oncia di ragione, Giove, per provvedere
debitamente, mi convocò perché lo consigliassi, come su tutto il resto,
anche a questo proposito; e il mio pronto consiglio fu degno di me:
affiancare all'uomo la donna, animale, sì, stolto e sciocco, ma
deliziosamente spassoso, che nella convivenza addolcisce con un pizzico di
follia la malinconica gravità del temperamento maschile. Platone, infatti,
quando sembra in dubbio circa la collocazione della donna, se fra gli
animali razionali o fra i bruti, vuole solo sottolineare la straordinaria
follia di questo sesso. E, se per caso una donna vuole passare per saggia,
ottiene solo di essere due volte folle, come se uno volesse, contro ogni
ragionevole proposito, portare un bue in palestra. Infatti raddoppia il
suo difetto chi, distorcendo la propria natura, assume sembianza virtuosa.
Come, secondo il proverbio greco, la scimmia è sempre una scimmia, anche
se si ammanta di porpora, così la donna è sempre una donna, cioè folle,
comunque si mascheri.
Non però così folle, voglio credere, da prendersela con me perché la
giudico folle, io che sono folle, anzi la Follia in persona. Le donne,
infatti, se ponderassero bene la questione, anche questo dovrebbero
considerare come un dono della Follia: il fatto di essere, sotto molti
aspetti, più fortunate degli uomini. In primo luogo hanno il dono della
bellezza, che giustamente mettono al disopra di tutto, contando su di essa
per tiranneggiare gli stessi tiranni. Quanto all'uomo, di dove gli viene
l'aspetto rude, la pelle ruvida, la barba folta, e un certo che di senile,
se non dalla maledizione del senno? Le donne, invece, con le guance sempre
lisce, con la voce sempre sottile, con la pelle morbida, danno quasi
l'impressione d'una eterna giovinezza. Ma che altro desiderano poi in
questa vita, se non piacere agli uomini quanto più è possibile? Non mirano
forse a questo, tante cure, belletti, bagni, acconciature, unguenti,
profumi; tante arti volte ad abbellire, dipingere, truccare il volto, gli
occhi, la pelle? C'è forse qualche altro motivo che le faccia apprezzare
dagli uomini più della follia? Che cosa mai non concedono gli uomini alle
donne? Ma in cambio di che, se non del piacere? E il diletto da
nient'altro viene se non dalla loro follia. Che questo sia vero non si può
negare solo che si pensi a tutte le sciocchezze che un uomo dice quando
parla con una donna, a tutte le stupidaggini che fa ogni volta che si
mette in testa di ottenerne i favori. Ecco da che fonte sgorga il primo e
principale diletto della vita.
18. Ma ci sono uomini, specialmente tra i vecchi, che alla donna
preferiscono il bere; per loro il sommo piacere sta nei simposi. Altri
pensano che possa esservi un lauto banchetto senza donne; però una cosa è
certa, che senza un pizzico di follia non può esservi banchetto ben
riuscito. A tal punto che, se non c'è già qualcuno capace di far ridere
con la sua follia, autentica o simulata, si chiama un buffone a pagamento,
o un allegro parassita, che, con le sue comiche, ossia folli battute,
dissipi il silenzio e la noia del simposio. A che scopo infatti riempirsi
il ventre di tanti dolciumi, leccornie e ghiottonerie, se anche gli occhi,
le orecchie e l'anima intera, non si nutrissero di risa, di scherzi, di
facezie? ma cibi del genere posso ammannirli solo io. D'altra parte anche
quei riti conviviali, come sorteggiare il re del convito, giocare ai dadi,
invitare al brindisi, gareggiare intorno ad un tavolo a cantare e bere a
turno, passarsi il mirto cantando, ballare, far pantomime, non sono stati
inventati dai sette sapienti della Grecia ma da me, per la felicità
dell'umana specie.
Tutte le cose di questo genere hanno un tratto comune: che quanto più
partecipano della follia tanto più rallegrano la vita dei mortali, che, se
fosse triste, neanche meriterebbe di essere chiamata vita. E triste
risulterà senz'altro, se non le toglierai di dosso l'innato tedio con
questo tipo di divertimenti.
19. Forse taluni trascureranno anche questo genere di piacere e saranno
paghi dell'amore e della familiarità degli amici, affermando che
l'amicizia vale più di tutto: l'amicizia, un bene non meno necessario
dell'aria, del fuoco, dell'acqua; tanto soave che se togli l'amicizia
togli il sole; infine tanto nobile - ammesso che la cosa ci riguardi - che
gli stessi filosofi non esitano a ricordarla fra i beni fondamentali. Ma
che succede se dimostro che anche di questo bene così grande sono io la
poppa e la prora? Io lo dimostrerò non col sofisma del coccodrillo, non
coi soliti cornuti o con altre simili dialettiche sottigliezze, ma alla
buona, facendovi toccare la cosa con mano.
Orbene, chiudere gli occhi, ingannarsi, essere ciechi, illudersi a
proposito dei difetti degli amici, amarne e apprezzarne come qualità
alcuni dei vizi più evidenti, non è forse qualcosa di molto vicino alla
follia? C'è chi bacia il neo dell'amica, chi trova incantevole il polipo
di Agna; il padre dice del figlio strabico che ha il vezzo di ammiccare.
Tutto questo, io domando, che è, se non pura follia? Ripetano a gran voce
che è follia: eppure essa sola è capace di promuovere e cementare le
amicizie. Parlo dei comuni mortali, nessuno dei quali nasce senza difetti:
il migliore è chi ne ha meno; quanto poi a quei famosi saggi che hanno il
piglio di Dèi, tra loro l'amicizia, o non nasce affatto, o è qualcosa di
cupo e scostante, limitata poi a pochissimi (non oso dire che non include
proprio nessuno), perché la maggior parte degli uomini ha un pizzico di
follia, anzi non c'è nessuno che, in un modo o in un altro, non abbia le
sue stranezze, e non c'è amicizia se non tra persone simili. Se, infatti,
tra questi uomini austeri si desse una volta uno scambievole affetto, non
sarebbe per nulla stabile e durerebbe ben poco, nascendo tra uomini
difficili e più oculati del necessario, capaci di cogliere i difetti degli
amici con l'occhio acuto dell'aquila e del serpente di Epidauro. Quando
però si tratta dei loro difetti, come ci vedono poco! e come ignorano la
parte della bisaccia che portano dietro le spalle! Perciò, dato che la
natura dell'uomo è tale che nessuno è immune da gravi difetti (aggiungi la
grande varietà di caratteri e di studi, le tante cadute, i tanti errori, i
tanti casi della vita mortale), come potranno questi Arghi gustare anche
solo per un'ora le gioie dell'amicizia se non interverrà quella che i
Greci chiamano Euetheia, termine felice da tradursi con follia, o con
indulgente semplicità? Del resto, non è forse del tutto cieco quel Cupido,
che è artefice e padre di ogni legame? E come il brutto gli appare bello,
così fa in modo che anche a ciascuno di voi sembri bello ciò che gli è
toccato in sorte, che il vecchio ami la sua vecchia, e il ragazzo la sua
ragazza. Sono cose che accadono a ogni piè sospinto e che muovono il riso;
eppure sono proprio queste cose ridicole il fondamento di una società che
vive con gioia.
20. Quanto si è detto dell'amicizia a maggior ragione vale per il
matrimonio, che altro non è se non un legame per la vita tra singoli
individui. Dio immortale, quanti divorzi, o fatti anche peggiori dei
divorzi, non si avrebbero dappertutto, se la domestica convivenza del
marito con la moglie non si rafforzasse nutrendosi di adulazioni, di
scherzi, d'indulgenza, di errori, di dissimulazioni, tutte cose che
appartengono al mio seguito. Quanto matrimoni ci sarebbero, se il
fidanzato saggiamente s'informasse dei passatempi a cui già molto prima
delle nozze si dedicava la sua verginella così delicata e pudica in
apparenza. E, a celebrazione avvenuta, quanti ne durerebbero, se tante
imprese delle mogli non rimanessero ignorate per la negligenza e la
sciocchezza dei mariti! E anche questo, a buon diritto, è da attribuirsi
alla Follia, a cui si deve se il marito ama la moglie e la moglie il
marito, se in casa regna la pace, se il vincolo dura.
Si ride del cornuto, del cervo (e quanti altri nomi non gli si danno!),
quando asciuga con i baci le lacrime dell'adultera. Ma quanto meglio
lasciarsi ingannare così che rodersi di gelosia e volgere tutto in
tragedia!
21. Insomma, senza di me nessuna società, nessun legame potrebbe durare
felicemente. Il popolo si stancherebbe del principe, il servo del padrone,
la serva della padrona, il maestro dello scolaro, l'amico dell'amico, la
moglie del marito, il locatore del locatario, il compagno del compagno,
l'ospite dell'ospite, se volta a volta non s'ingannassero a vicenda, ora
adulandosi, ora facendo saggiamente finta di non vedere, ora lusingandosi
col miele della Follia. So che queste vi sembrano enormità; ma ne
sentirete di più belle.
22. Di grazia, chi odia se stesso come potrà amare qualcuno? chi è
interiormente combattuto, potrà forse andare d'accordo con altri? potrà,
chi è sgradito e molesto a se stesso, riuscire gradevole a un altro?
Nessuno, credo, lo affermerebbe, se non fosse un pazzo più pazzo della
Follia stessa. Pertanto, se non ci fossi più io, lungi dal sopportare il
prossimo, ognuno, inviso a se stesso, proverebbe disgusto di sé e delle
sue cose. La Natura, infatti, in molte cose matrigna piuttosto che madre,
ha posto nell'animo dei mortali, soprattutto se appena più intelligenti,
il seme di questo male: scontento di sé e ammirazione per gli altri. Di
qui il venire meno e l'estinguersi di tutte quelle squisite doti che sono
il profumo della vita. A che giova infatti la bellezza, il massimo dono
degli Dèi immortali, se deve esser lasciata sfiorire? A che la giovinezza,
se deve intristire per il veleno di senili malinconie? Infine, in tutti i
casi della vita, come potrai agire in modo conveniente nei tuoi o negli
altrui confronti (agire come conviene non è solo la prima regola
dell'arte, ma di tutta la nostra condotta), se non ti sarà propizia
Filautìa, che a buon diritto tengo in conto di sorella, tanto validamente
mi presta il suo aiuto in ogni occasione? Se piaci a te stesso, se ti
ammiri, questo è proprio il colmo della follia; ma d'altra parte,
dispiacendo a te stesso, che cosa potresti fare di bello, di gradevole, di
nobile? Togli alla vita l'amor proprio e subito la parola suonerà fredda
sulle labbra dell'oratore, il musicista non piacerà a nessuno con le sue
melodie, l'attore si farà fischiare con la sua mimica, il poeta e le sue
muse saranno irrisi, sarà tenuto a vile il pittore con la sua arte, si
ridurrà alla fame il medico con le sue medicine. Alla fine invece di Nireo
sembrerai Tersite, invece di Faone, Nestore, invece di Minerva una scrofa,
invece di un forbito oratore, uno che non balbetta neanche una parola;
invece di un distinto cittadino, un rozzo contadino. Se vuoi poter essere
raccomandato agli altri, devi proprio cominciare col raccomandarti a te
stesso; devi essere il primo a lodarti, e non senza una punta di
adulazione.
Infine, poiché la felicità consiste soprattutto nel voler essere ciò
che si è, qui interviene col suo aiuto la mia Filautìa, facendo in modo
che nessuno sia scontento del proprio aspetto, carattere, schiatta,
posizione, educazione, Patria, tanto che né un irlandese si cambierebbe
con un italiano, né un tracio con un ateniese, né uno scita con un
abitante delle Isole Fortunate. O singolare bontà della natura che in
tanta varietà di cose, stabilì un regime di uguaglianza! Dove scarseggia
coi suoi doni, là, è solita aggiungere una dose maggiore di amor proprio.
Ma che sciocchezza ho detto! Proprio questo è il più grande dei suoi
doni.
23. Ora dovrei aggiungere che nulla di grande si può intraprendere
senza la mia spinta, perchè è a me che si deve l'invenzione di ogni nobile
arte. Forse che non sia la guerra la fonte e il coronamento di ogni
celebrata impresa? E che c'è di più pazzesco dell'impegnarsi, per non so
quali cause, in un confronto da cui, immancabilmente, ognuna delle due
parti trae più danno che guadagno? Dei caduti, poi, neanche si parla,
quasi fossero gente di Megara. Quando le schiere in armi si fronteggiano e
le trombe intonano il loro rauco suono, a che servono, di grazia, i
sapienti esauriti dagli studi, col loro sangue povero e privo di calore, e
che a malapena tirano il fiato? C'è bisogno di gente ben piantata; con
moltissima audacia e pochissimo cervello. A meno che non si preferisca
arruolare Demostene, tanto vile soldato quanto grande oratore, che,
seguendo il consiglio d'Archiloco, appena vide il nemico fuggì
abbandonando lo scudo.
La prudenza, obiettano, in guerra ha grandissimo peso. Lo riconosco; ma
lo ha in chi comanda; e si tratta di prudenza militare, non filosofica;
per il resto, l'impresa tanto egregia della guerra è affidata a parassiti,
ruffiani, briganti, sicari, contadini, imbecilli, debitori e altri rifiuti
del genere; non a filosofi da tavolino.
24. Della cui totale inutilità sul piano pratico è testimone lo stesso
Socrate che l'oracolo d'Apollo giudicò - con poco senno, del resto - il
solo sapiente: quando tentò d'impegnarsi in non so quale faccenda
pubblica, fu costretto a ritirarsi fra il generale dileggio. Anche se del
tutto sciocco non si dimostrò quando rifiutò il titolo di sapiente che
attribuì solo a Dio, e quando sostenne che il saggio non deve occuparsi di
politica; e meglio avrebbe fatto a consigliare di tenersi lontani dalla
sapienza, se si vuol vivere da uomini.
D'altra parte, quando fu processato, che cosa se non la sapienza lo
costrinse a bere la cicuta? Infatti mentre andava filosofando di idee e di
nuvole, mentre misurava il salto delle pulci, mentre ammirava la voce
delle zanzare, non imparava nulla di ciò che riguarda la vita di tutti i
giorni. In aiuto del maestro, sull'orlo di una condanna capitale,
interviene il discepolo Platone, difensore così egregio che, turbato dal
rumoreggiare della folla, a malapena riesce a pronunciare qualche frase
smozzicata. E che dire di Teofrasto? come avrebbe mai potuto animare i
soldati in guerra, lui che, levatosi a parlare, ammutolì di colpo come se
d'improvviso avesse visto un lupo? Isocrate, pavido per natura, non osò
mai aprire bocca. Marco Tullio, il padre della romana eloquenza,
abitualmente, preso da poco dignitoso tremore, esordiva balbettando, come
un ragazzino. Quintiliano vede in questo la prova dell'oratore di valore,
che misura le difficoltà; ma non farebbe meglio a dire che la sapienza è
un ostacolo a condurre in porto le faccende pratiche? Che faranno costoro
quando si dovrà ricorrere alle armi, se si perdono d'animo così quando si
combatte semplicemente a parole?
Nonostante questo, a Dio piacendo, si esalta il famoso detto di
Platone, che fortunati saranno gli Stati se a reggerli saranno chiamati i
filosofi, o se i reggitori si daranno alla filosofia. Se, invece,
consulterai gli storici, troverai che il concentrarsi del potere nelle
mani di un filosofastro o di un letterato è la peggiore sciagura che possa
colpire uno Stato. E mi pare lo attestino bene i due Catoni: uno dei quali
turbò la pace della repubblica romana con le sue pazze denunce; l'altro,
mentre difendeva con un eccesso di saggezza la libertà del popolo romano,
la mise del tutto a soqquadro. Aggiungi a questi i Bruti, i Cassi, i
Gracchi, e Cicerone stesso, che allo stato romano fece tanto male quanto
Demostene a quello ateniese. Quanto a Marco Antonio, ammesso che fosse un
buon imperatore (potrei contestarlo, perché, dedito come era alla
filosofia, per questa stessa fama si era fatto prendere a noia dai
concittadini) ammesso tuttavia che lo fosse, certamente, lasciando dietro
di sé il figlio che lasciò, danneggiò lo Stato più di quanto non gli
avesse giovato col suo governo. Questa categoria, infatti, di uomini
dediti allo studio della filosofia, di solito ha pochissima fortuna in
ogni cosa, ma soprattutto nei figli che mette al mondo; penso sia la
provvidenza della natura a volere impedire che questo malanno della
filosofia si diffonda più largamente fra gli uomini. Così risulta che
Cicerone ebbe un figlio degenere, e che Socrate, il famoso filosofo, ebbe
figli, com'è stato scritto non del tutto a torto, "più simili alla madre
che al padre", e cioè stolti.
25. Comunque, se fossero come asini davanti a una lira solo riguardo ai
pubblici affari, ci si potrebbe passare sopra; il guaio è che sono
altrettanto incapaci in ogni altra occasione della vita. Invita a pranzo
un sapiente: disturberà col suo cupo silenzio, o con le sue noiose
questioncelle. Invitalo alla danza: diresti che balla come un cammello.
Portalo ad uno spettacolo: basterà la sua espressione a guastare il
divertimento alla gente e, come il saggio Catone, sarà costretto a
lasciare il teatro perché non può spianare il cipiglio. Se per caso
capiterà durante una conversazione, sarà come il lupo della favola. Se c'è
da fare un acquisto, un contratto, insomma qualcuna delle cose
indispensabili alla vita di ogni giorno, questo sapiente ti sembrerà un
pezzo di legno, non un uomo. A tal punto è incapace di rendersi utile a se
stesso, alla patria, ai suoi, perché inesperto delle faccende usuali e
perché tanto lontano dal giudizio corrente e dalle accettate consuetudini.
Quindi, per forza, si fa anche odiare, per questa sua grande diversità di
vita e di intendimenti. Tra i mortali, infatti, che cosa mai si fa che non
trabocchi di follia, e che non sia opera di folli in un mondo di folli?
Perciò, se qualcuno volesse opporsi da solo a tutti, io gli consiglierei
di ritirarsi, come Timone, in un deserto, per godervi, da solo, la propria
saggezza.
26. Ma, per tornare all'argomento proposto, quale forza, se non
l'adulazione, raggruppò nella città quegli uomini primitivi, simili ai
sassi e alle querce? Questo solo vuole indicare la famosa cetra di Anfione
e di Orfeo. Cosa mai riportò alla concordia cittadina la plebe romana che
già stava per spingersi ad atti irreparabili? Forse un discorso
filosofico? Nemmeno per sogno! Al contrario, fu il ridicolo e puerile
apologo del ventre e delle altre membra. Altrettanto si dica dell'analogo
apologo di Temistocle, della volpe e del riccio. E quale discorso di un
sapiente avrebbe potuto raggiungere l'efficacia della famosa cerva
immaginata da Sertorio, o della trovata dei due cani, dello spartano
Licurgo, o dell'altra ridicola storia, sempre di Sertorio, sul modo di
strappare i peli dalla coda del cavallo? Per non parlare di Minosse e di
Numa: entrambi governarono la stolta moltitudine con invenzioni favolose.
E' con simili sciocchezze che si fa presa su quella grossa e potente
bestia che è il popolo.
27. Viceversa, quale città ha mai fatto sue le leggi di Platone e di
Aristotele, o i precetti di Socrate?
Che cosa persuase i Deci a votarsi spontaneamente agli Dèi Mani? Che
cosa trascinò nella voragine Quinto Curzio, se non la vanagloria,
dolcissima sirena (ma quanto esecrata dai sapienti!).
Che c'è infatti di più sciocco, dicono, di un candidato che lusinga il
popolo in tono supplichevole, che compra i voti, che va in cerca degli
applausi di tanti stolti, che si compiace delle acclamazioni, che si fa
portare in giro in trionfo, come una statua da mostrare al popolo, che fa
collocare nel foro il proprio simulacro di bronzo? Aggiungi la sfilza dei
nomi e dei soprannomi, gli onori divini tributati a un uomo
insignificante, il fatto che si dà il caso di tiranni scelleratissimi
elevati con pubbliche cerimonie alla gloria dell'Olimpo. Sono autentiche
manifestazioni di follia, e per riderci sopra non basterebbe un solo
Democrito. Chi lo nega? Tuttavia, proprio di qui sono nate le grandi
imprese degli eroi, levate al cielo dall'opera di tanti letterati. Questa
follia genera le città; su di essa poggiano i governi, le magistrature, la
religione, le assemblee, i tribunali. La vita umana non è altro che un
gioco della Follia.
28. Quanto poi alle arti, cosa mai se non la sete di gloria ha
suscitato nell'animo umano la brama d'inventare e tramandare ai posteri
tante discipline ritenute nobili? Furono uomini davvero stoltissimi quelli
che hanno creduto valesse la pena di conquistare a prezzo di tante
faticose veglie quella fama di cui niente può essere più vano. Ma intanto
voi dovete alla Follia tante cose e così egregie della vita, e, ciò che
soprattutto conta, la follia altrui fa la vostra cuccagna.
29. C'è, ora, qualcosa di cui stupirsi se, dopo essermi attribuita la
fortezza e l'operosità, rivendicherò anche la saggezza? qualcuno potrebbe
dire che è come accoppiare l'acqua e il fuoco. Eppure credo che riuscirò
anche in questo purché voi, come prima, mi prestiate benevola attenzione.
In primo luogo, se la saggezza si fonda sull'esperienza, a chi meglio
conviene fregiarsi dell'appellativo di saggio? Al sapiente che, parte per
modestia, parte per timidezza, nulla intraprende, o al folle che né il
pudore, di cui è privo, né il pericolo, che non misura, distolgono da
qualche cosa? Il sapiente si rifugia nei libri degli antichi e ne trae
solo sottigliezze verbali. Il folle affronta da vicino le situazioni coi
relativi rischi e così acquista, se non erro, la saggezza. Cosa, questa,
che sembra avere visto, benché cieco, Omero, quando dice: "Il folle
capisce i fatti". Sono due infatti i principali ostacoli alla conoscenza
delle cose: la vergogna che offusca l'animo, e la paura che, alla vista
del pericolo, distoglie dalle imprese. La follia libera da entrambe. Non
vergognarsi mai e osare tutto: pochissimi sanno quale messi di vantaggi ne
derivi.
Perché, se preferiscono attingere quella sapienza che consiste nel
saper giudicare delle cose, state a sentire, vi prego, quanto ne sono
lontani coloro che si spacciano per sapienti. In primo luogo, com'è noto,
tutte le cose umane, a guisa dei Sileni di Alcibiade, hanno due facce
affatto diverse. A tal segno che sulla faccia esteriore, come dicono, vedi
la morte, mentre, se guardi dentro, scopri la vita; e, viceversa, al posto
della vita scopri la morte, al posto del bello il brutto, della ricchezza
la miseria, dell'infamia la gloria, della dottrina l'ignoranza, del vigore
la debolezza, della generosità l'abiezione, della letizia la malinconia,
della prosperità la sventura, dell'amicizia l'inimicizia, del salutare il
nocivo: in breve, se apri il Sileno, trovi di tutte le cose l'opposto. Se
poi qualcuno giudica troppo filosofico questo discorso, mi spiegherò, come
suol dirsi, più alla buona.
Chi negherà che un re è ricco e potente? Eppure, se manca del tutto dei
beni dell'animo, se non è mai contento di nulla, è davvero il più povero
di tutti. Se poi il suo animo è una sentina di vizi, è addirittura uno
schiavo abietto. Lo stesso ragionamento si potrebbe fare anche per gli
altri. Ma accontentiamoci dell'esempio proposto. A che scopo? domanderà
qualcuno. State a sentire dove voglio arrivare.
Se uno tentasse di strappare la maschera agli attori che sulla scena
rappresentano un dramma, mostrando agli spettatori la loro autentica
faccia, forse che costui non rovinerebbe lo spettacolo meritando di esser
preso da tutti a sassate e cacciato dal teatro come un forsennato? Di
colpo tutto muterebbe aspetto: al posto di una donna un uomo; al posto di
un giovane, un vecchio; chi prima era un re, d'improvviso diventa uno
schiavo; chi era un Dio, ad un tratto appare un uomo da nulla. Dissipare
l'illusione significa togliere senso all'intero dramma. A tenere avvinti
gli sguardi degli spettatori è proprio la finzione, il trucco. L'intera
vita umana non è altro che uno spettacolo in cui, chi con una maschera,
chi con un'altra, ognuno recita la propria parte finché, ad un cenno del
capocomico, abbandona la scena. Costui, tuttavia, spesso lo fa recitare in
parti diverse, in modo che chi prima si presentava come un re ammantato di
porpora, compare poi nei cenci di un povero schiavo. Certo, sono tutte
cose immaginarie; ma la commedia umana non consente altro svolgimento.
A questo punto, se un sapiente caduto dal cielo si levasse d'improvviso
a gridare che il personaggio a cui tutti guardano come a un Dio e a un
potente, non è neppure un uomo, perché come le bestie si lascia dominare
dalle passioni, che spontaneamente asservito a padroni così numerosi e
turpi, è l'ultimo degli schiavi; e, se ad un altro che piange il padre
morto ordinasse di ridere perché il padre, finalmente, ha cominciato a
vivere, dato che questa vita altro non è che morte; e se chiamasse plebeo
e bastardo un terzo che mena vanto di una nobile nascita, ma che è ben
lontano dalla virtù, unica fonte di nobiltà: se allo stesso modo parlasse
di tutti gli altri, non agirebbe costui proprio in modo da sembrare a
tutti pazzo da legare? Nulla di più stolto di una saggezza intempestiva;
nulla di più fuori posto del buon senso alla rovescia. Agisce appunto
contro il buon senso chi non sa adattarsi al presente, chi non adotta gli
usi correnti, e dimentica persino la regola conviviale: o bevi o te ne
vai, e vorrebbe che una commedia non fosse più una commedia. Invece, per
un mortale, è vera saggezza non voler essere più saggio di quanto gli sia
concesso in sorte, fare buon viso all'andazzo generale e partecipare di
buon grado alle umane debolezze. Ma, dicono, proprio questo è follia. Non
lo contesterò, purché riconoscano in cambio che questo è recitare la
commedia della vita.
30. Quanto al resto, Dèi immortali, parlerò o tacerò? E perché mai
dovrei tacere cose più vere della verità? Ma forse, in così grave
frangente, meglio sarebbe chiamare in aiuto dall'Elicona le Muse che i
poeti sono soliti invocare anche troppo spesso per vere sciocchezze.
Assistetemi dunque per un poco, figlie di Giove, finché non dimostri che
nessuno senza la guida della follia può accedere alla sapienza, a quella
che chiamano la rocca della felicità.
In primo luogo, è pacifico che tutte le passioni rientrano nella sfera
della follia: ciò che distingue il savio dal pazzo è che questi si fa
guidare dalle passioni, mentre il primo ha per guida la ragione. Perciò
gli stoici spogliano il sapiente di tutte le passioni come fossero delle
malattie. Tuttavia questi elementi emotivi, non solo assolvono la funzione
di guide per chi si affretta verso il porto della sapienza, ma
nell'esercizio della virtù vengono sempre in aiuto spronando e stimolando,
come forze che esortano al bene. Anche se qui fieramente leva la sua
protesta Seneca, col suo stoicismo integrale, negando al sapiente ogni
passione. Ma così facendo distrugge anche l'uomo e crea al suo posto un
Dio di nuovo genere, che non è mai esistito e non esisterà mai; anzi, per
parlare ancora più chiaro, scolpisce la statua di un uomo di marmo, privo
d'intelligenza e di qualunque sentimento umano. Perciò, se lo desiderano,
si godano pure il loro saggio, che potranno amare senza rivali, e dimorino
con lui nella Repubblica di Platone, o, se preferiscono, nel mondo delle
idee, o nei giardini di Tantalo.
Chi, infatti, non sfuggirà con orrore come spettro mostruoso un uomo
così fatto, sordo ad ogni naturale richiamo, incapace d'amore o di pietà,
come "una dura selce o una rupe Marpesia"? Un uomo cui non sfugge nulla,
che non sbaglia mai, ma che con l'occhio acuto di Linceo tutto vede, tutto
pesa con assoluta precisione, nulla perdona; solo di sé contento, lui solo
ricco, lui solo sano, lui solo re, lui solo libero. Per dirla in breve,
lui solo tutto (e solo a suo giudizio); senza amici, pronto a mandare
all'inferno gli stessi Dèi, e che condanna come insensato e risibile tutto
ciò che si fa nella vita. Eppure quel perfetto sapiente è proprio un
animale fatto così. Ma, di grazia, se si dovesse decidere con i voti,
quale città lo vorrebbe come magistrato, quale esercito lo designerebbe
come capo? Quale donna vorrebbe o sopporterebbe un simile marito, quale
anfitrione un simile convitato, quale servo un padrone con questi costumi?
Chi non preferirebbe un uomo qualunque, uno della folla dei pazzi più
segnalati, che, pazzo com'è, possa comandare o obbedire ad altri pazzi,
attirando la simpatia dei suoi simili, che poi sono tanti? Gentile con la
moglie, gradito agli amici, buon commensale; uno con cui si possa
convivere, che, infine, non ritenga estraneo a sé niente di ciò che è
umano? Ma ormai del sapiente ne ho abbastanza. Perciò torniamo a parlare
degli altri vantaggi che offro.
31. Supponiamo che potendo spaziare da una specola sublime con lo
sguardo tutt'attorno - come, secondo i poeti, fa Giove - uno veda quante
avversità minaccino la vita, quanto infelice e miserabile sia la nascita,
quanto faticosa l'educazione, e tutte le offese cui va incontro la
fanciullezza, tutti gli affanni della gioventù, e com'è pesante la
vecchiaia, come amara la fatale morte; tutta la schiera delle malattie,
dei vari accidenti, l'incalzare delle contrarietà: nulla mai che sia
immune da un amaro veleno; per non dire di quei mali che l'uomo subisce
dall'uomo, come la povertà, la prigionia, l'infamia, la vergogna, la
tortura, le insidie, il tradimento, le ingiurie, i processi, le frodi. Ma
dire tutto è come mettersi a contare i granelli di sabbia. Certo non
spetta a me, dire qui per quali colpe gli uomini abbiano meritato questa
sorte, o quale Dio irato li abbia costretti a nascere tanto infelici. Chi
rifletta a tutto questo non sarà forse portato ad approvare l'esempio, pur
così penoso, delle vergini di Mileto? E quali sono soprattutto gli uomini
che, per disgusto della vita, si sono dati la morte? Non sono forse quelli
che alla sapienza si erano accostati di più? Tralasciando Diogene,
Senocrate, i Catoni, i Cassi, i Bruti, prendiamo il famoso Chirone che,
potendo diventare immortale, preferì cercare spontaneamente la morte.
Credo vi sia chiaro che cosa accadrebbe se la sapienza si diffondesse;
sarebbe necessario altro fango e un secondo Prometeo capace di plasmare
altri uomini. Io, invece, puntando ora sull'ignoranza e ora sulla
spensieratezza, a volte facendo dimenticare i malanni, a volte suscitando
speranze di cose favorevoli, esaltando i piaceri con qualche stilla di
miele, in così grandi malanni, sono così soccorrevole che nessuno vuole
lasciare la vita, neppure quando il filo delle Parche è già esaurito e la
vita stessa viene meno. Anzi chi ha minori motivi di restare in vita,
tanto più ama vivere, tanto è lontano dall'essere comunque sfiorato dal
tedio della vita.
Si deve certo a me, se si vedono in giro tanti vecchi annosi quanto
Nestore, vecchi che non hanno più neppure volto d'uomo, balbuzienti,
svaniti, sdentati, canuti, calvi, o, per dirla con Aristofane, lerci,
curvi, miseri, rugosi, senza capelli, senza denti, lascivi, ma a tal segno
amanti della vita e tanto inclini a fare i giovinetti, che ora si tingono
i capelli, ora nascondono la calvizie con una parrucca e ora si servono di
denti presi a prestito magari da un porco; mentre c'è tra loro chi si
strugge d'amore per una fanciulla e, in fatto di amorose sciocchezze, dà
punti anche a un ragazzino. Che vecchi rammolliti, già pronti per il
cataletto, sposino giovinette, anche se prive di dote e destinate a fare
la gioia di altri, è cosa ormai così frequente da costituire quasi motivo
di vanto.
Ma nulla c'è di più spassoso di certe vecchie praticamente già morte
tanto sono decrepite, a tal punto cadaveriche da sembrare reduci
dagl'inferi, ma che hanno sempre sulle labbra il ritornello: "la vita è
bella"; fanno ancora le vezzose; mandano sentore di capra - come dicono i
Greci; conquistano a caro prezzo un qualche Faone, s'imbellettano di
continuo, stanno sempre allo specchio, si sfoltiscono i peli del pube,
ostentano le vecchie mammelle avvizzite, sollecitano con tremuli mugolii
il desiderio che vien meno, bevono, si inseriscono nelle danze delle
fanciulle, scrivono bigliettini amorosi. Sono cose di cui tutti ridono
come di indubbie follie; ed hanno ragione: ma loro, le vecchie, sono tanto
contente di sé, nuotano in un mare di delizie, gustano dolcezze senza
fine, sono felici: e tutto per merito mio. Vorrei che chi giudica queste
cose degne d'irrisione riflettesse un po': è meglio trascorrere nella
follia una vita colma di dolcezza, o andare cercando, come suol dirsi, una
trave a cui impiccarsi?
Che la loro condotta sia giudicata comunemente vergognosa, ai miei
pazzi non importa proprio nulla: nemmeno se ne accorgono, o, se ne hanno
sentore, non ne tengono nessun conto. Prendersi un sasso in testa, questo
sì che fa male. La vergogna, l'infamia, il disonore, le offese, nuocciono
nella misura in cui fanno soffrire. Per chi non se la prende, non sono
neppure un male. Che t'importa se tutti ti fischiano, se tu ti applaudi?
Che questo ti sia possibile lo devi alla sola Follia.
32. Mi pare di sentire protestare i filosofi: l'infelicità, dicono, è
proprio qui, nell'essere prigionieri della Follia, sbagliare, vivere
nell'inganno, nell'ignoranza. Ma essere uomo è appunto questo. Né riesco a
capire perché parlino d'infelicità: così siete nati, educati, formati:
questa è la sorte comune a tutti. Nessuno è infelice quand'è in armonia
con la propria natura, a meno di compiangere l'uomo perché non può volare
con gli uccelli, né camminare a quattro zampe con gli altri mammiferi, o
perché, a differenza dei tori, non è armato di corna. Da tal punto di
vista chiameremo infelice anche un bellissimo cavallo perché non sa di
grammatica e non mangia dolciumi, infelice il toro in quanto negato agli
esercizi della palestra. In realtà, come non è infelice il cavallo che
ignora la grammatica, così non è infelice l'uomo per la sua follia, che è
conforme alla sua natura.
Ma ecco che quegli esperti del ragionamento tortuoso tornano alla
carica. E' dono peculiare dell'uomo, dicono, la conoscenza scientifica, di
cui si serve per compensare con l'ingegno ciò che la natura gli ha negato.
Come se fosse verosimile che la natura, così sollecita nei confronti delle
zanzare e perfino delle erbette e dei fiorellini, avesse tirato via solo
nella creazione dell'uomo, rendendogli necessarie quelle scienze che
Theuth, col suo genio ostile al genere umano, inventò per nostra somma
iattura: tanto inadatte a renderci felici che anzi contrastano col loro
presunto fine, come con eleganza sostiene in Platone un re molto saggio a
proposito dell'invenzione dell'alfabeto. Le scienze dunque sono penetrate
fra gli uomini, insieme alle altre calamità della vita mortale, per opera
di coloro da cui partono tutti i malanni, i demoni che ne hanno anche
derivato il nome, in greco Daemones, ossia "coloro che sanno". La gente
semplice dell'età dell'oro, del tutto priva di dottrina, viveva sotto
l'unica guida della natura e dell'istinto. Che bisogno c'era della
grammatica, quando tutti parlavano la stessa lingua e niente altro si
chiedeva se non di capirsi l'un l'altro? A che la dialettica, se non c'era
contrasto di opposte posizioni? A che la retorica, se nessuno intentava
cause al prossimo? E che bisogno c'era della giurisprudenza, se non
c'erano quei cattivi costumi che, senza dubbio, hanno fatto nascere le
buone leggi? Erano troppo religiosi per scrutare con empia curiosità i
misteri della natura, la grandezza, i moti, gl'influssi delle stelle, le
cause riposte delle cose, giudicando vietato ai mortali il tentativo di
conoscere più di quanto era loro concesso. Lo stolto desiderio di andare a
cercare cosa ci fosse di là dal cielo non passava neppure per la mente.
Col graduale esaurirsi dell'età dell'oro, dapprima, come ho detto, dai
demoni del male furono inventate le scienze, ma poche, e limitate a pochi.
Poi, i Caldei con la loro superstizione, e quei perdigiorno dei Greci coi
loro interessi svagati, moltiplicarono a dismisura queste autentiche
torture della mente. Con la sola grammatica ce ne sarebbe già di troppo
per il tormento di una vita intera.
33. Tuttavia tra queste scienze le più pregiate sono le più vicine al
senso comune, cioè alla Follia. I teologi fanno la fame, i fisici soffrono
il freddo, gli astrologi sono derisi, i dialettici non contano nulla,
mentre un solo medico vale quanto molti uomini. In questa professione
quanto più uno è ignorante, avventato, leggero, tanto più è considerato
dagli stessi prìncipi con tanto di corona in testa. La medicina, infatti,
specialmente come viene esercitata oggi dai più, si riduce, come la
retorica, a una forma di adulazione. Il secondo posto, con un brevissimo
stacco, spetta ai legulei - e starei per dire il primo; la loro
professione, per non esprimere pareri personali, è irrisa per lo più dai
filosofi, fra il generale consenso, come un'arte da asini. Tuttavia gli
affari, dai più grandi ai più piccoli, sono a discrezione di questi asini.
I loro latifondi si estendono, mentre il teologo, dopo essersi documentato
su tutti gli aspetti della divinità, rosicchia lupini, impegnato in una
guerra continua con cimici e pidocchi.
Ma, se le arti più fortunate sono quelle più affini alla Follia, più
fortunati fra tutti sono coloro che riescono a tenersi lontani da
qualunque disciplina per seguire la sola guida della natura che in nessuna
parte è manchevole, a meno che non pretendiamo di oltrepassare i confini
della nostra sorte mortale. La natura odia gli artifici: fortunato chi è
rimasto immune dalla contaminazione delle arti.
34. Orsù, non vedete che fra le varie specie animali se la passano
meglio di tutte proprio le più lontane dalle arti, quelle che hanno per
unica maestra e guida la natura? che c'è di più felice o mirabile delle
api? E dire che non hanno neppure tutti i sensi. Come potrebbe un
architetto realizzare qualcosa di simile alle loro costruzioni? quale
filosofo mai fondò una Repubblica come la loro? Il cavallo, invece, poiché
è simile all'uomo dal punto di vista dei sensi ed è diventato suo
compagno, è anche partecipe delle umane calamità. Non di rado,
vergognandosi di perdere in gara, si sfianca nella corsa; in guerra,
assetato di vittoria, viene colpito e morde la polvere insieme al
cavaliere. Per non parlare del morso, degli sproni aguzzi, della stalla
dove è quasi prigioniero, del frustino, del bastone, delle redini, del
cavaliere, per dirla in breve, di tutta la tragica schiavitù a cui si è
votato spontaneamente nel tentativo di vendicarsi a ogni costo del nemico
emulando gli eroi. Quanto più invidiabile la condizione delle mosche e
degli uccellini, che vivono alla giornata obbedendo solo al naturale
istinto, sempre che lo consentano le insidie degli uomini! Gli uccelli,
infatti, chiusi in gabbia e ammaestrati a imitare la voce umana, quanto si
allontanano dal primitivo splendore! A tal segno, sotto tutti i rispetti,
il prodotto di natura è migliore di quello che l'arte ha adulterato.
Perciò non loderò mai abbastanza il gallo in cui si reincarnò Pitagora
che, essendo stato tutto, filosofo, uomo, donna, re, principe, privato
cittadino, pesce, cavallo, rana e, credo, anche spugna, nessun animale,
tuttavia, giudicò più disgraziato dell'uomo, perché, mentre tutti gli
altri sono contenti dei loro limiti naturali, soltanto l'uomo tenta di
oltrepassare i confini della sua condizione.
35. E tra gli uomini, sotto molti punti di vista, antepone i semplici
ai dotti e ai grandi. Molto più saggio di Ulisse, simbolo della
scaltrezza, Grillo che preferì di grugnire in un porcile piuttosto che
andare con lui incontro a tante calamità. Mi pare la pensi così anche
Omero, padre delle favole, che, mentre di continuo dice gli uomini miseri
e travagliati, e a più riprese chiama infelice Ulisse con la sua
proverbiale avvedutezza, non usa mai questo termine parlando di Paride, o
di Aiace, o di Achille. Perché mai? Soltanto perché, quell'astuto
inventore di trucchi agiva solo sotto la spinta di Pallade, e, quanto mai
sordo a ogni richiamo della natura, era tutto cervello.
Perciò i più lontani dalla felicità sono tra i mortali quelli che
aspirano alla sapienza, doppiamente stolti perché, dimentichi della loro
condizione di uomini, si atteggiano a Dèi immortali e, a somiglianza dei
giganti, dichiarano guerra alla natura valendosi di ordigni costruiti
dalla loro perizia; i meno infelici, invece, sembrano quelli che restano
più vicini all'istinto e alla stupidità dei bruti, né tentano mai di
oltrepassare le capacità dell'uomo. Proverò anche a dimostrarlo, e non con
gli entimèmi degli stoici, ma con qualche esempio alla portata di tutti.
Per gli Dèi immortali, vi è forse al mondo qualcosa di più felice di
quella specie di uomini chiamati volgarmente scimuniti, stolti, fatui,
sciocchi? appellativi, a mio parere, onorevolissimi. Dirò anzi una cosa
che, se a prima vista può sembrare una sciocchezza ed un'assurdità, in
fondo è di una verità indiscutibile.
Loro, innanzitutto, non hanno paura della morte, male, per Giove, non
trascurabile. Non li tormentano rimorsi di coscienza; non li turbano le
storie degli spiriti dei defunti; non hanno paura delle apparizioni; non
si crucciano per il timore di mali incombenti; non entrano in ansia nella
speranza di beni futuri. Insomma, non sono in balìa dei mille affanni a
cui è esposta la nostra vita. Ignorano la vergogna, il timore,
l'ambizione, l'invidia, l'amore. Infine, chi più si avvicina alla
stupidità dei bruti - ne sono garanti i teologi - è anche immune dal
peccato. Ed ora, mio sciocchissimo saggio, vorrei che tu mi esternassi
tutti gli affanni che notte e giorno tormentano il tuo animo e facessi un
bel mucchio di tutti i tuoi guai; alla fine capiresti quanto gravi mali ho
risparmiato ai miei folli. Aggiungi che, non solo vivono in perpetua
letizia, scherzando, canterellando, ridendo, ma offrono anche a tutti gli
altri, dovunque vadano, motivi di piacere, scherzo, divertimento e riso,
come se la benevolenza divina proprio a questo li avesse votati: a
rallegrare la tristezza della vita umana. Perciò, mentre gli uomini
provano, caso per caso, sentimenti diversi verso i loro simili, nei
confronti di questi pazzi nutrono senza eccezione sentimenti amichevoli:
li vanno a cercare, li nutrono, li stringono in una sorta di caldo
abbraccio e, all'occorrenza, li soccorrono, non tenendo in nessun conto
quanto possono dire o fare. Nessuno desidera fargli del male. Persino le
bestie feroci li risparmiano, istintivamente consapevoli della loro
innocenza. Infatti sono davvero sacri agli Dèi, e a me in particolare.
Perciò, a buon diritto, sono da tutti onorati.
36. Grandi re, tanto se ne dilettano, che alcuni di loro, nemmeno per
un'ora, possono farne a meno né a tavola né a passeggio. Non di poco
preferiscono questi buffoni agli austeri filosofi, che tuttavia sono
soliti mantenere per ragioni di prestigio. Perché poi li preferiscano, non
mi sembra un mistero, né deve destare stupore; quei saggi, per i prìncipi,
sono solo apportatori di tristezza; talora fidando nella loro dottrina,
non si peritano di sfiorare quelle orecchie delicate con qualche pungente
verità. I buffoni, invece, offrono ai prìncipi la sola cosa che questi
desiderano con tutta l'anima: delizie come passatempo, scherzi, risate,
divertimenti. E non dimenticate anche questa non trascurabile dote dei
folli: solo loro sono schietti e veritieri.
E che c'è mai di più lodevole della verità? Anche se in Platone un
detto d'Alcibiade attribuisce la verità al vino e ai fanciulli, si tratta
tuttavia di un elogio che, in assoluto, spetta soprattutto a me. Ne fa
fede Euripide che a me si riferisce col celebre detto: "Il folle dice cose
folli". Il folle porta scritto in faccia, e traduce in parole, tutto
quanto ha nel cuore. I saggi, invece, sempre secondo Euripide, hanno due
linguaggi: quello della verità e quello dell'opportunismo. E' loro
caratteristica mutare il nero in bianco, spirando dalla medesima bocca ora
il freddo ora il caldo, avendo in fondo al cuore tutt'altro da quello che
dicono nei loro artefatti discorsi. Nella loro fortuna i prìncipi a me
sembrano sotto questo rispetto molto sfortunati: non hanno nessuno che
dica loro la verità, e sono costretti ad avere come amici degli
adulatori.
Ma, si potrebbe osservare, le orecchie dei prìncipi detestano la verità
e proprio per questo rifuggono dai saggi, nel timore che qualcuno di
lingua più sciolta osi dire cose vere piuttosto che gradevoli. Così è: i
re non amano la verità. Tuttavia proprio questo si volge mirabilmente in
vantaggio per i miei folli: da loro si ascoltano con piacere, non solo la
verità, ma anche indubbie insolenze, a tal punto che, la stessa cosa,
detta da un sapiente, gli frutterebbe la morte, detta da un buffone
diverte il signore oltre ogni dire. La verità, infatti, ha un non so quale
schietta capacità di piacere, purché non si accompagni all'intenzione di
offendere: ma questo è un dono che gli Dèi hanno elargito ai soli
folli.
Sono press'a poco medesime le ragioni per cui le donne, più inclini per
natura al divertimento e alle frivolezze, si trovano di solito tanto bene
con un simile genere di uomini. Perciò, qualunque cosa costoro facciano -
anche se a volte sono cose fin troppo serie - le donne, tuttavia, le
volgono in scherzo e gioco, abili come sono nel mascherare ogni loro
trascorso.
37. Ma ora torniamo alla felicità dei folli. Trascorsa la vita in
grande letizia, senza né il timore né il senso della morte, se ne vanno
diritti ai campi Elisi, per dilettare anche lì, coi loro scherzi, il
riposo delle anime pie.
Paragoniamo quindi la condizione del saggio con quella di questo
buffone. Immagina, per contrapporlo a lui, un modello di sapienza: un uomo
che abbia consumato tutta la fanciullezza e l'adolescenza a istruirsi in
mille modi, perdendo la parte migliore della propria vita in veglie senza
fine, in affanni e fatiche; che nemmeno in tutto il resto della propria
vita abbia mai gustato un istante di piacere; sempre parco, povero,
triste, austero, inflessibile con se stesso, fastidioso e inviso agli
altri; pallido, macilento, cagionevole; invecchiato e incanutito prima del
tempo, colto da morte prematura, anche se nulla importa, dopo tutto,
quando muore un uomo così, che non è mai vissuto. Ecco l'immagine perfetta
del sapiente.
38. A questo punto, sento che le rane del Portico si rimettono a
gracidare contro di me. "Niente, dicono, è più miserevole della demenza.
Ma una eminente follia è molto vicina alla demenza, o è demenza essa
stessa. Che cosa infatti è la demenza, se non l'uscire di senno? e costoro
ne sono usciti del tutto. "Orsù, vediamo di confutare con l'aiuto delle
Muse anche questo sillogismo". Certo il loro ragionamento è sottile, ma,
come il Socrate platonico, procedendo per divisione, di una Venere e di un
Cupido ne faceva due, così anche i nostri dialettici, se volevano apparire
in senno, dovevano distinguere dissennatezza da dissennatezza. Infatti non
ogni follia è fonte di guai. Altrimenti Orazio non si sarebbe chiesto: "Si
prende forse gioco di me un'amabile follia?", né Platone avrebbe collocato
il delirio dei poeti, dei vati e degli amanti tra i massimi doni della
vita; né la Sibilla avrebbe chiamato folle l'impresa di Enea.
In verità ci sono due specie di follia. Una scaturisce dagli inferi
tutte le volte che le crudeli dee della vendetta, scatenando i loro
serpenti, suscitano nei cuori dei mortali ardore di guerra, o insaziabile
sete di oro, o amore turpe e scellerato, parricidio, incesto, sacrilegio,
e altri consimili orrori; oppure quando travagliano con le furie e le faci
tremende, un animo conscio dei propri delitti. L'altra, non ha nulla in
comune con questa; nasce da me e tutti la desiderano. Si manifesta ogni
volta che una dolce illusione libera l'animo dall'ansia e lo colma,
insieme, di mille sensazioni piacevoli. Proprio questa illusione Cicerone,
scrivendo ad Attico, augura a se stesso come un gran dono degli Dèi, per
potersi liberare dall'oppressione dei gravi mali incombenti. Né aveva
torto quell'argivo che era pazzo al punto da sedere da solo in teatro per
giornate intere, ridendo, applaudendo, godendosela, perché credeva vi si
rappresentassero tragedie bellissime, mentre non si rappresentava proprio
nulla. Eppure, in tutte le altre faccende della vita, era perfettamente
normale: cordiale con gli amici, "gentile con la moglie, capace di
perdonare ai servi e di non dare in escandescenze se il sigillo rotto
denunciava la bottiglia aperta". Guarito dalle cure dei familiari che gli
somministrarono le medicine del caso, tornato del tutto in sé, così si
lamentava con gli amici: "Per Polluce! m'avete ammazzato, amici miei, e
non salvato, privandomi del piacere e togliendomi con la forza quella mia
così dolce illusione".
Aveva ragione: erano loro che sbagliavano e che, più di lui, avevano
bisogno dell'elleboro, loro che credevano di dover estirpare con le
medicine, quasi fosse un malanno, una così felice e piacevole follia.
Tuttavia non ho ancora accertato se qualunque errore del senso o della
mente meriti il nome di follia. Se uno che ci vede poco scambia un mulo
per un asino, se un altro ammira come un monumento di dottrina una rozza
poesia, non si può senz'altro chiamarlo pazzo. Ma se uno sbaglia, non solo
col senso, ma anche col giudizio della mente, e questo gli accade sempre e
in proporzioni insolite, di lui, sì, diremo che ha un ramo di pazzia; come
chi, sentendo un asino ragliare, credesse di ascoltare un meraviglioso
concerto, o chi, povero e di umili origini, credesse di essere Creso, re
di Lidia. Ma quando questa specie di follia, come di solito accade, assume
aspetti piacevoli, è di non piccolo diletto, sia per coloro che ne sono
posseduti, sia per quelli che stanno a vedere senza esserne colpiti. Si
tratta, si badi, di un'affezione molto diffusa; più di quanto di solito si
crede. Il pazzo ride del pazzo, e a vicenda si offrono diletto. E non di
rado vi accadrà di vedere che, di due pazzi, è il più pazzo quello che più
si prende gioco dell'altro.
39. Eppure, ve lo assicura la Follia in persona, uno è tanto più felice
quanto più la sua follia è multiforme, purché si mantenga entro il genere
a me peculiare: un genere così diffuso che non so se fra tutti gli uomini
se ne possa trovare uno solo che sia costantemente saggio, e che sia del
tutto immune da una qualche forma di pazzia. La differenza è tutta qui:
chi vedendo una zucca la scambia per la moglie, viene chiamato pazzo
perché la cosa succede a pochissimi. Chi invece, avendo la moglie in
comune con molti, giura che è più virtuosa di Penelope, e, felice del suo
errore, è orgoglioso di sé, nessuno lo chiama pazzo, perché la cosa accade
spesso e dovunque.
Appartengono alla confraternita anche coloro che disprezzano tutto in
confronto ad una partita di caccia, e vanno dicendo di provare un
incredibile piacere tutte le volte che sentono il suono cupo del corno e
l'abbaiare dei cani. Credo che anche gli escrementi dei cani, quando li
annusano, mandino per loro profumo di cinnamomo. E quale dolcezza
squartare la selvaggina! L'umile plebe può squartare tori e castrati, ma
sarebbe un delitto farlo con un capo di selvaggina: questa è prerogativa
di nobili. A capo scoperto sta il nobile, piegati i ginocchi, col coltello
destinato allo scopo (è vietato servirsi di uno strumento qualunque), con
gesti rituali, in pio raccoglimento, taglia determinate membra in un
determinato ordine. Una folla silenziosa lo circonda, ammirata come se
assistesse a non so quale nuovo rito, mentre si tratta di uno spettacolo
visto e rivisto. Se poi uno ha la fortuna d'assaggiare un bocconcino della
preda, crede di avanzare non poco in nobiltà. Costoro, cacciando e
cibandosi in continuazione di selvaggina, mentre ottengono solamente di
trasformarsi press'a poco in fiere, si illudono invece di menar vita da
re.
Molto simili sono quanti, in preda alla frenesia del costruire, senza
posa trasformano il quadrato in rotondo, o il rotondo in quadrato.
Procedono ignari di ogni limite e misura finché, ridotti in estrema
povertà, non hanno più né tetto né cibo. Ma che gli importa del dopo?
Intanto, per alcuni anni, sono stati immensamente felici.
Molto vicini a costoro, mi pare, sono quelli che con arti nuove e
arcane, tentano di trasformare la natura degli elementi e cercano per
terra e per mare la quinta essenza. Si nutrono di una speranza così dolce
da non tirarsi mai indietro di fronte a spese o fatiche, e con mirabile
spirito inventivo ne pensano sempre qualcuna per ingannarsi una volta di
più e per rivestire l'inganno di liete apparenze, finché, dato fondo a
tutto il loro, non possono costruire più niente, nemmeno un fornello. Non
per questo, tuttavia, smettono di sognare i loro bei sogni, ma spingono
con tutte le loro forze anche gli altri verso la medesima felicità. E
quando l'ultima speranza li ha abbandonati, resta tuttavia, a consolarli
pienamente, un detto: le grandi cose basta averle volute. Accusano allora
la brevità della vita, inadeguata alla grandezza dell'impresa.
Sono in dubbio se annoverare nella nostra congrega i giocatori.
Tuttavia è decisamente uno spettacolo di spassosa follia vedere a volte
gente così schiava del gioco da sentirsi venire le palpitazioni appena
giunge al loro orecchio il rumore di dadi. Quando poi, obbedendo al
costante stimolo della speranza di vincere, vedono naufragare tutta la
loro fortuna, infranta contro lo scoglio del gioco, ben più insidioso del
Capo Malea, appena in salvo, nudi di tutto, per non farsi la fama di
uomini poco seri, defraudano chiunque, piuttosto che chi nel gioco li ha
vinti. E che dire di quando, ormai vecchi, con la vista che vacilla,
ricorrendo alle lenti, continuano a giocare? E quando infine la meritata
gotta impedisce l'uso delle mani, arrivano a pagare un sostituto che getti
sulla tavola, per loro, i dadi. Gran bella cosa sarebbe il gioco, se il
più delle volte non volgesse in passione rabbiosa; ma qui siamo ormai nel
regno delle Furie, non nel mio.
40. E' senza dubbio della mia pasta, invece, la schiera di quegli
uomini che si divertono ad ascoltare o narrare storie di miracoli o di
prodigi fantastici e non si stancano mai di ascoltare favole in cui si
parla di eventi portentosi, di spettri, di fantasmi, di larve,
degl'inferi, o di altre innumerevoli cose del genere. Quanto più la favola
si scosta dal vero, tanto più volentieri ci credono, tanto più
voluttuosamente le loro orecchie ne sono solleticate. Di qui, non solo un
apprezzabile passatempo contro la noia, ma anche una fonte di guadagno,
specialmente per i sacerdoti ed i predicatori.
Sono della stessa razza quanti nutrono la folle ma piacevole
convinzione di non essere esposti a morire in giornata, se hanno visto il
simulacro ligneo o l'immagine dipinta di un gigantesco san Cristoforo (il
nuovo Polifemo); o credono di tornare sani e salvi dalla battaglia, se
hanno rivolto le debite preghiere alla statua di santa Barbara; o di
arricchirsi in breve rendendo omaggio a sant'Erasmo in certi giorni, con
speciali moccoli e determinate formulette. In san Giorgio hanno scoperto
una specie di Ercole e hanno anche un secondo Ippolito. Quasi adorano il
suo cavallo dopo averlo adornato con la massima devozione di falere e di
borchie, né risparmiano offerte di ogni sorta per accaparrarsi la
benevolenza del santo; giurare per il suo elmo di bronzo, secondo loro, è
proprio degno di un re.
Che dire poi di quelli che, nella dolcissima illusione di immaginarie
indulgenze accordate ai loro peccati, computano quasi con l'orologio alla
mano il periodo da passare in purgatorio, numerando secoli, anni, mesi,
giorni, ore, secondo una sorta di tavola matematica sicura al cento per
cento. O di quelli che fidando in segni magici o in giaculatorie inventate
da qualche pio ciurmadore, o per naturale disposizione, o a scopo di
lucro, non pongono limiti alle loro speranze: ricchezze, onori, piaceri,
abbondanza di tutto, una salute costantemente ottima, una lunga vita, una
vecchiaia vegeta, e, alla fine, nel regno dei cieli, un seggio proprio
accanto a Cristo. Questo, però, senza fretta, per carità; ben vengano le
delizie dei beati, ma quando, con disappunto, dovranno lasciare i piaceri
della vita a cui sono abbarbicati con le unghie e coi denti.
Immagina un negoziante, ma anche un soldato, un giudice: rinunciando a
una sola monetina dopo tante ruberie, crede di avere lavato una volta per
tutte il fango di un'intera vita, un'autentica palude di Lerna, e ritiene
che tanti spergiuri, tanta libidine, tante ubriacature, tante risse, tante
stragi, tante imposture, tante perfidie, tanti tradimenti, siano
riscattati come in base ad un regolare patto, e riscattati al punto da
poter ricominciare da zero una nuova catena di delitti.
E chi è più folle, o meglio più felice, di quanti recitando ogni giorno
sette versetti del salterio si ripromettono una beatitudine sconfinata? A
indicare a san Bernardo quei magici versetti si crede sia stato un demone
faceto, più sciocco invero che furbo, se, poveretto, rimase intrappolato
nel suo stesso inganno. Roba da matti! persino io me ne vergogno. Sono
cose, tuttavia, che godono l'approvazione, non solo del volgo, ma anche di
chi propina insegnamenti religiosi.
O non è forse lo stesso caso di quando ogni regione reclama il suo
particolare santo protettore, ognuno coi suoi poteri, ognuno venerato con
determinati riti? questo fa passare il mal di denti; quello assiste le
partorienti. C'è il santo che fa recuperare gli oggetti rubati, quello che
rifulge benigno al naufrago, un altro che protegge il gregge; e via
discorrendo. Troppo lungo sarebbe elencarli tutti. Ve ne sono che da soli
possono essere utili in parecchi casi; vi ricordo la Vergine, madre di
Dio, alla quale il volgo attribuisce quasi più poteri che al figlio.
41. Infine, che cosa chiedono gli uomini a questi santi, se non cose
che sanno di follia? Fra tanti ex-voto di cui sono zeppe le pareti, e
persino le volte di certe Chiese, ne avete mai visti di chi fosse guarito
dalla follia, o che fosse diventato, sia pure uno zinzino, più saggio?
Qualcuno si è salvato a nuoto; un altro, ferito dal nemico, è riuscito a
sopravvivere; chi, abbandonato il campo mentre gli altri combattevano, ne
è uscito con fortuna salvando anche l'onore; uno, con l'aiuto di un santo
protettore dei ladri, è caduto dal patibolo per poter continuare ad
alleggerire delle loro ricchezze quelli che non le meritano. Chi è fuggito
dal carcere forzando la porta; un altro è guarito dalla febbre con
disappunto del medico; a uno la bevanda velenosa non è stata letale,
perché, sciogliendogli il corpo, gli è servita da medicina, con scarsa
soddisfazione della moglie che si era data da fare per niente. Un uomo,
pur essendoglisi rovesciato il carro, ha riportato sani e salvi i cavalli.
Un altro ancora, rimasto sotto le macerie, è sopravvissuto; uno, infine,
colto sul fatto da un marito, è riuscito a svignarsela.
Nessuno che renda grazie per essere stato guarito dalla pazzia. Gran
bella cosa mancare di senno, se i mortali tutto deprecano, fuori che la
follia. Ma perché poi mi vado a cacciare in questo mare di superstizioni?
"Cento lingue, cento bocche, un'ugola di ferro, non mi basterebbero a
enumerare tutte le varietà di pazzi, a elencare tutte le forme di follia."
(Virgilio, "Eneide"). A tal punto la cristianità intera trabocca di
vaneggiamenti del genere; e i sacerdoti stessi sono pronti ad ammetterle e
incoraggiarle, non ignorando il guadagno che di solito ne viene. Se però
nel frattempo qualche odioso saggio si levasse a dire le cose come stanno
- "morirai bene, se bene hai vissuto; laverai i tuoi peccati, se
all'offerta di una moneta aggiungerai il pentimento con lacrime, veglie,
preghiere, digiuni, e un radicale cambiamento di vita; avrai la protezione
di questo Santo, se ne imiterai la vita" -; se quel saggio si mettesse a
ripetere queste cose ed altre del genere, vedresti in quale sgomento
farebbe precipitare le anime dei mortali, prima così colme di letizia!
Rientrano in questa congrega coloro che da vivi stabiliscono la pompa
del proprio funerale con tanta cura da indicare il numero delle torce,
degli incappati, dei cantori, dei lamentatori di mestiere, come se
dovessero avere un qualche sentore dello spettacolo, o se da morti
potessero vergognarsi qualora il cadavere non fosse sepolto con la debita
magnificenza, a somiglianza di chi, elevato ad una carica, si preoccupa di
organizzare giochi e banchetto.
42. Per quanto cerchi di non dilungarmi, non riesco proprio a passare
sotto silenzio coloro che, in nulla diversi dall'ultimo ciabattino, si
compiacciono tuttavia oltremodo di un vano titolo nobiliare. Chi, a sentir
lui, discende da Enea, chi da Bruto, chi da Arturo; mostrano da ogni parte
gli antenati in effigie, ritratti da scultori e pittori. Ti enumerano uno
dopo l'altro bisavoli e trisavoli ricordandone gli antichi soprannomi,
mentre per parte loro non dicono molto di più di una muta statua, anzi
dicono meno dei ritratti che ostentano. E tuttavia il dolce amore di sé li
fa vivere in perfetta letizia. Né mancano gli sciocchi che guardano a
questa razza di animali come se fossero divinità.
Ma perché perdermi a parlare dell'una o dell'altra specie di gente,
come se dappertutto la nostra Filautìa non fosse per tanti, e nelle forme
più inattese, fonte di grandissima felicità?
Questo qui è più brutto di una scimmia, e si crede un Nireo. Un altro,
appena ha tracciato tre linee col compasso, si crede Euclide. Un altro
ancora, che sta come un asino davanti alla lira, ed ha mezzi vocali degni
di un gallo in amore quando si avventa sulla gallina, s'immagina di essere
un secondo Ermogene. Un posto a parte merita quell'ineffabile genere di
follia per cui tanti, se uno dei loro servi ha delle doti, se ne gloriano
come di cosa propria. Come quel riccone doppiamente felice di cui parla
Seneca, che, se doveva raccontare una storiella, teneva d'intorno i servi
perché gli suggerissero i nomi; e, fidando nel fatto di averne in casa
tanti assai ben piantati, pur essendo così debole da reggere l'anima coi
denti, non avrebbe esitato a cimentarsi in una gara di pugilato.
A che ricordare chi fa professione di artista? La filautìa è peculiare
a tutta questa gente a tal segno, che faresti prima a trovarne uno
disposto a cedere il campicello paterno che a rinunziare al suo talento,
soprattutto nell'ambito degli attori, dei cantori, degli oratori e dei
poeti. Quanto più uno lascia a desiderare, tanto più è arrogante
nell'autocompiacimento, tanto più si vanta, tanto più si gonfia. Il simile
ama il simile, e quanto meno si vale tanto più si è ammirati; i più vanno
sempre dietro alle cose peggiori, perché, come ho detto, la maggior parte
degli uomini è soggetta alla follia. Quindi, se chi è più ignorante è più
contento di sé e ha più largo successo, cosa mai lo dovrebbe indurre ad
optare per una cultura autentica, che in primo luogo gli costerebbe
parecchio, e in secondo luogo lo renderebbe più fragile e più timido; e,
infine, restringerebbe sensibilmente la cerchia dei suoi ammiratori.
43. Mi rendo conto che la natura, come ha infuso un amor proprio
particolare nei singoli individui, ne ha instillato uno comune a tutti i
cittadini di ciascuna nazione, e starei per dire di una stessa città. Di
qui la pretesa degli Inglesi di primeggiare, oltre che nel resto, sul
piano della bellezza, della musica, delle laute mense; gli Scozzesi
vantano nobiltà, parentele regali, nonché dialettiche sottigliezze; i
Francesi rivendicano la raffinatezza dei costumi; i Parigini pretendono la
palma della scienza teologica vantandone un possesso quasi esclusivo; gli
Italiani affermano la loro superiorità nelle lettere e nell'eloquenza; e
si cullano tutti nella dolcissima convinzione di essere i soli non barbari
fra i mortali. Primi, in questo genere di felicità, sono i Romani, ancora
immersi nei bellissimi sogni dell'antica Roma; quanto ai Veneti, si beano
del prestigio della loro nobiltà. I Greci, quali inventori delle arti, si
vantano delle antiche glorie dei loro famosi eroi; i Turchi, e tutta
quella massa di autentici barbari, pretendono il primato anche in fatto di
religione e quindi deridono i cristiani come superstiziosi. Molto più
gustoso è il caso degli Ebrei che aspettano sempre incrollabili il proprio
Messia, e ancor oggi si tengono aggrappati al loro Mosè; gli Spagnoli non
la cedono a nessuno in fatto di gloria militare; i Tedeschi si
compiacciono dell'alta statura e della conoscenza della magia.
44. Senza andare dietro ai casi particolari, vi rendete conto, penso,
di quanto piacere venga dalla Filautìa agli individui e ai mortali in
genere. Le sta quasi alla pari la sorella Adulazione.
La filautìa, infatti, consiste nell'accarezzare se stessi; se si
accarezza un altro, si tratta di adulazione. Oggi, però, l'adulazione non
gode buona fama; ma questo fra coloro per cui le parole valgono più delle
cose. Ritengono che l'adulazione non si può accompagnare alla fedeltà,
mentre potrebbero rendersi conto di quanto sbagliano, solo se guardassero
all'esempio che viene dalle bestie. Chi, infatti, più adulatore del cane?
e, al tempo stesso, chi più fedele? Chi è più carezzevole dello
scoiattolo? ma chi più di lui amico dell'uomo? A meno che non si vogliano
considerare più utili all'uomo i fieri leoni, e le crudeli tigri, o i
feroci leopardi. Anche se è vero che c'è una forma d'adulazione davvero
perniciosa con cui taluni, perfidamente beffando i poveri ingenui, li
portano alla rovina. Questa mia adulazione, invece, ha radice in un certo
bonario candore ed è molto più vicina alla virtù di quella durezza e
severità ruvida e stizzosa, di cui parla Orazio, e che si suole
contrapporle. La mia adulazione rincuora gli animi abbattuti, raddolcisce
la tristezza, riscuote dall'inerzia, sveglia gli ottusi, dà sollievo ai
malati, mitiga i violenti, mette pace fra gli innamorati e ne conserva la
buona armonia. Attira i fanciulli allo studio delle lettere, rallegra i
vecchi, ammonisce ed ammaestra i prìncipi senza offenderli, sotto specie
di lodarli. Insomma, fa in modo che ciascuno sia di sé più contento e a sé
più caro, il che è parte della felicità, e addirittura la parte più
importante. Che cosa può esservi di più gentile di due muli che si
grattano a vicenda? Per non aggiungere che questa mia adulazione è una
notevole parte della celebrata eloquenza, e costituisce la parte maggiore
della medicina; della poesia poi è la componente massima. Ed è miele e
condimento di tutte le relazioni umane.
45. Ma è male, dicono, essere ingannati; c'è molto di peggio: non
essere ingannati. Sono, infatti, proprio privi di buon senso quanti
ripongono la felicità dell'uomo nelle cose stesse. Essa dipende dal nostro
modo di vederle. Infatti tale è l'oscurità e varietà delle cose umane che
niente si può sapere con chiarezza, come giustamente affermano i miei
Accademici, i meno presuntuosi dei filosofi.
Se poi qualcosa si può sapere, spesso abbiamo poco da rallegrarcene.
L'animo umano, infine, è fatto in modo tale che la finzione lo domina
molto più della verità. Chi ne volesse trovare una prova facilmente
accessibile, potrebbe andare in Chiesa a sentir prediche: qui, se il
discorso si fa serio, tutti sonnecchiano, sbadigliano, si annoiano. Ma, se
l'urlatore di turno (è stato un lapsus, volevo dire l'oratore), come
spesso succede, prende le mosse da qualche storiella da vecchierelle,
tutti si svegliano, si tirano su, stanno a sentire a bocca aperta. Del
pari, se c'è un Santo leggendario e poetico - per esempio San Giorgio, o
San Cristoforo, o Santa Barbara - lo vedrete venerare con molto maggiore
pietà di San Pietro, e San Paolo, e dello stesso Gesù Cristo. Ma di
questo, qui non è il luogo. Costa veramente poco conquistare la felicità
illusoria che dicevo! Le cose vere, anche le meno rilevanti, come la
grammatica, costano tanta fatica. Un'opinione, invece, costa così poco, e
alla nostra felicità giova altrettanto, se non di più. Se, per esempio,
uno si ciba di pesce in salamoia andato a male, di cui un altro neppure
potrebbe sopportare il puzzo, mentre per lui sa d'ambrosia, di' un po',
che cosa mai gl'impedisce di godersela? Al contrario, se a uno lo storione
dà la nausea, che razza di piacere ne trarrà? Se una moglie decisamente
brutta al marito sembra tale da poter gareggiare con la stessa Venere, non
sarà forse come se fosse bella davvero? Se uno contempla ammirato una
tavola impiastricciata di rosso e di giallo, persuaso di trovarsi davanti
ad un dipinto di Apelle o di Zeusi, non sarà forse più felice di chi ha
comprato a caro prezzo un'opera di quegli artisti per poi gustarla forse
con minore passione? Conosco un tale che si chiama come me, e che alla
sposa novella donò alcune gemme false facendogliele credere, con la
parlantina che aveva, non solo assolutamente vere, ma anche rare e di
valore inestimabile.
Ditemi un po', che differenza c'era per la fanciulla, visto che quei
pezzetti di vetro rallegravano altrettanto i suoi occhi e il suo cuore, se
conservava gelosamente presso di sé delle sciocchezzuole di nessun valore
come se fossero chissà qual tesoro? Il marito, frattanto, evitava una
spesa e godeva dell'illusione della moglie che gli era grata come se
avesse ricevuto doni di gran pregio.
Che differenza pensate vi sia fra coloro che nella caverna di Platone
contemplano le ombre e le immagini delle varie cose, senza desideri, paghi
della propria condizione, e il sapiente che, uscito dalla caverna, vede le
cose vere? Se il Micillo di Luciano avesse potuto continuare a sognare in
eterno il suo sogno di ricchezza, che motivo avrebbe avuto di desiderare
un'altra felicità? La condizione dei folli, perciò, non differisce in
nulla da quella dei savi, o, meglio, se in qualcosa differisce, è
preferibile. Innanzitutto perché la loro felicità costa ben poco: solo un
piccolo inganno di sé.
46. E poi perché ne godono insieme con moltissimi, e "non c'è bene di
cui si possa godere davvero se non si ha qualcuno con cui dividerlo"
(Seneca, "Epistuale morales"). E chi non sa quanto pochi sono i sapienti,
se pur qualcuno ve n'è? In tanti secoli i Greci ne contano in tutto sette,
e anche di questi, per Ercole, se si andasse a guardare meglio, nessuno,
ho paura, risulterebbe sapiente a metà, e forse neppure per un terzo.
Perciò, se dei molti meriti di Bacco giustamente si considera il più
importante la capacità di scacciare gli affanni, e anche questo solo
finché, appena smaltita la sbornia, gli affanni tornano all'assalto - come
dicono, su bianchi destrieri - quanto più completo ed efficace il mio
beneficio per cui l'animo, in una ebbrezza perenne, senza nessuna fatica,
si riempie di gioia, di piaceri, di esultanza! Né lascio alcun mortale
privo del mio dono, mentre i doni degli altri Dèi vanno ora a questo ora a
quello.
Non sgorga dappertutto, a scacciare gli affanni, un dolce vino
generoso, fecondo di speranze.
A pochi la bellezza, dono di Venere; meno ancora sono quelli a cui
tocca l'eloquenza, dono di Mercurio; non molti hanno in sorte, col favore
di Ercole, le ricchezze, né il Giove omerico concede a tutti l'imperio.
Spesso Marte nega il suo appoggio ad entrambi i contendenti. Parecchi
lasciano il tripode di Apollo con la tristezza in cuore. Il figlio di
Saturno scaglia spesso i suoi fulmini; a volte Febo coi suoi dardi
diffonde la peste. Nettuno ne uccide più di quanti ne salva; per non
menzionare cotesti Veiovi, Plutoni, Sventure, Pene, Febbri, e simili, che
non sono divinità ma carnefici. Io, la Follia, sono la sola a stringere
tutti ugualmente in così generoso abbraccio.
47. Non voglio preghiere e non mi sdegno per avere offerte espiatorie,
se qualche particolare del cerimoniale è stato trascurato. Se, quando
tutti gli altri Dèi sono invitati, mi lasciano a casa non permettendomi
neanche di annusare il buon odore delle vittime, non ne faccio una
tragedia. Quanto agli altri Dèi, invece, sono così suscettibili che quasi
meglio sarebbe - senza dubbio sarebbe più prudente - lasciarli perdere
piuttosto che venerarli. Come certi uomini, così difficili ed irritabili,
che è preferibile non conoscerli affatto piuttosto che averli amici.
Nessuno, dicono, offre sacrifici o innalza templi alla Follia. Di
questa ingratitudine, come dicevo, un poco mi stupisco, anche se poi, col
buon carattere che mi ritrovo, ci passo sopra. D'altronde onori del genere
esulano dai miei desideri. Perché mai dovrei desiderare un pugno di
incenso, una focaccia, un becco o un porco, quando gli uomini di tutto il
mondo mi tributano un culto che persino dai teologi viene tenuto nel
massimo pregio! A meno che non debba mettermi ad invidiare Diana perché
riceve sacrifici di sangue umano! Io ritengo di essere venerata col
massimo della devozione quando tutti gli uomini, come di fatto succede, mi
hanno in cuore e modellano su di me i loro costumi, le loro regole di
vita. Una forma di culto che non è frequente neppure fra i cristiani.
Quanti sono, infatti, coloro che accendono alla Vergine, madre di Dio,
un candelotto, magari a mezzogiorno, quando proprio non ce n'è bisogno!
D'altra parte, quanto pochi cercano d'imitarne la castità, la modestia,
l'amore per il regno dei cieli! Mentre è questo alla fine il vero culto,
il più gradito agli abitatori del cielo. Inoltre, perché mai dovrei
desiderare un tempio, quando l'universo è il mio tempio? e un gran bel
tempio, se non erro. Né mi mancano i devoti, se non dove mancano gli
uomini. Né sono così sciocca da andare in cerca di statue di pietra
dipinte a colori, che spesso nuocciono al nostro culto perché i più ottusi
adorano le immagini invece delle divinità, mentre a noi capita quello che
di solito succede a quanti sono soppiantati dai loro rappresentanti. Io
credo di avere tante statue quanti sono gli uomini che, anche senza
volere, mostrano nel volto la mia immagine vivente. Non ho nulla da
invidiare agli altri Dèi, se vengono venerati chi in un cantuccio della
terra chi in un altro, e solo in giorni determinati, come Febo a Rodi,
Venere a Cipro, Giunone ad Argo, Minerva ad Atene, Giove sull'Olimpo,
Nettuno a Taranto, Priapo a Lampsaco. A me il mondo intero offre senza
sosta vittime ben più pregiate.
48. Se qualcuno giudica questo mio discorso più baldanzoso che
veritiero, andiamo un po' a vedere la vita stessa degli uomini, per
mettere in chiaro quanto mi devono, e in che conto mi tengono, tanto i
potenti come i poveri diavoli.
Non esamineremo la vita di uomini qualunque, si andrebbe troppo per le
lunghe, ma solo quella di personaggi segnalati, da cui sarà facile
giudicare gli altri. Che importa infatti parlare del volgo e del popolino
che, al di là di ogni discussione, mi appartiene senza eccezioni? Tante,
infatti, sono le forme di follia di cui da ogni parte il popolo trabocca,
tante ne inventa di giorno in giorno, che per riderne non basterebbero
mille Democriti, anche se poi, per quegli stessi Democriti, ci vorrebbe
ancora un altro Democrito. E' quasi incredibile quanti motivi di riso, di
scherzo, di piacevole svago, i poveracci offrono agli Dèi. Agli Dèi che
dedicano le ore antimeridiane, quando ancora non sono ubriachi, a
litigiose discussioni e all'ascolto delle preghiere. Ma poi, quando sono
ebbri di nettare, e non hanno più voglia di attendere a faccende serie,
seduti nella parte più alta del cielo, si chinano a guardare cosa fanno
gli uomini. Né c'è spettacolo che gustino di più. Dio immortale! quello sì
che è teatro! Che varietà nel tumultuoso agitarsi dei pazzi! Io stessa,
infatti, talvolta vado a sedermi nelle file degli Dèi dei poeti. Questo si
strugge d'amore per una donnetta, e quanto meno è riamato tanto più ama
senza speranza. Quello sposa la dote e non la donna. Quell'altro
prostituisce la sposa, mentre un altro ancora, roso dalla gelosia, tiene
gli occhi aperti come Argo. Quali spettacolari sciocchezze dice e fa
qualcuno in circostanze luttuose, arrivando a pagare dei professionisti
perché recitino la commedia del compianto! C'è chi piange sulla tomba
della matrigna, e chi spende tutto ciò che può racimolare per impinguarsi
il ventre, a rischio, magari, di ridursi in breve a morire di fame.
Qualcuno pone in cima ai suoi pensieri il sonno e l'ozio. C'è chi si
prodiga con ogni cura per gli affari degli altri mentre trascura i propri,
e chi, preso nel giuoco dei debiti, prossimo a fallire, si crede ricco del
denaro altrui; un altro pone all'apice della sua felicità morire povero
pur di arricchire l'erede. Questi per un guadagno modesto, e per giunta
incerto, corre tutti i mari, affidando la vita, che il denaro non
ricompra, alle onde e ai venti; quello preferisce cercare di arricchirsi
in guerra piuttosto che starsene al sicuro in casa sua. Ci sono di quelli
che credono si possa arrivare alla ricchezza senza la minima fatica
andando a caccia di vecchi senza eredi; né manca chi, in vista dello
stesso risultato, opta per un legame con vecchiette danarose. Gli uni e
gli altri offrono agli Dèi che stanno a guardare uno spettacolo oltremodo
divertente, quando si fanno abbindolare proprio da coloro che vogliono
intrappolare. La razza più stolta e abietta è quella dei mercanti che, pur
trattando la più sordida delle faccende e nei modi più sordidi, pur
mentendo, spergiurando, rubando, frodando a tutto spiano, si credono da
più degli altri perché hanno le dita inanellate d'oro. Né mancano di
adularli certi fraticelli che li ammirano e li chiamano apertamente
venerabili, senza dubbio perché una piccola parte degli illeciti profitti
vada a loro. Altrove puoi vedere dei Pitagorici, a tal segno convinti
della comunanza dei beni, che, se trovano qualcosa d'incustodito,
tranquillamente se ne appropriano come l'avessero ricevuto in eredità. C'è
chi, ricco solo di speranze, sogna la felicità, e già questo sogno, per
lui, è la felicità. Taluni si compiacciono di essere creduti ricchi,
mentre a casa loro muoiono di fame. Uno si affretta a dilapidare tutto
quello che possiede; un altro accumula con mezzi leciti e illeciti. Questo
si fa portare candidato perché ambisce a pubbliche cariche, quello è
contento di starsene accanto al fuoco. E sono tanti quelli che intentano
interminabili cause e che, portatori di opposti interessi, fanno a gara
per arricchire il giudice che accorda rinvii, e l'avvocato che è in
combutta con la parte avversa. Uno ha la mania di rinnovare il mondo, un
altro propende per il grandioso. C'è chi, senza nessuna ragione d'affari,
lascia a casa moglie e figli e se ne va a Gerusalemme, a Roma, a San
Giacomo di Compostella.
Insomma, se, come una volta Menippo dalla Luna, potessimo contemplare
dall'alto gli uomini nel loro agitarsi senza fine, crederemmo di vedere
uno sciame di mosche e di zanzare in contrasto fra loro, intente a
combattersi, a tendersi tranelli, a rapinarsi a vicenda, a scherzare, a
giocare, nell'atto di nascere, di cadere, di morire. Si stenta a credere
che razza di terremoti e di tragedie può provocare un animaletto così
piccino e destinato a vita così breve. Infatti, di tanto in tanto,
un'ondata anche non grave di guerra o di pestilenza ne colpisce e ne
distrugge migliaia e migliaia.
49. Sarei io stessa un'autentica pazza, e meriterei proprio di far
ridere Democrito a più non posso, se continuassi ad elencare tutte le
forme di stolta pazzia proprie del volgo. Mi rivolgerò a quelli che fra i
mortali vestono l'abito della sapienza e, come si dice, aspirano al famoso
ramo d'oro.
Fra loro al primo posto stanno i grammatici, che sarebbero per certo la
genìa più calamitosa, più lugubre, più invisa agli Dèi, se non ci fossi io
a mitigare, con una dolce forma di follia, i guai di quella infelicissima
professione. Su di essi, infatti, non pesano solo le cinque maledizioni di
cui parla l'epigramma greco, ma tante, tante di più: sempre affamati,
sempre sporchi, se ne stanno nelle loro scuole, e le ho chiamate scuole,
ma avrei dovuto dire luoghi dove si lavora come schiavi, camere di
tortura; fra turbe di ragazzi invecchiano nella fatica; assordati dagli
schiamazzi, imputridiscono nel puzzo e nel sudiciume; tuttavia, per mio
beneficio, avviene che si ritengano i primi tra gli uomini. Sono così
contenti di sé, quando col volto truce e con la voce minacciosa
atterriscono la tremebonda folla degli alunni; quando le suonano a quei
disgraziati con sferze, verghe e scudisci, e in tutti i modi
incrudeliscono a loro capriccio, a imitazione del famoso asino di Cuma.
Intanto, per loro, quel sudiciume è la quintessenza del nitore, quel puzzo
sa di maggiorana, quell'infelicissima schiavitù è pari a un regno, a tal
punto che rifiuterebbero di scambiare la loro tirannide col potere di
Falaride o di Dionigi. Ma anche più felici si sentono per non so quale
convinzione di essere dei dotti. Mentre ficcano in testa ai ragazzi
madornali sciocchezze, tuttavia, Dio buono, di fronte a chi, Palemone o
Donato che sia, non ostentano sprezzante superiorità? E con non so quali
trucchi riescono a meraviglia nell'intento di apparire al re sciocche
mammine e ai padri scemi pari all'opinione che hanno di sé.
C'è poi un'altra fonte di piacere: quando uno di loro scova in un
foglio ammuffito il nome della madre di Anchise, o una paroletta di uso
non comune, Bubsequa, Bovinator o Manticulator, o quando, scavando da
qualche parte, tira fuori un frammento di antico sasso che porta
un'iscrizione mutila. O Giove, che esplosioni di gioia allora, che
trionfi, che elogi! come se avesse messo in ginocchio l'Africa, o
espugnato Babilonia! E che diremo di quando vanno sbandierando a tutto
spiano i loro insulsissimi versiciattoli, che non mancano peraltro di
ammiratori? credono ormai che lo spirito di Virgilio sia penetrato in
loro. Ma la scena più divertente si ha quando si scambiano lodi e
complimenti, e a vicenda si danno una lisciatina. Se poi uno di loro
incappa in un lapsus, e un altro più avveduto per caso se ne accorge,
allora sì, per Ercole, che ne viene fuori una tragedia a base di
polemiche, di litigi, di ingiurie! Possano tutti i grammatici volgersi
contro di me, se mento.
Ho conosciuto una volta un tale, dotto in svariati campi: sapeva di
greco, di latino, di matematica, di filosofia, di medicina, e questo a
livello superiore. Ormai sessantenne, messo da parte tutto il resto, da
oltre vent'anni si tormenta sulla grammatica, ritenendo di poter essere
felice se vivrà abbastanza da stabilire con certezza come vadano distinte
le otto parti del discorso; finora nessuno, né dei Greci né dei Latini, ci
è riuscito pienamente. Di qui quasi un caso di guerra se uno considera
congiunzione una locuzione avverbiale. A questo modo, pur essendovi tante
grammatiche quanti grammatici, anzi di più se solo il mio amico Aldo
Manuzio ne ha pubblicate più di cinque, questo tale non tralascia di
leggerne ed esaminarne minuziosamente nessuna, per barbara o goffa che sia
nello stile. Guarda infatti con sospetto chiunque faccia in materia un
tentativo, sia pure insignificante, attanagliato com'è dalla paura che
qualcuno lo privi della gloria, rendendo vane così annose fatiche.
Preferite chiamarla follia o stoltezza? A me poco importa, purché siate
disposti a riconoscere che, per mio beneficio, l'animale più infelice di
tutti può attingere tale una felicità da non volere scambiare la propria
sorte neppure con quella dei re persiani.
50. Meno mi devono i poeti, che pure appartengono apertamente alle mie
schiere, libera schiatta come sono, secondo il proverbio, tutti presi
dall'impegno di sedurre l'orecchio dei pazzi con autentiche sciocchezze e
storielle risibili. Fidando in questi mezzi, mirabile a dirsi, promettono
immortalità e divina beatitudine a se stessi e anche agli altri. A costoro
soprattutto sono legate Filautìa e Kolakìa, che da nessun'altra stirpe
mortale ricevono un culto altrettanto schietto e costante. Quanto ai
retori, benché prevarichino un poco con la complicità dei filosofi, fanno
parte anche loro della nostra confraternita. Molte cose lo dimostrano, ma
una in primo luogo: che, a parte le altre sciocchezze, tanto hanno scritto
e con tanto impegno a proposito dell'arte di scherzare. E l'autore,
chiunque esso sia, della Retorica ad Erennio, annovera la follia tra le
varietà di facezie; Quintiliano poi, che in questo campo è di gran lunga
il migliore, ci ha dato sul riso un capitolo più lungo dell'Iliade. Tanto
essi valorizzano la follia che spesso quando sono a corto d'argomenti,
cercano una scappatoia nel riso. A meno di negare che sia proprio della
follia suscitare ad arte pazze risate dicendo cose che appunto, fanno
ridere.
Nella stessa schiera rientrano quelli che aspirano a fama immortale
pubblicando libri. Mi devono tutti moltissimo, ma in particolare coloro
che imbrattano i fogli con autentiche sciocchezze. Gli eruditi, infatti,
che scrivono per pochi dotti, e che non rifiutano per giudici né Persio né
Lelio, a me non sembrano punto felici, ma piuttosto degni di pietà, perché
senza posa si arrovellano a fare giunte, mutamenti, tagli, sostituzioni.
Riprendono, limano; chiedono pareri; lavorano a una cosa anche per nove
anni, e non sono mai contenti; a così caro prezzo comprano un premio da
nulla quale è la lode, e lode di pochissimi, per di più: la pagano con
tante veglie, con tanto spreco di sonno - il sonno, la più dolce delle
cose! - con tanta fatica, con tanto sacrificio.
Aggiungi il danno della salute, la bellezza che se ne va, il calo della
vista, o addirittura la cecità, la povertà, l'invidia degli altri, la
rinuncia ai piaceri, la senescenza precoce, la morte prematura; e chi più
ne ha, più ne metta. Il sapiente crede che ne valga la pena: mali sì gravi
in cambio del plauso di uno o due cisposi. Quanto più felice il delirio
dello scrittore mio seguace quando, senza starci punto a pensare, solo col
modico spreco di un po' di carta, seguendo l'ispirazione del momento,
traduce prontamente in scrittura tutto quanto gli passa per la testa,
anche i sogni, sapendo che più sciocche saranno le sciocchezze che scrive,
e più troverà consenso nella maggioranza, cioè in tutti gli stolti e
ignoranti. Che importa il disprezzo di tre dotti, ammesso che le leggano?
e che peso può avere il giudizio di così pochi sapienti, se a contrastarlo
c'è una folla così sconfinata? Ma ancora più avveduti si rivelano coloro
che pubblicano, spacciandoli per propri, gli scritti altrui e valendosi
dell'apparenza trasferiscono sulla propria persona una gloria che è frutto
del faticoso impegno d'altri; fidano su questo, che se anche saranno
accusati di plagio, tuttavia, per qualche tempo, avranno tratto vantaggio
dall'inganno.
Vale la pena di vedere come sono soddisfatti di sé quando la gente li
elogia, quando li segna a dito nella folla: "E lui! lo scrittore famoso!";
quando i loro libri stanno in mostra in libreria, quando in cima a ogni
pagina si leggono quei tre nomi, soprattutto se stranieri e con un sapore
di magia. Ma cosa sono poi, buon Dio, se non dei nomi? E quanto pochi
saranno a conoscerli, se si pensa a quant'è grande il mondo; e meno
ancora, poi, saranno a lodarli, perché anche gli ignoranti hanno gusti
diversi. Che dite degli stessi nomi, non di rado fittizi e tratti dai
libri degli antichi? Chi si compiace di chiamarsi Telemaco, chi Steleno o
Laerte; chi Policrate e chi Trasimaco, tanto che ormai potremmo benissimo
chiamarli camaleonte o zucca, oppure indicare i libri con le lettere
dell'alfabeto, secondo l'uso dei filosofi.
Eppure più di tutto diverte vederli, sciocchi e ignoranti come sono,
impegnati a scambiare con altri, sciocchi e ignoranti come loro, lettere e
versi elogiativi, encomi. In questi scambi di lodi, chi diventa un Alceo e
chi un Callimaco; chi è superiore a Cicerone e chi più dotto di Platone. A
volte, per accrescere nella gara la loro fama, creano un avversario, e "il
pubblico, incerto, non sa quale partito prendere", finché ne escono tutti
vittoriosi e lasciano il campo da trionfatori.
I saggi ridono di queste cose come di solenni sciocchezze, e tali sono.
Chi lo nega? Ma intanto, per merito mio, quelli se la godono e non
scambierebbero i loro trionfi neppure con quelli degli Scipioni. Gli
stessi dotti, del resto, mentre ridono divertendosi un mondo e godono
della follia altrui, contraggono anch'essi con me un gran debito; né
possono negarlo, se non sono proprio degl'ingrati.
51. Fra gli eruditi il primo posto spetta ai giureconsulti, e nessuno
più di loro è soddisfatto di sé quando, impegnati in una fatica di Sisifo,
formulano leggi a migliaia, non importa a qual proposito, e aggiungendo
glosse a glosse, pareri a pareri, fanno in modo da presentare lo studio
del diritto come il più difficile fra tutti. Attribuiscono infatti titolo
di nobiltà a tutto ciò che costa fatica.
Accanto ai giuristi collochiamo i dialettici e i sofisti, una genìa più
loquace dei bronzi di Dodona: uno qualunque di loro potrebbe gareggiare in
fatto di chiacchiera con venti donne di prima scelta. Meglio per loro
sarebbe, se fossero soltanto chiacchieroni, e non anche litigiosi al punto
di polemizzare con estrema tenacia per questioni di lana caprina e da
trascurare spesso, nella foga della contesa, i diritti della verità. Pieni
di sé come sono, godono ugualmente quando, armati di tre sillogismi, non
esitano ad attaccare lite con chiunque, a qualunque proposito. Del resto
la loro pertinacia li rende invincibili, anche se il loro avversario è uno
Stentore.
52. E poi ci sono i filosofi, venerandi per barba e mantello: affermano
di essere i soli sapienti; tutti gli altri sono soltanto ombre inquiete.
Ma com'è bello il loro delirio quando costruiscono mondi innumerevoli;
quando misurano, quasi col pollice e il filo, il sole, la luna, le stelle,
le sfere; quando rendono ragione dei fulmini, dei venti, delle eclissi e
degli altri fenomeni inesplicabili, senza la minima esitazione, come se
fossero a parte dei segreti della natura artefice delle cose, come se
venissero a noi dal consiglio degli Dèi! La natura, intanto, si fa le
grandi risate su di loro e sulle loro ipotesi. A dimostrare che nulla
sanno con certezza, basterebbe quel loro polemizzare sulla spiegazione di
ogni singolo fenomeno. Loro, pur non sapendo nulla, affermano di sapere
tutto; non conoscendo se stessi e non accorgendosi, a volte, della buca o
del sasso che hanno sotto il naso, o perché in molti casi ci vedono poco,
o perché sono altrove con la testa, sostengono di vedere idee, universali,
forme separate, materie prime, quiddità, ecceità, e cose tanto sottili da
sfuggire, credo, persino agli occhi di Linceo. Disprezzano in particolare
il profano volgo, quando confondono le idee agli ignoranti con triangoli,
quadrati, circoli, e figure geometriche siffatte, disposte le une sulle
altre a formare una specie di labirinto, e poi con lettere collocate quasi
in ordine di battaglia e variamente manovrate. Né mancano, fra loro,
quelli che, consultando gli astri, predicono l'avvenire promettendo
miracoli che vanno al di là della magia; e, beati loro, trovano anche chi
ci crede.
53. Quanto ai teologi, forse meglio farei a non parlarne, evitando di
suscitare un vespaio e di toccare quest'erba puzzolente, perché, altezzosi
e litigiosi come sono, non abbiano ad assalirmi a schiere con centinaia di
argomenti, costringendomi a fare ammenda. Se mi rifiutassi, mi
accuserebbero senz'altro di eresia, questo essendo il fulmine con cui di
solito atterriscono chi non gode le loro simpatie. Eppure, ancorché siano
i meno propensi a riconoscere i miei meriti nei loro confronti, anche
loro, e di non poco, mi sono debitori. Infatti devono a me quell'alta
opinione di sé che li rende felici, come se il terzo cielo fosse la loro
dimora, e li induce a guardare dall'alto in basso con una sorta di
commiserazione tutti gli altri mortali, quasi animali che strisciano a
terra, mentre loro, trincerati dietro un valido esercito di magistrali
definizioni, conclusioni, corollari, proposizioni esplicite ed implicite,
a tal segno abbondano di scappatoie da poter sfuggire anche alle reti di
Vulcano con distinzioni che recidono ogni nodo con una facilità che
neppure la bipenne di Tenedo possiede, inesauribili nel coniare termini
nuovi e parole rare. Spiegano inoltre, a modo loro, gli arcani misteri, i
criteri che sono a base della creazione e dell'ordinamento del mondo; per
quali vie la macchia del peccato si è trasmessa di generazione in
generazione; in che modo, in che misura e in quanto tempo Cristo si è
formato nel grembo della Vergine; come nell'Eucaristia ci possono essere
gli accidenti senza la materia. Ma queste sono cose risapute. Altre le
questioni che ritengono degne dei teologi grandi e illuminati - così li
chiamano. Quando se le trovano di fronte si esaltano:
"Qual è l'istante della generazione divina? ci sono più filiazioni in
Cristo? è sostenibile la proposizione "Dio Padre odia il Figlio"? avrebbe
potuto Dio assumere figura di donna, di demonio, di asino, di zucca, di
pietra? In caso affermativo, come la zucca avrebbe potuto predicare, fare
miracoli, essere messa in croce? che cosa avrebbe consacrato Pietro, se
avesse consacrato mentre Cristo pendeva dalla croce? e poteva Cristo, in
quel medesimo tempo, essere chiamato uomo? Infine, dopo la resurrezione,
potremo mangiare e bere?". Della fame e della sete, infatti, costoro si
preoccupano fino da ora. Innumerevoli poi le sottigliezze, anche molto più
sottili di queste, circa le nozioni, le relazioni, le formalità, le
quiddità, le ecceità, che sfuggirebbero agli occhi di tutti, fatta
eccezione di un novello Linceo capace di vedere nelle tenebre più profonde
anche le cose che non sono in nessun luogo. Aggiungi sentenze così
paradossali che i famosi oracoli stoici, detti appunto paradossi, sembrano
al confronto luoghi comuni dei più rozzi e banali. Per esempio, che
accomodare una volta la scarpa di un povero nel giorno del Signore è
delitto più grave che strangolare mille uomini; che dire una volta tanto
una sola bugia, per quanto piccina, è più grave che lasciare andare in
malora il mondo intero con tutta la sua dovizia di cose utili e belle. A
rendere ancora più sottili queste sottilissime sottigliezze ci sono le
tante vie battute dagli scolastici, ché usciresti prima dai labirinti che
non dalle oscure tortuosità di realisti, nominalisti, tomisti, albertisti,
occamisti, scotisti; e non ho nominato tutte le scuole, ma solo le
principali.
In tutte c'è tanta erudizione, tanta astrusità, che, secondo me,
persino gli Apostoli, se si trovassero a dover discutere con questi
teologi di nuovo genere, avrebbero bisogno di un secondo Spirito Santo.
Paolo poté dimostrare la sua fede, ma quando dice che "la fede è sostanza
di cose sperate, e argomento delle non parventi", dà una definizione
manchevole dal punto di vista dottrinale. Proprio Paolo, che in modo
eccellente fece professione di carità, ne dette, nel capitolo tredicesimo
della prima epistola ai Corinzi, un'analisi ed una definizione difettose
in sede dialettica. Gli Apostoli, certamente, celebravano l'Eucaristia con
la dovuta pietà. Non credo però che, interrogati sul termine A Quo e sul
termine Ad Quem, sulla transubstanziazione, sull'ubiquità di un medesimo
corpo; sulla differenza tra il corpo di Cristo in cielo, sulla croce e nel
sacramento dell'Eucaristia; sull'istante in cui avviene la
transubstanziazione, dovuta com'è ad una formula composta di più parole
distinte, e quindi a una quantità discreta in divenire: non credo, ripeto,
non credo che, nel discutere e nel definire, gli Apostoli avrebbero
raggiunto la sottigliezza degli scotisti.
Avevano conosciuto la madre di Gesù; ma chi di loro dimostrò, con
l'ineccepibile metodo filosofico dei nostri teologi, come rimase immune
dalla macchia del peccato di Adamo? Pietro ha ricevuto le chiavi, e le ha
ricevute da colui che non le darebbe a un indegno; e tuttavia non so se
avrebbe capito - certo non ne ha mai colto la sottigliezza - la questione
del come possa possedere la chiave della scienza anche chi non ha la
scienza. Gli Apostoli battezzavano in ogni luogo; tuttavia non hanno mai
insegnato quale sia la causa formale, materiale, efficiente e finale del
battesimo, né mai hanno fatto menzione del suo carattere delebile e
indelebile. Gli Apostoli adoravano, sì, Dio, ma in spirito, attenendosi
unicamente al principio evangelico: "Dio è spirito, e chi lo adora deve
adorarlo in spirito e verità". Non pare tuttavia sia stato ad essi ben
chiaro che dobbiamo adorare Cristo allo stesso modo, sia in persona che in
una sua immagine scarabocchiata col carbone sul muro, purché vi appaia con
due dita levate, i capelli lunghi e tre raggi nell'aureola che gli cinge
la nuca. Come si possono cogliere queste finezze, se prima non ci si è
dedicati anima e corpo, per almeno trentasei anni, alla fisica e alla
metafisica di Aristotele e di Duns Scoto? Allo stesso modo gli Apostoli
parlano della grazia, ma non fanno mai distinzione fra grazia gratuita e
grazia gratificante. Esortano alle opere buone, ma non distinguono fra
opera operante e opera operata. Dappertutto insistono sulla carità, ma non
distinguono fra carità infusa e carità acquisita, né spiegano se sia
sostanza o accidente, cosa creata o increata. Detestano il peccato, ma
possa io morire se sono riusciti a definire cosa sia quello che diciamo
peccato; per questo avrebbero dovuto formarsi alla scuola degli scotisti.
L'insegnamento di Paolo può essere preso come punto di riferimento per
giudicare di tutti gli Apostoli; ebbene, io non potrei mai indurmi a
credere che egli avrebbe così spesso condannato le questioni, le
discussioni, le genealogie e quelle che chiamava logomachìe, se fosse
stato un esperto nell'argomentare. E sì che le dispute dei suoi tempi
erano senz'altro roba da ridere in confronto alle sottigliezze dei nostri
maestri che potrebbero dare punti a Crisippo.
Anche se poi questi maestri, nella loro grande modestia, quando gli
Apostoli hanno scritto una cosa in forma disadorna, e, certo, non
magistrale, non la condannano, ma ne offrono un'accettabile
interpretazione Quest'onore tributano in parte all'antichità, in parte
all'autorità degli Apostoli. Del resto, sarebbe stata, per Ercole, una
bella ingiustizia pretendere la conoscenza di cose tanto difficili da chi
non ne aveva mai sentito far parola dal maestro. Se però la cosa si
verifica in Crisostomo, in Basilio, in Girolamo, ritengono sia sufficiente
annotare: "affermazione respinta". Eppure si tratta di autori che
confutarono i pagani, i filosofi, gli ebrei, per loro natura
ostinatissimi; lo fecero con la vita e coi miracoli più che con i
sillogismi. D'altra parte nessuno dei loro avversari sarebbe stato in
grado di capire neppure una delle "questioni quodlibetali" di Scoto. Al
giorno d'oggi, qual mai pagano, qual mai eretico non si darebbe senz'altro
per vinto di fronte a tante capillari sottigliezze? Bisognerebbe fosse
tanto ignorante da non capirci nulla, o tanto privo di ritegno da
scoppiare in sconce risate; o, infine, così esperto in quei medesimi
cavilli da combattere ad armi pari: un mago di fronte a un mago, o un
duello fra due avversari armati entrambi di una spada incantata: tutto si
ridurrebbe a tessere e ritessere la tela di Penelope. Secondo me i
cristiani darebbero prova di un gran buon senso se, invece delle rozze
armate che ormai da un pezzo combattono con esito incerto, inviassero
contro i Turchi gli scotisti coi loro grandi schiamazzi, gli occamisti
così ostinati, gl'invitti albertisti, e con essi l'intera banda dei
sofisti: assisterebbero, credo, alla più divertente delle battaglie e a
una vittoria mai vista prima. Chi, infatti, potrebbe essere tanto freddo
da resistere ai loro strali infuocati? chi tanto torpido da non esserne
stimolato? chi tanto avveduto da non restarne accecato?
Ma voi credete che i miei siano tutti scherzi. Posso capirlo: anche fra
i teologi ve ne è di più dotti, che tengono a vile queste arguzie
teologiche giudicandole futili. Ve ne sono che considerano un sacrilegio
esecrando, e il massimo dell'empietà, parlare con linguaggio così volgare
di cose tanto misteriose, oggetto d'adorazione più che di spiegazione;
discuterne usando il profano argomentare dei pagani; definirle con tanta
presunzione, e infangare la maestà della divina teologia con parole e
concetti così poveri e addirittura sordidi.
Nel frattempo, però, gli altri rimangono pieni di sé, addirittura si
battono le mani, e dediti notte e giorno alle loro piacevolissime
cantilene non trovano neppure un minuto per leggere almeno una volta il
Vangelo o le lettere di san Paolo. E, mentre nelle scuole vanno propinando
ai discepoli simili sciocchezze, credono di essere loro a salvare da certa
rovina la Chiesa universale sostenendola con la forza dei loro sillogismi,
come il mitico Atlante sosteneva con le spalle il mondo. E vi pare poco
gratificante por mano ai misteri delle Scritture plasmandole a piacere,
ora in questa ora in quella guisa, come fossero cera? Esigere che le
proprie conclusioni, già accettate da un certo numero di scolastici, siano
ritenute più importanti delle leggi di Solone e addirittura da anteporre
ai decreti dei pontefici? Se poi qualcosa non coincide a capello con le
loro conclusioni esplicite e implicite, come fossero i censori del mondo,
ne impongono la ritrattazione e, come se parlasse l'oracolo, sentenziano:
"Proposizione scandalosa"; "proposizione irriverente"; "questa odora di
eresia"; "questa suona male". Per fare un cristiano non basta più il
battesimo, né il Vangelo, né Pietro, né Paolo, né san Girolamo, né
sant'Agostino; addirittura non basta neppure Tommaso, il principe degli
aristotelici. Ci vuole anche il voto di questi baccellieri, così sottili
nel giudicare. Chi, infatti, senza l'insegnamento di questi sapienti, si
sarebbe mai accorto che non era cristiano chi riteneva ugualmente corrette
queste due proposizioni: "vaso da notte, tu puzzi" e "il vaso da notte
puzza"; oppure: "bolle la pentola" e "la pentola bolle"?
Chi avrebbe liberato la Chiesa da così gravi errori, di cui nessuno si
sarebbe mai accorto, se costoro non li avessero denunciati col sigillo
della loro alta autorità? E non saranno al colmo della gioia mentre fanno
tutto ciò? o quando ritraggono con molta esattezza il mondo infernale come
se per molti anni fossero stati cittadini di quella repubblica? o quando
fabbricano a capriccio nuove sfere celesti, creandone infine una più
grande di tutte, più bella, perché le anime beate abbiano agio di
passeggiarvi, di banchettare e anche di giocare a palla? A tal segno la
loro testa è infarcita di una miriade di sciocchezze del genere che,
secondo me, nemmeno quella di Giove era così gonfia quando, sul punto di
partorire Minerva, chiese a Vulcano di tirare un bel colpo di scure.
Perciò non vi stupite quando nelle pubbliche dispute li vedete con la
testa così accuratamente imberrettata: se no, scoppierebbe.
A volte, anch'io rido del fatto che, quanto più il loro linguaggio è
barbaro e rozzo, tanto più si credono grandi teologi, e in quel
balbettare, comprensibile solo da un altro balbuziente, loro chiamano
finezza d'ingegno quello che la gente non capisce. Negano infatti che sia
compatibile con la dignità delle sacre lettere sottomettersi alle leggi
della grammatica. Mirabile maestà, invero, quella dei teologi, se a loro
soli è lecito costellare di spropositi il discorso, anche se poi hanno in
comune questo privilegio con molti ignoranti. Infine si ritengono ormai
vicinissimi agli Dèi quando vengono salutati con venerazione quasi
religiosa, e chiamati maestri nostri. Credono presente in
quell'appellativo qualcosa di simile al tetragramma degli ebrei. Perciò
considerano un'empietà non scrivere "Magister noster" tutto in lettere
maiuscole. Se poi qualcuno, invertendo, dicesse "noster Magister", di
colpo annullerebbe la maestà del nome teologico.
54. Quasi altrettanto felici, sono quelli che comunemente si fanno
chiamare religiosi e monaci, usando, in entrambi i casi, denominazioni
quanto mai false. Per buona parte, infatti, sono mille miglia lontani
dalla religione; e nessuno s'incontra in giro più di questi pretesi
solitari. Non vedo che cosa potrebbe esserci di più miserando di loro, se
non ci fossi io a soccorrerli in tanti modi. Perché, pur essendo questa
genìa a tal segno detestata da tutti, che persino un incontro casuale con
qualcuno di loro è ritenuto di malaugurio, si cullano tuttavia
nell'illusione di essere chissà che cosa. In primo luogo ritengono che il
massimo della pietà consista nell'essere tanto ignoranti da non sapere
neppur leggere. Poi, quando con la loro voce asinina ragliano i loro
salmi, di cui sono in grado di indicare a memoria il numero d'ordine senza
peraltro capirli, sono convinti d'accarezzare in modo dolcissimo le
orecchie degli Dèi. Neppure mancano quelli che vendono a caro prezzo il
loro sudiciume e l'andare in giro mendicando: dinanzi alle porte chiedono
il pane emettendo muggiti lamentosi; non c'è albergo, non veicolo o nave
in cui non portino scompiglio con non piccolo danno degli altri
mendicanti. Cosi, queste carissime persone, dicono di darci un'immagine
degli Apostoli con la loro sporcizia, ignoranza, rozzezza, impudenza.
E cosa c'è di più divertente del loro fare tutto secondo una regola,
quasi in base a un calcolo matematico che sarebbe delittuoso violare?
Quanti nodi deve avere il sandalo; di che colore deve essere il cordone;
quale il modello della veste; di cosa deve essere fatta, e di quale
larghezza la cintura; di che tipo e di che capacità il cappuccio; quale la
precisa misura della chierica; quante ore vanno concesse al sonno? Eppure,
quanta diversità, chi non lo vede, in questa uguaglianza imposta a corpi e
temperamenti così vari! Tuttavia, per queste sciocchezzuole, non solo si
considerano superiori agli altri, ma anche fra di loro si disprezzano a
vicenda e, pur professando la carità apostolica, fanno un'autentica
tragedia di una cintura diversa o di un colore un po' più scuro. Ne
potresti vedere di così rigidamente attaccati alla regola da portare
esclusivamente vesti di lana di Cilicia, e biancheria di lino di Mileto;
altri, al contrario, portano vesti di lino e biancheria di lana. C'è chi,
odiando toccare il danaro come fosse veleno, non si astiene comunque né
dal vino né dalle donne. Infine, mirabile in tutti, la cura di non avere
nulla in comune quanto a regola di vita, e questo, non nell'intento di
guardare a Cristo, ma per distinguersi tra di loro.
Buona parte della loro soddisfazione deriva dai nomi: gli uni si
compiacciono del nome di Cordiglieri, distinti in Coletani, Minori,
Minimi, Bollisti; altri godono del nome di Benedettini, o di Bernardini;
questi di Brigidensi, quelli di Agostiniani; gli uni tengono alla
denominazione di Guglielmiti, altri di Giacobiti, come se chiamarsi
Cristiani fosse troppo poco. Gran parte di costoro, a tal punto dà peso
alle proprie cerimonie e a minute tradizioni umane, da ritenere che un
solo cielo non sia premio adeguato a meriti così grandi; e non pensano che
Cristo, non facendo alcun conto del resto, chiederà loro se hanno
osservato il suo unico precetto: la carità. Allora uno esibirà il pancione
gonfio di pesci d'ogni specie; un altro rovescerà al suo cospetto
centinaia di moggi di salmi. Un altro ancora farà il conto degli infiniti
digiuni; se poi tante volte ha rischiato di scoppiare, è stato per
quell'unico pasto che si concedeva... dopo. Altri ancora mostrerà il
mucchio delle cerimonie a cui ha partecipato, tanto greve che a malapena
potrebbero trasportarlo sette navi da carico. Qualcuno si vanterà di avere
oltrepassato i sessant'anni senza toccare denaro, se non con le mani
protette da due paia di guanti. Chi produrrà la cocolla tanto sporca e
grassa che neanche un marinaio se ne gioverebbe. Chi ricorderà di avere
fatto per più di undici anni la vita dell'ostrica, sempre attaccato allo
stesso luogo; e chi si farà un merito della voce divenuta rauca per
l'ininterrotto cantare, o del rimbecillimento derivato dalla vita
solitaria; altri ancora della lingua resa torpida dal voto del silenzio.
Ma Cristo, interrompendo queste vanterie che altrimenti rischierebbero di
non finire più, "Di dove viene, dirà, questa nuova schiatta di Giudei?
Riconosco per mia una legge sola, e solo di questa non si fa parola. Pure,
una volta, con aperto linguaggio, e non in forma di parabola, ho promesso
l'eredità del padre mio non alle cocolle, non alle giaculatorie ed ai
digiuni, ma alle opere di carità. Non conosco questa gente che esalta
continuamente i propri meriti; dato che vorrebbero sembrare anche più
santi di me, occupino, se vogliono, i cieli dei seguaci di Abraxas, o si
facciano edificare un nuovo cielo da coloro le cui meschine tradizioni
anteposero ai miei precetti".
Quando sentiranno queste parole, e si vedranno preferire marinai e
aurighi, con che faccia credete che si guarderanno a vicenda?
Nel frattempo si beano della loro speranza, e non senza mio merito. E
poi, benché lontani dalla vita pubblica, nessuno osa disprezzarli, i
mendicanti in particolare, perché attraverso la cosiddetta confessione
conoscono senza eccezione i segreti di tutti. Rivelarli, tuttavia, secondo
loro, è peccato, salvo dopo una bevuta, quando vogliono dilettarsi di
qualche racconto più divertente; ma anche allora raccontano i fatti solo
in via ipotetica, senza far nomi. Se però qualcuno irrita questi
calabroni, predicando al popolo, se ne vendicano a misura di carbone, e
bollano il nemico con allusioni tanto scoperte da essere capite da tutti,
salvo da chi non capisce proprio nulla. Né la smettono di latrare, se
prima non gli hai gettato il boccone in bocca.
Eppure, quale commediante, quale ciarlatano andresti a vedere a
preferenza di costoro, quando nella predica s'esibiscono in tirate
retoriche che, pur nella loro assoluta ridicolaggine, s'attengono nel modo
più spassoso alle norme sull'arte del dire tramandate dai maestri? Dio
immortale! come gesticolano! E come cambiano voce! E come canterellano!
Come si spenzolano verso l'uditorio e come mutano espressione! come
punteggiano tutto con urla! Quest'arte oratoria viene trasmessa come un
segreto da un fraticello all'altro: sebbene non mi sia concesso di venirne
a conoscenza, tenterò comunque di procedere per congetture.
Scimmiottando i poeti, cominciano con un'invocazione. Poi, se devono
parlare, poniamo, della carità, prendono le mosse dal Nilo, fiume
d'Egitto. Se invece devono trattare del mistero della Croce, prendono
opportunamente gli auspici da Bel, drago di Babilonia. Se si preparano a
predicare sul digiuno, si rifanno ai dodici segni dello Zodiaco e, se
l'oggetto del loro discorso è la fede, premettono una lunga introduzione
sulla quadratura del cerchio. Ho sentito con le mie orecchie un esimio
stupido, scusate, volevo dire dotto, che, in una predica famosissima,
dovendo spiegare il mistero della Trinità, volendo fare cosa che suonasse
gradita all'orecchio dei teologi, e mettere al tempo stesso in mostra la
sua non comune dottrina, si dette a battere una strada affatto nuova.
Partì dalle lettere dell'alfabeto, dalle sillabe, dal discorso, dalla
concordanza del nome col verbo e dell'aggettivo col sostantivo, tra la
meraviglia dei più, anche se non mancava qualcuno che borbottava tra sé le
parole d'Orazio: "ma a cosa approdano queste scemenze?". Finalmente arrivò
al punto di dimostrare che l'immagine di tutta la Trinità scaturisce dai
rudimenti grammaticali in modo tale che nessun matematico potrebbe
disegnarla con più evidenza nella polvere. E nel comporre questa orazione,
quel teologo principe per otto mesi interi aveva faticato tanto, che anche
oggi è più cieco di una talpa, senza dubbio per avere consumato tutta la
forza degli occhi nella suprema tensione della mente. Eppure non si
lamenta della cecità: crede anzi di avere raggiunto il successo con poca
spesa.
Ho ascoltato un altro ottuagenario, un teologo di tale statura che lo
avresti detto Duns Scoto redivivo. Dovendo spiegare il mistero del nome di
Gesù, con mirabile sottigliezza dimostrò che tutto quanto se ne poteva
dire era nascosto nelle lettere stesse che lo componevano. Perché il fatto
che la sua declinazione abbia tre casi soli è segno manifesto della divina
Trinità. Il mistero ineffabile poi, sta nel fatto che il primo caso,
Jesus, termina in S, il secondo, Jesum, in M, il terzo, Jesu, in U: quelle
tre lettere significano che è sommo, medio e ultimo. Restava un mistero
anche più ostico, da risolversi col calcolo matematico. Divise la parola
Jesus in due parti uguali, in modo che una lettera, in mezzo, restasse
divisa in due. Disse che quella lettera per gli Ebrei è Syn, che in lingua
scozzese, credo, voglia dire peccato: di qui risulta manifesto che Gesù è
colui che redime il mondo dai peccati. Per l'originalità dell'esordio
tutti rimasero a bocca aperta, i teologi in particolare, sì che per poco
non toccò loro la sorte di Niobe; mentre a me quasi successe come al
Priapo di legno di fico che, con suo grave danno, si trovò ad assistere ai
riti notturni di Canidia e di Sagana. E non a torto. Infatti, quando mai
il greco Demostene, o il latino Cicerone, sono andati ad escogitare un
simile esordio? Essi ritenevano difettoso un proemio che troppo si
scostasse dal tema: neanche i bifolchi, che hanno la natura per guida,
esordiscono così. Ma questi dotti ritengono che il loro preambolo - così
lo chiamano - raggiunga il massimo della potenza retorica quando proprio
non ha nulla a che fare col resto del discorso, tanto che chi ascolta
meravigliato finisce col dire tra sé: "ma dove si va a finire?". In terzo
luogo commentano, tirandone fuori un raccontino, qualche breve passo del
Vangelo, ma frettolosamente e quasi incidentalmente, mentre questo solo
era il punto da sviluppare. In quarto luogo, cambiando parte in commedia,
sollevano un problema teologale, che talvolta non sta né in cielo né in
terra. Anche questo ritengono conforme alle regole dell'arte. Qui
finalmente assumono piglio teologico, riempiendo gli orecchi degli
ascoltatori di famosi nomi di dottori solenni, dottori sottili, dottori
sottilissimi, dottori serafici, dottori santi, dottori irrefragabili.
Allora sbandierano davanti ad una folla ignorante sillogismi, maggiori,
minori, conclusioni, corollari, supposizioni e altre sciocchezze prive di
mordente e decisamente scolastiche. Resta ormai il quinto atto, in cui
l'artista deve rivelarsi in tutta la sua bravura. A questo punto tirano in
ballo una qualche rozza e sciocca storiella, tolta, penso, dallo Speculum
Historiale o dai Gesta Romanorum, e ne offrono un'interpretazione
allegorica, tropologica, ed anagogica. Così portano a compimento la loro
Chimera, qualcosa che neppure Orazio riusciva a immaginare quando
scriveva: "aggiungete ad una testa d'uomo, ecc.".
Da non so chi, hanno poi sentito dire che l'inizio dell'orazione deve
essere basso di tono. Perciò cominciano con una voce così bassa che
neanche loro la sentono, come se il parlare servisse quando nessuno
capisce. Hanno anche imparato che, a volte, per suscitare emozioni, è
opportuno erompere in un grido. Perciò, a metà di un discorso concitato,
all'improvviso si mettono a strillare furiosamente, senza il minimo
bisogno. Quegli scoppi di voce che nulla giustifica ti farebbero giurare
di trovarti davanti a casi da trattare con l'elleboro. Inoltre, avendo
appreso che il discorso deve animarsi via via che procede, quando, bene o
male, hanno esaurito l'inizio delle singole parti, a un tratto adottano un
tono appassionato, anche se l'argomento è dei meno interessanti, e
finiscono col concludere dando l'impressione di essere esausti.
Avendo infine imparato che i retori parlano del ridere, anche loro si
sforzano di introdurre qualche battuta scherzosa, con una tale grazia, per
Venere, con un tale senso d'opportunità, da farti dire che sono come
l'asino davanti alla lira. Talvolta mordono anche, ma in modo da provocare
più solletico che ferite. Né riescono mai ad adulare meglio di quando
fanno mostra di non aver peli sulla lingua. Infine tutto il loro stile è
tale da farti giurare che abbiano avuto per maestri i ciarlatani di
piazza, restandone però molto al disotto. Tuttavia si rassomigliano tanto
da non lasciare dubbi: o i ciarlatani hanno imparato la retorica dagli
oratori, o gli oratori dai ciarlatani.
Nondimeno, certo per opera mia, trovano chi, ascoltandoli, crede di
trovarsi davanti a Demostene o a Cicerone in persona. Appartengono a
questo genere di uditorio soprattutto i mercanti e le donnette, le sole
persone a cui si curano di parlare in modo gradito, perché i mercanti,
opportunamente lisciati, sono inclini, di solito, ad elargire una piccola
parte del mal tolto; mentre le donnette, oltre che per molte altre
ragioni, sono ben disposte verso la categoria, soprattutto perché è loro
costume attingerne conforto quando vogliono sfogare i propri malumori
coniugali.
Vi rendete conto, suppongo, di quel che mi deve questa specie di
uomini, che esercitando tra i mortali una sorta di tirannia attraverso
cerimonie da burla, ridicole sciocchezze e urla scomposte, si credono dei
nuovi San Paolo e Sant'Antonio.
55. Non mi par vero di concludere, oramai: ne ho abbastanza di questi
istrioni tanto ingrati nel nascondere ciò che mi devono, quanto empi
nell'ostentare una finta pietà religiosa.
E' giunto il tempo di trattare un po', con tutta schiettezza, dei re e
dei prìncipi di corte, che, come si conviene a uomini liberi, mi onorano
con la massima sincerità. Se, infatti, avessero solo una briciola di
senno, che vi sarebbe di più malinconico, o di meno desiderabile, della
loro vita? Né riterrà che valga la pena d'impadronirsi del potere con lo
spergiuro o col parricidio, chiunque consideri l'entità del peso che grava
sulle spalle di chi vuole essere un principe sul serio. Chi assume il
potere supremo deve occuparsi degli affari pubblici, non dei propri
interessi. Deve pensare esclusivamente alla pubblica utilità; non deve
scostarsi neanche di un pollice dalle leggi, di cui è autore ed esecutore;
deve assicurarsi dell'integrità di tutti i funzionari e di tutti i
magistrati. Lui solo, agli occhi di tutti, può, a guisa di astro benefico,
giovare enormemente alle cose di quaggiù coi suoi costumi senza macchia,
oppure, come letale cometa, trarle all'estrema rovina. I vizi degli altri
non sono altrettanto conosciuti e non si propagano tanto. Ma se il
principe, con la posizione che occupa, si scosta appena dalla retta via,
subito la corruzione si diffonde contaminando moltissimi uomini. Inoltre
poiché la condizione del principe porta con sè parecchie cose che di
solito inducono a tralignare piaceri, libertà, adulazione, lusso - tanto
più attentamente egli deve stare in guardia, se non vuole venir meno al
proprio compito. Infine, per non parlare di insidie, odi, e altri pericoli
o timori, gli sta sopra la testa quel vero Re che quanto prima gli
chiederà ragione anche della colpa più lieve, e tanto più severamente
quanto più prestigioso fu il suo imperio. Se il principe riflettesse su
queste cose e su moltissime altre del genere - e ci rifletterebbe se
avesse senno - non dormirebbe, credo, sonni tranquilli, né riuscirebbe a
gustare il cibo.
Col mio aiuto, i prìncipi lasciano, ora, tutti questi motivi d'affanno
nelle mani degli Dèi, e se la spassano porgendo orecchio solo a chi sa
dire cose gradevoli, perché una punta d'ansia non abbia mai a levarsi dal
fondo del cuore. Ritengono di avere compiuto in ogni suo aspetto il dovere
di un principe, se vanno sempre a caccia, se allevano bei cavalli, se
mettono in vendita per trarne un utile magistrature e prefetture, se ogni
giorno escogitano nuovi stratagemmi per alleggerire i cittadini delle loro
sostanze, facendole confluire nel loro tesoro privato: ma trovando dei
pretesti, tanto da conferire una qualche apparenza di giustizia anche alla
peggiore iniquità. E per conquistare comunque le simpatie popolari
aggiungono qualche parola di adulazione. Dovete immaginare un uomo, come
se ne vedono a volte, ignaro delle leggi, quasi nemico del pubblico bene,
tutto preso dai suoi interessi privati, dedito ai piaceri, con
un'autentica avversione per la cultura, la libertà e la verità, che non si
cura minimamente della salvezza dello Stato, che adotta come unità di
misura le proprie voglie e il proprio tornaconto. Mettetegli al collo una
collana d'oro, simbolo della presenza in lui di tutte le virtù riunite;
mettetegli in testa una corona ornata di gemme che lo richiami al suo
dovere di superare gli altri in tutte le virtù eroiche. Dategli lo scettro
che simboleggia la giustizia e la cristallina purezza dell'animo, e infine
la porpora a significare il suo straordinario amore per lo Stato. Se un
principe paragonasse questi ornamenti simbolici col suo genere di vita,
credo che finirebbe col provare solo vergogna della sua pompa, e col
temere che qualche critico salace non si prendesse gioco di lui volgendo
in beffa questo apparato scenico.
56. Che dirò dei cortigiani più segnalati? Benché nulla vi sia di più
strisciante, di più servile, di più sciocco, di più spregevole di loro,
vogliono tuttavia essere ovunque al primo posto. In una cosa sola sono
modesti all'estremo: paghi di portarsi addosso oro, gemme, porpora ed
altre insegne della virtù e della sapienza, lasciano sempre agli altri il
privilegio di praticarle. Si ritengono molto fortunati perché possono
chiamare "mio signore" il re, perché hanno imparato un saluto di tre
parole, perché sanno intercalare titoli onorifici: Serenità, Maestà,
Magnificenza; perché sono abilissimi nel deporre ogni pudore quando si
tratta di ricorrere a complimenti adulatori. Queste, infatti, sono le arti
di un vero nobile, di un vero uomo di corte. Del resto, se vai a guardare
più da vicino il loro costume di vita, troverai degli autentici Feaci, dei
pretendenti di Penelope - il resto del verso lo conoscete, e l'Eco ve lo
ripete meglio di me. Dormono fino a mezzogiorno, mentre un pretonzolo
stipendiato aspetta accanto al letto per celebrare la messa alla svelta
quando ancora sonnecchiano. Poi la colazione e, a mala pena terminata, è
già ora di pranzo. Dopo pranzo i dadi, gli scacchi, le lotterie, i
buffoni, i parassiti, le cortigiane, i giochi, le insulsaggini. Nel
frattempo un alternarsi di merende. Di nuovo a tavola, si cena; a questa
seguono i brindisi, non uno solo, per Giove. E così, senz'ombra di noia,
passano le ore, i giorni, i mesi, gli anni, i secoli. Io stessa, a volte,
mi allontano col voltastomaco quando li vedo, quei magnanimi, in mezzo
alle donne, ognuna delle quali si crede tanto più vicina all'Olimpo quanto
più lunga ha la coda, mentre i grandi fanno a gomitate per mostrarsi più
vicini a Giove, e ognuno tanto più è beato quanto più pesante ha la catena
al collo, segno manifesto, non solo di ricchezza, ma anche di
robustezza.
57. Già da un pezzo i sommi pontefici, i cardinali ed i vescovi hanno
preso con impegno a modello il genere di vita dei prìncipi, e con un
successo forse maggiore. Certo, se uno riflettesse sul significato della
veste di lino, splendida di niveo candore, simbolo d'una vita senza
macchia; e pensasse a quello della mitra a due punte riunite in un solo
nodo, a indicare una perfetta conoscenza del Vecchio e del Nuovo
Testamento; o delle mani coperte dai guanti, segno della purezza, immune
da ogni umano cedimento, con cui vengono somministrati i sacramenti; se si
chiedesse che vuol dire il pastorale, simbolo della cura estrema con cui
si veglia sul proprio gregge; che cosa la croce che precede indicando la
vittoria su tutte le umane passioni; se, dico, uno riflettesse a queste
cose, e a molte altre del genere, che vita sarebbe la sua, piena di
malinconie e di affanni! Bene fanno quelli che pensano soltanto ad
ingozzarsi, e la cura del gregge, o la rimettono a Cristo medesimo, o la
scaricano su coloro che chiamano fratelli o vicari. Del significato del
loro nome di vescovi neppure si ricordano: vescovo vuol dire fatica,
preoccupazione, sollecita premura. Vescovi sono sul serio nell'arraffare
quattrini: in questo la loro vigilanza è tutta occhi.
58. Altrettanto dicasi dei cardinali, che dovrebbero ricordarsi che
sono i successori degli Apostoli, e che da loro si esigono le stesse
opere: non padroni, ma amministratori dei beni spirituali, di cui tra
breve dovranno rendere conto con la massima precisione. Riflettessero un
po' anche al loro paludamento e si chiedessero: che significa il candore
della cotta se non estrema e rara purezza di vita? Che cosa la porpora che
la cotta ricopre, se non ardentissimo amore di Dio? Che cosa l'ampio
mantello che con le sue pieghe fluenti ricopre tutta la cavalcatura di sua
Eminenza, e che basterebbe a coprire anche un cammello? Non significa
forse la carità che ovunque si diffonde per venire in aiuto a tutti, cioè
per insegnare, esortare, consolare, rimproverare, ammonire, risolvere i
conflitti e per opporsi ai prìncipi malvagi? Non significa il generoso
sacrificio, non solo delle proprie ricchezze, ma anche del proprio sangue,
per amore del gregge? A che scopo le ricchezze, se i cardinali fanno le
veci degli Apostoli, che erano poveri? Se riflettessero su queste cose,
dico, terrebbero poco alla carica: deporla sarebbe un piacere; oppure si
sobbarcherebbero una vita tutta presa da cure travagliate, alla maniera
degli antichi Apostoli.
59. Ora è la volta dei sommi pontefici, che fanno le veci di Cristo.
Nessuno più di loro si troverebbe a soffrire, se tentassero di imitarne la
vita: povertà, travagli, dottrina, croce, disprezzo del mondo; se
pensassero al loro nome Papa, cioè padre, e alla loro qualifica di
Santissimo! Chi mai spenderebbe tanto per comprarsi quel posto da
difendere poi con la spada, col veleno, con tutte le forze? A quanti
vantaggi dovrebbero dire addio, se la saggezza riuscisse appena a farsi
sentire! Ma che dico, saggezza? Dovrei dire un grano di quel sale
menzionato da Cristo. Addio a tante ricchezze, a tanti onori, e a tanto
potere, a tante vittorie, a tante cariche, a tante dispense, a tante
imposte, a tante indulgenze, e a tanti cavalli, muli, servi e piaceri.
Guardate un po' che mercato, che razza di messe rigogliosa, che mare di
ricchezze ho concentrato in poche parole! Al loro posto veglie, digiuni,
lacrime, preghiere, prediche, studio, sospiri e mille gravose occupazioni
del genere. Ancora - particolare non trascurabile - sarebbero ridotti alla
fame tanti scrivani, copisti, notai, avvocati, promotori, segretari,
mulattieri, palafrenieri, banchieri, ruffiani - e stavo per aggiungere
un'espressione più sguaiata, ma temo che offenda l'orecchio, insomma, una
così folta schiera che costituisce l'onere - è un Lapsus, volevo dire
l'onore - della curia romana. Sarebbe proprio inumano, anzi un delitto
abominevole! ma sarebbe molto peggio riportare al bastone e alla bisaccia
quei sommi prìncipi della Chiesa, che sono la vera luce del mondo.
Ora, se fatiche ci sono, si lasciano a Pietro e a Paolo che di tempo
libero ne hanno tanto, e si mantengono per sé la gloria e il piacere,
quando ci sono. Così, col mio aiuto, non c'è quasi nessuno che più di loro
faccia, in perfetta tranquillità, una gran bella vita; convinti di avere
assolto in pieno i doveri verso Cristo, se adempiono alla loro funzione di
vescovi con un apparato rituale che ha movenze da palcoscenico, con
cerimoniali e profusione di titoli: beatitudine, reverenza, santità; e
benedizioni e anatemi. Non si usa più far miracoli: roba d'altri tempi.
Insegnare ai fedeli è faticoso; interpretare le Sacre Scritture è lavoro
da farsi a scuola; pregare è una perdita di tempo; spargere lacrime è
misero e femmineo; vivere in povertà è spregevole. Turpe la sconfitta e
indegna di chi a mala pena ammette il re al bacio dei suoi piedi beati:
infine, spiacevole la morte, e infamante la morte sulla croce.
Rimangono solo le armi e le "dolci benedizioni" di cui parla san Paolo,
e di cui fanno uso con tanta larghezza: interdetti, sospensioni, condanne
aggravate, anatemi, esposizione di ritratti a titolo di vergogna, e quella
tremenda folgore con cui, a un cenno del capo, mandano le anime dei
mortali all'inferno e oltre. Di quella folgore, i santissimi padri in
Cristo, e di Cristo vicari, si servono col massimo della violenza,
soprattutto contro coloro che, per diabolico impulso, tentano di
rimpicciolire e rosicchiare il patrimonio di Pietro. Benché le parole
dell'Apostolo nel Vangelo siano: "Abbiamo abbandonato tutto e ti abbiamo
seguito", essi identificano il patrimonio di Pietro con i campi, le città,
i tributi, i dazi, il potere. E mentre, accesi dall'amore di Cristo,
combattono per queste cose col ferro e col fuoco, non senza grandissimo
spargimento di sangue cristiano, credono di difendere apostolicamente la
Chiesa, sposa di Cristo, annientando da valorosi quelli che chiamano i
nemici. Come se la Chiesa avesse nemici peggiori dei pontefici empi; di
Cristo non fanno parola: fosse per loro, svanirebbe nell'oblio;
legiferando all'insegna dell'avidità, lo mettono in catene; con le loro
interpretazioni forzate ne alterano l'insegnamento; coi loro turpi costumi
lo uccidono.
Poiché la Chiesa cristiana è stata fondata, rafforzata e ingrandita col
sangue, ora, come se Cristo fosse morto lasciando i fedeli senza una
protezione conforme alla sua legge, governano con la spada, e, pur essendo
la guerra una cosa tanto crudele da convenire alle belve più che agli
uomini, tanto pazza che anche i poeti hanno immaginato fossero le Furie a
scatenarla, così rovinosa da portare con sé la totale corruzione dei
costumi, tanto ingiusta da offrire ai peggiori predoni la migliore
occasione di affermarsi, tanto empia da non avere nulla in comune con
Cristo, tuttavia, trascurando tutto il resto, fanno solo la guerra. Si
possono vedere vecchi decrepiti che, inalberando un vigoroso spirito
giovanile, non si sgomentano davanti alle spese, non cedono alle fatiche,
non indietreggiano di un pollice se si trovano a mettere a soqquadro le
leggi, la religione, la pace, I'intero genere umano. Né mancano colti
adulatori, pronti a chiamare questa evidente follia zelo, pietà, fortezza,
escogitando stratagemmi che permettono d'impugnare il ferro mortale e di
immergerlo nelle viscere del fratello senza venir meno a quella suprema
carità che secondo il dettato di Cristo un cristiano deve al suo
prossimo.
60. Una cosa, continuo a chiedermi: certi vescovi tedeschi che, andando
più per le spicce, tralasciando il culto, le benedizioni e altre cerimonie
del genere, si comportano addirittura da satrapi, fino a considerare una
specie di debolezza, e senz'altro una vergogna per un vescovo, rendere la
valorosa anima a Dio altrove che su un campo di battaglia, sono stati loro
a offrire il modello di un tale comportamento, o lo hanno a loro volta
imitato?
Ma ormai la massa dei sacerdoti, considerando peccaminoso venire meno
alla santità di vita dei presuli, levando il grido di guerra si dà a
combattere per le dovute decime con spade, frecce, sassi, e armi di ogni
specie! e quale accortezza nel tirare fuori da vecchi documenti qualcosa
con cui impaurire il popolino e convincerlo che il suo debito va al di là
delle decime! Né intanto ai sacerdoti vengono in mente i molti passi
ovunque ricorrenti sui doveri che, per parte loro, essi hanno verso il
popolo. Nemmeno la tonsura basta come monito: hanno dimenticato che il
sacerdote, libero da tutti gli appetiti del mondo, deve pensare soltanto
alle cose del cielo. Sono gente buffa: sostengono di aver fatto tutto il
loro dovere quando hanno borbottato alla bell'e meglio le solite
giaculatorie, e io, per Ercole, mi meraviglio che un qualche Dio le
ascolti o le intenda, perché nemmeno loro sono capaci di udirle o di
intenderle, pur gridandole con quanto fiato hanno in corpo.
C'è un punto, però, che i sacerdoti hanno in comune coi laici; entrambi
attentissimi ad accumulare guadagni sono sempre al corrente delle vie da
seguire. Se poi c'è un peso da portare, prudentemente lo scaricano sulle
spalle altrui, e lo fanno passare di mano in mano, in una sorta di gioco a
palla. Come i prìncipi laici, delegano a vicari, settore per settore, le
funzioni di governo, e il vicario, a sua volta, ricorre a un vicario in
sottordine; così, per modestia, lasciano al popolo la cura di tutto quanto
riguarda la religione. Il popolo la scarica su quelli che chiama
ecclesiastici, come se per parte sua non avesse nulla a che fare con la
Chiesa: pare che i voti pronunciati al battesimo non contino nulla. A loro
volta, i sacerdoti che si denominano secolari, come se appartenessero al
mondo più che a Cristo, scaricano il fardello sul clero regolare; il clero
regolare sui monaci; i monaci di meno stretta osservanza su quelli di
osservanza più rigida; gli uni e gli altri sui mendicanti, e i mendicanti
sui certosini, i soli presso cui, sepolta, si nasconde la pietà, ma così
nascosta che a mala pena si può scorgerla.
Così fanno anche i pontefici: diligentissimi nel rastrellare soldi,
affidano ai vescovi i gravami più strettamente apostolici; i vescovi li
affidano ai parroci; i parroci ai vicari; i vicari ai frati mendicanti,
che, a loro volta, li rimandano a coloro che tosano la lana delle
pecore.
61. Ma io, qui, non mi propongo di passare in rassegna i costumi di
pontefici e sacerdoti; non vorrei avere l'aria di comporre una satira,
mentre è il mio elogio che pronuncio; né vorrei si credesse che, mentre
elogio i cattivi prìncipi, io biasimi i buoni. Ho parlato brevemente di
queste cose per mettere in chiaro che nessuno al mondo può vivere
felicemente, se non è iniziato ai miei misteri, e se non ha me dalla
sua.
Come mai, infatti, la stessa dea di Ramnunte, signora delle umane
sorti, a tal punto va d'accordo con me da avere giurato eterna inimicizia
a questi sapienti, mentre ai folli ha donato ogni bene anche nel sonno?
Voi conoscete il famoso Timoteo, che di qui ha preso anche il soprannome,
ed il proverbio: "anche dormendo piglia pesci". C'è anche l'altro detto:
"la civetta vola per lui". Invece, altri sono i proverbi che si adattano
ai sapienti: "nato sotto cattiva stella"; "ha il cavallo di Seio e l'oro
di Tolosa". Smetto le citazioni: non vorrei avere l'aria di saccheggiare
la raccolta del mio Erasmo.
Per tornare in argomento: la Fortuna ama gli imprudenti, gli audaci,
quelli che adottano il motto "il dado è tratto". La saggezza, invece,
rende piuttosto timidi; perciò comunemente vedete questi sapienti
impegnati a combattere con la povertà, la fame, il fumo; li vedete vivere
dimenticati, senza prestigio, senza simpatie: mentre gli stolti, ben
forniti di soldi, raggiungono le alte cariche dello Stato e, per dirla in
breve, prosperano in tutti i sensi. Infatti, se si ripone la felicità nel
favore dei prìncipi, nell'entrare a far parte della cerchia di questi miei
fedeli simili a Dèi ingioiellati, che c'è di più inutile della sapienza,
anzi di più aborrito presso gente del genere? Se si vuole arricchire, che
cosa può guadagnare un mercante attenendosi alla sapienza? Se terrà in
qualche conto gli scrupoli dei sapienti sul latrocinio e l'usura, avrà
ripugnanza a spergiurare; colto a mentire, arrossirà. Se si desiderano
onori o benefizi ecclesiastici, un asino o un bue potrà aggiudicarseli
prima del sapiente. Se è il piacere che ti muove, le fanciulle, che in
questa storia hanno il posto d'onore, si danno di tutto cuore agli stolti,
mentre hanno orrore del sapiente e lo fuggono come fosse uno scorpione.
Infine, chiunque si ripromette una vita in qualche misura lieta, comincia
con l'escludere il sapiente, tollerando piuttosto qualunque altro animale.
In breve, da qualunque parte tu ti volga, presso pontefici, prìncipi,
giudici, magistrati, amici, nemici, grandi e piccoli, tutto si ottiene col
danaro alla mano; ma il sapiente disprezza il danaro, e perciò, di solito,
da lui ci si tiene lontani con la massima cura.
62. Ed ora, benché sia impossibile esaurire il mio elogio, bisogna pure
concludere il discorso. Perciò smetterò di parlare, ma non senza avere
prima dimostrato in poche parole che non sono mancate grandi autorità a
glorificarmi, sia con gli scritti che con le azioni; e questo perché
qualcuno non sospetti scioccamente che sia io sola a compiacermi di me
stessa, e perché i legulei non mi accusino di non produrre documenti.
Perciò, prendendo esempio da loro, allegherò le prove senza preoccuparmi
che siano pertinenti.
In primo luogo, tutti sono persuasi della verità di un notissimo
proverbio: "Quando una cosa manca, ottimo sistema è fingere che ci sia".
Perciò è bene cominciare con l'insegnare ai ragazzi questo verso:
"Fingersi folli a tempo e luogo è somma sapienza". Potete rendervi conto
da voi di quale gran dono sia la follia, se anche la sua ombra fallace, e
la sua sola imitazione, meritano dai dotti così grande lode. Con
franchezza anche maggiore quel famoso "porco lucido e pingue del gregge di
Epicuro" prescrive di "mescolare la follia alla saggezza", ma, aggiunge,
"solo per poco": e qui si sbaglia. Dice altrove: "Bella cosa folleggiare a
tempo e luogo". E ancora, in altra occasione: "Preferisce apparire pazzo e
privo di iniziativa, piuttosto che mostrarsi assennato tenendosi la rabbia
in corpo". Già in Omero, Telemaco, che il poeta loda sotto tutti i
rapporti, è detto a più riprese privo di senno, e spesso e volentieri i
tragici indicano in tal modo, quasi fosse di buon augurio, fanciulli e
adolescenti. Di che ci parla il divino poema dell'Iliade? solo delle ire
di re folli e di popoli folli. E quale lode più alta del detto ciceroniano
"Tutto il mondo è pieno di pazzi"? Chi, infatti, non sa che qualunque
bene, a quanti più si estende, tanto più vale?
63. Ma forse per i cristiani l'autorità di costoro non ha gran peso.
Perciò, se credete, possiamo poggiare, o, come dicono i dotti, fondare le
nostre lodi sulle Sacre Scritture, cominciando col chiedere il permesso ai
teologi. Poi, dato che un'ardua impresa ci attende, e che forse non
sarebbe giusto, vista la lunghezza del viaggio, invocare di nuovo le Muse
dall'Elicona - e per una cosa poi che poco le interessa - credo migliore
partito, mentre faccio il teologo procedendo per uno spinoso calle,
scegliere l'anima di Scoto, spinosa più di ogni istrice e porcospino,
perché dalla sua Sorbona per un po' si trasferisca nel mio petto, per poi
migrare dove preferisce, magari in un corvo. Volesse il cielo che potessi
mutare aspetto e comparire nelle vesti del teologo! Temo invece che mi si
creda colpevole di furto, come se per farmi una così bella preparazione
teologica alla chetichella avessi saccheggiato i tesori dei maestri. Ma
che c'è da stupirsi, se nella mia lunga e intima consuetudine con i
teologi, qualcosa ho imparato? Persino Priapo, il dio di legno di fico,
sentendo leggere il padrone, aveva finito col tenere a mente qualche
parola greca, e il gallo di Luciano, per la lunga convivenza con gli
uomini, ne conosceva a menadito il linguaggio.
Torniamo in argomento. Scrive l'Ecclesiaste nel primo capitolo [I, 15]:
"Infinito è il numero degli stolti". E, parlando di numero infinito, non
sembra forse intendere tutti gli uomini, a eccezione di pochissimi che
probabilmente nessuno ha mai visto? Con più chiarezza si esprime Geremia,
quando nel capitolo decimo [X, 15] dice: "Ogni uomo è reso stolto dalla
sua sapienza". Attribuisce la sapienza soltanto a Dio, e lascia la
stoltezza a tutti gli uomini [X, 7 e 12]. E ancora, poco prima [9, 23]:
"L'uomo non riponga nella sapienza il suo vanto". Ma perché, ottimo
Geremia, non vuoi che l'uomo riponga nella sapienza il suo vanto? "Perché,
risponderebbe certamente, l'uomo non ha la sapienza."
Ritorniamo all'Ecclesiaste. Quando esclama [1, 2; 12, 8]: "Vanità delle
vanità; tutto è vanità", che altro vuol dire, secondo voi, se non che la
vita umana è tutta un gioco della follia? Con questo dava senza dubbio il
suo consenso a quel detto di Cicerone, a buon diritto famoso, che abbiamo
riferito poc'anzi: "Tutto il mondo è pieno di stolti". Tornando al saggio
Ecclesiastico, quando diceva [27, 12]: "Lo stolto muta come la Luna; il
sapiente, come il Sole, non muta", voleva dire semplicemente che tutti i
mortali sono stolti, e che il titolo di sapiente spetta solo a Dio. La
Luna viene identificata dagli interpreti con la natura umana, il Sole,
fonte di ogni luce, con Dio. Con ciò si accorda quanto Cristo stesso nega
nel Vangelo [Matteo, 19, 17]: che qualcuno possa chiamarsi buono, eccetto
Dio. Se è stolto chiunque non è sapiente, e se chi è buono, stando agli
Stoici, è anche sapiente, la stoltezza, di necessità, è retaggio di tutti
gli uomini. Si legge ancora nel capitolo quindicesimo [21] di Salomone:
"Lo stolto si bea della sua stoltezza"; e con questo chiaramente si
ammette che senza la stoltezza la vita non ha nulla da offrire.
Alla stessa conclusione approda il detto: "Chi più sa, più soffre; chi
più conosce, più spesso s'indigna [Eccl. 1, 18]". La stessa cosa,
quell'eccelso predicatore riconosce apertamente nel capitolo settimo [5],
quando dice: "Nel cuore dei sapienti il dolore; nei cuori degli stolti la
gioia".
Non riteneva, infatti, che bastasse il pieno possesso della sapienza;
bisognava conoscere anche me, la follia. Se poi prestate poca fede a me,
leggete le parole che scrisse nel primo capitolo [17]: "Volsi il mio cuore
ad apprendere la saggezza e la scienza, gli errori e la follia". E qui va
notato che l'essere collocata all'ultimo posto torna a lode della follia.
L'Ecclesiaste ha scritto - e sapete che questo è l'ordine ecclesiastico -
che chi è primo per dignità deve occupare l'ultimo posto, il che è
conforme al dettato evangelico.
Che poi la Follia è superiore alla Sapienza lo attesta chiaramente, nel
capitolo 64 [4 1, 1 8], anche l'Ecclesiastico, chiunque egli sia. Ma, per
Ercole, non riferirò le sue parole se prima non avrete collaborato con me
in una serie di appropriate risposte, come fanno nei dialoghi di Platone
gli interlocutori di Socrate. "Che cosa è più opportuno nascondere, le
cose rare e preziose, o quelle comuni e dappoco?" Perché tacete? Anche se
cercate di non scoprirvi, parla per voi il proverbio greco che dice della
brocca alla porta di casa, e sacrilego sarebbe rifiutarlo, perché lo
troviamo in Aristotele, il nume dei nostri maestri. O forse qualcuno di
voi è così stolto da lasciare per la strada oro e gemme? Non credo, per
Ercole. Sono cose che riponete in nascondigli inaccessibili, e addirittura
negli angoli più segreti di una cassaforte a tutta prova. In mezzo alla
strada lasciate i rifiuti. Perciò, se si nasconde quanto è più prezioso,
mentre si lascia in vista ciò che vale meno, la sapienza che
l'Ecclesiastico vieta di nascondere non sarà palesemente meno pregiata
della stoltezza che comanda di nascondere? Ascoltate le sue parole
testuali: "L'uomo che nasconde la sua insipienza è migliore dell'uomo che
nasconde la sua sapienza" [41, 18]. Che dire dell'ingenuo candore che le
Sacre Scritture attribuiscono allo stolto, di contro all'atteggiamento del
sapiente che non crede nessuno suo simile? Così infatti intendo le parole
del decimo [X, 3] dell'Ecclesiaste: "Ma lo stolto, quando va per la
strada, essendo lui stolto, crede che tutti lo siano". E non è forse
indizio di singolare candore supporre che tutti siano uguali a te e, in un
mondo di presuntuosi, estendere a tutti gli altri ciò che in te c'è di
buono? Perciò il gran re Salomone non si vergognò di questa qualifica
quando, nel trentesimo capitolo [Prov. 30, 2], disse: "Sono il più folle
degli uomini". E san Paolo, il grande dottore delle genti, scrivendo ai
Corinzi [11, 23], non disdegnò la denominazione di stolto: "Parlo, dice,
da dissennato: sono io il più dissennato". Come se, essere superato in
fatto di follia, fosse sconveniente.
Qui mi danno sulla voce certi greculi meschini che s'ingegnano di
cavare gli occhi alle cornacchie - cioè ai teologi del nostro tempo -
spargendo in giro il fumo delle loro chiose ai sacri testi (e se il mio
amico Erasmo, che molto spesso ricordo a titolo di merito, non è l'alfa
[il primo] della schiera, certo è il beta [il secondo]). Che razza di
citazione pazzesca - dicono - proprio degna della Pazzia in persona!
L'Apostolo intendeva una cosa ben diversa dai tuoi vaneggiamenti. Con le
sue parole non cerca di farsi passare per più stolto degli altri; ma,
avendo detto in precedenza: "Sono ministri di Cristo; e anch'io lo sono",
ed essendosi così collocato, con una punta d'orgoglio, alla pari con gli
altri, rettifica: "ma io lo sono anche di più", perché nel ministero del
Vangelo sente di essere, non solo alla pari con gli altri Apostoli, ma un
poco al disopra. Tuttavia, volendo che l'affermazione suonasse vera, senza
peraltro urtare gli ascoltatori con un eventuale sospetto di presunzione,
adottò la follia come copertura, e disse "parlo da dissennato", perché
sapeva che dire la verità senza offendere nessuno è privilegio dei soli
pazzi.
Che cosa intendesse davvero Paolo quando scrisse a quel modo, lascio
che siano loro a decidere. Io seguo i grandi teologi, grassi e grossi, e
in genere molto stimati; buona parte dei dotti, per Giove, preferisce
sbagliare con loro piuttosto che essere nel giusto con codesti trilingui.
E nessuno tiene il parere di questi greculi da quattro soldi in maggior
conto del gracchiare di un corvo, soprattutto da quando ha commentato quel
passo da maestro e da teologo un illustre teologo (per prudenza ne taccio
il nome, perché i nostri volatili gracchianti non si affrettino ad
affibbiargli il motto greco dell'asino che suona la lira). Con le parole
"parlo da dissennato, anzi io lo sono più di tutti", fa cominciare un
nuovo capitolo e, con insuperabile rigore dialettico, aggiunge un nuovo
capoverso, interpretando così (riporterò le sue parole, e non solo nella
lettera, ma anche nel loro significato): "parlo da dissennato, cioè, se vi
sembro folle mettendomi alla pari con gli pseudoapostoli, anche più folle
vi sembrerò ponendomi al disopra di loro". Purtroppo quel teologo, subito
dopo, quasi dimentico di sé, cambia argomento.
64. Ma perché mi affanno tanto con questo solo esempio? Tutti
riconoscono ai teologi il diritto di manipolare il cielo, ossia le Sacre
Scritture, tirandole in qua e in là come un elastico, tanto è vero che in
san Paolo entrano in contraddizione parole della Scrittura che nel sacro
testo non sono affatto in contrasto (almeno se vogliamo prestare fede a
san Girolamo, che sapeva ben cinque lingue). Così, letta per caso ad Atene
la dedica di un altare, Paolo ne forzò il significato a beneficio della
fede cristiana, e, tralasciando le altre parole, che avrebbero nuociuto al
suo proposito, staccò dal contesto solo le ultime due: "Al Dio ignoto", e
anche queste con qualche variante. La dedica esatta era, infatti, questa:
"Agli Dèi dell'Asia, dell'Europa e dell'Africa, agli Dèi ignoti e
stranieri". Penso che questi figli di teologi, seguendone l'esempio,
sopprimendo qua e là quattro o cinque parolette e, all'occorrenza, anche
alterandole, le adattino ai loro scopi. Poco importa, poi, se le parole
che precedono o quelle che seguono non c'entrano per nulla o, addirittura,
sono in contrasto. Lo fanno con una tale impudenza, che spesso i
giureconsulti sono tratti a invidiare i teologi.
Che mai hanno più da temere da quando quel celebre... - a momenti mi
sfuggiva il suo nome, ma di nuovo mi trattiene il proverbio greco - ha
ricavato dalla parola di Luca [22, 35-36] un principio che si accorda con
lo spirito di Cristo come il fuoco con l'acqua? Infatti, nell'ora
dell'estremo pericolo, quando i fedeli adepti si stringono di più ai loro
protettori per impegnarsi con ogni risorsa al loro fianco, Cristo, perché
i suoi smettessero del tutto di confidare in questo genere di aiuti,
chiese loro se mai avessero sentito la mancanza di qualche cosa, quando li
aveva mandati per il mondo così poco equipaggiati da non avere né calzari
contro le spine e i sassi, né bisaccia contro la fame. Avendo essi
risposto di no, che nulla era mancato, soggiunse: "Ma ora chi ha una borsa
la prenda, e altrettanto faccia con la bisaccia, e chi non ne ha venda la
sua tunica e compri una spada". Ora, dato che tutta la dottrina di Cristo
predica solo mansuetudine, tolleranza, disprezzo del mondo, non è chi non
intenda il giusto significato di questo passo. Il proposito è di rendere i
legati di Cristo anche più inermi; non solo senza calzari e senza
bisaccia, ma anche senza tunica, nudi e liberi di tutto, affrontino la
loro missione evangelica. Non si procurino nulla, se non la spada, non
quella, però, di cui si servono predoni e parricidi per i loro misfatti,
ma la spada dello spirito, che penetra nel fondo del cuore, che taglia via
una volta per sempre tutte le passioni, sì che nulla vi resti, salvo la
pietà.
Orbene, state un po' a vedere a quale senso riesce a piegare questo
passo il nostro famoso teologo. Secondo lui la spada è la difesa contro i
persecutori, il sacchetto, una sufficiente provvista di viveri; come se
Cristo, ritenendo di aver mandato per il mondo i suoi missionari senza
provvederli di mezzi adeguati, cambiando parere ritrattasse quanto ha
predicato in precedenza. O dimenticasse quanto aveva detto, che sarebbero
stati felici nel dolore, fatti segno a ingiurie e supplizi, non rendendo
male per male, perché beati sono i mansueti, non i violenti; se,
dimenticando di averli esortati a seguire l'esempio dei passeri e dei
gigli, non li volesse più vedere partire senza la spada. La comprino, a
costo di vendere la tunica; meglio nudi che disarmati! Il commentatore
ritiene inoltre che il termine spada indichi tutto ciò che può servire
come arma di difesa, e che il termine bisaccia abbracci quanto concerne i
bisogni vitali. Così l'interprete del pensiero divino fa predicare il
Cristo in croce da Apostoli armati di lance, balestre, fionde e bombarde.
Li carica di valigie, sacche e bagagli vari perché non abbiano mai a
mettersi in viaggio senza avere debitamente pranzato. Né il brav'uomo è
turbato neppure dal fatto che Cristo ingiunge di rimettere subito nel
fodero quella spada che aveva ordinato di comprare a così caro prezzo, e
che mai, per quel che se ne sa, gli Apostoli hanno fronteggiato con spade
e scudi la violenza dei pagani, come avrebbero fatto se il pensiero di
Cristo fosse stato conforme a questa interpretazione.
C'è poi un altro, e non certo l'ultimo venuto (per deferenza non ne
faccio il nome) che, basandosi sul riferimento di Abacuc [3, 7] alle tende
di Madian - "le pelli del paese di Madian saranno messe sossopra" - ne
ricava un'allusione alla pelle di san Bartolomeo scorticato.
Di recente partecipai io stessa a una discussione teologica; lo faccio
spesso. Poiché uno dei presenti chiedeva in che conto si doveva tenere il
precetto delle Sacre Scritture secondo cui gli eretici vanno arsi sul rogo
piuttosto che non persuasi attraverso la discussione, un vecchio
dall'aspetto severo, teologo anche nel piglio, rispose molto indignato che
la legge risaliva all'apostolo Paolo che disse [A Tito, 3, 10]: "Dopo aver
tentato ripetutamente di mettere l'eretico sulla buona strada, evitalo". E
più volte tornava a dire quelle parole, mentre erano in parecchi a
chiedersi che cosa mai gli succedeva. Finì con lo spiegare che bisognava
togliere Dalla vita (e vita) l'eretico. Ci fu chi rise, ma ci fu anche chi
ritenne l'interpretazione ineccepibile dal punto di vista teologico, e
poiché qualcuno continuava a protestare, intervenne un avvocato cosiddetto
di Tenedo, un'autorità irrefragabile: "State a sentire, disse. La
Scrittura dice: non lasciar vivere l'uomo malefico. Ma ogni eretico è
malefico, quindi...". Tutti i presenti ammirarono la soluzione ingegnosa,
e vi aderirono battendo forte i piedi calzati di stivali. A nessuno venne
in mente che quella legge riguardava incantatori e maghi, detti in lingua
ebraica "malefici". Altrimenti la pena di morte dovrebbe estendersi alla
fornicazione e all'ubriachezza.
65. Sono una sciocca a volermi dilungare su queste cose, così numerose
che neanche tutti i volumi di Crisippo e di Didimo basterebbero a
contenerle. Volevo solo farvi presente che, se tanto è stato concesso a
quei maestri di primissima grandezza, è giusto usare qualche indulgenza a
me, teologa di ben poco conto, se le mie citazioni non sono del tutto
esatte.
E ora, tornando finalmente a Paolo, parlando di sé dice: "Voi
sopportate di buon grado i folli" [2 Cor., 11, 19]. E ancora: "Accettatemi
come un folle". E poi: "Non parlo ispirato da Dio, ma quasi come un
folle". E altrove, di nuovo: "Siamo folli a cagione di Cristo". Avete
sentito quali elogi della follia e da quale pulpito! E che diremo di quel
suo raccomandare la stoltezza quale fonte per eccellenza necessaria in
vista della salvezza? "Chi di voi sembra sapiente, divenga stolto per
essere sapiente".
In Luca [34, 25] Gesù chiama "stolti" i due discepoli cui si era
accompagnato per la strada. Non so se ci si debba meravigliare, visto che
allo stesso Dio, San Paolo attribuisce un pizzico di follia, dicendo: "La
follia di Dio è più saggia del senno degli uomini". [Primo Cor., 1, 25].
Origene, per certo, contesta che questa follia sia suscettibile di essere
tradotta in termini umani, come nell'altro esempio: "La parola della croce
è follia per gli uomini che si perdono" [Primo Cor., 1, 18].
Ma perché mai insisto nel sostenere tutto questo con tante
testimonianze? Non ce n'è bisogno, se nei mistici salmi [68, 6] Cristo
stesso dice al Padre: "Tu conosci la mia follia". E non per caso i folli
sono sempre stati tanto cari al Signore. Per la stessa ragione, credo, per
cui i sovrani guardano con diffidente antipatia le persone troppo
intelligenti. Così accadeva a Cesare con Bruto e Cassio - mentre di
quell'ubriacone di Antonio non aveva alcun timore; così accadeva a Nerone
con Seneca e a Dionigi con Platone; mentre si trovavano bene con gli
uomini privi di acume. Allo stesso modo Cristo costantemente detesta e
condanna quei sapienti che hanno fiducia nella propria saggezza.
Lo attesta chiaramente san Paolo quando dice: "Dio sceglie ciò che il
mondo considera stolto", e che "Dio aveva voluto salvare il mondo
attraverso la stoltezza", perché attraverso la saggezza non era possibile
[Primo Cor., 1]. Dio stesso lo rivela con sufficiente chiarezza quando
esclama per bocca del profeta: "Manderò in fumo la sapienza dei sapienti e
condannerò la saggezza dei saggi".
E ancora quando Gesù lo ringrazia perché aveva rivelato ai piccoli,
cioè agli stolti, il mistero della salvezza che aveva celato ai sapienti.
In greco, infatti, il termine per indicare i bambini è infanti (népioi) in
contrapposizione ai sapienti (zofói ). Nello stesso senso vanno intesi
certi motivi ricorrenti nel Vangelo; Gesù che fieramente si leva contro
farisei, scribi e dottori e, viceversa, la sollecita protezione che
accorda al volgo ignorante. Che altro vogliono infatti dire le parole:
"Guai a voi, scribi e farisei", se non "Guai a voi, sapienti" [Matteo, 23,
13-27; Luca, 11, 42-43]. Invece il suo rapporto con bambini, donne,
pescatori, pare fosse improntato a perfetta letizia. Anche fra le bestie
Cristo predilige le più lontane dall'astuzia della volpe. Perciò preferì
cavalcare un asino, anche se, volendo, avrebbe potuto senza rischio
cavalcare un leone. Così lo Spirito Santo è sceso dal cielo in sembianza
di colomba, non di aquila o di sparviero. Inoltre, nelle Sacre Scritture,
si ricordano un po' dappertutto cervi, capretti, agnelli. Aggiungasi che
Gesù chiama pecore i suoi discepoli destinati a vivere in eterno. Né c'è
animale più stupido di questo, stando anche al detto aristotelico "indole
di pecora" che, come Aristotele avverte, tratto dalla stupidità di
quell'animale, di solito si applica a titolo ingiurioso agli stupidi e
tardi. Tuttavia Cristo si professa pastore di questo gregge; anzi egli
stesso si compiacque di chiamarsi agnello, e Giovanni Battista lo indicò
con questo nome: "Ecco l'agnello di Dio", denominazione che ricorre spesso
anche nell'Apocalisse.
Di qui una clamorosa conclusione: i mortali, anche quelli che coltivano
sentimenti di pietà, sono stolti. Lo stesso Cristo, per venire in aiuto
all'umana sapienza, lui che è la sapienza del Padre, si è fatto in qualche
modo stolto, quando, vestite le umane spoglie, si è presentato con
sembiante di uomo. Come si è fatto anche peccato per risanarci dai
peccati. Né volle porvi altro rimedio se non la follia della Croce,
valendosi di Apostoli rozzi e ignoranti, cui ebbe cura di predicare come
ottima condizione la stoltezza distogliendoli dalla sapienza quando li
esorta a seguire l'esempio dei bambini, dei gigli, del grano di senape,
dei passerotti, esseri del tutto privi d'intelligenza, che vivono solo
affidandosi alla natura, senza artifici, senza affanni; e quando proibisce
loro di preoccuparsi della linea da tenere davanti ai giudici e di stare
all'erta per cogliere i momenti opportuni: non devono cioè confidare nella
propria saggezza, ma mettersi totalmente nelle sue mani. Allo stesso
principio s'ispira Dio, architetto del mondo, quando proibisce di
assaggiare il frutto dell'albero della sapienza, quasi che la scienza
fosse il veleno della felicità. San Paolo, d'altra parte, condanna la
scienza apertamente come fonte di presunzione e di rovina. E credo che san
Bernardo si richiamasse a lui identificando il monte che Lucifero aveva
scelto per sua sede col monte della scienza.
Forse c'è anche un altro argomento che non dovrei tralasciare: la
stoltezza trova grazia presso gli Dèi; al sapiente non si perdona, tanto è
vero che chi implora il perdono, anche se ha peccato con cognizione di
causa, adduce a pretesto la stoltezza e di essa si fa usbergo. Così
infatti, se la memoria non mi tradisce, nei Numeri [12, 11] Aronne cerca
di stornare dalla moglie la punizione del Signore: "Ti prego, Signore, non
giudicarci colpevoli: abbiamo peccato per mancanza di discernimento". E
anche Saul di fronte a David si discolpa così: "E' chiaro, dice, che ho
agito da sciocco". E David, a sua volta, cerca di propiziarsi il Signore
con queste parole: "Ti prego, Signore, non accusare il tuo servo
d'iniquità; ho agito da sciocco", come se non potesse ottenere il perdono
se non appellandosi alla sua stoltezza e alla sua insipienza. Prova di
eccezionale efficacia, Cristo in croce, quando pregò per i suoi nemici,
portò come unica scusa l'ignoranza: "Padre, perdona loro perché non sanno
quello che fanno" [Luca 23, 24]. Nello stesso senso Paolo scriveva a
Timoteo: "Ho ottenuto la misericordia divina perché nella mia incredulità
ho agito per ignoranza" [Primo Tim. 1, 13]. Che vuol dire "ho agito da
ignorante", se non che aveva agito per stoltezza, non per malizia? Che
significa "perciò ho ottenuto misericordia", se non che non l'avrebbe
ottenuta se la sua stoltezza non avesse deposto in suo favore? Fa al caso
nostro il mistico salmista che non mi è venuto in mente al momento giusto:
"Non ricordare le colpe della mia gioventù e le mie ignoranze" [PS. 24,
7].
Come avete sentito, adduce due argomenti: la giovane età - a cui sempre
io, la Follia, mi accompagno - e le "ignoranze", ricordate al plurale per
fare intendere la grande forza della follia.
66. Per non dilungarmi all'infinito cercherò di riassumere per sommi
capi. Se la religione cristiana sembra avere qualche parentela con la
follia, con la sapienza non ha proprio nulla a che fare. Desiderate averne
una prova? Guardate in primo luogo al fatto che bambini, vecchi, donne e
anime semplici godono più degli altri delle funzioni religiose, e perciò,
per puro istinto, sono sempre i più vicini agli altari. Vedete inoltre che
i primi fondatori della religione, con mirabile slancio, scelsero le vie
della semplicità, mentre furono nemici acerrimi delle lettere.
Infine non c'è pazzo che sembri più pazzo di coloro che una volta per
sempre siano stati conquistati in pieno dal fuoco della carità cristiana:
a tal punto sono prodighi dei loro beni, trascurano le offese, tollerano
gli inganni, non fanno distinzione tra amici e nemici, hanno orrore del
piacere; digiuni, veglie, lacrime, fatiche, ingiurie, sono il loro
nutrimento; per nulla attaccati alla vita, desiderano solo la morte; per
dirla in breve, sembrano affatto insensibili alle esigenze del senso
comune, come se il loro animo vivesse altrove, e non nel loro corpo. E che
altro è questo se non follia? Non dobbiamo dunque meravigliarci se gli
Apostoli sembrarono ubriachi di vino dolce, se Paolo sembrò pazzo al
giudice Festo.
Comunque, visto che una volta tanto ho vestito la pelle del leone,
andrò più in là mettendo in chiaro un'altra cosa: quella beatitudine che i
cristiani cercano di conquistare a così caro prezzo, altro non è se non
una forma di follia e di stoltezza. Non badate alle parole: non c'è
intenzione d'offesa; considerate piuttosto i fatti. C'è in primo luogo un
punto di contatto fra cristiani e platonici: entrambi ritengono che
l'anima, irretita nei vincoli del corpo, trovi nella sua materia un
impedimento alla contemplazione e alla fruizione del vero. Perciò Platone
definisce la filosofia una meditazione sulla morte, perché, a somiglianza
della morte, distoglie la mente dalle cose visibili e corporee. Perciò,
finché l'anima fa buon uso degli organi del corpo, viene detta sana; ma
quando, spezzati i vincoli, tenta d'affermarsi in piena libertà, e viene
quasi meditando una fuga dal carcere corporeo, allora si parla di follia.
Se per caso la cosa accade per malattia, per una qualche affezione
organica, allora è pazzia conclamata. Tuttavia vediamo che anche uomini di
questa specie predicono il futuro, sanno lingue e lettere che non hanno
mai appreso in passato, ostentano qualcosa che appartiene decisamente
all'ambito del divino.
Non c'è dubbio: questo accade perché la mente, libera in parte
dall'influenza del corpo, comincia a sprigionare la sua forza nativa.
Credo che per la stessa ragione qualcosa di simile accada nel travaglio
della morte imminente: gli agonizzanti, come ispirati, parlano un
linguaggio profetico.
Se ciò accade nell'ardore della fede, si tratta forse di un altro
genere di follia, ma così vicina alla ordinaria follia che molta gente la
giudica pazzia pura, e tanto più in quanto riguarda un pugno di
disgraziati che in tutto il modo di vivere si scostano dal resto
dell'umano consorzio. Qui, di solito, credo si verifichi il caso del mito
platonico: di quelli che incatenati in fondo alla caverna vedono l'ombra
delle cose, e del prigioniero che, fuggito di là, tornando poi nell'antro
afferma di avere contemplato le cose reali, e che loro s'ingannano di
molto, convinti come sono che nient'altro esista se non delle misere
ombre. Il saggio compiange e deplora la follia di coloro che sono irretiti
in così grave errore; ma quelli, a loro volta, ridono di lui come se
delirasse e lo cacciano via. Allo stesso modo il volgo ammira soprattutto
le cose in cui la materia prevale, e quasi crede che siano le sole ad
esistere. Chi pratica la religione, invece, quanto più una cosa è
attinente al corpo tanto più la trascura ed è tutto preso dalla
contemplazione dell'invisibile. Gli uni mettono al primo posto le
ricchezze, al secondo le comodità relative al corpo, all'ultimo l'anima:
che, dopo tutto, i più neanche credono esista perché l'occhio non può
scorgerla. Gli altri, invece, in primo luogo tendono con tutte le loro
forze a Dio, il più semplice degli esseri; in secondo luogo a qualcosa che
ancora resta nella sua cerchia: ossia all'anima, che più di tutto è vicina
a Dio; trascurano la cura del corpo, disprezzano le ricchezze e ne
rifuggono come da cosa immonda. Se poi non possono esimersi
dall'occuparsene, ne sentono il peso e la noia; hanno, ed è come se non
avessero; posseggono, ed è come se non possedessero. Nei singoli casi ci
sono anche molte altre differenze di gradazione. Prima di tutto, benché
tutti i sensi abbiano un legame col corpo, alcuni sono più corpulenti,
come il tatto, l'udito, la vista, I'olfatto, il gusto; altri più
distaccati dal corpo, come la memoria, l'intelletto, la volontà.
Dato che la potenza dell'anima risulta maggiore là dove concentra il
suo sforzo, le persone religiose, poiché tutta la forza dell'animo loro si
volge alle cose lontane per eccellenza dai sensi più corposi, subiscono in
questi una sorta di ottundimento. Il volgo, invece, in essi raggiunge il
massimo della potenza, il minimo negli altri. Si spiega così ciò che
raccontano sia accaduto a certi Santi, di bere olio invece di vino.
E anche fra le passioni dell'anima alcune sono più legate agli aspetti
carnali del corpo, come l'impulso sessuale, il bisogno di cibo e di sonno,
l'ira, la superbia, l'invidia: chi coltiva sentimenti di pietà le respinge
senza remissione; il volgo, al contrario, ne fa la fondamentale ragione di
vita. Vi sono poi dei sentimenti intermedi, quasi naturali, come l'amore
di patria, l'affetto per i figli, per i genitori, per gli amici. Il volgo
ne riconosce in qualche misura l'importanza, ma quanti vivono secondo
pietà cercano di sradicare dall'animo anche questi, a meno che non
raggiungano quel supremo livello spirituale per cui si ama il padre, non
in quanto padre - che ha generato, infatti, se non il corpo? e, alla fine,
anche questo è opera di Dio padre - ma in quanto è buono e porta in sé il
lume di quella Mente che sola chiamano sommo bene, e al di fuori della
quale sostengono che nulla merita di essere amato o desiderato.
Con questo medesimo criterio giudicano di tutti i doveri: tutto ciò che
è visibile, se non è da disprezzarsi senz'altro, va tenuto in molto minor
conto dell'invisibile. Dicono che anche nei sacramenti e nelle pratiche
religiose si possono distinguere corpo e spirito. Per esempio, nel digiuno
non fanno gran conto dell'astinenza dalla carne e dal pasto, che il volgo
considera invece digiuno stretto; bisogna che intervenga anche un
controllo delle passioni, che si conceda meno del solito ai moti d'ira o
di superbia, perché lo spirito già meno gravato dal corpo si innalzi al
godimento dei beni celesti. Altrettanto dicasi della Eucaristia. Benché
non vada sottovalutato l'aspetto cerimoniale, questo per se stesso giova
poco, o addirittura è pernicioso in mancanza dell'elemento spirituale,
cioè del contenuto rappresentato da quei segni visibili. Si rappresenta la
morte di Cristo; i mortali devono parteciparvi come attori vincendo,
sopprimendo, starei per dire seppellendo, le passioni corporee per
risorgere a nuova vita, per fare, in totale comunione fra loro, tutt'uno
con lui.
Queste le azioni, questi i pensieri dell'uomo di fede. Il volgo, al
contrario, crede che il sacrificio sia tutto nello stare quanto più è
possibile accanto agli altari, ascoltando il rumore delle parole e badando
ad altre quisquilie relative al rito.
Quanto al pio, non solo nelle cose che abbiamo portato a esempio, ma in
ogni occasione, rifugge da ciò che è legato al corpo, tutto preso
dall'eterno, dall'invisibile, dalla realtà spirituale. Perciò, dato il
loro radicale disaccordo su tutto, accade che uomini di pietà e volgo a
vicenda si prendano per matti. Ma, secondo me, l'appellativo si addice
piuttosto alla gente pia che non al volgo. E ciò risulterà più chiaro se,
come ho promesso, dimostrerò in poche parole che quel sommo premio altro
non è se non una forma di follia.
67. Considerate in primo luogo che qualcosa di simile già vagheggiò
Platone quando scrisse che il delirio degli amanti è il più felice di
tutti. Infatti chi ama ardentemente non vive in se stesso, ma in colui che
ama, e quanto più si allontana da sé e si trasferisce in lui tanto più
gode. E quando l'animo si propone di uscire dal corpo e non usa
debitamente dei suoi organi, a buon diritto senza dubbio si può parlare di
delirio. Altrimenti che cosa vogliono dire le comuni espressioni: "non è
in sé", o anche "torna in te stesso", e "è tornato in se stesso"? D'altra
parte quanto più è perfetto l'amore, tanto più è grande, tanto più beato
il delirio. Quale sarà dunque quella vita celeste che fa tanto sospirare
le anime pie? Lo spirito, che è il più forte, sarà vittorioso, e assorbirà
il corpo tanto più facilmente perché già in vita lo avrà mortificato e
indebolito in vista di una simile trasformazione. Poi sarà a sua volta
mirabilmente assorbito da quella somma Mente la cui potenza è
infinitamente superiore. A questo punto l'uomo sarà interamente fuori di
sé, e solo per questo felice, perché, essendo fuori di sé, subirà non so
quale ineffabile influsso di quel sommo Bene che tutto trae a sé.
Anche se questa felicità sarà perfetta solo quando le anime, ripresa
l'antica veste corporea, riceveranno il dono dell'immortalità, gli uomini
pii, dato che la loro vita è tutta una meditazione di quella vita
immortale, e quasi una sua immagine, possono talvolta pregustare qualcosa,
una sorta di anticipazione di quel premio. Si tratta di una goccia da
niente in confronto a quella fontana di eterna felicità, ma che vale molto
di più di tutti i piaceri corporei, anche se potessimo farli convergere
tutti in un punto solo. A tal punto la sfera dello spirito è superiore al
corpo, e quella dell'invisibile al visibile. Questa certo è la promessa
del Profeta: "l'occhio non vide, l'orecchio non udì, non penetrarono nel
cuore dell'uomo le cose che Dio ha preparato per coloro che lo amano".
Questa è la parte della follia che il passaggio da una vita all'altra non
toglie, ma porta a perfezione. Quelli che hanno potuto parteciparne -
pochissimi invero - sono còlti da un turbamento che alla follia è
vicinissimo; fanno discorsi incoerenti, proferendo parole strane e senza
senso; e poi, all'improvviso, mutano completamente d'espressione. Ora
alacri, ora depressi; ora piangono, ora ridono, ora sospirano; insomma
sono davvero del tutto fuori di sé. Appena rientrano in se stessi dicono
di non sapere dove sono stati, se nel corpo o fuori del corpo; di ignorare
se erano svegli o addormentati; di non sapere che cosa hanno udito, che
cosa hanno detto, che cosa hanno fatto; hanno solo dei ricordi che
sembrano filtrare attraverso il velo della nebbia o del sogno. Una sola
cosa sanno: di essere stati al colmo della beatitudine quando erano in
quello stato. Perciò piangono per essere tornati in senno, e soprattutto
desiderano di essere in eterno in preda a quel genere di follia. Hanno
appena pregustato la felicità futura!
68. Dimentica di me stessa, ho passato da un pezzo i limiti. Tuttavia,
se vi pare che il discorso abbia peccato di petulanza e prolissità,
pensate che chi parla è la Follia, e che è donna. Ricordate però il detto
greco: "spesso anche un pazzo parla a proposito"; a meno che non riteniate
che il proverbio non possa estendersi alle donne.
Vedo che aspettate una conclusione: ma siete proprio scemi, se credete
che dopo essermi abbandonata ad un simile profluvio di chiacchiere, io mi
ricordi ancora di ciò che ho detto. Un vecchio proverbio dice: "Odio il
convitato che ha buona memoria". Oggi ce n'è un altro: "Odio l'ascoltatore
che ricorda". Perciò addio! Applaudite, bevete, vivete, famosissimi
iniziati alla Follia.
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