Prefazione
Se si vogliono esaminare spassionatamente le credenze degli uomini, si rimane
molto meravigliati nel constatare che, anche riguardo ai problemi che essi
considerano come i più essenziali, niente càpita più di rado che di vederli far
uso del buon senso, cioè di quella parte della capacità di giudizio che è
sufficiente per conoscere le verità più semplici, per rifiutare le assurdità più
manifeste, per rimanere colpiti da contraddizioni evidenti. Di ciò abbiamo un
esempio nella teologia: una scienza altamente rispettata in ogni tempo, in ogni
luogo, dalla maggioranza dei mortali: un oggetto che essi considerano come il
più importante, il più utile, il più indispensabile per la felicità dei popoli.
In realtà, basta darsi un po' da fare per mettere alla prova i principii sui
quali si basa questa presunta scienza, e si sarà costretti a riconoscere che
codesti principii, che erano giudicati incontestabili, non sono che ipotesi
azzardate, immaginate dall'ignoranza, diffuse dallo stato d'animo esaltato o
dalla malafede, adottate dalla pavida credulità, conservate dall'abitudine che
non ragiona mai, riverite soltanto perché incomprensibili. «Gli uni - dice
Montaigne - danno ad intendere alla gente di credere ciò che essi non credono;
gli altri, più numerosi, lo danno ad intendere a se stessi, non sapendo
concepire che cosa sia il credere.»
In breve, chiunque accetterà di consultare il buon senso sulle credenze
religiose, e dedicherà a questo esame l'attenzione che di solito si dedica agli
argomenti che si ritengono interessanti, si accorgerà facilmente che tali
credenze non hanno alcun solido fondamento; che ogni religione è un castello in
aria; che la teologia non è che l'ignoranza delle cause naturali ridotta a
sistema, nient'altro che un vasto tessuto di chimere e di contraddizioni; che in
ogni luogo essa presenta ai diversi popoli della terra solo dei romanzi privi di
verosimiglianza, il cui eroe è, lui per primo, composto di qualità che non
possono stare insieme. Il nome di questo eroe, capace di suscitare in tutti i
cuori la venerazione e il terrore, si rivelerà una parola vaga che gli uomini
pronunciano ogni momento senza poter collegare ad essa delle idee o delle
qualità che non siano smentite dai fatti o non si trovino in palese
contraddizione le une con le altre.
La nozione di quest'essere inconcepibile, o piuttosto il nome con cui lo si
designa, sarebbe una cosa priva di ogni interesse se non causasse innumerevoli
disastri nel nostro mondo. Schiavi del preconcetto che codesto fantasma sia una
realtà importantissima per loro, gli uomini, invece di trarre saggiamente dalla
sua incomprensibilità la conclusione che è inutile occuparsene, concludono, al
contrario, che non è mai troppo il tempo speso a pensarci su, che bisogna
dedicargli una meditazione incessante, discuterne senza posa, non perderlo mai
di vista. L'invincibile ignoranza in cui essi si trovano a questo proposito, ben
lungi dallo scoraggiarli, non fa altro che eccitare la loro curiosità: invece di
metterli in guardia contro il rischio di abbandonarsi a mere fantasticherie, li
rende perentorii, dogmatici, intolleranti, e li spinge a irritarsi contro
chiunque opponga qualche dubbio alle chimere che i loro cervelli hanno
partorito.
Quale perplessità quando si tratta di risolvere un problema insolubile!
Meditazioni angosciose su un oggetto che è impossibile afferrare, e che tuttavia
è considerato importantissimo per l'uomo, non possono che mettere di pessimo
umore l'uomo stesso, e produrre nella sua testa pericolose sovreccitazioni.
Basta soltanto che l'interesse personale, la vanità, l'ambizione vengano ad
aggiungersi a quegli stati d'animo alterati, perché la società sia
necessariamente sconvolta. Ecco perché tanti popoli sono spesso divenuti preda
delle follìe di alcuni sognatori insensati, i quali, considerando in buona fede
o spacciando in mala fede le loro vuote escogitazioni come verità eterne, hanno
suscitato il fanatismo dei prìncipi e dei popoli, li hanno spinti a metter mano
alle armi per delle credenze che essi facevano apparir loro come essenziali alla
gloria della Divinità e alla prosperità degli Stati. Mille volte, in tutte le
parti del nostro globo, si sono visti dei fanatici ebbri sgozzarsi a vicenda,
dar fuoco ai roghi, commettere senza scrupoli e per senso del dovere i peggiori
delitti, fare scorrere fiumi di sangue umano. E perché? Per far prevalere, per
conservare o diffondere le ipotesi insensate di alcuni invasati, o per
accreditare le furberie di alcuni impostori su un Essere che non esiste se non
nella loro immaginazione e che si è fatto conoscere soltanto attraverso i
disastri, le controversie e le follìe che ha causato nel mondo.
In origine, i popoli selvaggi, feroci, perpetuamente in guerra fra loro,
hanno adorato, sotto nomi diversi, qualche Dio conforme alle loro idee, cioè
crudele, carnivoro, egoista, avido di sangue. In tutte le religioni della terra
troviamo un «Dio degli eserciti», un «Dio geloso», un «Dio vendicativo», un «Dio
sterminatore», un Dio che si rallegra delle carneficine e che i suoi adoratori
si sono fatti un dovere di servire secondo i suoi gusti. A lui vengono immolati
agnelli, tori, fanciulli, uomini, eretici, gente di altra religione, re, popoli
interi. I servitori zelanti di questo Dio così barbaro non arrivano forse fino a
credersi obbligati a offrirglisi essi stessi come vittime espiatorie?
Dappertutto vediamo dei forsennati che, dopo aver fatto fosche meditazioni sul
loro terribile Dio, si convincono che, per piacergli, bisogna fare a se stessi
tutto il male possibile e infliggersi in suo onore torture raffinate. In una
parola, dappertutto le truci concezioni della Divinità, ben lungi dal consolare
gli uomini per le disgrazie inerenti alla loro vita, hanno portato il turbamento
negli animi e han fatto sorgere follìe distruttive per la loro stessa
esistenza.
Come l'ingegno umano, infestato da spettri terrorizzanti e guidato da uomini
interessati a perpetuare la sua ignoranza e le sue paure, avrebbe potuto fare
dei progressi? Si costrinse l'uomo a vegetare nella sua stupidità primitiva; gli
si parlò soltanto delle Potenze invisibili dalle quali si pensava che dipendesse
la sua sorte. Completamente ossessionato dai propri terrori e dalle proprie
fantasticherie incomprensibili, l'uomo fu sempre in balìa dei suoi preti, che si
riservarono il diritto di pensare in vece sua e di prescrivergli la sua
condotta.
Così l'uomo fu e rimase sempre un fanciullo privo di esperienza, un pavido
schiavo, uno stupido che temeva di ragionare e che non sapeva uscire dal
labirinto entro il quale lo avevano lasciato i suoi antenati. Si credette
obbligato a gemere sotto il giogo dei suoi dèi, che egli conosceva solamente
attraverso i racconti immaginari dei loro ministri. Costoro, dopo averlo
imprigionato con le catene della superstizione, sono rimasti suoi padroni,
oppure lo hanno consegnato, indifeso, al potere assoluto dei tiranni, non meno
terribili degli dèi di cui essi divennero i rappresentanti su questa terra.
Schiacciati sotto il duplice giogo del potere spirituale e del potere
temporale, i popoli non poterono istruirsi né lavorare per la propria felicità.
Anche la politica e la morale, come la religione, divennero dei santuari nei
quali non fu permesso ai profani di entrare. Gli uomini non ebbero altra morale
che quella che i loro legislatori e i loro preti fecero discendere dalle plaghe
sconosciute dell'empireo. Lo spirito umano, traviato dai pregiudizi teologici,
disconobbe se stesso, dubitò delle proprie forze, diffidò dell'esperienza,
temette la verità, disprezzò la propria ragione e la abbandonò per seguire
ciecamente l'autorità. L'uomo fu soltanto una macchina in mano ai tiranni e ai
preti, che ebbero, essi soli, il diritto di guidare i suoi movimenti; trattato
sempre da schiavo, ebbe, in quasi tutti i tempi e in quasi tutti i luoghi, i
vizi e il carattere dello schiavo.
Ecco le vere origini della corruzione dei costumi, alla quale la religione
non contrappone mai nient'altro che barriere puramente ideali e prive di
effetto. L'ignoranza e la schiavitù sono fatte per rendere gli uomini malvagi e
infelici. Solo la scienza, la ragione, la libertà possono correggerli e renderli
più felici; ma tutto cospira ad accecarli e a mantenerli fuori strada. I preti
li ingannano, i tiranni li corrompono per renderli più schiavi. La tirannia è
stata e sarà sempre la vera causa sia della depravazione morale, sia delle
sciagure che di continuo si abbattono sui popoli. Essi, quasi sempre abbagliati
da credenze religiose o da finzioni metafisiche, invece di scorgere le cause
naturali e visibili della loro infelicità, attribuiscono i propri vizi
all'imperfezione della natura umana e le loro disgrazie all'ira degli dèi:
offrono al cielo voti, sacrifizi, doni per ottenere la cessazione delle loro
sventure, che sono in realtà dovute alla negligenza, all'ignoranza, alla
malvagità di chi li guida, alla follìa delle loro istituzioni, alle loro usanze
insensate, alle loro false opinioni, alle loro leggi ben poco ispirate dalla
ragione, e soprattutto al difetto di lumi. Si riempiano per tempo le menti di
idee vere; si coltivi la ragione umana; la giustizia governi i popoli: e non ci
sarà bisogno di contrapporre allo scatenamento delle passioni la barriera
impotente del timore degli dèi. Gli uomini saranno buoni quando saranno ben
istruiti, ben governati, puniti o disprezzati per il male, giustamente
ricompensati per il bene che avranno fatto ai loro concittadini.
Invano si pretenderebbe di guarire i mortali dai loro difetti, se non si
comincerà a guarirli dai loro pregiudizi. Mostrar loro la verità è l'unico mezzo
perché essi possano conoscere i loro più schietti interessi e i motivi reali che
devono portarli al bene. Troppo a lungo i maestri dei popoli hanno fissato gli
occhi al cielo: li rivolgano una buona volta alla terra. Stanco di una teologia
incomprensibile, di favole ridicole, di misteri impenetrabili, di cerimonie
puerili, l'intelletto umano si occupi di cose naturali, di oggetti
intelligibili, di verità accessibili ai sensi, di conoscenze utili. Si facciano
scomparire le vane chimere che tengono imprigionati i popoli, e ben presto idee
conformi a ragione verranno da sé a collocarsi in cervelli che si credeva
fossero destinati per sempre all'errore.
Per annientare o scuotere i pregiudizi religiosi, non è sufficiente mostrare
che quel che per l'uomo è inconcepibile non può giovargli? Non basta dunque il
semplice buon senso per accorgersi che un essere incompatibile con le nozioni
più evidenti, una causa in perpetuo dissidio con gli effetti che le vengono
attribuiti, un essere del quale non si può dire una parola senza cadere in
contraddizione, un essere che, ben lungi dallo spiegare gli enigmi
dell'universo, non fa che renderli più inesplicabili, un essere al quale da
tanti secoli gli uomini si rivolgono così inutilmente per ottenere la felicità e
la cessazione delle loro pene, - non basta, ripeto, il semplice buon senso per
accorgersi che l'idea d'un simile essere è un'idea senza un modello reale, e che
quest'essere stesso è puramente fittizio? Ci vuole qualcosa di più che il senso
comune più modesto per intuire almeno che è un delirio, una follìa odiarsi e
tormentarsi a vicenda per delle credenze assurde su un essere di questa sorta? E
infine, ogni cosa non dimostra forse che la morale e la virtù sono totalmente
incompatibili con la concezione di un Dio che è stato raffigurato dai suoi
stessi ministri e dai suoi interpreti come il più bizzarro, il più ingiusto, il
più crudele dei tiranni, le cui presunte volontà, ciò nonostante, devono servire
da regole e da leggi agli abitanti della terra?
Per mettere in chiaro i veri princìpi della morale, gli uomini non hanno
bisogno né di teologia, né di rivelazione, né di divinità: hanno bisogno
solamente del buon senso. Rientrino in sé, riflettano sulla loro propria natura,
consultino i loro interessi evidenti, considerino lo scopo della società e di
ciascuno dei membri che la compongono, e riconosceranno facilmente che la virtù
è il vantaggio e il vizio è il danno degli esseri della loro specie. Diciamo
agli uomini di essere giusti, benèfici, moderati, socievoli, non perché i loro
dèi lo esigono, ma perché bisogna piacere agli uomini; diciamo loro d'astenersi
dal vizio e dal delitto, non perché verremo puniti nell'altro mondo, ma perché
sconteremo la punizione nel mondo di qua. «Ci sono - dice un grand'uomo - dei
mezzi per impedire i delitti: sono le pene. Ce ne sono altri per mutare la
condotta degli uomini: sono i buoni esempi».
La verità è semplice; l'errore è complicato, malsicuro nel suo cammino, pieno
di andirivieni. La voce della natura è intelligibile, quella della menzogna è
ambigua, enigmatica, misteriosa. La via della verità è diritta, quella
dell'impostura è tortuosa e tenebrosa; la verità, sempre necessaria all'uomo, è
fatta per essere intesa da tutte le menti sane; gli insegnamenti della ragione
son fatti per essere seguiti da tutte le anime oneste. Gli uomini sono infelici
solo perché sono ignoranti; sono ignoranti solo perché tutto congiura a impedir
loro d'illuminare le loro menti; sono cattivi solo perché la loro ragione non è
ancora sviluppata a sufficienza.
1) Apologo
C'è un vasto impero dominato da un monarca la cui condotta è particolarmente
adatta a confondere le idee dei suoi sudditi. Egli vuole essere conosciuto,
amato, rispettato, obbedito; ma non si fa mai vedere, e tutto contribuisce a
rendere incerta l'immagine che ci si potrebbe fare di lui. I popoli sottomessi
al suo potere hanno, sul carattere e sulle leggi di questo sovrano invisibile,
soltanto le idee che ad essi comunicano i suoi ministri. Costoro, tuttavia,
ammettono di non avere neanch'essi alcuna idea del loro signore; riconoscono che
le sue vie sono imperscrutabili, che i suoi disegni e le sue qualità sono
totalmente incomprensibili. D'altra parte, questi ministri non sono minimamente
d'accordo tra loro quanto agli ordini che sarebbero emanati dal sovrano del
quale essi si dichiarano rappresentanti. Essi comunicano ordini diversi alle
varie province dell'impero; si screditano a vicenda e si dànno reciprocamente di
impostori e di falsari. Gli editti e le ordinanze che essi si prendono cura di
promulgare sono oscuri; sono enigmi poco adatti a essere compresi o indovinati
dai sudditi per il cui apprendimento sono destinati. Le leggi del monarca
invisibile hanno bisogno di interpreti; ma quelli che le spiegano sono sempre in
disaccordo sul vero modo di intenderle. Peggio ancora, essi non sono d'accordo
nemmeno con se stessi: tutto ciò che raccontano riguardo al loro principe
misterioso non è che un tessuto di contraddizioni; non riescono a dirne una sola
parola che non si trovi ad essere sùbito smentita. Dicono che è supremamente
buono; tuttavia non c'è nessuno che non si lagni dei suoi decreti. Sostengono
che è infinitamente saggio, e nella sua maniera di governare tutto sembra
contrario alla ragione e al buon senso. Vantano la sua giustizia, e i migliori
dei suoi sudditi sono quasi sempre i meno favoriti. Assicurano che vede tutto, e
la sua presenza non rimedia ad alcun male. Dicono che è amico dell'ordine, e
tutto, nei suoi dominii, è in preda alla confusione e al disordine. Fa tutto
secondo il suo volere, e di rado i fatti corrispondono ai suoi progetti. Si
adira molto di essere offeso, e tuttavia mette ognuno in condizione di
offenderlo. Ammirano la sua sapienza, la sua perfezione, che si rivela nelle sue
opere; eppure le sue opere, piene d'imperfezioni, sono di breve durata. È
continuamente occupato a fare, a disfare, poi a riparare quel che ha fatto,
senza riuscire mai ad essere contento del suo lavoro. In tutte le sue imprese
non si propone che la propria gloria; ma non riesce affatto a raggiungerla. Non
lavora che per il benessere dei propri sudditi; e i suoi sudditi, in
maggioranza, sono privi del necessario. Coloro che, a quanto pare, egli
favorisce sono generalmente i meno soddisfatti della propria condizione: li
vediamo quasi tutti perpetuamente in rivolta contro un signore di cui non
cessano di ammirare la grandezza, di vantare la saggezza, di adorare la bontà,
di temere la giustizia, di riverire gli ordini ai quali non obbediscono mai.
Questo impero è il mondo; il monarca è Dio; i suoi ministri sono i preti; i
suoi sudditi sono gli uomini.
2) Che cos'è la teologia?
C'è una scienza che ha per oggetto solamente cose incomprensibili. Al
contrario di tutte le altre scienze, essa non si occupa che di ciò che non può
essere percepito dai sensi. Hobbes la chiama «il regno delle tenebre». È un
regno in cui tutto dipende da leggi opposte a quelle che gli uomini sono in
grado di conoscere nel mondo che abitano. In questa strana regione, la luce non
è altro che buio; l'evidente diviene dubbio o falso; l'impossibile diviene
credibile; la ragione è una guida infedele, e il buon senso si trasforma in
delirio. Questa scienza si chiama teologia, e questa teologia è un insulto
continuo alla ragione umana.
3) Continuazione
A forza di accumulare dei se, dei ma, dei chissà, dei
forse, si è arrivati a formare un sistema informe e sconnesso, che riesce
a confondere le idee agli uomini, fino al punto di far dimenticare ad essi le
verità meglio dimostrate. Grazie a questo sistematico discorrere a vuoto, la
natura è divenuta tutta quanta per l'uomo un enigma inesplicabile, il mondo
visibile è scomparso per far posto a plaghe invisibili. La ragione è costretta a
cedere all'immaginazione, l'unica capace di guidare verso il paese delle chimere
che essa sola ha inventate.
4) L'uomo non nasce affatto religioso o deista
I princìpi di ogni religione sono basati su idee riguardanti Dio. Ora, è
impossibile agli uomini avere idee vere su un essere che non agisce su alcuno
dei loro sensi. Tutte le nostre idee sono rappresentazioni di oggetti che
suscitano in noi delle sensazioni: che cosa può rappresentare l'idea di Dio, che
evidentemente è un'idea senza oggetto? Una simile idea non è altrettanto
impossibile quanto lo sono degli effetti senza causa? Un'idea senza protòtipo,
che cos'è se non una chimera? Eppure certi maestri ci assicurano che l'idea di
Dio è «innata», o che gli uomini hanno questa idea fin da quando sono ancora in
grembo alle loro madri! Ogni principio è un giudizio, ogni giudizio è effetto
dell'esperienza; l'esperienza non si acquista che esercitando i propri sensi: da
ciò consegue che i princìpi religiosi non si riferiscono evidentemente a nulla,
e non sono affatto innati.
5) Non è necessario credere in un Dio, e la cosa più ragionevole è di non
pensarci
Ogni sistema religioso non può esser fondato che sulla natura di Dio e
dell'uomo, e sui rapporti che tra essi sussistono. Ma, per dare un giudizio
sulla realtà di tali rapporti, bisognerebbe aver qualche idea della natura di
Dio. Ora, tutti ci dicono e ridicono che l'essenza di Dio è incomprensibile per
l'uomo, e nello stesso tempo non cessano di assegnare degli attributi a codesto
Dio incomprensibile, e di asserire con sicurezza che l'uomo non può esimersi dal
riconoscere questo Dio impossibile a concepirsi.
La cosa più importante per gli uomini è quella che essi non sono
assolutamente in grado di comprendere! Se Dio è incomprensibile per l'uomo,
parrebbe ragionevole non pensarci mai; invece la religione sostiene che l'uomo
non può smettere per un solo istante di fantasticarci sopra, altrimenti commette
un delitto.
6) La religione è basata sulla credulità
Ci dicono che le qualità di Dio non sono tali da poter essere capite da menti
limitate: la logica conseguenza di questo principio dovrebb'essere che le
qualità di Dio non sono fatte per interessare menti limitate; ma la religione ci
assicura che menti limitate non devono mai perdere di vista un essere
inconcepibile, le cui qualità non possono esser capite da esse. Da ciò si vede
come la religione sia l'arte di tenere occupate le menti limitate degli uomini
su ciò che esse non sono in grado di comprendere.
7) Ogni religione è un'assurdità
La religione unisce l'uomo a Dio, o li mette in contatto fra loro. Tuttavia,
non dite che Dio è l'infinito? Se Dio è infinito, nessun essere finito può avere
né contatto né rapporti con lui. Là dove non ci sono rapporti, non può esserci
né unione, né contatto, né doveri. Se non ci sono doveri tra l'uomo e il suo
Dio, non esiste alcuna religione per l'uomo. Così, dicendo che Dio è infinito,
voi annientate ipso facto ogni religione per l'uomo, che è un essere
finito. L'idea dell'infinità è per noi un'idea senza modello, senza protòtipo,
senza oggetto.
8) Il concetto di Dio è impossibile
Se Dio è un essere infinito, non può esserci, né in questo mondo né in un
altro, alcuna proporzione fra l'uomo e il suo Dio; quindi la nozione di Dio non
entrerà mai nell'intelletto umano. Nell'ipotesi di una vita futura in cui l'uomo
avrà maggiori capacità intellettive che in questa, l'infinità di Dio costituirà
sempre una tale distanza fra la sua idea e la mente finita dell'uomo, che questi
non potrà concepirlo nel cielo più di quanto lo concepisca sulla terra. Da ciò
risulta con evidenza che l'idea di Dio non sarà più accessibile all'uomo
nell'altra vita che nella vita presente. Ne risulta anche che intelligenze
superiori all'uomo, come gli «angeli», gli «arcangeli», i «serafini», gli
«eletti», non possono avere quanto a Dio delle idee più complete di quante ne
abbia l'uomo, che non ne sa assolutamente nulla in questo mondo.
9) Origine della superstizione
Come si è potuti riuscire a persuadere esseri ragionevoli che la cosa più
incomprensibile era per essi la più essenziale? Perché sono stati fortemente
terrorizzati; perché, quando si ha paura, si cessa di ragionare; perché sono
stati esortati soprattutto a diffidare della loro ragione; perché, quando il
cervello è turbato, si crede a tutto e non si esamina più niente.
10) Origine di ogni religione
Ignoranza e paura, ecco i due sostegni di tutte le religioni. L'incertezza in
cui l'uomo si trova in rapporto al proprio Dio è precisamente il motivo che lo
tiene aggrappato alla sua religione. L'uomo ha paura nelle tenebre, sia in senso
materiale, sia morale. La paura diviene in lui abituale e si tramuta in bisogno;
egli si crederebbe privo di qualcosa se non avesse niente da temere.
11) Con la religione, dei ciarlatani sfruttano l'insensatezza degli
uomini
Colui che, fin dall'infanzia, ha preso l'abitudine di tremare ogni volta che
sente pronunziare certe parole, ha bisogno di quelle parole e ha bisogno di
tremare: per ciò stesso egli è più incline a dare ascolto a chi alimenta i suoi
timori, che a chi tenta di rassicurarlo. Il superstizioso vuole aver paura, la
sua immaginazione lo richiede; si direbbe che nulla teme quanto di non aver
nulla da temere.
Gli uomini sono dei malati immaginari: dei ciarlatani bramosi di
approfittarne si dànno da fare per mantenerli nella loro insensatezza, in modo
da lucrare la ricompensa delle loro cure. Ai medici che ordinano un gran numero
di medicine si dà molto più ascolto che a quelli che raccomandano un buon regime
di vita, o che lasciano agire la natura.
12) La religione seduce l'ignoranza suscitando la meraviglia
Se la religione fosse chiara, avrebbe molto meno attrattiva per gli
ignoranti. Essi hanno bisogno di oscurità, di misteri, di terrori, di favole, di
prodigi, di cose incredibili che li facciano sempre lavorare di fantasia. I
romanzi, le leggende tenebrose, i racconti di fantasmi e di stregoni esercitano
sulle menti del volgo ben più fascino che le storie vere.
13) Continuazione
In fatto di religione, gli uomini non sono che dei grandi bambini. Più una
religione è assurda e piena di stranezze, più acquista diritti su di loro. Il
devoto si crede obbligato a non porre alcun limite alla propria credulità: più
le cose sono inconcepibili, più gli sembrano divine; più sono incredibili, più
egli s'immagina che il credervi sia un merito.
14) Non ci sarebbe stata religione se non ci fossero mai state epoche di
stupidità e di barbarie
L'origine delle credenze religiose risale, per lo più, ai tempi in cui i
popoli selvaggi erano ancora in stato d'infanzia. Ad uomini grossolani,
ignoranti e stupidi i fondatori di religioni si rivolsero, sempre, per dar loro
degli dèi, dei culti, dei miti, delle leggende stupefacenti e terrificanti.
Queste chimere, accolte senza riflessione dai padri, si sono trasmesse, con
maggiori o minori modifiche, ai loro discendenti inciviliti, i quali spesso non
ragionano meglio dei loro avi.
15) Ogni religione è nata dal desiderio di dominio
I primi legislatori dei popoli si proposero di dominarli. Il mezzo più facile
per giungere allo scopo fu di sbigottirli e di impedir loro di ragionare. Essi
li condussero per sentieri tortuosi, in modo che i sudditi non si accorgessero
delle mire delle loro guide; li costrinsero a guardare verso il cielo, per paura
che guardassero a terra; strada facendo, li intrattennero con racconti: in una
parola, li trattarono come fanno le balie, che usano cantilene e minacce per far
addormentare i fanciulli, o per costringerli a stare zitti.
16) Ciò che serve di base a qualsiasi religione è ciò che vi è di più
incerto
L'esistenza di un Dio è la base di ogni religione. Pochi, a quanto pare,
dubitano di tale esistenza. Ma questo fondamentale articolo di fede è appunto il
più adatto a sbarrare il cammino ad ogni essere ragionante. La prima domanda di
ogni catechismo fu e sarà sempre la più difficile a risolversi.
17) È impossibile esser convinti dell'esistenza di Dio
Possiamo dirci sinceramente convinti dell'esistenza di un essere di cui
ignoriamo la natura, che rimane inaccessibile a tutti i nostri sensi, di un
essere le cui qualità - ce lo assicurano ad ogni istante - ci riescono
incomprensibili? Per indurmi a credere che un essere esiste o può esistere,
bisogna incominciare col dirmi che cos'è questo essere; per impegnarmi a credere
nell'esistenza o nella possibilità d'un tale essere, bisogna dirmene cose che
non siano contraddittorie e che non si annullino reciprocamente. Infine, per
convincermi pienamente dell'esistenza di questo essere, bisogna dirmene cose che
io possa comprendere, e dimostrarmi che è impossibile che l'essere al quale
vengono attribuite queste qualità non esista.
18) Continuazione
Una cosa è impossibile quando contiene due idee che si annullano
reciprocamente, e che non si possono né concepire né metter d'accordo tra loro
col pensiero. L'evidenza, per gli uomini, non può basarsi che sulla
testimonianza costante dei nostri sensi, i soli che fanno sorgere in noi delle
idee e ci consentono di dare un giudizio sulla loro coerenza o sulla loro
incompatibilità. Ciò che esiste necessariamente è ciò la cui inesistenza
implicherebbe una contraddizione. Questi princìpi, riconosciuti da tutti,
vengono meno appena si tratta dell'esistenza di Dio. Tutto ciò che di Dio è
stato detto finora o è inintelligibile, o si rivela del tutto contraddittorio, e
per ciò stesso deve apparire impossibile a ogni persona dotata di buon
senso.
19) L'esistenza di Dio non è dimostrata
Tutte le conoscenze umane si sono, più o meno, chiarite e perfezionate. Per
quale fatalità la scienza di Dio non è mai potuta giungere a chiarezza? In
questo campo, i popoli più civili e i pensatori più profondi sono rimasti allo
stesso livello dei popoli più selvaggi e dei bifolchi più ignoranti; e
addirittura, indagando la questione più a fondo, ci accorgeremo che la scienza
divina, a forza di fantasticherie e di cavilli, non ha fatto che diventare
sempre più oscura. Finora, ogni religione si è basata soltanto su quelle che in
logica si chiamano «petizioni di principio»: si fanno supposizioni arbitrarie, e
poi si svolgono le dimostrazioni partendo dalle supposizioni che si sono
fatte.
20) Dire che Dio è uno spirito equivale a parlare senza dire
niente
A forza di metafisicare, si è arrivati a fare di Dio un «puro spirito»; ma
con ciò la teologia moderna ha fatto un passo in più che la teologia dei
selvaggi? I selvaggi considerano signore del mondo un Grande Spirito. I
selvaggi, come tutti gli ignoranti, attribuiscono a qualche «spirito» tutti gli
effetti dei quali, per la loro inesperienza, non riescono a rintracciare le vere
cause. Chiedete a un selvaggio che cosa fa muovere il vostro orologio: vi
risponderà: «Uno spirito». Chiedete ai nostri savi che cosa fa muovere
l'universo: vi risponderanno: «Uno spirito».
21) La spiritualità è una chimera
Il selvaggio, quando parla di uno «spirito», attribuisce almeno qualche
significato a questa parola: intende un agente simile al vento, all'aria
agitata, al soffio, i quali producono in modo invisibile effetti visibili. A
forza di sottilizzare, il teologo moderno diventa altrettanto incomprensibile a
se stesso quanto agli altri. Domandategli che cosa intende per «spirito»: vi
risponderà che è una sostanza sconosciuta, che è perfettamente semplice, che non
ha alcuna estensione, che non ha nulla in comune con la materia. Siamo giusti:
c'è qualche mortale che possa formarsi la minima idea d'una simile sostanza? Uno
«spirito», nel linguaggio della teologia moderna, è dunque qualcosa di diverso
da un'assenza di idee? L'idea della «spiritualità» è anch'essa un'idea senza
modello.
22) Tutto ciò che esiste è uscito dal grembo della materia
Non è forse più naturale e più intelligibile far derivare tutto ciò che
esiste dal seno della materia, la cui esistenza è dimostrata da tutti i nostri
sensi, i cui effetti proviamo ogni momento, della materia che vediamo agire,
muoversi, comunicare il movimento e generare senza posa, - piuttosto che
attribuire la formazione delle cose ad una forza sconosciuta, a un essere
spirituale che non può trarre dal proprio seno ciò che esso stesso non possiede,
e che, proprio per l'essenza spirituale che gli si attribuisce, è incapace di
fare e di mettere in moto alcunché? Nulla di più evidente: l'idea dell'azione di
uno spirito sulla materia, che si sforzano d'instillarci nella mente, non ci dà
la rappresentazione di alcun oggetto, ovvero è un'idea senza modello.
23) Che cos'è il Dio metafisico della teologia moderna?
Il Giove degli antichi, essere materiale, poteva muovere, comporre,
distruggere e generare esseri analoghi a se stesso; ma il Dio della teologia
moderna è un essere sterile. In conseguenza della natura che gli si attribuisce,
non può né occupare alcun luogo nello spazio, né muovere la materia, né produrre
un mondo visibile, né generare uomini o dèi. Il Dio metafisico è un artigiano
senza mani; non è adatto che a produrre nebbie, sogni, follie e
controversie.
24) Sarebbe meno irragionevole adorare il Sole che un Dio
spirituale
Dal momento che gli uomini avevano bisogno d'un Dio, perché non attenersi al
Sole, a questo Dio visibile adorato da tanti popoli? Quale essere aveva più
diritti agli omaggi dei mortali che l'astro del giorno, che illumina, riscalda,
vivifica tutti gli esseri, l'astro la cui presenza rianima e ringiovanisce la
natura, la cui assenza sembra immergerla nella tristezza e nel languore? Se
qualche essere era adatto a promettere al genere umano potere, attività,
felicità, durata, era senza dubbio il Sole: esso avrebbe potuto esser
considerato dall'umanità come il padre della natura, come l'anima del mondo,
come la Divinità. Almeno, non si sarebbe potuto negarne l'esistenza senza essere
pazzi, né rifiutarsi di riconoscere il suo influsso e i suoi benefìci.
25) Un Dio-spirito è incapace di volere e di agire
Il teologo grida che Dio non ha bisogno di mani o di braccia per agire:
«agisce per propria volontà». Ma qual è questo Dio che ha il privilegio di una
volontà? e quale può essere il soggetto di codesta volontà divina?
È più ridicolo o più difficile credere alle fate, ai silfi, ai fantasmi, ai
maghi, ai lupi mannari, anziché all'azione magica o impossibile di uno spirito
sul corpo? Una volta ammesso un Dio di questa fatta, non ci son più favole o
fantasticherie che possano suscitare la nostra ripugnanza. I teologi trattano
gli uomini come fanciulli, che non fanno mai obiezioni sulla veridicità dei
racconti che ascoltano.
26) Che cos'è Dio?
Per annientare l'esistenza d'un Dio, basta pregare un teologo di parlarne:
appena egli ne dice una parola, la più semplice riflessione ci mostra che ciò
che egli dice è incompatibile con l'essenza da lui attribuita al suo Dio. Che è,
dunque, Dio? È una parola astratta, coniata per designare la forza occulta della
natura; o è un punto matematico che non ha né lunghezza né larghezza né
profondità. Un filosofo, parlando dei teologi, ha detto molto argutamente che
«essi hanno trovato la soluzione del famoso problema di Archimede: un punto nel
cielo, appoggiandosi al quale essi muovono il mondo».
27) Evidenti contraddizioni della teologia
La religione mette gli uomini in ginocchio dinanzi a un essere senza
estensione, e che ciò nonostante è infinito e riempie tutto con la sua
immensità; davanti a un essere onnipotente, che non compie mai ciò che desidera;
davanti a un essere sovranamente buono, che scontenta tutti; davanti a un essere
amico dell'ordine, nel cui regno tutto è in disordine. Si indovini un poco, dopo
tutto questo, che cos'è il Dio della teologia!
28) Adorare Dio è adorare una finzione
Per evitare ogni imbarazzo, ci dicono che non è affatto necessario sapere che
cos'è Dio, che bisogna adorarlo senza conoscerlo, che non ci è minimamente
concesso di indagare con occhio temerario i suoi attributi. Ma, prima di sapere
se bisogna adorare un Dio, non dovremmo esser sicuri che esista? Ora, come
accertare che esiste, prima di avere esaminato se è possibile che le diverse
qualità che gli vengono attribuite coesistano in lui? In verità, adorare Dio
significa adorare le finzioni del proprio cervello, o, meglio ancora, non
adorare nulla.
29) L'infinità di Dio e l'impossibilità di conoscere l'essenza divina
motivano e giustificano l'ateismo
Con lo scopo, certamente, di confondere meglio le cose, i teologi hanno
stabilito di non dire affatto che cos'è il loro Dio; essi si limitano sempre a
dirci che cosa esso non è. A forza di negazioni e di astrazioni, essi
pensano di comporre un essere reale e perfetto, mentre può risultarne soltanto
un «essere di ragione». Uno spirito è ciò che non è un corpo; un essere infinito
è un essere che non è finito; un essere perfetto è un essere che non è
imperfetto. In buona fede, c'è qualcuno che possa farsi un'idea reale di un
simile ammasso di privazioni o di assenza d'idee? Ciò che esclude ogni idea, che
altro può essere se non il nulla?
Sostenere che gli attributi divini sono al di sopra della portata dello
spirito umano significa ammettere che Dio non è fatto per gli uomini. Se si
afferma che in Dio tutto è infinito, si confessa che non può esserci nulla in
comune tra Dio e le sue creature. Dire che Dio è infinito equivale ad
annientarlo per l'uomo, o almeno a renderlo inutile per lui.
«Dio - ci obietteranno - ha fatto l'uomo intelligente, ma non onnisciente,
cioè capace di sapere tutto». Da ciò la conclusione che non ha potuto dargli
facoltà sufficientemente ampie per conoscere l'essenza divina. In tal caso, è
dimostrato che Dio non ha potuto né voluto esser conosciuto dagli uomini. Con
quale diritto, dunque, codesto Dio si adirerebbe contro degli esseri che per la
loro stessa essenza non possono farsi alcuna idea dell'essenza divina? Dio
sarebbe evidentemente il più ingiusto e il più bizzarro dei tiranni se punisse
un ateo reo di non aver conosciuto ciò che, per la sua stessa natura, non era in
grado di conoscere.
30) Non è né meno sicuro, né più colpevole credere in Dio che non
credervi
Per la maggioranza degli uomini, nulla rende un argomento più convincente che
la paura. In conseguenza di questo principio, i teologi ci dicono che bisogna
«prendere il partito più sicuro», che nulla è più colpevole dell'incredulità,
che Dio punirà senza pietà tutti quelli che avranno l'audacia di dubitare della
sua esistenza, che il suo rigore è giusto, dal momento che soltanto la follìa o
la malvagità possono indurre a negare l'esistenza d'un monarca irato che si
vendicherà crudelmente degli atei. Se esaminiamo pacatamente queste minacce,
troveremo che esse presuppongono sempre come ammesso ciò che si tratta di porre
in discussione. Bisognerebbe incominciare col dimostrare in modo soddisfacente
l'esistenza d'un Dio, prima di venire a dirci che è più sicuro di credervi, e
che è spaventoso metterla in dubbio o negarla. Inoltre, bisognerebbe dimostrare
che è possibile che un Dio giusto punisca crudelmente degli uomini per essersi
trovati in uno stato di demenza che ha impedito loro di credere nell'esistenza
d'un essere che la loro ragione sconvolta non poteva concepire. In una parola,
bisognerebbe dimostrare che un Dio che vien proclamato tutto giustizia potrà
punire smisuratamente l'ignoranza invincibile e necessaria in cui l'uomo si
trova riguardo all'essenza divina. Non è davvero strano il modo di ragionare dei
teologi? Inventano dei fantasmi; li costruiscono mettendo insieme
contraddizioni; dopo di che, assicurano che il partito più sicuro è di non
dubitare dell'esistenza di questi fantasmi inventati da loro stessi! Seguendo
questo metodo, non c'è alcuna assurdità a cui non sia più sicuro credere che non
credere.
Tutti i bambini sono atei: essi non hanno alcuna idea di Dio. Sono dunque
criminali a causa di tale ignoranza? A quale età incominciano ad essere in
obbligo di credere in Dio? All'età della ragione, ci direte. In qual tempo
questa età deve incominciare? D'altra parte, se i teologi più profondi si
smarriscono dinanzi all'essenza divina che essi stessi non osano vantarsi di
capire, quali idee possono averne le persone comuni, le donne, gli artigiani,
insomma coloro che compongono la maggioranza del genere umano?
31) La credenza in Dio non è che un'abitudine acquisita macchinalmente
fin dall'infanzia
Gli uomini credono in Dio fidandosi soltanto di coloro che non ne sanno
niente di più che essi stessi. Le nostre balie sono le nostre prime teologhe;
esse parlano ai bambini di Dio, così come parlan loro dei lupi mannari; fin
dalla più tenera età insegnan loro a congiungere macchinalmente le mani. Le
balie hanno dunque, riguardo a Dio, idee più chiare di quelle dei bambini che
esse costringono a pregarlo?
32) È un pregiudizio che si è consolidato passando dai padri ai
figli
La religione passa dai padri ai figli, come i beni di famiglia coi loro
gravami. Ben pochi, nel mondo, avrebbero un Dio, se qualcuno non si fosse preso
cura di darglielo. Ciascuno riceve dai suoi genitori e dai suoi maestri il Dio
che essi hanno ricevuto a loro volta; ma, seguendo il suo carattere peculiare,
ciascuno lo aggiusta, lo modifica, lo dipinge a modo suo.
33) Origine dei pregiudizi
Il cervello dell'uomo è, soprattutto nell'infanzia, una cera molle, soggetta
a ricevere tutte le impronte che vi si vogliono effettuare. L'educazione
fornisce al bambino quasi tutte le sue credenze, in un periodo in cui egli è
incapace di giudicare da sé. Noi crediamo di aver ricevuto dalla natura o di
aver portato con noi fin dalla nascita le idee vere o false che, in tenera età,
sono state introdotte nella nostra testa. E questa convinzione è una delle più
gravi cause dei nostri errori.
34) Come i pregiudizi si propagano e si ràdicano
Il pregiudizio contribuisce a consolidare in noi le credenze di quelli a cui
è stata affidata la nostra istruzione. Noi li crediamo molto più bravi di noi;
supponiamo che essi siano pienamente convinti delle cose che c'insegnano.
Abbiamo in loro la massima fiducia: pensiamo alle cure che si sono presi di noi
quando non eravamo in grado di aiutarci da soli, e quindi li giudichiamo
incapaci di ingannarci consapevolmente. Ecco i motivi che ci fanno accogliere
mille errori, senza altro fondamento che le parole dannose di chi ci ha
allevato. Perfino la proibizione di discutere quel che ci dicono non diminuisce
affatto la nostra fiducia, anzi contribuisce spesso ad aumentare il nostro
rispetto per le loro opinioni.
35) Gli uomini non avrebbero mai creduto ai princìpi religiosi della
teologia moderna, se glieli avessero insegnati nell'età della
ragione
I precettori del genere umano si comportano con molta avvedutezza, insegnando
agli uomini i princìpi religiosi prima che essi siano in grado di distinguere il
vero dal falso, o la mano sinistra dalla mano destra. Sarebbe difficile
ammaestrare un uomo di quarant'anni fornendogli le nozioni incoerenti che ci
vengono dette sulla divinità; altrettanto difficile quanto scacciare quelle
nozioni dalla testa d'un uomo che ne sia imbevuto dalla più tenera infanzia.
36) Le meraviglie della natura non dimostrano l'esistenza di
Dio
Ci garantiscono che le meraviglie della natura bastano a suggerirci
l'esistenza di un Dio e a convincerci pienamente di questa importante verità. Ma
quante persone ci sono in questo mondo che abbiano la voglia, la capacità, le
attitudini necessarie per contemplare la natura e meditare sui suoi processi?
Gli uomini, in grande maggioranza, non vi badano affatto. Un contadino non è
minimamente impressionato dalla bellezza del sole che ha visto tutti i giorni.
Il marinaio non è affatto sorpreso dai movimenti regolari dell'Oceano; non ne
trarrà mai induzioni teologiche. I fenomeni della natura dimostrano l'esistenza
di Dio soltanto ad alcuni uomini prevenuti, ai quali si è mostrata in anticipo
la mano di Dio in tutte le cose il cui meccanismo poteva imbarazzarli. Nelle
meraviglie della natura, lo scienziato libero da pregiudizi non vede nient'altro
che il potere della natura, le leggi costanti e molteplici, gli effetti
necessari di diverse combinazioni di una materia straordinariamente
diversificata.
37) Le meraviglie della natura si spiegano mediante cause
naturali
C'è qualcosa di più strano della logica di tanti profondi maestri, i quali,
invece di confessare la loro scarsa conoscenza delle cause naturali, vanno a
cercare fuori della natura, cioè nelle regioni dell'immaginario, un agente molto
più sconosciuto di quanto sia la natura, della quale essi possono almeno farsi
qualche idea? Dire che Dio è l'autore dei fenomeni che vediamo, non significa
attribuirli ad una causa occulta? Che cos'è Dio? Che cos'è uno spirito? Sono
cause di cui non abbiamo alcuna idea. Scienziati! Studiate la natura e le sue
leggi, e quando potrete rintracciarvi l'azione di cause naturali, non ricorrete
a cause soprannaturali che, lungi dal chiarirvi le idee, non faranno che
confondervele sempre più, fino a mettervi nell'impossibilità di capire voi
stessi.
38) Continuazione
La natura, voi dite, è del tutto inesplicabile senza un Dio. In altri
termini, per spiegare ciò che capite ben poco, avete bisogno di una causa che
non capite affatto. Pretendete di chiarire ciò che è oscuro raddoppiando
l'oscurità, credete di sciogliere un nodo moltiplicando i nodi. Scienziati in
preda all'esaltazione! per dimostrarci l'esistenza di un Dio copiate pure interi
trattati di botanica; inoltratevi in uno studio minuzioso delle parti del corpo
umano; lanciatevi negli spazi celesti per contemplare le rivoluzioni degli
astri; ritornate poi sulla terra per ammirare il corso delle acque; estasiatevi
dinanzi a farfalle, insetti, polipi, atomi riuniti in organismi, nei quali voi
credete di trovare la grandezza del vostro Dio. Tutto ciò non dimostrerà
l'esistenza di Dio; dimostrerà soltanto che voi non avete l'idea che dovreste
avere dell'immensa varietà delle sostanze e degli effetti che possono produrre
le combinazioni, infinitamente diversificate, di cui l'universo è l'insieme.
Dimostrerà che ignorate cos'è la natura; che non avete alcuna idea delle sue
forze, quando la credete incapace di produrre una moltitudine di forme e di
esseri di cui i vostri occhi, anche se armati di microscopii, non vedono mai che
la minima parte. Infine, dimostrerà che, non conoscendo delle cause sensibili o
conoscibili, voi preferite sbrigarvela col ricorso ad una parola con la quale
designate un agente di cui non riuscirete mai a formarvi alcuna idea
concreta.
39) Il mondo non è stato creato e la materia si muove da sé
Ci dicono con tono grave che «non c'è effetto senza causa»; ci ripetono ogni
momento che «il mondo non si è fatto da sé». Ma l'universo è una causa, non è
per niente un effetto. Non è per niente un'opera, non è stato per niente
«fatto», poiché era impossibile che lo fosse. Il mondo è sempre esistito; la sua
esistenza è necessaria.
Il mondo è causa di se stesso. La natura, la cui essenza è evidentemente
quella di agire e di produrre, non ha bisogno, per adempiere alle sue funzioni
come essa fa sotto i nostri occhi, di un motore invisibile, molto più
sconosciuto di quanto sia essa stessa. La materia si muove per la sua propria
energia, per una conseguenza necessaria della propria eterogeneità; la diversità
dei movimenti o dei modi di agire costituisce, essa sola, la diversità delle
sostanze; noi non distinguiamo gli esseri gli uni dagli altri che per la
diversità delle impressioni o dei movimenti che essi comunicano ai nostri
organi.
40) Continuazione
Vedete che tutto è in azione nella natura, e pretendete che la natura di per
se stessa sia morta e senza energia! Credete che questo universo, che ha l'agire
come propria essenza, abbia bisogno d'un motore! Eh! qual è dunque questo
motore? è uno spirito, cioè un essere assolutamente incomprensibile e
contraddittorio. Concludete dunque, io vi dirò, che la materia agisce da sé, e
cessate di affannarvi a ragionare sul vostro motore spirituale che non ha niente
di ciò che occorre per metterla in azione. Rientrate dalle vostre inutili
evasioni; ritornate da un mondo immaginario al mondo reale; attenetevi alle
«cause seconde»; lasciate ai teologi la loro «causa prima» di cui la natura non
ha bisogno per produrre tutti gli effetti che vedete.
41) Altre prove che il movimento è nell'essenza della materia e che,
quindi, non è necessario supporre un motore spirituale
Soltanto in conseguenza della diversità delle impressioni o degli effetti che
le sostanze producono su di noi, siamo in grado di sentirle, di averne
percezioni e idee, di distinguerle le une dalle altre, di assegnar loro delle
proprietà. Ora, per percepire o sentire un oggetto, bisogna che esso agisca sui
nostri organi; esso non può agire su di noi senza suscitare qualche movimento in
noi; non può produrre in noi tale movimento se non è in movimento esso stesso.
Perché io veda un oggetto, è necessario che i miei occhi ne siano affetti: non
posso concepire la luce e la visione senza un movimento nel corpo luminoso,
esteso, colorato, che si comunichi al mio occhio o agisca sulla mia rètina.
Perché io senta l'odore di un corpo, è necessario che il mio odorato sia
irritato o messo in moto dalle particelle che si effondono da un corpo odoroso.
Perché io oda un suono, è necessario che il timpano del mio orecchio sia colpito
dall'aria messa in moto da un corpo sonoro che non agirebbe affatto se esso
stesso non fosse mosso. Ne consegue evidentemente che, senza movimento, non
posso né sentire, né percepire, né distinguere, né confrontare, né giudicare i
corpi, né, addirittura, esercitare il mio pensiero su un argomento
qualsiasi.
Dicono gli Scolastici che «l'essenza di un essere è ciò da cui derivano tutte
le proprietà dell'essere». Ora, è evidente che tutte le proprietà dei corpi o
delle sostanze sulle quali abbiamo qualche idea sono dovute al movimento, il
solo che ci avverta della loro esistenza e ce ne dia i primi concetti. Io non
posso essere avvertito o reso certo della mia propria esistenza che dai
movimenti che provo al mio interno. Sono dunque costretto a concludere che il
movimento è essenziale alla materia non meno che l'estensione, e che non si può
concepire materia senza movimento.
Se ci si ostina a cavillare sulle prove evidenti che ci indicano che il
movimento è essenziale e proprio ad ogni materia, non si potrà almeno rifiutare
di ammettere che certe sostanze che sembrano morte o prive di ogni energia
acquistano spontaneamente il movimento appena vengono messe in grado di agire le
une sulle altre. Il piroforo, che, chiuso in una bottiglia o privo di contatto
con l'aria, non può infiammarsi, non si accende appena lo si espone all'aria? La
farina e l'acqua non entrano in fermentazione appena vengono mescolate? Così,
sostanze morte generano da sé il movimento. La materia ha dunque il potere di
muoversi; e la natura, per agire, non ha bisogno d'un motore che, per l'essenza
stessa che gli si attribuisce, non sarebbe in grado di fare alcunché.
42) L'esistenza dell'uomo non dimostra affatto l'esistenza di
Dio
Donde viene l'uomo? Qual è la sua prima origine? È il risultato dell'accozzo
casuale di atomi? Il primo uomo è uscito già compiuto dal fango terrestre? Non
lo so. L'uomo mi sembra una produzione della natura, come tutte le altre che
essa contiene. Io sarei egualmente imbarazzato se dovessi dirvi la provenienza
delle prime pietre, dei primi alberi, dei primi leoni, dei primi elefanti, delle
prime formiche, delle prime ghiande ecc., quanto lo sono nello spiegarvi
l'origine della specie umana.
«Riconoscete», ci gridano senza posa, «la mano di Dio, di un artigiano
infinitamente intelligente e potente, in un prodotto così meraviglioso com'è la
macchina umana». Io non avrei difficoltà a riconoscere che la macchina umana mi
sembra sorprendente. Ma, dal momento che l'uomo esiste nella natura, non mi
credo in diritto di dire che la sua formazione è al di sopra delle forze della
natura. Aggiungerò che riuscirò assai meno a capire la formazione della macchina
umana quando, per spiegarmela, mi si dirà che un puro spirito, che non ha occhi
né piedi né testa né polmoni né bocca né fiato, ha fatto l'uomo prendendo un po'
di fango e soffiandoci sopra.
I selvaggi che abitano il Paraguay si considerano discendenti dalla Luna, e
li consideriamo degli imbecilli. I teologi europei si considerano discendenti da
un puro spirito. Questa pretesa è molto più ragionevole?
L'uomo è intelligente; e se ne trae la conclusione che non può essere che
l'opera di un essere intelligente, non di una natura priva d'intelligenza.
Sebbene nulla sia più raro che vedere l'uomo far uso di questa intelligenza di
cui appare così orgoglioso, ammetterò che è intelligente, che i suoi bisogni
sviluppano questa sua facoltà, che il vivere in società con gli altri uomini
contribuisce soprattutto a perfezionarla. Ma nella macchina umana e
nell'intelligenza di cui essa è dotata io non vedo nulla che denoti in modo ben
preciso l'intelligenza infinita dell'artigiano al quale se ne attribuisce il
merito. Vedo che questa macchina ammirevole è soggetta a guastarsi; vedo che, in
tal caso, la sua meravigliosa intelligenza è turbata e qualche volta sparisce
del tutto. Ne concludo che l'intelligenza umana dipende da una certa
disposizione degli organi materiali del corpo, e che il sostenere che Dio
dev'essere intelligente perché l'uomo è intelligente, ci autorizzerebbe con pari
diritto a sostenere che Dio è materiale perché l'uomo è materiale.
L'intelligenza dell'uomo non dimostra l'intelligenza di Dio più di quanto la
malvagità dell'uomo non dimostri la malvagità di quel Dio di cui si pretende che
l'uomo sia una creatura. Da qualsiasi lato la teologia affronti la questione,
Dio sarà sempre una causa contraddetta dai suoi effetti, o di cui è impossibile
dare un giudizio in base alle sue opere. Vedremo sempre scaturire il male, le
imperfezioni, le follìe da una causa che ci dicono piena di bontà, di
perfezioni, di saggezza.
43) E tuttavia né l'uomo né l'universo sono minimamente effetti del
caso
«Così», direte, «ecco che l'uomo intelligente, al pari dell'universo e di
tutto ciò che esso contiene, è effetto del caso!». No, vi ripeterò,
l'universo non è per niente un effetto: è la causa di tutti gli effetti;
tutti gli esseri che esso racchiude in sé sono effetti necessari di questa
causa, che talvolta ci mostra il suo modo di agire, ma che molto più spesso ci
tiene nascosti i suoi procedimenti. Gli uomini si servono della parola «caso»
per celare l'ignoranza delle vere cause, in cui essi si trovano: tuttavia, pur
ignorate dagli uomini, tali cause non mancano di agire in base a leggi certe.
Non vi sono effetti senza cause.
La natura è una parola di cui ci serviamo per designare l'insieme immenso
degli esseri, delle sostanze diverse, delle infinite combinazioni, dei vari
movimenti dei quali i nostri occhi sono testimoni. Tutti i corpi, organici o
inorganici, sono i risultati necessari di determinate cause destinate a produrre
necessariamente gli effetti che vediamo. Niente, nella natura, può avvenire a
caso; tutto consegue da leggi fisse; tali leggi non sono che il legame
necessario di certi effetti con le loro cause. Un atomo di materia non incontra
fortuitamente o «per caso» un altro atomo; questo incontro è dovuto a leggi
costanti, che fanno sì che ogni essere agisca necessariamente come agisce, e non
possa agire altrimenti in determinate circostanze. Parlare di «concorso fortuito
di atomi», o attribuire alcuni effetti al «caso», equivale a non dire
nient'altro che ignoriamo le leggi in base alle quali i corpi agiscono, si
incontrano, si combinano o si separano.
Tutto avviene «a caso» per coloro che non conoscono la natura, le proprietà
degli esseri e gli effetti che devono necessariamente risultare dal concorso di
certe cause. Non è affatto il caso che ha posto il sole al centro del nostro
sistema planetario: è che, per la sua essenza stessa, la sostanza di cui il sole
è composto deve occupare quel luogo, e di là effondersi poi per vivificare gli
esseri che abitano i pianeti.
44) L'ordine dell'universo non prova nemmeno l'esistenza d'un
Dio
Gli adoratori di un Dio trovano soprattutto nell'ordine dell'universo una
prova invincibile dell'esistenza di un essere intelligente e saggio che lo
governa. Ma quest'ordine non è che un séguito di movimenti necessariamente
prodotti da cause o da circostanze che sono talora favorevoli a noi, talaltra
contrarie: noi approviamo le une e ci lamentiamo delle altre.
La natura segue costantemente lo stesso cammino: vale a dire che le stesse
cause producono gli stessi effetti, fin tanto che la loro azione non sia
modificata da altre cause che costringono le prime a produrre effetti diversi.
Quando le cause delle quali noi sperimentiamo gli effetti sono modificate, nelle
loro azioni o movimenti, da altre cause che, per il fatto di esserci ignote, non
sono meno naturali e necessarie, noi rimaniamo stupefatti, gridiamo al
«miracolo», e attribuiamo tali effetti ad una causa molto meno nota di tutte le
altre che vediamo agire sotto i nostri occhi.
L'universo è sempre in ordine; per esso, non possono esserci disordini.
Quando noi ci lamentiamo d'un disordine, è solo la nostra macchina che si trova
in stato di sofferenza. I corpi, le cause, gli esseri contenuti in questo mondo
agiscono necessariamente come li vediamo agire, sia che noi approviamo, sia che
disapproviamo i loro effetti. I terremoti, i vulcani, le inondazioni, le
epidemie, le carestie sono effetti altrettanto necessari - o altrettanto
appartenenti all'ordine della natura - quanto la caduta dei gravi, il corso dei
fiumi, i movimenti periodici dei mari, il soffiare dei venti, le piogge
fecondatrici, gli eventi favorevoli per i quali lodiamo la Provvidenza e la
ringraziamo dei suoi benefizi.
Essere meravigliati di veder regnare un determinato ordine nel mondo,
significa essere sorpresi che le stesse cause producano costantemente gli stessi
effetti. Rimanere turbati nel vedere del disordine, significa dimenticare che,
se le cause mutano o subiscono interferenze nella loro azione, gli effetti non
possono più essere gli stessi. Stupirsi alla vista di un ordine nella natura
significa stupirsi che qualcosa possa esistere: significa meravigliarsi della
propria esistenza stessa. Ciò che è ordine per un essere è disordine per un
altro. Tutti gli individui malèfici trovano che tutto è in ordine quando possono
impunemente metter tutto in disordine; trovano, al contrario, che tutto è in
disordine quando incontrano ostacoli nel compimento delle loro iniquità.
45) Continuazione
Supponendo Dio autore e motore della natura, non potrebb'esserci nessun
disordine relativamente a lui. Tutte le cause da lui create agirebbero
necessariamente in conseguenza delle proprietà, delle essenze e degli impulsi
dati da lui a tali cause. Se Dio intervenisse a mutare il corso normale delle
cose, egli non sarebbe immutabile. Se all'ordine dell'universo, nel quale si
crede di riconoscere la prova più convincente dell'esistenza di Dio, accadesse
di smentirsi, si potrebbe sospettare che Dio non esistesse o almeno accusarlo
d'incoerenza, d'impotenza, di scarsa preveggenza e saggezza nel primo
ordinamento da lui dato alle cose. Si sarebbe in diritto di accusarlo di errore
nella scelta degli agenti e dei mezzi da lui creati, preparati o messi in
azione. Insomma, se l'ordine della natura dimostrasse il potere e l'intelligenza
della divinità, il disordine dovrebbe dimostrarne la debolezza, l'incostanza,
l'irragionevolezza.
Dite che Dio è dappertutto, che riempie il tutto con la sua immensità, che
nulla accade senza di lui, che la materia non potrebbe agire senza che egli ne
fosse il motore. Ma, in questo caso, ammettete che il vostro Dio è l'autore del
disordine, che è lui a turbare la natura, che è il padre della confusione, che è
nell'uomo e muove l'uomo nel momento in cui questi pecca. Se Dio è dappertutto,
è anche in me, agisce con me, sbaglia con me, offende Dio con me, combatte con
me l'esistenza di Dio. O teologi, voi non v'intendete mai quando parlate di
Dio!
46) Un puro spirito non può essere intelligente; e adorare
un'intelligenza divina, è una chimera
Per essere quel che chiamiamo «intelligente», bisogna avere idee, pensieri,
volontà; per avere idee, pensieri, volontà, bisogna avere degli organi; per
avere degli organi, bisogna avere un corpo; per agire su altri corpi, bisogna
averne uno; per sperimentare il disordine, bisogna avere la facoltà di soffrire.
Dal che consegue con tutta chiarezza che un puro spirito non può essere
intelligente e non può reagire affettivamente a ciò che accade
nell'universo.
«L'intelligenza divina, le idee divine, i disegni divini non hanno» voi dite
«niente di comune con quelli degli uomini». Benissimo; ma, in questo caso, come
possono degli esseri umani giudicare, in senso buono o cattivo, quei disegni,
ragionare su quelle idee, ammirare quell'intelligenza? Giudicheremmo,
ammireremmo, adoreremmo ciò di cui non saremmo capaci di sapere niente. Adorare
i profondi disegni della saggezza divina non equivale a adorare ciò che non si è
in grado di giudicare? Ammirare questi stessi disegni non equivale ad ammirarli
senza sapere perché? L'ammirazione è sempre figlia dell'ignoranza. Gli uomini
ammirano e adorano soltanto ciò che non capiscono.
47) Tutte le qualità che la teologia attribuisce al suo Dio sono
contrarie all'essenza stessa che essa postula per lui
Tutte le qualità che si attribuiscono a Dio non possono in alcun modo essere
appropriate a un essere che, per la sua stessa essenza, è privo di ogni analogia
con gli esseri della specie umana. È vero che si crede di cavarsela potenziando
le qualità umane delle quali si è adornata la divinità; si ingrandiscono
all'infinito - e da questo momento non intende più nulla. Che cosa risulta da
questa combinazione dell'uomo con Dio, da questa «teantropìa»? Non ne risulta
che una chimera sulla quale non si può asserire niente che non faccia sùbito
svanire il fantasma che ci si era tanto affaccendati ad accozzare insieme.
Dante, nella sua cantica del Paradiso, racconta che la Divinità gli si
era mostrata sotto forma di tre cerchi che formavano un'iride, i cui vivaci
colori si generavano gli uni dagli altri; ma, avendo voluto fissare con lo
sguardo la sua luce abbagliante, il poeta non vide più nient'altro che la sua
propria immagine. Adorando Dio, l'uomo adora se stesso.
48) Continuazione
La più tenue riflessione non dovrebbe bastare per dimostrarci che Dio non può
avere alcuna delle qualità, delle virtù o delle perfezioni umane? Le nostre
virtù e perfezioni sono conseguenze di modifiche del nostro temperamento. Dio ha
dunque un temperamento come noi? Le nostre buone qualità sono delle disposizioni
relative agli esseri coi quali viviamo in società. Dio, secondo voi, è un essere
isolato; Dio non ha nessuno che gli assomigli; Dio non vive in società; Dio non
ha bisogno di alcuno: gode una felicità che niente può alterare. Ammettete
dunque, in base ai vostri stessi princìpi, che Dio non può avere quelle che noi
chiamiamo virtù, e che gli uomini non possono essere virtuosi a suo
giudizio.
49) È assurdo dire che la specie umana è l'oggetto e il fine della
creazione
L'uomo, invaghito dei propri meriti, s'immagina che, nella formazione
dell'universo, Dio si sia proposto come oggetto e come scopo soltanto la specie
umana. Su quale base l'uomo appoggia questa opinione così lusinghiera? Ci
dicono: sul fatto che l'uomo è il solo essere dotato di un'intelligenza che lo
mette in grado di conoscere la divinità e di renderle omaggi degni di lei. Ci
assicurano che Dio ha creato il mondo soltanto per la sua propria gloria, e che
la specie umana dovette far parte del suo progetto, affinché ci fosse qualcuno
in grado di ammirare le sue opere e di glorificarlo per esse. Ma se Dio ha avuto
questo intendimento, non è chiaramente fallito nel suo scopo? - 1) L'uomo,
secondo voi stessi, si troverà sempre nella più completa impossibilità di
conoscere il proprio Dio, e nell'ignoranza più invincibile della sua essenza
divina. - 2) Un essere che non ha eguali non può essere oggetto di gloria; la
gloria non può risultare che dal confronto della sua eccellenza con quella degli
altri. - 3) Se Dio è di per sé infinitamente beato, se basta a se stesso, che
bisogno ha degli omaggi delle sue deboli creature? - 4) Dio, nonostante tutto il
suo darsi da fare, non si sente affatto glorificato: al contrario, tutte le
religioni del mondo ce lo presentano come perpetuamente offeso; esse si
propongono, tutte, di riconciliare l'uomo peccatore, ingrato e ribelle col suo
Dio corrucciato.
50) Dio non è fatto per l'uomo, né l'uomo per Dio
Se Dio è infinito, è ancor meno fatto per l'uomo di quanto l'uomo sia fatto
per le formiche. Le formiche d'un giardino ragionerebbero assennatamente sul
conto del giardiniere se si proponessero di occuparsi delle sue intenzioni, dei
suoi desideri, dei suoi progetti? Avrebbero còlto nel segno se pretendessero che
il parco di Versailles non sia stato piantato che per esse, e che la bontà d'un
monarca amante del fasto non abbia avuto per scopo che di dar loro un alloggio
magnifico? Ma, secondo la teologia, l'uomo è, in confronto a Dio, molto al di
sotto di quanto l'insetto più insignificante sia in confronto all'uomo. Quindi,
per confessione della teologia stessa, la teologia, che non cessa di occuparsi
degli attributi e dei disegni della divinità, è la più assoluta follìa.
51) Non è vero che lo scopo della formazione dell'universo sia di rendere
felice l'uomo
Si vuole che, formando l'universo, Dio non abbia avuto altro scopo che di
rendere felice l'uomo. Ma, in un mondo fatto apposta per lui e governato da un
Dio onnipotente, l'uomo è effettivamente felice? I suoi godimenti sono durevoli?
I suoi piaceri non sono misti a dolori? C'è molta gente soddisfatta della
propria sorte? Il genere umano non è la vittima perpetua di mali fisici e
morali? Questa macchina umana, che ci viene additata come un capolavoro
dell'industria del creatore, non si guasta in mille modi? Rimarremmo ammirati
dell'abilità d'un artigiano che ci facesse vedere una macchina complicata,
pronta a incepparsi ad ogni istante, e destinata, dopo qualche tempo, a
frantumarsi da sé?
52) Quella che si chiama Provvidenza è solo una parola priva di
senso
Si chiama «Provvidenza» la cura generosa che la Divinità dimostra provvedendo
ai bisogni e vegliando per la felicità delle sue amate creature. Ma, appena si
aprono gli occhi, si trova che Dio non provvede a nulla. La Provvidenza dorme
riguardo alla parte più numerosa degli abitatori di questo mondo. Di contro a un
piccolissimo numero di uomini che supponiamo felici, quale folla immensa di
sventurati gemono sotto l'oppressione e languiscono nella miseria! Non vediamo
interi popoli costretti a strapparsi il pane di bocca per alimentare le
stravaganze di alcuni cupi tiranni, i quali non sono più felici degli schiavi
che essi schiacciano?
Nel momento stesso in cui i nostri maestri ci sciorinano con enfasi gli atti
di bontà della Provvidenza, nel momento in cui ci esortano a riporre in lei la
nostra fiducia, li udiamo proclamare, dinanzi a catastrofi impreviste, che «la
Provvidenza si prende gioco dei vani progetti degli uomini», che manda all'aria
i loro propositi, che si ride dei loro sforzi, che la sua profonda saggezza si
compiace di sconcertare le menti dei mortali! Ma come riporre fiducia in una
Provvidenza maligna che si beffa, che si prende gioco del genere umano? Come si
pretende che io ammiri i procedimenti ignoti di una sapienza arcana, il cui modo
d'agire è per me inesplicabile? «Giudicatela dai suoi effetti», direte: è
proprio da quelli che io la giudico, e trovo che codesti effetti sono talvolta
utili per me, talvolta dolorosi.
Credono di giustificare la Provvidenza dicendo che in questo mondo ci sono
più beni che mali per ciascuno degli individui della specie umana. Anche
ammettendo che i beni che codesta Provvidenza ci fa godere siano agguagliabili a
cento, e i mali a dieci, ne risulterà sempre che, di contro a cento gradi di
bontà, la Provvidenza possiede un decimo di malvagità: il che è incompatibile
con la perfezione che le si attribuisce.
Tutti i libri son pieni degli elogi più lusinghieri della Provvidenza, della
quale si vantano le premurose cure. Sembrerebbe che, per vivere felice quaggiù,
l'uomo non avrebbe alcun bisogno di darsi da fare. Eppure, senza il proprio
lavoro, l'uomo rimarrebbe in vita appena un giorno. Per vivere, lo vedo
costretto a sudare, a lavorar la terra, a cacciare, pescare, affaccendarsi senza
posa; senza queste cause seconde, le cause prime (almeno nella maggior parte dei
paesi) non provvederebbero ad alcuno dei suoi bisogni. Se rivolgo lo sguardo a
tutte le parti del nostro globo, vedo l'uomo selvaggio e l'uomo civile in lotta
perpetua con la Provvidenza. L'uomo è costretto a parare i colpi che la
Provvidenza gli sferra mediante gli uragani, le tempeste, il gelo, la grandine,
le alluvioni, le siccità, i vari incidenti che rendono così spesso inutili tutti
questi lavori. In una parola, vedo la razza umana continuamente all'opera per
salvarsi dai brutti tiri di questa Provvidenza che dicono impegnata nel
prendersi cura della sua felicità.
Un bigotto ammirava la divina Provvidenza per aver fatto passare saggiamente
dei fiumi dovunque gli uomini hanno costruito grandi città. Il modo di ragionare
di costui è altrettanto insensato quanto quello di tanti dotti che non cessano
di parlarci di «cause finali», o pretendono di scorgere chiaramente i benèfici
disegni di Dio nella formazione delle cose.
53) Questa presunta Provvidenza è meno occupata a conservare il mondo che
a metterlo in disordine, è meno amica che nemica dell'uomo
Possiamo dunque dire che la divina Provvidenza si manifesti in un modo ben
chiaro nel conservare le ammirevoli opere che costituirebbero il suo titolo
d'onore? Se è lei che governa il mondo, noi la scorgiamo altrettanto occupata a
distruggere quanto a creare, ad annientare quanto a produrre. Non fa perire ad
ogni istante, a migliaia, quegli stessi uomini alla conservazione e al benessere
dei quali si suppone che sia continuamente attenta? Ogni momento essa perde di
vista la sua creatura prediletta: ora distrugge la sua casa, ora devasta le sue
messi, ora invade con le acque i suoi campi, ora li rende sterili con un'ardente
siccità. Arma la natura tutta quanta contro l'uomo; arma l'uomo stesso contro la
propria specie; quasi sempre finisce col farlo morire tra le sofferenze. È
questo, dunque, che si chiama «conservare l'universo»?
Se si indagasse senza preconcetti la condotta ambigua della Provvidenza verso
la specie umana e tutti gli esseri sensibili, si troverebbe che, ben lungi dal
somigliare ad una madre tenera e premurosa, essa somiglia piuttosto a quelle
madri snaturate che, dimenticando sùbito i frutti sventurati dei loro lùbrici
amori, abbandonano i loro figli appena nati, e, credendo che basti averli messi
al mondo, li espongono privi di soccorso ai capricci della sorte.
Gli Ottentotti, molto più saggi, in questo, di altri popoli che li trattano
come barbari, rifiutano, si dice, di adorare Dio, perché, «se fa spesso del
bene, fa spesso del male». Questo ragionamento non è forse più giusto e più
conforme all'esperienza di quello di tanti uomini che si ostinano a vedere nel
loro Dio nient'altro che bontà, saggezza, preveggenza, e si rifiutano di vedere
che i mali innumerevoli di cui questo mondo è la sede devono giungere dalla
stessa mano che essi baciano con ardore?
54) No, il mondo non è affatto governato da un essere
intelligente
La logica del buon senso c'insegna che una causa può e deve essere giudicata
soltanto in base ai suoi effetti. Una causa può essere reputata costantemente
buona solo quando produce costantemente effetti buoni, utili, piacevoli. Una
causa che produce ora del bene, ora del male è una causa talvolta buona,
talvolta cattiva. Ma la logica della teologia viene a distruggere tutte queste
deduzioni. Per essa, i fenomeni naturali o gli effetti che vediamo in questo
mondo ci dimostrano l'esistenza di una causa infinitamente buona, e questa causa
è Dio. Sebbene questo mondo sia pieno di mali, sebbene il disordine vi regni
spessissimo, sebbene gli uomini gemano continuamente per la mala sorte che li
opprime, noi dobbiamo esser convinti che questi effetti sono dovuti ad una causa
benefica e immutabile. E molti lo credono, o fingono di crederlo!
Tutto ciò che avviene nel mondo ci mostra, nel modo più chiaro, che esso non
è governato da un essere intelligente. Noi non possiamo giudicare l'intelligenza
di un essere che in base alla conformità dei mezzi da lui usati per giungere al
fine a cui mira. Il fine di Dio, dicono, è la felicità della nostra specie:
eppure una stessa Necessità determina la sorte di tutti gli esseri sensibili, i
quali non nascono che per soffrire molto, godere poco e morire. La coppa
dell'uomo è piena di un misto di gioia e di amarezza; dappertutto c'è il bene,
ma, accanto, il male; all'ordine sottentra il disordine; la generazione è
seguita dalla distruzione. Se mi dite che i disegni di Dio sono dei misteri e
che le sue vie non si possono discernere, vi risponderò che, in questo caso, mi
è impossibile giudicare se Dio è intelligente.
55) Dio non può essere considerato immutabile
Voi pretendete che Dio sia immutabile! Ma cos'è che produce una continua
instabilità in questo mondo, che per voi è il suo regno? Esiste uno Stato
soggetto a rivolgimenti più frequenti e più crudeli di quello su cui regna
questo monarca ignoto? Come attribuire a un Dio immutabile, dotato di potenza
sufficiente per dar solidità alle proprie opere, il governo d'una natura in cui
tutto è un continuo cangiarsi? Se devo credere a un Dio dotato di costanza per
tutto ciò che riguarda gli effetti vantaggiosi alla specie umana, quale Dio
posso scorgere nelle disgrazie continue dalle quali la mia specie è oppressa?
Voi mi dite che sono i nostri peccati che lo costringono a punirci; io vi
risponderò che dunque, secondo ciò che voi stessi ammettete, Dio non è per
niente immutabile, poiché i peccati degli uomini lo costringono a cambiar
condotta verso di loro. Un essere che ora s'irrita e ora si placa, può serbarsi
costantemente identico a se stesso?
56) I mali e i beni sono effetti necessari di cause naturali; che cos'è
un Dio che non può arrecarvi alcun mutamento?
L'universo non è altro che quello che può essere. Tutti gli esseri sensibili
vi godono e vi soffrono, cioè subiscono movimenti che talvolta recano loro
piacere, talaltra dolore. Questi effetti sono necessari: essi risultano
necessariamente da cause che agiscono secondo le loro proprietà. Tali effetti mi
piacciono o mi spiacciono necessariamente in conseguenza della mia particolare
natura. Questa stessa natura mi costringe a evitare, ad allontanare, a
combattere gli uni; a cercare, a desiderare, a procurarmi gli altri. In un mondo
in cui tutto è retto dalla necessità, un Dio che non rimedia a nulla, che lascia
andare le cose secondo il loro corso inevitabile, che è se non il «Destino»,
ossia la necessità personificata? È un Dio sordo, che non può apportare alcun
mutamento a leggi generali a cui egli medesimo è sottomesso. Che m'importa la
potenza infinita di un essere che non vuol fare che pochissime cose in mio
favore? Dov'è la bontà infinita di un essere indifferente alla mia felicità? A
che mi serve la benevolenza di un essere che, potendo farmi un bene infinito,
non me ne fa nemmeno uno finito?
57) Vanità delle consolazioni teologiche contro i mali di questa vita. La
speranza d'un paradiso, d'una vita futura, non è che immaginaria
Quando chiediamo perché, sotto un Dio buono, si trovano tanti infelici, ci
consolano dicendo che il mondo attuale non è che un passaggio destinato a
condurre l'uomo a un mondo più felice. Ci assicurano che la terra sulla quale
viviamo è un soggiorno per metterci alla prova. Infine, ci tappano la bocca
dicendo che Dio non ha potuto comunicare alle sue creature né l'impassibilità né
una felicità infinita, riservate a lui solo. Come accontentarsi di queste
risposte? - 1) L'esistenza di un'altra vita non ha per garante null'altro che
l'immaginazione degli uomini, i quali, supponendola, hanno semplicemente
realizzato il loro desiderio di sopravvivere a se stessi, allo scopo di godere
in séguito una felicità più durevole e più pura di quella di cui godono
attualmente. - 2) Come si può concepire che un Dio che sa tutto, e che deve
conoscere a fondo il carattere morale delle sue creature, abbia ancora bisogno
di metterlo tanto alla prova per esserne sicuro? - 3) Secondo i calcoli dei
nostri cronologi, la terra che abitiamo esiste da sei o settemila anni; da
allora, i popoli hanno, sotto diverse forme, provato senza posa traversìe e
calamità strazianti; la storia ci mostra la specie umana tormentata e desolata
in ogni epoca da tiranni, conquistatori, eroi, da guerre, alluvioni, carestie,
epidemie ecc. Prove così lunghe sono tali da ispirarci una grande fiducia nei
disegni misteriosi della divinità? Tanti mali, sempre susseguentisi, ci danno
un'alta idea della sorte futura che la sua bontà ci prepara? - 4) Se Dio è così
ben disposto verso gli uomini come ci assicurano, non avrebbe potuto, pur senza
darci una felicità infinita, elargirci almeno quel grado di felicità che gli
esseri finiti sono capaci di godere in questo mondo? Per essere felici, abbiamo
addirittura bisogno d'una felicità infinita e divina? - 5) Se Dio non ha potuto
rendere gli uomini più felici di quanto non siano quaggiù, che cosa diventerà la
speranza di un «paradiso» nel quale si sostiene che gli eletti gioiranno in
eterno di una felicità ineffabile? Se Dio non ha potuto né voluto escludere il
male dalla terra (il solo soggiorno che noi possiamo conoscere), quale motivo
avremmo di supporre che egli potrà o vorrà escludere il male da un altro mondo
del quale non abbiamo alcuna idea?
Sono più di duemila anni che, come riferisce Lattanzio, il savio Epicuro ha
detto: «O Dio vuole impedire il male, e non può ottenerlo; o lo può, e non lo
vuole; o non lo vuole né lo può; o lo vuole e lo può. Se lo vuole senza poterlo,
è impotente; se lo può e non lo vuole, avrebbe una malvagità che non dobbiamo
attribuirgli; se non lo può né lo vuole, sarebbe, insieme, impotente e malvagio,
e quindi non sarebbe Dio; se lo vuole e lo può, donde viene dunque il male, e
perché Dio non lo impedisce?». Da più di duemila anni le persone sensate
aspettano una soluzione ragionevole di queste difficoltà; e i nostri sapienti
c'insegnano che esse saranno rimosse soltanto nella vita futura!
58) Altra fantasticheria non meno romanzesca
Ci parlano di una pretesa «scala degli esseri»: si suppone che Dio abbia
raggruppato le sue creature in classi differenti, nelle quali ciascuna gode il
grado di felicità che le è possibile. Secondo questa costruzione romanzesca,
dall'ostrica fino agli angeli del cielo, tutti gli esseri godono un bene che è
loro peculiare. L'esperienza contraddice nettamente questa sublime fantasia. Nel
mondo in cui ci troviamo, vediamo tutti gli esseri senzienti soffrire e vivere
insidiati da pericoli. L'uomo non può camminare senza ferire, tormentare,
schiacciare una moltitudine di esseri sensibili che si trovano sul suo cammino;
e nel frattempo egli stesso, ad ogni passo, è esposto a una folla di mali
previsti o imprevisti che possono condurlo all'annientamento. L'idea stessa
della morte non basta a turbarlo in mezzo ai piaceri più vivi? Durante tutto il
corso della vita, è in preda ad afflizioni. Nemmeno per un momento egli è sicuro
di conservare la propria vita, alla quale lo vediamo così fortemente attaccato,
e che egli considera come il più gran dono della Divinità.
59) Invano la teologia si sforza di liberare il proprio Dio dai difetti
dell'uomo: o questo Dio non è libero, o è più cattivo che buono
«Il mondo», si dirà, «ha tutta la perfezione di cui era suscettibile; proprio
perché il mondo non era Dio che lo ha creato, non poteva non avere, accanto a
grandi qualità, grandi difetti». Ma noi risponderemo che, se era inevitabile che
il mondo avesse grandi difetti, sarebbe stato più conforme alla natura di un Dio
buono non creare affatto un mondo che egli non poteva rendere completamente
felice. Se Dio, il quale, a vostro giudizio, era sovranamente beato prima della
creazione del mondo, poteva continuare ad essere sovranamente beato senza
crearlo, perché non è rimasto in riposo? Perché è necessario che l'uomo soffra?
Perché è necessario che l'uomo esista? Che importa a Dio la sua esistenza? Non
importa nulla o importa qualcosa? Se la sua esistenza non gli è affatto utile o
necessaria, perché non l'ha lasciato nel nulla? Se la sua esistenza è necessaria
alla sua gloria, egli aveva dunque bisogno dell'uomo; gli mancava qualcosa prima
che l'uomo esistesse! Si può perdonare ad un artigiano inabile di aver fatto un
lavoro imperfetto, poiché bisogna che egli lavori, bene o male, se non vuol
morire di fame. Quell'artigiano è scusabile: il vostro Dio non lo è affatto.
Secondo voi, Dio è autosufficiente; allora, perché crea degli uomini? Ha,
secondo voi, tutto il necessario per rendere felici gli uomini; perché, dunque,
non li fa felici? Dovrete concludere che il vostro Dio ha più malvagità che
bontà, a meno che non ammettiate che Dio è stato costretto a fare ciò che ha
fatto, senza poter fare altrimenti. Eppure, ci assicurate che il vostro Dio è
libero; dite anche che è immutabile, anche se ha incominciato e cesserà in un
dato tempo l'esercizio della sua potenza, come tutti gli esseri mutevoli di
questo mondo. O teologi! Avete fatto vani sforzi per liberare il vostro Dio da
tutti i difetti dell'uomo: a codesto Dio così perfetto è sempre rimasta «una
sporgenza dell'orecchio» umano.
60) Non si può credere a una Provvidenza divina, a un Dio infinitamente
buono e onnipotente
«Dio non è depositario dei propri favori? Non è in diritto di disporre del
bene che egli fa alle creature? Non può, questo bene, riprenderselo? La sua
creatura non ha alcun diritto di chiedergli ragione della sua condotta; egli può
disporre a suo piacimento del prodotto delle sue mani. Sovrano assoluto dei
mortali, egli distribuisce la felicità o l'infelicità come a lui aggrada». Ecco
le risposte che i teologi ci dànno, per consolarci dei mali che Dio ci fa. Noi
replicheremo che un Dio che fosse infinitamente buono non sarebbe affatto
«depositario dei propri favori», ma, per la sua stessa natura, sarebbe obbligato
a elargirli alle sue creature. Replicheremo che un essere realmente benèfico non
si crede in diritto di astenersi dal fare il bene. Replicheremo che un essere
realmente generoso non si riprende ciò che ha donato, e che ogni uomo che si
comportasse così, non potrebbe pretendere alcuna riconoscenza, né sarebbe in
diritto di lagnarsi di essersi attirato ingratitudine.
Come conciliare la condotta arbitraria e bizzarra che i teologi attribuiscono
a Dio con la religione che presuppone un patto o degli impegni reciproci fra
codesto Dio e gli uomini? Se Dio non deve niente alle sue creature, esse dal
canto loro non devono niente al loro Dio. Ogni religione è basata sulla felicità
che gli uomini si ritengono autorizzati ad attendere dalla Divinità; si suppone
che essa dica loro: «Amatemi, adoratemi, obbeditemi, ed io vi renderò felici».
Gli uomini dal canto loro le dicono: «Rendici felici, sii fedele alle tue
promesse, e noi ti ameremo, ti adoreremo, obbediremo alle tue leggi».
Trascurando la felicità delle sue creature, distribuendo a capriccio i propri
favori e le proprie grazie, riprendendosi i propri doni, Dio non rompe forse il
patto che serve di base ad ogni religione?
Cicerone ha detto giustamente che «se Dio non si rende amabile all'uomo, non
può essere il suo Dio». La bontà è l'essenza della Divinità. Tale bontà può
rivelarsi all'uomo solo attraverso i beni che egli riceve; basta che egli sia
infelice, e codesta bontà scompare e fa scomparire nello stesso tempo la
Divinità. Una bontà infinita non può essere né parziale, né esclusiva. Se Dio è
infinitamente buono, deve elargire la felicità a tutte le sue creature; un solo
essere infelice basterebbe per annullare una bontà sconfinata. Sotto un Dio
infinitamente buono e potente, è mai possibile concepire che un sol uomo possa
soffrire? Un animale, il più piccolo essere vivente, che soffrono, forniscono
argomenti inconfutabili contro la divina Provvidenza e la sua infinita
bontà.
61) Continuazione
Secondo i teologi, le afflizioni e i mali di questa vita sono castighi che
gli uomini colpevoli si attirano da parte della Divinità. Ma perché gli uomini
sono colpevoli? Se Dio è onnipotente, dire «Tutto in questo mondo si mantenga in
ordine, tutti i miei sudditi siano buoni, innocenti, fortunati» gli costa di più
che dire «Tutto esista»? Sarebbe stato più difficile per un tal Dio far bene la
sua opera, che farla così male? C'era più distanza dalla non-esistenza degli
esseri ad una loro esistenza saggia e felice, che dalla loro non-esistenza ad
una loro esistenza insensata e miserabile?
La religione ci parla d'un «inferno», cioè d'una dimora spaventosa nella
quale, nonostante la sua bontà, Dio riserva tormenti infiniti alla maggioranza
degli uomini. Così, dopo aver reso i mortali infelicissimi in questo mondo, la
religione fa intraveder loro che Dio potrà renderli ancor più infelici in un
altro mondo! Se la sbrigano dicendo che, in quel caso, la bontà di Dio cederà
dinanzi alla sua giustizia. Ma una bontà che cede dinanzi alla crudeltà più
terribile non è una bontà infinita. D'altronde, un Dio che, dopo essere stato
infinitamente buono, diviene infinitamente malvagio, può essere considerato come
un essere immutabile? Un Dio pieno di furore implacabile è un Dio nel quale si
possa ritrovare l'ombra della clemenza o della bontà?
62) La teologia fa del proprio Dio un mostro di sragionevolezza, di
ingiustizia, di malvagità e di atrocità, un essere sommamente odioso
La giustizia divina, quale la dipingono i nostri teologi, è davvero una
qualità molto adatta a farci amare Dio! Secondo gli insegnamenti della teologia
moderna, sembra evidente che Dio abbia creato il maggior numero di uomini solo
allo scopo di metterli a rischio di esser condannati a eterni supplizi. Non
sarebbe stato dunque più conforme alla bontà, alla ragionevolezza, all'equità,
creare solamente delle pietre o delle piante, e nessun essere sensibile, anziché
dar vita a uomini la cui condotta in questo mondo poteva procurar loro,
nell'aldilà, castighi senza fine? Un Dio sufficientemente perfido e malvagio da
creare anche un solo uomo, e da lasciarlo poi esposto al pericolo di dannarsi,
non può essere considerato come un essere perfetto, ma come un mostro di
sragionevolezza, di ingiustizia, di malvagità e di atrocità. Lungi dall'ideare
un Dio perfetto, i teologi hanno escogitato il più imperfetto degli esseri.
Secondo i dettami della teologia, Dio somiglierebbe a un tiranno che, dopo
aver fatto accecare i più dei suoi schiavi, li rinchiudesse in un'oscura
prigione e, per divertimento, li osservasse, senza esser visto, attraverso una
feritoia, in modo da cogliere l'occasione di punire crudelmente tutti quelli
che, movendosi, si urtassero gli uni con gli altri: ricompensasse, invece, con
munificenza i pochi a cui aveva lasciato la vista, riconoscendo loro il merito
di essere stati così bravi da evitare di scontrarsi coi loro compagni. Tale è la
raffigurazione della Divinità che il dogma della «predestinazione gratuita» ci
suggerisce!
Benché gli uomini si affannino a ripetere che il loro Dio è infinitamente
buono, è evidente che, in fondo al cuore, non possono crederci affatto. Come
amare quel che non si conosce? Come amare un essere la cui immagine non serve ad
altro che a gettarci nell'inquietudine e nell'angoscia? Come amare un essere di
cui tutto ciò che si dice contribuisce a darci una raffigurazione sommamente
odiosa?
63) Ogni religione si sforza d'ispirare un timore vile e insensato della
Divinità
Molti ci insegnano una distinzione sottile tra la vera religione e la
superstizione. Ci dicono che la seconda non è che un timore vile e
insensato della Divinità; che l'uomo veramente religioso ha fiducia nel suo Dio
e lo ama sinceramente, mentre il superstizioso non vede in lui che un nemico,
non ha in lui alcuna fiducia, se lo immagina come un tiranno sospettoso,
crudele, restìo ad elargire i suoi benefìci, pronto a infliggere castighi. Ma,
in fondo, ogni religione non ci dà questa stessa raffigurazione di Dio? Nello
stesso tempo in cui ci dicono che Dio è infinitamente buono, non ci ripetono
senza tregua che egli s'irrita facilissimamente, che non elargisce i suoi favori
se non a pochi, che punisce con furore quelli ai quali non si è compiaciuto di
mostrare la propria benevolenza?
64) Non c'è vera differenza tra la religione e la più cupa e servile
superstizione
Se ricaviamo il nostro concetto di Dio dalla natura delle cose in cui
troviamo un misto di beni e di mali, questo Dio, stando al bene e al male che
proveremo, dovrà logicamente apparirci capriccioso, incostante, ora buono, ora
cattivo; e, per ciò stesso, invece di suscitare il nostro amore, dovrà far
sorgere nei nostri cuori la diffidenza, la paura, l'insicurezza. Non c'è dunque
alcuna vera differenza tra la religione naturale e la superstizione più cupa e
servile. Se il teista non vede Dio che dal lato buono, il superstizioso lo vede
dal lato più ripugnante. La follia dell'uno è lieta, la follia dell'altro è
lugubre, ma tutti e due sono egualmente deliranti.
65) In base alle idee che la teologia ci fornisce sulla Divinità, amare
Dio è impossibile
Se attingo il mio concetto di Dio dalla teologia, Dio mi si mostra con le
caratteristiche più adatte a stornare l'amore. I devoti che ci dicono di amare
sinceramente il loro Dio sono o dei bugiardi o dei pazzi che vedono Dio solo
unilateralmente. È impossibile amare un essere il cui concetto non è adatto che
a suscitare il terrore, i cui giudizi fanno fremere. Come pensare senza angoscia
a un Dio che riteniamo tanto barbaro da poterci dannare?
Non ci si venga a parlare di un timore «filiale» o rispettoso e commisto di
amore, che gli uomini dovrebbero avere per il loro Dio. Un figlio non può in
alcun modo amare suo padre se lo sa tanto crudele da infliggergli dei supplizi
raffinati allo scopo di punirlo delle più lievi mancanze che egli possa aver
commesso. Nessun uomo al mondo può avere la minima scintilla d'amore per un Dio
che riserba al novantanove per cento dei suoi figli punizioni infinite per
durata e per ferocia.
66) Inventando il dogma dell'eternità delle pene infernali, i teologi
hanno fatto del loro Dio un essere detestabile, più malvagio del più malvagio
tra gli uomini, un tiranno perverso, crudele senza alcuno scopo e per mero suo
piacere
Gli inventori del dogma dell'eternità delle pene dell'inferno hanno fatto di
quel Dio che essi dicono così buono il più detestabile degli esseri. La
crudeltà, negli uomini, è il risultato estremo della malvagità. Non esiste un
animo sensibile che non sia turbato e sconvolto dal solo racconto dei tormenti
che prova il peggior malfattore; ma la crudeltà produce un'indignazione di gran
lunga maggiore quando la si giudica gratuita o immotivata. I tiranni più
sanguinari, i Caligola, i Neroni, i Domiziani avevano almeno dei motivi, quali
che essi fossero, per tormentare le loro vittime e per irridere alle loro
sofferenze: questi motivi erano o la loro propria sicurezza, o il furore
vendicativo, o lo scopo di spargere il terrore con terribili punizioni
esemplari, o, forse, la vanità di mettere in mostra la loro potenza e il
desiderio di soddisfare una curiosità barbarica. Un Dio può avere qualcuno di
questi motivi? Tormentando le vittime della sua collera, punirebbe degli esseri
che non hanno potuto né mettere davvero in pericolo il suo potere
indistruttibile, né turbare la sua felicità che nulla può alterare. D'altra
parte, i supplizi infernali sarebbero inutili ai viventi, che non possono
esserne testimoni; sarebbero inutili ai dannati, poiché all'inferno non è più
possibile convertirsi e il tempo della misericordia è passato. Ne consegue che
Dio, nell'esercizio della sua eterna vendetta, non avrebbe altro scopo che di
divertirsi e di irridere alla debolezza delle sue creature.
Me ne appello a tutto il genere umano: esiste in natura un uomo che si senta
sufficientemente crudele per voler tormentare a sangue freddo, non dico un
proprio simile, ma un qualsiasi essere sensibile, senza ricavarne alcun
vantaggio, alcun profitto, senza nemmeno essere spinto dalla curiosità, senza
aver niente da temere? Concludete dunque, o teologi, che, secondo i vostri
stessi princìpi, il vostro Dio è infinitamente più cattivo del più cattivo degli
uomini.
Mi direte, forse, che «offese infinite meritano castighi infiniti»: ed io vi
dirò che è impossibile offendere un Dio la cui felicità è infinita. Vi dirò, per
di più, che le offese degli esseri finiti non possono essere infinite. Vi dirò
che un Dio che non vuole essere offeso non può consentire a far durare per tutta
l'eternità le offese inflitte alle sue creature. Vi dirò che un Dio
infinitamente buono non può essere infinitamente crudele, né concedere alle sue
creature una durata infinita al solo scopo di procurarsi il piacere di
tormentarle senza fine.
Soltanto la più efferata barbarie, soltanto la più insigne ribalderia,
soltanto l'ambizione più cieca hanno potuto far immaginare il dogma
dell'eternità delle pene. Se esistesse un Dio passibile di offesa o di
bestemmia, non vi sarebbero al mondo bestemmiatori più infami di quelli che
osano dire che questo Dio è un tiranno tanto perverso da godere, per tutta
l'eternità, dei tormenti inutili inflitti alle sue deboli creature.
67) La teologia non è che un susseguirsi di evidenti
contraddizioni
Sostenere che Dio può offendersi per le azioni degli uomini, significa
distruggere tutte le idee che, d'altro canto, ci si sforza di inculcarci
riguardo a questo essere. Dire che l'uomo può turbare l'ordine dell'universo,
accendere il fulmine nella mano del proprio Dio, sviarne i progetti, significa
dire che l'uomo è più forte del proprio Dio, che è l'arbitro della sua volontà,
che dipende da lui alterare la sua bontà e trasformarla in crudeltà. La teologia
non fa che distruggere continuamente con una mano quel che costruisce con
l'altra! Se ogni religione è basata su un Dio che s'irrita e si placa, ogni
religione è basata su una contraddizione evidente.
Tutte le religioni sono concordi nell'esaltarci la saggezza e la potenza
infinita della Divinità. Ma appena incominciano a descriverci la sua condotta,
noi non vi troviamo che imprudenza, scarsa preveggenza, debolezza e follìa. Dio,
ci dicono, ha creato il mondo in servigio di se stesso: eppure, finora non è mai
riuscito a farsi onorare come si deve. Dio ha creato gli uomini allo scopo di
avere nei suoi Stati dei sudditi che gli rendessero omaggio: e noi vediamo gli
uomini ribellarglisi di continuo!
68) Le cosiddette opere di Dio non dimostrano affatto l'esistenza di
quelle che si chiamano le perfezioni divine
Non cessano di vantarci le perfezioni divine; e se ne chiediamo la
dimostrazione, ci mostrano le opere di Dio, nelle quali, ci assicurano, tali
perfezioni sono scritte in caratteri indelebili. Nondimeno, tutte queste opere
sono imperfette e periture. L'uomo, che si persiste a considerare come il
capolavoro, come la creazione più meravigliosa della Divinità, è pieno
d'imperfezioni che lo rendono sgradevole allo sguardo dell'artefice onnipotente
che l'ha creato. Quest'opera mirabile diventa spesso così ripugnante e così
odiosa per il suo autore, che esso si trova costretto a gettarla tra le fiamme.
Ma se la più preziosa opera della Divinità è imperfetta, in base a che potremmo
dare un giudizio sulle perfezioni divine? Una creatura che suscita nel suo
stesso autore tanta scontentezza, può farci ammirare l'abilità del suo artefice?
L'uomo fisico è soggetto a mille infermità, a mali innumerevoli, alla morte;
l'uomo morale è pieno di difetti; e intanto ci si affanna a ripetere che è
l'opera più bella dell'essere più perfetto!
69) La perfezione di Dio non brilla nemmeno nella pretesa creazione degli
angeli, dei puri spiriti
Creando degli esseri più perfetti degli uomini, non sembra che Dio abbia
fatto migliore riuscita, né abbia dato prove più forti della propria perfezione.
Non apprendiamo forse, in molte religioni, che alcuni angeli, puri spiriti, si
sono ribellati al loro Signore e hanno perfino preteso di deporlo dal trono? Dio
si è proposto la felicità degli angeli e degli uomini, e non è mai riuscito a
render felici né gli angeli né gli uomini: l'orgoglio, la malvagità, i peccati,
le imperfezioni delle creature si sono sempre opposte ai voleri del creatore
perfetto.
70) La teologia predica l'onnipotenza del suo Dio, e lo mostra
continuamente impotente
Ogni religione è chiaramente basata sul principio che «Dio propone e l'uomo
dispone». Tutte le teologie del mondo ci mostrano una lotta ineguale fra la
Divinità da un lato e le sue creature dall'altro. Dio non ne esce mai con onore:
nonostante tutta la sua onnipotenza, non può riuscire a rendere gli esseri
usciti dalle sue mani quali egli li vorrebbe. Per colmo d'assurdità, esiste una
religione che sostiene che Dio stesso è morto per redimere la specie umana, e,
nonostante questa morte, gli uomini sono tutto tranne ciò che Dio
desidererebbe!
71) Secondo tutti i sistemi religiosi della terra, Dio sarebbe il più
capriccioso e il più insensato degli esseri
Nulla di più stravagante che la parte che in ogni paese del mondo la teologia
fa recitare alla Divinità; se la cosa corrispondesse alla realtà, si sarebbe
costretti a vedere in Dio il più capriccioso e insensato degli esseri. Si
sarebbe obbligati a credere che Dio ha creato il mondo per farne il teatro delle
proprie guerre ignobili contro le sue creature; che ha creato angeli, uomini,
dèmoni, spiriti maligni, soltanto per avere degli avversari contro i quali
potesse esercitare il suo potere. Egli li rende liberi di offenderlo, tanto
malvagi da sviare i suoi progetti, tanto ostinati da non arrendersi mai: e tutto
ciò per aver il piacere di adirarsi, di placarsi, di riconciliarsi e di porre
riparo ai guasti che essi hanno commesso. Facendo fin dall'inizio le proprie
creature quali dovevano essere per piacergli, quanti fastidi la Divinità si
sarebbe risparmiati! O, almeno, da quanti imbarazzi avrebbe liberato i propri
teologi!
Secondo tutti i sistemi religiosi della terra, Dio sembra occupato soltanto a
far del male a se stesso: egli si serve del male come quei ciarlatani che si
producono grandi ferite per avere occasione di mostrare al pubblico la bontà del
loro unguento. Tuttavia non ci sembra che, finora, la Divinità abbia ancora
potuto guarire radicalmente se stessa del male che si fa fare da parte degli
uomini.
72) È assurdo dire che il male non proviene da Dio
Dio è l'autore di tutto; eppure ci assicurano che il male non proviene da
Dio. Donde proviene, allora? Dagli uomini. Ma chi ha fatto gli uomini? Dio.
Dunque è da Dio che proviene il male. Se egli non avesse fatto gli uomini come
sono, il male morale, il peccato, non esisterebbe nel mondo. Bisogna dunque
prendersela con Dio se l'uomo è così perverso. Se l'uomo ha il potere di fare il
male o di offendere Dio, siamo costretti a concludere che Dio vuol essere
offeso; che Dio, che ha fatto l'uomo, ha deciso che il male venisse fatto
dall'uomo. Altrimenti, l'uomo sarebbe un effetto contrario alla causa alla quale
egli deve la sua esistenza.
73) La prescienza che viene attribuita a Dio darebbe agli uomini
colpevoli e da lui puniti il diritto di lagnarsi della sua crudeltà
Si attribuisce a Dio la facoltà di prevedere, cioè di sapere in anticipo
tutto ciò che deve accadere nel mondo; ma questa prescienza non può affatto
ridondare a sua gloria, né metterlo al riparo dai rimproveri che gli uomini
potrebbero legittimamente rivolgergli. Se Dio ha la prescienza dell'avvenire,
non ha potuto non prevedere la caduta delle creature che egli aveva destinate
alla felicità. Se, nei suoi decreti, ha stabilito di permettere tale caduta,
indubbiamente ha voluto che tale caduta avvenisse: altrimenti, essa non sarebbe
avvenuta. Se la prescienza divina dei peccati delle creature fosse stata
necessaria o frutto di costrizione, si potrebbe supporre che Dio sia stato
costretto dalla propria giustizia a punire i colpevoli; ma Dio, godendo della
facoltà di prevedere tutto e del potere di predeterminare tutto, non avrebbe
potuto non imporre a se stesso delle leggi crudeli, o almeno non avrebbe potuto
esimersi dal creare degli esseri che egli, in certi casi, sarebbe stato
costretto a punire e a rendere infelici con un decreto successivo? Che importa
se Dio abbia destinato gli uomini alla felicità o all'infelicità con un decreto
anteriore, causato dalla sua prescienza, o con un decreto posteriore, causato
dalla sua giustizia? La disposizione dei suoi decreti cambia forse qualcosa
riguardo alla sorte degli infelici? Non saranno essi egualmente autorizzati a
lagnarsi di un Dio che, potendo lasciarli nel nulla, ha dato loro l'esistenza,
pur prevedendo benissimo che la sua giustizia lo avrebbe, prima o poi, costretto
a punirli?
74) Assurdità dei racconti teologici sul peccato originale e su
Satana
«L'uomo», voi dite, «uscendo dalle mani di Dio, era puro, innocente e buono;
ma la sua natura si è corrotta come punizione per il peccato». Se l'uomo ha
potuto peccare, perfino appena uscito dalle mani di Dio, la sua natura non era
dunque perfetta. Perché Dio ha permesso che egli peccasse e che la sua natura si
corrompesse? Perché Dio l'ha lasciato sedurre, ben sapendo che egli sarebbe
stato troppo debole per resistere al Tentatore? Perché Dio ha creato un Satana,
uno spirito maligno, un Tentatore? Perché Dio, che voleva tanto bene al genere
umano, non ha annientato, una volta per tutte, tanti cattivi genii che, per loro
natura, sono nemici della nostra felicità? O piuttosto, perché Dio ha creato dei
cattivi genii, dei quali doveva prevedere le vittorie e gli influssi terribili
su tutta la razza umana? Infine, per quale fatalità, in tutte le religioni del
mondo, il principio del male ha una preponderanza così forte sul principio del
bene, cioè sulla Divinità?
75) Il Diavolo, come la religione, è stato inventato per arricchire i
preti
Si racconta una manifestazione di candore che è prova del buon cuore d'un
monaco italiano. Questo buon uomo, un giorno, in occasione della prèdica,
credette suo dovere di annunziare all'uditorio che, grazie al cielo, a forza di
pensarci su, aveva trovato un mezzo sicuro per rendere felici tutti gli uomini.
«Il Diavolo - disse - induce in tentazione gli uomini solo per avere,
all'inferno, dei compartecipi della propria infelicità. Rivolgiamoci dunque al
Papa, che possiede le chiavi del Paradiso e dell'Inferno; impegniamolo a pregare
Iddio, seguìto da tutta la Chiesa, perché si riconcilii col Diavolo, lo riprenda
a ben volere, lo ristabilisca nel suo rango originario: ciò non mancherà di
metter fine ai suoi progetti malèfici contro il genere umano.» Il buon
ecclesiastico non vedeva, forse, che il Diavolo è utile ai ministri della
religione almeno quanto Dio. Costoro traggono troppi vantaggi dalla discordia
fra Dio e il Diavolo, per aspirare a un accomodamento fra due nemici sulle cui
lotte sono basate la loro esistenza e le loro rendite. Se gli uomini smettessero
di esser tentati e di peccare, il ministero dei preti diverrebbe per essi
inutile. Il manicheismo è evidentemente il sostegno di tutte le religioni; ma,
per disgrazia, il Diavolo, inventato per stornare dalla Divinità il sospetto di
cattiveria, ci mostra ogni momento l'impotenza o l'incapacità del suo avversario
celeste.
76) Se Dio non ha potuto rendere la natura umana esente dal peccato, non
ha il diritto di punire l'uomo
La natura umana, dicono, si è necessariamente corrotta. Dio non ha potuto
darle l'«impeccabilità», che è una parte inalienabile della perfezione divina.
Ma se Dio non ha potuto rendere l'uomo impeccabile, perché si è dato la briga di
creare l'uomo, la cui natura doveva per forza corrompersi, e, di conseguenza,
doveva per forza offendere Dio? D'altra parte, se Dio stesso non ha potuto
rendere impeccabile la natura umana, con quale diritto punisce gli uomini per i
loro peccati? Ciò non può avvenire che per il diritto del più forte; ma il
diritto del più forte si chiama violenza, e la violenza non può attribuirsi al
più giusto degli esseri. Dio sarebbe sovranamente ingiusto se punisse gli uomini
perché non condividono le perfezioni divine, o perché non possono essere degli
dèi come lui.
Dio non avrebbe, almeno, potuto dare a tutti gli uomini quel tanto di
perfezione che è compatibile con la loro natura? Se alcuni uomini sono buoni, o
sanno propiziarsi il loro Dio, perché Dio non ha concesso la stessa grazia o
dato le stesse disposizioni a tutti gli esseri della nostra specie? Perché il
numero dei malvagi è tanto superiore a quello delle persone buone? Perché, di
fronte a un amico, Dio constata la presenza di diecimila nemici in un mondo che
spettava soltanto a lui di popolare di persone oneste? Se è vero che, in cielo,
Dio si ripromette di formarsi una corte di santi, di eletti o di uomini che
avranno vissuto sulla terra in conformità ai suoi voleri, non potrebbe avere una
corte più numerosa, più sfarzosa, più onorifica per lui stesso, se l'avesse
formata con tutti gli uomini, ai quali, creandoli, egli poteva concedere il
grado di bontà necessario per giungere alla felicità eterna? E infine, non era
più semplice non trar fuori dal Nulla l'uomo, anziché crearlo per farne un
essere pieno di difetti, ribelle al suo creatore, perennemente esposto a
dannarsi per un fatale abuso della propria libertà?
Invece di creare uomini, un Dio perfetto avrebbe dovuto creare soltanto
angeli docili e sottomessi. Gli angeli, ci dicono, sono liberi; alcuni di essi
hanno peccato; ma, almeno, non hanno peccato tutti; non hanno tutti abusato
della loro libertà per ribellarsi al loro Signore. Dio non avrebbe potuto creare
soltanto angeli della specie buona? Se Dio ha potuto creare angeli che non hanno
peccato, non poteva creare uomini impeccabili, o che non abusassero mai della
loro libertà per agire male? Se gli eletti in cielo non possono peccare, Dio non
avrebbe potuto fare uomini impeccabili sulla terra?
77) È assurdo dire che la condotta di Dio dev'essere un mistero per
l'uomo, e che l'uomo non ha il diritto di esaminarla e di giudicarla
Non mancano di dirci che l'enorme distanza che separa gli uomini da Dio fa sì
che, necessariamente, la condotta di Dio sia un mistero per noi, e che noi non
abbiamo il diritto d'interrogare il nostro Signore. Quest'asserzione è
soddisfacente? Dal momento che si tratta, secondo voi, della mia felicità
eterna, non sono dunque in diritto di esaminare la condotta di Dio stesso? Gli
uomini si sottomettono al volere di un Dio in vista della felicità che sperano
da lui, non per altro. Un despota al quale gli uomini si sottomettessero solo
per paura, un Maestro che non è lecito interrogare, un Sovrano totalmente
inaccessibile, non può meritare l'omaggio degli esseri intelligenti. Se la
condotta di Dio è un mistero per me, non è fatta per me. L'uomo non può né
adorare, né ammirare, né rispettare, né imitare una condotta nella quale tutto è
inconcepibile, o che spesso si è costretti a considerare ripugnante: a meno che
non si pretenda che bisogna adorare tutte le cose che si è costretti a ignorare,
e che tutto quello che non si capisce diventa per ciò stesso ammirevole!
Preti! Voi ci gridate senza posa che i disegni di Dio sono impenetrabili; che
«le sue vie non sono le nostre», che «i suoi pensieri non sono i nostri», che è
folle lagnarsi del suo modo di governare il mondo, i cui motivi e i cui scopi ci
sono del tutto ignoti; che è temerario accusare i suoi giudizi di essere
ingiusti, perché non possiamo comprenderli. Ma non vedete che, parlando su
questo tono, distruggete con le vostre mani tutti i vostri profondi sistemi, che
hanno l'unico scopo di spiegarci le vie della Divinità, quelle appunto che voi
dite «impenetrabili»? Questi giudizi, queste vie, questi disegni, voi li avete
dunque penetrati? Non osate dirlo; e, sebbene ne disputiate all'infinito, non li
comprendete più di noi. Se per caso conoscete i progetti di Dio che volete farci
tanto ammirare, mentre molti li trovano così poco degni di un essere giusto,
buono, intelligente, ragionevole, non dite più che tali progetti sono
«impenetrabili»! Se li ignorate al pari di noi, abbiate un po' d'indulgenza per
chi confessa candidamente che non ci capisce nulla, o che non vi scorge nulla di
divino. Cessate di perseguitare per opinioni sulle quali voi stessi non capite
nulla; cessate di sbranarvi reciprocamente per sogni e ipotesi che sembrano
contraddette da tutto. Parlateci di cose intelligibili e davvero utili all'uomo,
non parlateci più delle vie «impenetrabili» di un Dio, sulle quali non fate
altro che balbettare e contraddirvi.
Parlandoci continuamente delle immense profondità della saggezza divina,
vietandoci di sondarne gli abissi, dicendoci che è un'insolenza citare Iddio al
tribunale della nostra debole ragione, imputandoci a delitto la pretesa di
giudicare il nostro Signore, i teologi non c'insegnano nient'altro che
l'imbarazzo in cui si trovano quando si tratta di render conto della condotta di
Dio, che essi trovano meravigliosa soltanto perché si trovano essi stessi nella
totale impossibilità di comprenderne alcunché.
78) È assurdo chiamare «Dio di giustizia e di bontà» un essere che fa
cadere tutti i mali, senza distinzione, sui buoni e sui cattivi, sugli innocenti
e sui colpevoli; è pazzesco pretendere che gli infelici si consolino della loro
sventura tra le braccia di colui che ne è il solo responsabile
Il male fisico viene di solito considerato come la punizione del peccato. Le
sciagure, le malattie, le carestie, le guerre, i terremoti sono mezzi dei quali
Dio si serve per punire gli uomini perversi. Così non si trova difficoltà
nell'attribuire questi mali alla severità di un Dio giusto e buono. Eppure, non
vediamo queste disgrazie cadere, senza distinzione, sui buoni e sui cattivi,
sugli empii e sui devoti, sugli innocenti e sui colpevoli? Come si presume che,
dinanzi a un simile modo di procedere, noi ammiriamo la giustizia e la bontà
d'un essere la cui idea sembra tanto consolante a tanti infelici? Bisogna,
certo, che quegli infelici abbiano il cervello turbato dalle loro sventure, dal
momento che si scordano che il loro Dio è l'arbitro di tutte le cose, l'unico
dispensatore degli eventi di questo mondo. Non dovrebbero dunque prendersela con
lui per i mali di cui vorrebbero consolarsi fra le sue braccia? Padre
sventurato! Tu ti consoli in seno alla Provvidenza per la perdita d'un figlio
amato o di una sposa che era la tua felicità! Ahimè! Non vedi che il tuo Dio li
ha uccisi? Il tuo Dio ti ha reso infelice, e tu vuoi che il tuo Dio ti consoli
dei colpi atroci che ti ha inferto!
Le concezioni irreali e soprannaturali della teologia sono riuscite talmente
a sconvolgere nella mente umana le idee più semplici, più chiare, più naturali,
che i devoti, incapaci di accusare Dio di malvagità, si abituano a considerare i
più duri colpi della sorte come prove indubbie della bontà celeste. Se sono
immersi nel dolore, si ordina loro di credere che Dio li ama, che Dio li
protegge, che Dio vuol metterli alla prova. Così la religione è arrivata a
mutare il male in bene! Un incredulo diceva giustamente: «Se il buon Dio tratta
così quelli che ama, lo prego con tutto il cuore di non pensare a me».
Bisogna che gli uomini si siano formate delle concezioni molto cupe e crudeli
del loro Dio, che essi dicono tanto buono, per convincersi che le disgrazie più
terribili e le afflizioni più amare sono segni del suo favore! Un cattivo genio,
un demonio riuscirebbe a tormentare i suoi nemici in modo più raffinato di
quanto sappia fare talvolta il Dio della bontà, così spesso impegnato nel far
sentire la sua ferocia ai suoi più cari amici?
79) Un Dio che punisce i peccati che avrebbe potuto impedire è un folle
che unisce l'ingiustizia alla stoltezza
Che diremmo d'un padre che - ci assicurano - veglia senza posa per la
salvaguardia e il benessere dei suoi figli deboli e imprevidenti, e che ciò
nonostante lascia loro la libertà di aggirarsi senza mèta fra rocce, precipizi e
distese d'acque; che solo di rado li trattiene dal seguire le loro bramosie
sregolate; che li lascia maneggiare senza alcuna precauzione armi micidiali, col
rischio di ferirsi gravemente? Che penseremmo di questo stesso padre, se, invece
di incolpare se stesso del male capitato ai suoi poveri bambini, li punisse nel
modo più crudele per i loro errori? Diremmo, con ragione, che un tal padre è un
pazzo che unisce l'ingiustizia alla stoltezza.
Un Dio che punisce i peccati che avrebbe potuto impedire è un essere privo di
saggezza, di bontà, di equità. Un Dio previdente preverrebbe il male, e con ciò
sarebbe esonerato dal punirlo. Un Dio buono non punirebbe debolezze inerenti -
come egli ben sa - alla natura umana. Un Dio giusto, avendo creato l'uomo, non
lo punirebbe per non averlo creato sufficientemente forte da resistere alle
tentazioni. Punire la debolezza è il più iniquo degli atti tirannici. Si
calunnia un Dio giusto se si dice che punisce gli uomini per i loro peccati,
anche in questa vita. Come egli potrebbe punire degli esseri che soltanto da lui
sarebbe dipeso di correggere, e che, non avendo ricevuto la «grazia», non
possono agire altrimenti da come agiscono?
Secondo i principii dei teologi stessi, l'uomo nel suo attuale stato di
corruzione non può fare che il male, giacché senza la grazia divina non ha mai
la forza di fare il bene. Ora, se la natura dell'uomo, abbandonata a se stessa e
priva del soccorso divino, lo induce necessariamente al male, o lo rende
incapace di fare il bene, che cosa diventa il «libero arbitrio» dell'uomo? In
base a tali principii, l'uomo non può né meritare né demeritare: ricompensando
l'uomo per il bene che fa, Dio non farebbe altro che ricompensare se stesso:
punendolo del male che fa, Dio lo punirebbe per non avergli dato la grazia,
senza la quale l'uomo non poteva far niente di meglio.
80) Il libero arbitrio è una chimera
I teologi ci dicono e ci ripetono che l'uomo è libero, mentre tutti i loro
princìpi contribuiscono a distruggere la libertà dell'uomo. Volendo giustificare
la divinità, la accusano in realtà della più nera ingiustizia. Essi sostengono
che, senza la grazia, l'uomo deve per forza agire male, e assicurano che Dio lo
punirà per non avergli dato la grazia di agire bene!
Per poco che si rifletta, si sarà costretti a riconoscere che l'uomo è
necessitato in tutte le sue azioni e che il suo libero arbitrio è una chimera,
anche nei sistemi dei teologi. Dipende dall'uomo di nascere o di non nascere dai
tali o dai tali altri genitori? Dipende dall'uomo di assorbire o no le opinioni
dei suoi genitori e dei suoi precettori? Se io fossi nato da genitori idolatri o
maomettani, sarebbe dipeso da me diventare cristiano? Eppure dei maestri pieni
di serietà ci assicurano che un Dio giusto condannerà senza misericordia tutti
quelli a cui non avrà elargito la grazia di conoscere la religione
cristiana!
La nascita dell'uomo non dipende in alcun modo da una sua scelta; nessuno gli
ha chiesto se voleva venire al mondo o no. La natura non lo ha consultato quanto
al luogo di nascita e ai genitori che gli ha dato. Le sue idee acquisite, le sue
opinioni, le sue nozioni vere o false sono frutti necessari dell'educazione che
ha ricevuto e che non ha deciso in alcun modo. Le sue passioni e i suoi desideri
sono conseguenze necessarie del temperamento che la natura gli ha dato e delle
idee che gli sono state inculcate. Durante tutto il corso della sua vita, le sue
volizioni e le sue azioni sono determinate dai suoi rapporti con gli altri,
dalle sue abitudini, dalle sue occupazioni, dai suoi piaceri, dall'ambiente in
cui si trova, dai pensieri che gli si presentano senza che egli lo voglia: in
una parola, da una moltitudine di eventi e di accidenti che sono estranei al suo
potere. Incapace di prevedere l'avvenire, l'uomo non sa né quel che vorrà né
quel che farà nell'istante che terrà dietro immediatamente all'istante in cui si
trova. L'uomo arriva alla fine della vita senza che, dal momento della nascita
fino a quello della morte, sia stato libero un solo momento.
Direte: «L'uomo vuole, delibera, sceglie, si autodetermina», e ne trarrete la
conclusione che le sue azioni sono libere. È vero che l'uomo vuole, ma non è
padrone della propria volontà o dei suoi desideri: non può desiderare e volere
se non quello che egli giudica per lui vantaggioso; non può amare il dolore né
detestare il piacere. Si dirà che l'uomo preferisce qualche volta il dolore al
piacere; ma in questo caso preferisce un dolore passeggero, allo scopo di
procurarsi un piacere maggiore o più durevole. L'idea di un bene maggiore lo
determina necessariamente a privarsi di un bene meno considerevole.
Non è l'amante che dà alla sua amata le fattezze che ammira. Egli non è
dunque padrone di amare o di non amare l'oggetto della sua tenerezza; non è
padrone dell'immaginazione o del sentimento che lo dominano. Ne consegue,
evidentemente, che l'uomo non è padrone delle volizioni e dei desideri che
sorgono nella sua anima, indipendentemente da lui.
«Ma l'uomo - direte - può resistere ai propri desideri: dunque è libero».
L'uomo resiste ai propri desideri quando i motivi che lo distolgono da un
oggetto sono più forti di quelli che lo spingono verso quell'oggetto; ma allora
la resistenza è necessitata. Un uomo che teme il disonore o la condanna più di
quanto ami il denaro, resiste necessariamente al desiderio d'impadronirsi del
denaro di un altro.
Non siamo dunque liberi quando deliberiamo? Ma siamo padroni di sapere o di
non sapere, di essere incerti o sicuri? La deliberazione è un effetto necessario
dell'incertezza in cui ci troviamo quanto alle conseguenze delle nostre azioni.
Una volta che siamo o crediamo di essere sicuri di tali conseguenze, noi ci
decidiamo necessariamente, e quindi agiamo necessariamente, seguendo il nostro
giudizio giusto o errato. I nostri giudizi, veri o falsi, non sono liberi: sono
determinati necessariamente dalle idee, quali che esse siano, che abbiamo
ricevuto o che il nostro intelletto si è formato.
L'uomo non è affatto libero nelle sue scelte: è evidentemente necessitato a
scegliere ciò che giudica più utile o più piacevole per lui. Quando sospende il
proprio giudizio, non per questo è libero: è costretto a sospenderlo fino al
momento in cui conosca o creda di conoscere le qualità degli oggetti che gli si
presentano, o in cui abbia pesato le conseguenze delle proprie azioni. «L'uomo -
direte - si decide ogni momento a compiere azioni che sa dannose a se stesso;
l'uomo qualche volta si uccide; dunque è libero.» Io lo nego. È forse padrone,
l'uomo, di ragionare bene o male? La sua ragione e la sua saggezza non dipendono
sia dalle opinioni che si è formato, sia dalla struttura della sua macchina?
Poiché né le une né l'altra dipendono dalla sua volontà, esse non possono
minimamente dimostrare la sua libertà.
«Se io scommetto di fare o di non fare una cosa, non sono libero? Non dipende
da me di farla o di non farla?». No, vi rispondo; il desiderio di vincere la
scommessa vi determinerà necessariamente a fare o a non fare la cosa in
questione. «Ma se accetto di perdere la scommessa?». Allora il desiderio di
dimostrarmi che siete libero sarà diventato in voi un movente più forte del
desiderio di vincere la scommessa; e questo movente vi avrà necessariamente
determinato a fare o a non fare la cosa che era in questione tra noi.
«Ma - direte - io mi sento libero». È un'illusione che si può paragonare a
quella della mosca della favola, che, posatasi sul timone di un pesante carro,
si vantava di dirigere il cammino del veicolo che trasportava lei stessa. L'uomo
che si crede libero è una mosca che crede di essere padrona di muovere la
macchina dell'universo, mentre ne è trascinato a sua insaputa.
Il sentimento intimo che ci fa credere di esser liberi di fare o di non fare
una cosa non è che mera illusione. Quando risaliremo al vero principio delle
nostre azioni, troveremo che esse non sono nient'altro che conseguenze
necessarie di nostre volizioni e di nostri desideri che non sono mai in nostro
potere. Voi vi credete liberi perché fate ciò che volete; ma siete liberi di
volere o di non volere, di desiderare o di non desiderare? Le vostre volizioni e
i vostri desideri non sono necessariamente suscitati da oggetti o da qualità che
non dipendono da voi in alcun modo?
81) Dall'inesistenza del libero arbitrio non si deve dedurre che la
società non abbia il diritto di punire i malvagi
«Se le azioni degli uomini sono necessarie, se gli uomini non sono liberi,
con quale diritto la società punisce i malvagi che la infestano? Non è
sommamente ingiusto castigare degli esseri che non hanno potuto agire
diversamente da come hanno agito?». Se i malvagi agiscono necessariamente in
séguito agli impulsi della loro natura cattiva, la società, punendoli, agisce a
sua volta necessariamente per il desiderio di conservare se stessa. Certi
oggetti producono necessariamente in noi un senso di dolore; di conseguenza, la
nostra natura ci costringe a odiarli e ci invita ad allontanarli da noi. Una
tigre, costretta dalla fame, si slancia sull'uomo volendolo divorare; ma l'uomo
non è padrone di non temere la tigre, e cerca necessariamente i mezzi di
sterminarla.
82) Confutazione di vari argomenti in favore del libero
arbitrio
«Se tutto è necessario, gli errori, le opinioni e le idee degli uomini sono
fatali; e, in questo caso, come o perché pretendere di riformarli?». Gli errori
degli uomini sono conseguenze necessarie della loro ignoranza; la loro
ignoranza, la loro ostinazione, la loro credulità sono conseguenze necessarie
della loro inesperienza, della loro noncuranza, della loro scarsa riflessione,
così come la sovreccitazione del cervello o lo stato letargico sono effetti
necessari di qualche malattia. La verità, l'esperienza, la riflessione, la
ragione sono rimedi adatti a guarire l'ignoranza, il fanatismo e l'insensatezza,
come il salasso è adatto a calmare la sovreccitazione del cervello. «Ma - direte
- come mai la verità non produce quest'effetto su tante menti ammalate?». Perché
vi sono malattie che resistono a tutte le medicine; perché è impossibile guarire
ammalati ostinati che rifiutano le medicine che vengono loro prescritte; perché
gli interessi di alcuni e la stoltezza degli altri si oppongono necessariamente
all'ammissione della verità.
Una causa non produce il suo effetto in un solo caso: quando è impedita nella
sua azione da altre cause più forti che, proprio per questo, ne indeboliscono
l'azione o la rendono inefficace. È assolutamente impossibile far accettare i
migliori argomenti a uomini fortemente interessati all'errore, prevenuti, non
disposti a riflettere; ma è più che mai necessario che la verità disinganni le
anime oneste che la cercano in buona fede. La verità è una causa: essa produce
necessariamente il suo effetto, a meno che il suo impulso non venga intercettato
da altre cause che lo bloccano.
83) Continuazione
«Togliere all'uomo il libero arbitrio - ci dicono - significa farne una mera
macchina, un automa; senza libertà, non esisteranno più in lui né merito né
virtù». Che cos'è il merito nell'uomo? È un modo di agire che lo rende stimabile
agli occhi degli esseri della sua specie. Che cos'è la virtù? È una disposizione
che ci porta a fare il bene agli altri. Che cosa possono avere di spregevole
delle macchine e degli automi capaci di produrre effetti così desiderabili?
Marco Aurelio fu un congegno utilissimo all'immensa macchina dell'impero romano.
Con quale diritto una macchina disprezzerebbe un'altra macchina i cui congegni
facilitano il proprio funzionamento? Le persone per bene sono congegni che
assecondano la società nella sua tendenza verso la felicità; i malvagi sono
congegni mal conformati che turbano l'ordine, il procedere, l'armonia della
società. Se, per la sua propria utilità, la società ama e ricompensa i buoni,
odia d'altra parte, disprezza e mette in disparte i cattivi, come congegni
inutili o nocivi.
84) Dio stesso, se un Dio esistesse, non sarebbe libero: donde
l'inutilità di qualsiasi religione
Il mondo è un agente necessario. Tutti gli esseri che lo compongono sono
reciprocamente legati e non possono agire diversamente da come fanno, essendo
mossi dalle stesse cause e forniti delle stesse proprietà. E se perdessero
alcune delle loro proprietà? Agirebbero necessariamente in un modo diverso.
Dio stesso, se ammettiamo per un momento la sua esistenza, non può essere
affatto considerato come un agente libero. Se esistesse un Dio, il suo modo di
agire sarebbe necessariamente determinato dalle proprietà inerenti alla sua
natura; niente potrebbe fermare o mutare le sue volontà. Ciò posto, né le nostre
azioni, né le nostre preghiere, né i nostri sacrifici potrebbero sospendere o
deviare il suo cammino invariabile e i suoi disegni immutabili. Si è costretti a
trarne la conclusione che ogni religione sarebbe perfettamente inutile.
85) Secondo i princìpi stessi della teologia, l'uomo non è libero un solo
istante
Se i teologi non fossero in perpetua contraddizione con se stessi,
riconoscerebbero che, in base alle loro ipotesi, l'uomo non può esser
considerato libero un solo istante. Non si ritiene che l'uomo sia dipendente in
perpetuo da Dio? È libero un essere che non ha potuto esistere e conservarsi
senza Dio, e che cessa di esistere a beneplacito della sua suprema volontà? Se
Dio ha tratto l'uomo dal niente, se la conservazione dell'uomo è una creazione
continua, se Dio non può perdere di vista per un solo istante la sua creatura,
se tutto ciò che le accade è conseguenza della volontà divina, se l'uomo non può
nulla con le sue sole forze, se tutti gli eventi ai quali è soggetto sono
effetti di decreti divini, se egli non fa alcun bene senza l'aiuto d'una grazia
che gli piova dall'alto, come si può pretendere che l'uomo goda la libertà per
un solo attimo della sua esistenza? Se Dio non conservasse l'uomo nel momento in
cui pecca, come potrebbe egli peccare? Se in quel momento Dio lo conserva, lo
costringe a esistere per peccare.
86) Ogni male, ogni disordine, ogni peccato non possono essere attribuiti
che a Dio; e, di conseguenza, Dio non ha il diritto di punire né di
ricompensare
Si paragona sempre la Divinità a un re; la maggior parte degli uomini
sarebbero dei suoi sudditi ribelli; e si pretende che Dio abbia il diritto di
ricompensare i sudditi che gli rimangono fedeli, di punire quelli che gli si
ribellano. Questo paragone non è giusto in nessuna delle sue parti. Dio esercita
il suo potere su una macchina della quale ha creato tutti i congegni. Questi
congegni agiscono soltanto in conformità al modo in cui Dio li ha foggiati. È
con la sua imperizia che bisogna prendersela se i congegni non contribuiscono
all'armonia della macchina nella quale l'Artigiano ha voluto inserirli. Dio è un
re creatore che si è creato ogni sorta di sudditi, li ha fatti secondo la sua
volontà, e le loro volontà non possono mai resistergli. Se Dio ha nel suo impero
dei sudditi ribelli, vuol dire che ha deciso di avere dei sudditi ribelli. Se i
peccati degli uomini turbano l'ordine dell'universo, è perché Dio ha voluto che
tale ordine fosse turbato.
Nessuno osa dubitare della giustizia divina. Eppure, sotto il regno d'un Dio
giusto, non si trovano che ingiustizie e violenze. La forza decide la sorte dei
popoli; l'equità sembra bandita dalla terra; un piccolo numero di persone fa
quel che vuole, impunemente, della tranquillità, dei beni, della libertà, della
vita di tutti gli altri. Tutto è in stato di disordine in un mondo governato da
un Dio al quale - si dice - il disordine spiace infinitamente.
87) Le preghiere degli uomini a Dio bastano a dimostrare che essi non
sono per nulla soddisfatti del suo governo
Sebbene gli uomini non cessino di ammirare la saggezza, la bontà, la
giustizia, il bell'ordine della Provvidenza, in realtà non son mai soddisfatti.
Le preghiere che essi rivolgono continuamente al cielo non mostrano che essi
sono del tutto scontenti del governo divino? Pregare Dio per chiedergli un bene
significa diffidare delle sue vigili cure; pregare Dio per chiedergli di
stornare o di far cessare un male significa cercar di ostacolare il corso della
sua giustizia; implorare l'aiuto di Dio nelle disgrazie significa rivolgersi
all'autore stesso di quelle disgrazie per fargli presente che egli dovrebbe
correggere a nostro favore il suo progetto, che non concorda affatto coi nostri
interessi.
L'ottimista, cioè colui che trova che in questo mondo «tutto è bene» e che ci
grida senza posa che viviamo nel «migliore dei mondi possibili», se fosse
coerente, non dovrebbe mai pregare; più ancora, non dovrebbe affatto sperare in
un altro mondo in cui l'uomo sarà più felice. Può esserci un mondo migliore del
«migliore dei mondi possibili»?
Alcuni teologi hanno accusato gli ottimisti di empietà, per aver fatto
credere che Dio non avrebbe potuto produrre un mondo migliore di quello in cui
viviamo; secondo questi maestri, ciò equivale a limitare la potenza divina e a
farle ingiuria. Ma codesti teologi non vedono che è molto meno oltraggioso nei
riguardi di Dio sostenere che egli ha fatto del suo meglio nel creare il mondo,
anziché dire che, potendo produrne uno migliore, ha avuto la malvagità di farne
uno pessimo? Se l'ottimista, col suo sistema, fa torto alla potenza divina, il
teologo che lo tratta da empio è proprio lui un empio che menoma la bontà di Dio
col pretesto di difendere la causa della sua onnipotenza.
88) La riparazione delle ingiustizie e delle infelicità di questo mondo
in un altro mondo è una congettura chimerica, una supposizione
assurda
Quando ci lagnamo dei mali che avvengono in questo mondo, ci rinviano
all'altro mondo; ci fanno credere che lassù Dio riparerà tutte le ingiustizie e
le infelicità che, per un certo tempo, permette quaggiù. Ma se, lasciando inerte
per un tempo piuttosto lungo la sua eterna giustizia, Dio ha potuto consentire
il male per tutta la durata del nostro mondo attuale, quale garanzia abbiamo
che, per tutta la durata d'un altro mondo, la giustizia divina non dormirà
altrettanto profondamente, senz'avvedersi dell'infelicità dei suoi abitanti?
Vogliono consolarci delle nostre pene dicendo che Dio è paziente, e che la
sua giustizia, benché spesso molto lenta, non per questo è meno sicura. Non
vedono che la pazienza non si addice a un essere giusto, immutabile e
onnipotente? Dio può dunque tollerare l'ingiustizia, anche per un solo istante?
Questo indugiare di fronte a un male di cui si è a conoscenza è prova o di
debolezza, o d'incertezza, o di complicità. Permettere il male che si può
impedire significa dare il proprio assenso a che il male venga compiuto.
89) La teologia non giustifica il male e le ingiustizie permesse da Dio
se non concedendo a Dio il diritto del più forte, cioè la violazione di tutti i
diritti, oppure imponendo agli uomini una devozione stupida
Odo una folla di sapienti gridarmi da ogni parte che Dio è infinitamente
giusto, ma che «la sua giustizia non è quella degli uomini». Di che specie, di
che natura è dunque codesta giustizia divina? Quale idea posso formarmi d'una
giustizia che così spesso somiglia all'ingiustizia umana? Non si confondono
tutte le nostre idee del giusto e dell'ingiusto se ci si viene a dire che ciò
che è conforme a giustizia in Dio è iniquo nelle sue creature? Come prendere per
modello un essere le cui perfezioni divine sono precisamente il contrario delle
perfezioni umane?
«Dio - voi dite - è l'arbitro supremo delle nostre sorti. Il suo sommo
potere, che da nulla può essere limitato, gli dà il diritto di fare tutto quel
che ritiene giusto delle opere delle sue mani; un lombrico, come l'uomo, non ha
di fronte a ciò neppure il diritto di mormorare». Questo tono arrogante, lo si
scorge bene, è tratto dal linguaggio che vogliono usare i ministri dei tiranni
quando tappano la bocca a chi subisce le loro violenze; non può, dunque, essere
il linguaggio dei ministri di un Dio del quale si vanta l'equità; non è un
linguaggio capace di imporsi a un essere ragionante. Ministri d'un Dio giusto!
Io vi dirò dunque che la più grande potenza non può conferire nemmeno al vostro
Dio il diritto di essere ingiusto verso la più insignificante delle sue
creature. Un dèspota non è un Dio. Un Dio che si arroga il diritto di fare il
male è un tiranno. Un tiranno non è un modello per gli uomini: dev'essere
oggetto di esecrazione per essi.
Non è davvero strano che, per giustificare la Divinità, la si rappresenti
continuamente come l'essere più ingiusto che ci sia? Se appena ci si lagna della
sua condotta, si crede di poterci ridurre al silenzio affermando che «Dio è il
padrone»: il che significa che Dio, essendo il più forte, non è assoggettato
alle norme comuni. Ma il diritto del più forte è la violazione di tutti i
diritti; esso può valere come un diritto soltanto dal punto di vista di un
conquistatore selvaggio che, nell'ebbrezza del suo furore, s'immagini di poter
fare tutto ciò che vuole degli sventurati che ha sconfitto; questo diritto
barbarico non può sembrare legittimo che a schiavi talmente ciechi da credere
che tutto è lecito ai tiranni, ai quali ci si sente troppo deboli per poter
resistere.
Perfino in mezzo alle più grandi calamità non vediamo - per una ridicola
ingenuità o, piuttosto, per un'evidente contraddizione in termini - dei devoti
esclamare che «il buon Dio è il padrone»? Dunque, o ragionatori sconclusionati,
voi credete in buona fede che «il buon Dio» vi mandi la peste, che «il buon Dio»
vi procuri la guerra, che «il buon Dio» arrechi la carestia: in una parola, che
«il buon Dio», senza cessare di essere buono, abbia la volontà e il diritto di
infliggervi i peggiori mali che possiate provare! Smettete, almeno, di chiamare
«buono» il vostro Dio, dal momento che vi fa del male; non dite che è giusto:
dite che è il più forte e che non riuscite a parare i colpi che il suo capriccio
vi sferra.
«Dio - direte - ci punisce soltanto per il nostro maggior bene». Ma quale
bene effettivo può derivare a un popolo dall'essere sterminato da un'epidemia,
trucidato da guerre, corrotto dagli esempi dei suoi maestri perversi,
schiacciato senza tregua sotto il ferreo scettro di tiranni spietati, annientato
dai disastri d'un cattivo governo che, spesso per secoli e secoli, fa provare
alle nazioni i suoi effetti distruttivi? «Gli occhi della fede» devono essere
occhi strani se servono a scorgere dei vantaggi nelle disgrazie più terribili e
nei mali più duraturi, nei vizi e nelle follìe da cui la nostra specie si vede
così crudelmente afflitta!
90) La redenzione e le stragi attribuite a Jahvè nella Bibbia sono
invenzioni bizzarre e ridicole, che presupporrebbero un Dio ingiusto e
barbaro
Quale bizzarra idea della giustizia divina devono dunque avere i cristiani,
ai quali s'impone di credere che il loro Dio, nell'intento di riconciliarsi col
genere umano colpevole a sua insaputa del peccato dei suoi progenitori, ha fatto
morire suo figlio innocente e incapace di peccare! Che diremmo di un re che, per
riconciliarsi coi propri sudditi ribelli, non trovasse altro espediente che
quello di far morire l'erede al trono, del tutto estraneo alla rivolta generale?
Dirà il cristiano: «È per bontà verso i sudditi incapaci di placare da soli la
giustizia divina, che Dio ha voluto la morte crudele di suo figlio». Ma la bontà
d'un padre verso persone estranee non lo autorizza ad essere ingiusto e barbaro
verso suo figlio. Tutte le qualità che la teologia attribuisce al suo Dio non
fanno che annullarsi reciprocamente in continuazione: la messa in pratica di una
delle sue perfezioni si attua sempre a danno di un'altra.
L'ebreo ha, sulla giustizia divina, idee più ragionevoli che il cristiano? Un
re col suo orgoglio suscita l'ira del cielo: Jahvè fa discendere la peste sul
suo popolo innocente; settantamila sudditi sono sterminati per espiare la colpa
d'un monarca che la bontà di Dio ha deciso di risparmiare!
91) Come scorgere un padre tenero, generoso e giusto in un essere che ha
dato la vita ai suoi figli solo per renderli infelici?
Nonostante le ingiustizie che tutte le religioni si compiacciono di
attribuire alla Divinità, dipingendone a foschi colori l'immagine, gli uomini
non ammettono che la si accusi di iniquità: temono che, come accade ai tiranni
di questo mondo, Dio si senta offeso dalla verità e raddoppi sui sudditi il peso
della sua cattiveria e della sua tirannia. Essi danno perciò ascolto ai loro
preti, che dicono loro che Dio è un tenero padre, un monarca giusto il cui
scopo, riguardo a questo mondo, è di assicurarsi l'amore, l'obbedienza e il
rispetto dei suoi sudditi, e che lascia ad essi la libertà di agire solo per dar
loro l'occasione di meritare i suoi favori e di acquistarsi una felicità eterna
che egli non sarebbe per nulla tenuto ad elargire. Da quali indizi gli uomini
possono dunque riconoscere la tenerezza d'un padre che ha dato la vita ai suoi
figli solo perché trascinassero sulla terra una vita penosa, agitata e piena di
amarezze? C'è un dono più funesto di questa pretesa libertà che, a quanto ci
dicono, mette gli uomini in grado di abusarne e, con ciò, di incorrere in pene
eterne?
92) Tutta la vita dei mortali, tutto ciò che avviene quaggiù, depone
contro la libertà dell'uomo, contro la giustizia e la bontà di un presunto
Dio
Chiamando i mortali alla vita, a quale giuoco crudele e periglioso la
Divinità li costringe a giocare! Gettati in questo mondo senza il loro consenso,
dotati di un carattere che essi non hanno scelto, animati da passioni e desideri
ìnsiti nella loro natura, esposti a insidie che essi non hanno la forza di
evitare, trascinati da eventi che non hanno potuto né prevedere né prevenire,
gli sventurati esseri umani sono costretti a percorrere un cammino che li può
condurre a supplizi orribili per violenza e durata.
Certi viaggiatori narrano che, in un paese dell'Asia, regna un sultano pieno
di capricci e inflessibile nelle sue volontà più bizzarre. Per una strana mania,
questo principe passa il proprio tempo seduto davanti a una tavola sulla quale
sono posti tre dadi e un bòssolo. Una delle estremità della tavola è coperta da
mucchi d'oro, destinati a eccitare la cupidigia dei cortigiani e dei popolani
che stanno tutt'intorno. Il sultano, conoscendo il lato debole dei suoi sudditi,
tien loro press'a poco questo discorso: «Schiavi! Io vi voglio bene. La mia
bontà mira ad arricchirvi e a rendervi tutti felici. Volete questi tesori?
Ebbene, sono vostri, cercate di appropriarvene. Che ciascuno, a suo turno,
prenda in mano quel bossolo e quei dadi; chiunque avrà la fortuna di far sei con
tutti e tre i dadi, sarà padrone del tesoro. Ma vi avverto che chi non riuscirà
a raggiungere il numero richiesto sarà precipitato per sempre in un carcere
oscuro, dove la mia giustizia esige che sia bruciato a fuoco lento». A questo
discorso del monarca, i presenti, costernati, si guardano a vicenda: nessuno
vuole esporsi a un tal rischio. «Come!», dice allora il sultano adirato,
«nessuno si fa avanti per giocare? Ah no, questo non mi va a genio. La mia
gloria esige che si giuochi. Voi giocherete, dunque. Lo voglio: obbedite senza
replicare». È opportuno osservare che i dadi del tiranno son fatti in modo che,
su centomila tiri, uno solo riesce: così il generoso monarca ha il piacere di
vedere la sua prigione ben guarnita e le sue ricchezze ben di rado perdute.
Mortali! Quel sultano è il vostro Dio; i suoi tesori sono il paradiso; la sua
prigione è l'inferno; e in mano vostra sono i dadi.
93) Non è vero che noi dobbiamo alcuna gratitudine a quella che chiamano
la Provvidenza
Ci ripetono ogni momento che dobbiamo alla Provvidenza una gratitudine
infinita per i benefizi innumerevoli di cui le piace di colmarci. Ci vantano
soprattutto la fortuna di esistere. Ma, ahimè!, quanti sono i mortali realmente
soddisfatti della loro esistenza? Se la vita ci offre qualche dolcezza, di
quante amarezze è cosparsa! Un solo dolore acuto non basta, spesso, ad
avvelenare in un istante la vita più serena e fortunata? C'è davvero un gran
numero di persone che, se dipendesse da loro, sarebbero disposte a ricominciare
alle stesse condizioni lo stesso doloroso cammino nel quale, senza il loro
assenso, il destino le ha gettate?
Voi dite che il puro fatto di esistere è un gran benefizio. Ma questa
esistenza non è continuamente turbata da dispiaceri, timori, malattie spesso
atroci e ben poco meritate? Questa esistenza, minacciata da ogni lato, non può
esserci strappata via in qualsiasi momento? Chi è colui che, dopo aver vissuto
per qualche tempo, non si è visto rapire dalla morte una sposa diletta, un
bambino adorato, un amico che era il suo sostegno? E queste perdite continuano
senza tregua a turbare il suo pensiero. Vi sono pochissimi mortali che non siano
stati costretti a bere alla coppa della sventura; pochissimi che non abbiano
spesso desiderato la morte. E infine, non è dipeso da noi di esistere o di non
esistere. L'uccello dovrebbe dunque sentire tanta gratitudine verso
l'uccellatore per averlo preso nelle sue reti e averlo messo in gabbia, allo
scopo di nutrirsene dopo essersene dilettato?
94) Pretendere che l'uomo sia il beniamino della Provvidenza, il favorito
di Dio, l'unico scopo d'ogni sua azione, il re della natura, è una
follia
Nonostante le infermità, le afflizioni, le disgrazie che l'uomo è costretto a
subire in questo mondo, malgrado i timori che la sua immaginazione sconvolta gli
crea per l'altro mondo, egli ha la follìa di credersi il favorito del suo Dio,
l'oggetto di tutte le sue cure, l'unico scopo d'ogni sua azione. L'uomo
s'immagina che l'universo intero sia fatto per lui; chiama se stesso,
arrogantemente, «il re della natura», e si colloca molto al di sopra degli altri
animali. Povero mortale! Su che cosa puoi basare le tue superbe pretese? Sulla
tua anima - tu dici -, sulla ragione che possiedi, sulle tue sublimi facoltà che
ti mettono in condizione di esercitare un impero assoluto sugli esseri che ti
circondano. Ma, o debole sovrano del mondo, sei sicuro di sapere, in un momento
qualsiasi, quanto durerà il tuo regno? I più piccoli atomi di quella materia che
disprezzi non bastano per sbalzarti dal trono e per privarti della vita?
D'altronde, il re degli animali non finisce sempre col divenire il pasto dei
vermi?
Tu ci parli della tua anima! Ma sai che cos'è un'anima? Non vedi che l'anima
non è altro che l'insieme degli organi dai quali risulta la vita? Negheresti
dunque un'anima agli altri animali che vivono, che pensano, che giudicano, che
paragonano, che cercano il piacere, che fuggono il dolore al pari di te, e che
spesso hanno organi che servono loro meglio dei tuoi? Tu vanti le tue facoltà
intellettuali; ma queste facoltà, che ti rendono così orgoglioso, ti rendono
anche più felice delle altre creature? Fai frequentemente uso di quella ragione
di cui vai tanto superbo, ma alla quale la religione ti ordina di non dare
ascolto? Quelle bestie che tu disprezzi perché sono o più deboli o meno astute
di te, sono soggette ai dispiaceri, alle angosce, alle mille passioni frivole,
ai mille bisogni immaginari di cui è preda costante il tuo animo? Sono, come sei
tu, tormentate dal passato, ansiose riguardo all'avvenire? Essendo limitate solo
al presente, quello che tu chiami il loro «istinto» e che io chiamo la loro
intelligenza non basta ad esse per mantenersi in vita, difendersi e cercare
tutto ciò di cui hanno bisogno? Quell'istinto di cui tu parli con disprezzo non
le guida, spesso, molto meglio delle tue facoltà meravigliose? La loro
tranquilla ignoranza non è per loro più vantaggiosa di quelle meditazioni
sragionanti e di quelle futili ricerche che ti rendono infelice, e per le quali
tu ti spingi, nella tua follìa, fino a massacrare gli esseri della tua specie
così nobile? Infine, le bestie hanno, come tanti uomini, un'immaginazione
perturbata che faccia temere ad esse non solo la morte, ma anche i tormenti
eterni che potrebbero tenerle dietro?
Augusto, avendo appreso che Erode, re dei Giudei, aveva fatto morire i suoi
figli, esclamò: «Meglio essere il maiale di Erode che il figlio di Erode!».
Altrettanto si può dire dell'uomo: questo beniamino della Provvidenza corre
rischi ben più grandi di tutti gli altri animali; dopo avere sofferto tanto in
questo mondo, si crede in pericolo di soffrire eternamente nell'altro!
95) Paragone tra l'uomo e gli animali
Qual è la precisa linea di demarcazione tra l'uomo e gli altri animali, che
egli chiama «bruti»? In che cosa l'uomo differisce essenzialmente dalle bestie?
«È per la sua intelligenza - ci dicono -, per le facoltà del suo ingegno, per la
ragione di cui è dotato, che l'uomo si rivela superiore a tutti gli altri
animali che, in tutto ciò che fanno, agiscono solo per impulsi fisici nei quali
la ragione non ha alcuna parte». Ma, in sostanza, le bestie, avendo bisogni più
limitati di quelli degli uomini, fanno benissimo a meno delle facoltà
intellettuali umane, che sarebbero perfettamente inutili al loro modo di vivere.
Il loro istinto è ad esse bastevole, mentre tutte le facoltà dell'uomo arrivano
a stento a rendergli sopportabile l'esistenza e a soddisfare i bisogni che
l'immaginazione, i pregiudizi, le istituzioni gli moltiplicano per sua
disgrazia.
La bestia non è impressionata dagli stessi oggetti che fanno colpo sull'uomo.
Non ha né gli stessi bisogni, né gli stessi desideri, né le stesse fantasie.
Giunge molto rapidamente a maturità, mentre nulla accade più di rado che vedere
lo spirito umano godere pienamente delle sue facoltà, esercitarle liberamente,
farne un uso conveniente per la propria felicità.
96) Non vi sono al mondo animali più detestabili dei tiranni
Ci assicurano che l'anima umana è una sostanza semplice. Ma se fosse del
tutto semplice come dicono, dovrebb'essere precisamente la stessa in tutti gli
individui della specie umana, che dovrebbero avere tutti le stesse facoltà
intellettuali. E invece ciò non accade: gli uomini sono differenti per le
qualità dell'ingegno non meno che per i lineamenti del viso. Nella specie umana
ci sono individui così diversi gli uni dagli altri quanto è diverso l'uomo da un
cavallo o da un cane. Quale conformità o somiglianza troviamo fra certi uomini?
Quale infinita distanza c'è tra l'intelligenza di un Locke, di un Newton, e
quella di un contadino, di un ottentotto, di un lappone!
L'uomo non differisce dagli altri animali che per la sua diversa
organizzazione, che lo mette in grado di produrre effetti di cui le bestie non
sono capaci. La varietà che si nota fra gli organi dei singoli individui della
specie umana basta a spiegarci le differenze che si trovano fra essi riguardo
alle facoltà cosiddette intellettuali. Un grado maggiore o minore di finezza
negli organi, di calore nel sangue, di scorrevolezza nelle sostanze fluide, di
elasticità o di rigidezza nelle fibre e nei nervi, devono necessariamente
produrre le infinite diversità che si osservano tra gli ingegni degli uomini. È
con l'esercizio, l'assuefazione, l'educazione, che l'ingegno umano si sviluppa e
arriva fino a innalzarsi al di sopra degli esseri che lo circondano: l'uomo
senza cultura e senza esperienza è un essere sprovvisto di ragione e di abilità,
non meno della bestia. Uno stupido è un uomo i cui organi si muovono a stento,
il cui cervello è tardo a mettersi in azione, il cui sangue circola con poca
velocità; un uomo d'ingegno è quello i cui organi sono ben articolati, è quello
che sente con grande prontezza e che ha un cervello dai movimenti rapidi; una
persona colta è un uomo i cui organi e il cui cervello si sono esercitati a
lungo su oggetti che lo interessano.
L'uomo senza cultura, senza esperienza, senza ragione, non è forse più
spregevole e degno di odio degli insetti più futili o delle bestie più feroci?
C'è nella natura un essere più detestabile che un Tiberio, un Nerone, un
Caligola? Codesti distruttori del genere umano conosciuti sotto il nome di
conquistatori hanno delle anime più stimabili di quelle dei leoni, degli orsi e
delle pantere? Vi sono al mondo animali più detestabili dei tiranni?
97) Confutazione dell'eccellenza dell'uomo
Le sragionevolezze umane, a chi le esamini con gli occhi della ragione, fanno
dileguare ben presto la superiorità che, tanto arbitrariamente, l'uomo si arroga
sugli altri animali. Quanti animali mostrano più bontà, riflessione e
ragionevolezza dell'animale che si considera ragionevole per eccellenza! Tra gli
uomini, così spesso schiavi e oppressi, vi sono delle società così ben
organizzate come quelle delle formiche, delle api o dei castori? Si sono mai
viste delle bestie feroci della stessa specie darsi appuntamento nelle pianure
per sbranarsi e distruggersi senza alcun vantaggio? Si son viste scoppiare
guerre di religione tra le bestie? La crudeltà delle bestie contro quelle
appartenenti ad altre specie ha per motivo la fame, il bisogno di nutrimento; la
crudeltà dell'uomo contro l'uomo ha per unico motivo la vanità dei suoi capi e
la follìa dei suoi assurdi pregiudizi.
I filosofi speculativi che si immaginano o che vogliono farci credere che
tutto nell'universo è stato fatto per l'uomo sono molto imbarazzati quando si
chiede loro quale contributo al benessere umano possono dare tanti animali
nocivi, che infestano continuamente il nostro mondo. Quale vantaggio accertabile
proviene, per il beneamato degli dèi, dall'essere morso da una vipera, punto da
una zanzara, straziato da animaletti fastidiosi, sbranato da una tigre ecc.?
Tutti questi animali non ragionerebbero forse altrettanto giustamente quanto i
nostri teologi se sostenessero che l'uomo è stato creato per loro?
98) Racconto orientale
A una certa distanza da Bagdad, un derviscio, noto per la sua devozione,
trascorreva giorni tranquilli in una piacevole solitudine. Gli abitanti dei
dintorni, per essere ricordati nelle sue preghiere, non mancavano di portargli
ogni giorno provviste e doni. Il sant'uomo non cessava di rendere grazie a Dio
per i benefizi di cui la Provvidenza lo colmava. «O Allah! - diceva -, com'è
ineffabile la tua tenerezza per i tuoi servitori! Che ho fatto per meritare i
beni che la tua generosità mi elargisce? O monarca dei cieli! O padre della
natura! Quali lodi potrebbero celebrare degnamente la tua munificenza e le tue
cure paterne? O Allah! Come sono grandi le tue bontà per i figli degli uomini!».
Pieno di riconoscenza, il nostro eremita fece voto d'intraprendere per la
settima volta il pellegrinaggio alla Mecca. La guerra che divampava allora tra i
persiani e i turchi non valse a fargli rimandare l'esecuzione del suo pio
progetto. Pieno di fiducia in Dio, si mette in viaggio. Con l'inviolabile
salvaguardia di un abito rispettato da tutti, supera senza ostacoli le linee dei
soldati nemici: ben lungi dall'essere molestato, riceve ad ogni passo segni di
venerazione dai soldati dei due eserciti. Alla fine, sfinito per la stanchezza,
si vede costretto a cercare un asilo contro i raggi di un sole ardente; lo trova
sotto la fresca ombra di un gruppo di palme, le cui radici erano vivificate da
un limpido ruscello. In questo luogo solitario, in un silenzio interrotto
soltanto dal mormorio delle acque e dal canto degli uccelli, il prediletto di
Dio trovò non solo un incantevole luogo di riposo, ma anche un cibo delizioso:
non ha che da stendere la mano per cogliere datteri e altri frutti saporosi; il
ruscello gli dà modo di dissetarsi; ben presto un prato verde lo invita a godere
un dolce riposo. Al risveglio, compie la sacra abluzione, e in un impeto di
gioia esclama: «O Allah! Come sono grandi le tue bontà per i figli degli
uomini!». Ben sazio, rinfrescato, pieno di forza e di lietezza, il nostro santo
prosegue il suo cammino. Per qualche tempo egli attraversa una campagna amena
che offre ai suoi sguardi poggi fioriti, praterie verdeggianti, alberi carichi
di frutti. Intenerito da questo spettacolo, non cessa di adorare la mano ricca e
generosa della Provvidenza, che dappertutto si mostra intenta alla felicità
della razza umana.
Giunto un po' più lontano, trova alcune montagne assai difficili a salire;
una volta arrivato in cima, uno spettacolo orribile si presenta di colpo ai suoi
occhi: il suo cuore ne rimane costernato. Vede una vasta pianura interamente
devastata dal ferro e dal fuoco; la misura con lo sguardo, la vede ricoperta di
più di centomila cadaveri, resti miserabili di una sanguinosa battaglia che si
era combattuta in quei luoghi pochi giorni prima. Le aquile, gli avvoltoi, i
corvi, i lupi divoravano a gara i cadaveri di cui il terreno era cosparso.
Questa vista gettò il nostro pellegrino in una cupa meditazione. Il cielo, per
uno speciale favore, gli aveva concesso il dono di comprendere il linguaggio
delle bestie; egli sentì un lupo, rimpinzato di carne umana, che, nel colmo
della gioia, gridava: «O Allah! Come sono grandi le tue bontà per i figli dei
lupi! La tua previdente saggezza ha cura di mandare attacchi di follìa a questi
uomini detestabili, così pericolosi per noi. Per effetto della tua provvidenza
che veglia sulle tue creature, questi distruttori della nostra specie si
scannano a vicenda e ci forniscono suntuosi banchetti. O Allah! Come sono grandi
le tue bontà per i figli dei lupi!».
99) È cosa insensata non vedere nell'universo che i benefizi del Cielo, e
credere che l'universo sia fatto soltanto per gli uomini
Un'immaginazione esaltata non vede nell'universo che i benefizi del Cielo;
uno spirito più calmo vi scorge sia dei beni, sia dei mali. «Io esisto», direte;
ma questa esistenza è sempre un bene? «Guardate - soggiungerete - questo sole
che v'illumina, questa terra che per voi si ricopre di messi e di verzura,
questi fiori che sbocciano per dilettare il vostro sguardo e saziare il vostro
olfatto, questi alberi che si curvano sotto il peso di frutti deliziosi, queste
acque limpide che scorrono solo per dissetarvi, questi mari che si stendono sul
nostro globo per facilitare il vostro commercio, questi animali che una natura
previdente riproduce per uso vostro». Sì, io vedo tutte queste cose, e ne
gioisco quando posso. Ma in molte parti del mondo questo sole così bello è quasi
sempre velato dalle nubi e io non ne godo; in altre zone, il suo calore
eccessivo mi tormenta, fa sorgere degli uragani, produce terribili malattie,
rende le campagne desolate per la siccità; i prati sono senza verzura, gli
alberi sono senza frutti, le messi sono riarse, le sorgenti sono disseccate;
posso sopravvivere a stento, e mi lagno allora per la crudeltà di una natura che
voi trovate sempre così benèfica. Se i mari mi portano spezie, ricchezze,
inutili merci preziose, non annientano, d'altra parte, in gran numero i mortali
tanto sciocchi da andare a cercarle?
La vanità dell'uomo lo persuade che è il centro dell'universo. Egli si crea
un mondo e un Dio per suo esclusivo vantaggio; si crede tanto importante da
poter alterare a suo piacimento il corso della natura; ma ragiona da ateo appena
si tratta degli altri animali. S'immagina che gli esseri di specie diversa dalla
sua siano degli automi poco degni delle attenzioni della Provvidenza universale,
e che le bestie non possano essere oggetto della sua giustizia o della sua
bontà. Gli uomini considerano gli eventi fortunati o sfortunati, la salute o la
malattia, la vita o la morte, l'abbondanza o la carestia, come ricompense o
punizioni dell'uso o dell'abuso della libertà che essi si sono arbitrariamente
attribuiti. Ragionano allo stesso modo quando si tratta delle bestie? No:
sebbene essi le vedano, sotto un Dio giusto, gioire e soffrire, essere sane e
malate, vivere e morire al pari degli uomini, non vien loro in mente di chiedere
per quali colpe queste bestie han potuto attirarsi l'odio del despota della
natura. Filosofi accecati dai loro pregiudizi teologici, per trarsi d'imbarazzo,
hanno spinto la loro follìa fino a sostenere che le bestie non sono esseri
senzienti!
Gli uomini non rinunceranno mai, dunque, alle loro assurde pretese? Non
riconosceranno mai che la natura non è minimamente fatta per loro? Non vedranno
che la natura ha stabilito un trattamento eguale per tutti gli esseri che
produce? Non si accorgeranno che tutti gli esseri viventi sono egualmente fatti
per nascere e per morire, per gioire e per soffrire? Infine, invece
d'inorgoglirsi, male a proposito, per le loro facoltà mentali, non saranno
costretti ad ammettere che spesso quelle facoltà li rendono più infelici delle
bestie, nelle quali non troviamo né le credenze, né i pregiudizi, né le vanità,
né le follìe che mettono continuamente a dura prova il benessere dell'uomo?
100) Che cos'è l'anima? Non ne sappiamo nulla. Se questa presunta anima
fosse di un'essenza diversa da quella del corpo, la loro unione sarebbe
impossibile
La superiorità che gli uomini si arrogano sugli altri animali è basata
principalmente sulla loro opinione di possedere, essi soli, un'anima immortale.
Ma se chiedete loro che cos'è quest'anima, li vedete balbettare. È una sostanza
ignota, è una forza segreta distinta dal corpo, è uno spirito del quale essi non
hanno alcuna idea. Domandate loro come questo spirito, che essi vogliono
considerare, al pari di Dio, totalmente privo di estensione, ha potuto
combinarsi col loro corpo esteso e materiale. Vi diranno che non ne sanno nulla,
che per essi è un mistero, che questa combinazione è l'effetto dell'onnipotenza
di Dio. Ecco le idee chiare che gli uomini si formano della sostanza ascosa o,
piuttosto, immaginaria della quale essi hanno fatto il movente di tutte le loro
azioni!
Se l'anima è una sostanza essenzialmente differente dal corpo e che non può
avere con esso alcun rapporto, la loro unione non sarebbe un mistero, ma una
cosa impossibile. D'altronde quest'anima, avendo un'essenza differente dal
corpo, dovrebbe necessariamente agire in una maniera differente dal corpo;
eppure noi vediamo che i movimenti che il corpo prova si ripercuotono su questa
presunta anima, e che queste due sostanze, diverse per essenza, agiscono sempre
d'accordo. Ci direte ancora una volta che questa armonia è un mistero! Ed io vi
dirò che non vedo la mia anima, conosco e sento solo il mio corpo; è questo
corpo che sente, pensa, giudica, soffre, gioisce, e tutte le sue facoltà sono
risultati necessari del suo particolare meccanismo, della sua
organizzazione.
101) L'esistenza di un'anima è un'ipotesi assurda, e l'esistenza di
un'anima immortale, un'ipotesi ancora più assurda
Sebbene gli uomini siano nell'impossibilità di farsi la minima idea quanto
alla loro anima, a questo presunto spirito che li vivifica, si persuadono
tuttavia che quest'anima sconosciuta è esente dalla morte. Tutto dimostra che
solo mediante i sensi o gli organi materiali del corpo essi sentono, pensano, si
formano delle idee, gioiscono e soffrono. Anche se si suppone l'esistenza di
quest'anima, non si può ricusare di ammettere che essa dipenda totalmente dal
corpo, e subisca, insieme col corpo, tutte le vicissitudini a cui esso stesso
soggiace. Eppure, ci s'immagina che essa non abbia, per sua natura, niente di
analogo al corpo; si pretende che possa agire e sentire senza il soccorso del
corpo; in una parola, ci si illude che, privata del corpo e svincolata dai
sensi, l'anima potrà vivere, gioire, soffrire, provare il benessere o sentire
dei feroci tormenti. È su un tessuto di assurdità indimostrabili di questa fatta
che si basa la meravigliosa opinione dell'«immortalità dell'anima».
Se io chiedo quali motivi abbiamo di supporre che l'anima sia immortale, mi
si risponde sùbito: «Perché l'uomo per sua natura desidera di essere immortale,
di vivere sempre». «Ma - replicherò io - il fatto che voi desideriate fortemente
una cosa è motivo sufficiente per concluderne che tale desiderio sarà
soddisfatto? In base a quale strana logica si osa stabilire che una cosa non può
non accadere per il fatto che si desidera ardentemente che accada? I desideri
partoriti dall'immaginazione degli uomini sono dunque la misura della realtà?».
«Gli empi - voi dite -, privi delle speranze allettanti di un'altra vita,
desiderano essere annientati». Ebbene: proprio questo loro desiderio di
annientamento non li autorizza a concludere che saranno dunque annientati, sulla
base dello stesso ragionamento per cui voi vi credete autorizzati a concludere
che esisterete in eterno perché lo desiderate?».
102) È evidente che l'uomo muore tutto intero
L'uomo muore tutto intero. Nulla di più evidente, per chi non sia fuori di
senno. Il corpo umano, dopo la morte, non è più che una massa incapace di
produrre i movimenti il cui insieme costituiva la vita; nel cadavere non si
scorge più né circolazione, né respirazione, né digestione, né parola, né
pensiero. Si pretende che le cose stiano così perché l'anima si è separata dal
corpo. Ma dire che quest'anima, che non conosciamo affatto, è il principio della
vita, equivale a non dire nulla, tranne questo, che una forza ignota è il
principio arcano di movimenti impercepibili. Niente di più naturale e di più
semplice che credere che il morto non viva più; niente di più stravagante che
credere che il morto sia ancora in vita.
Noi ci beffiamo della dabbenaggine di certi popoli che sogliono seppellire
dei cibi insieme al morto, perché pensano che questi alimenti gli saranno utili
e necessari nell'altra vita. Ma il credere che gli uomini mangeranno dopo morti
è davvero più ridicolo o più assurdo che l'immaginarsi che essi penseranno,
avranno idee piacevoli o moleste, gioiranno, soffriranno, proveranno pentimento
o godimento, quando gli organi atti a causar loro sensazioni o idee saranno
dissolti o ridotti in polvere? Dire che le anime umane saranno felici o infelici
dopo la morte del corpo significa sostenere che gli uomini potranno vedere senza
occhi, udire senza orecchie, gustare senza palato, odorare senza naso, toccare
senza mani e senza cute. Popoli che si credono pieni di razionalità accettano,
ciò nonostante, idee di questo genere!
103) Prove incontestabili contro la spiritualità dell'anima
Il dogma dell'immortalità dell'anima presuppone che l'anima sia una sostanza
semplice: in una parola, uno spirito. Ma io chiederò sempre che cos'è uno
spirito. «È - voi dite - una sostanza priva di estensione, incorruttibile, che
non ha niente in comune con la materia». Ma se è così, come mai la vostra anima
nasce, cresce, si rafforza, s'indebolisce, si turba, invecchia di pari passo col
vostro corpo?
A tutte queste nostre domande voi rispondete che si tratta di misteri. Ma, se
sono misteri, voi non ne capite nulla. Se non ne capite nulla, come potete
decidere in senso affermativo una cosa della quale siete incapaci di formarvi
alcuna idea? Per credere o affermare qualcosa, bisogna almeno sapere in che
consiste ciò che si crede e che si afferma. Se credete all'esistenza della
vostra anima immortale, ciò significa che siete persuasi dell'esistenza di una
cosa della quale non siete in grado di formarvi alcuna nozione esatta; significa
che credete a delle parole senza poter connettere ad esse alcun senso. Affermare
che le cose stanno come voi dite è il colmo della follìa o della
presunzione.
104) Assurdità delle cause soprannaturali che i teologi chiamano senza
posa in proprio soccorso
Strani ragionatori sono i teologi! Dal momento che non possono indovinare le
cause naturali delle cose, inventano delle cause che essi chiamano
«soprannaturali»; immaginano spiriti, cause occulte, agenti inesplicabili, o
piuttosto parole molto più oscure delle cose che tentano di spiegare. Restiamo
nella natura, se vogliamo renderci conto dei fenomeni della natura; non
cerchiamo cause troppo evanescenti per essere afferrate dai nostri organi, e
convinciamoci che, uscendo dalla natura, non troveremo mai la soluzione dei
problemi che la natura ci presenta.
Anche accettando l'ipotesi della teologia, cioè supponendo un Motore
onnipotente della materia, con quale diritto i teologi negherebbero al loro Dio
il potere di dare alla materia la facoltà di pensare? Creare delle combinazioni
di materia dalle quali risultasse il pensiero, sarebbe per lui un'impresa più
difficile che creare degli spiriti pensanti? Almeno, supponendo una materia
pensante, avremmo qualche conoscenza del soggetto del pensiero, ossia di ciò che
pensa in noi, mentre, attribuendo il pensiero ad un essere immateriale, ci è
impossibile farcene la minima idea.
105) È falso che il materialismo sia disonorante per la specie
umana
Ci obiettano che il materialismo fa dell'uomo una mera macchina: e questo
viene giudicato altamente disonorevole per tutta la specie umana. Ma la specie
umana sarà davvero più onorata quando si dirà che l'uomo agisce per gli impulsi
segreti di uno spirito, o di un certo non so che, che riesce ad animarlo, senza
che si possa sapere come?
È facile accorgersi che la superiorità che si attribuisce allo spirito sulla
materia, o all'anima sul corpo, è basata soltanto sulla nostra ignoranza della
natura di codesta anima, mentre abbiamo più familiarità con la materia, col
corpo, che presumiamo di conoscere e di cui crediamo di sceverare i congegni. Ma
i più semplici movimenti dei nostri corpi sono, per chiunque vi rifletta, degli
enigmi altrettanto difficili a svelarsi quanto è il pensiero.
106) Continuazione
La stima che tante persone hanno per la sostanza spirituale non ha, a quanto
pare, altro motivo che l'impossibilità in cui si trovano di definirla in modo
comprensibile. Il disprezzo che i nostri metafisici mostrano per la materia
proviene dal fatto che «la familiarità genera il disprezzo». Quando essi ci
dicono che «l'anima è più eccellente e più nobile del corpo», ci dicono questo
soltanto: che ciò che non conoscono in alcun modo dev'essere molto più bello di
ciò di cui hanno qualche debole idea.
107) Il dogma dell'altra vita non è utile che per quelli che lo sfruttano
con l'aiuto della credulità della gente
Ci vantano continuamente l'utilità del dogma dell'altra vita; sostengono che,
seppure fosse una finzione, sarebbe vantaggioso, perché s'impone agli uomini e
li conduce alla virtù. Ma è poi vero che questo dogma rende gli uomini più saggi
e più virtuosi? I popoli tra cui questo dogma è ben saldo si distinguono per i
loro costumi e la loro condotta? Il mondo visibile non finisce sempre con
l'avere il sopravvento sul mondo invisibile? Se coloro che hanno il compito di
educare e di governare gli uomini avessero, essi per primi, lumi e virtù, li
governerebbero molto meglio basandosi sulla realtà che su vane chimere. Ma
furbi, ambiziosi e corrotti come sono, i legislatori hanno sempre trovato più
comodo addormentare i popoli con delle fole che insegnar loro delle verità,
sviluppare la loro ragione, incitarli alla virtù con motivi sensibili e reali,
governarli in modo razionale.
I teologi hanno avuto indubbiamente le loro ragioni per affermare
l'immaterialità dell'anima: avevano bisogno di anime e di chimere per popolare
le regioni immaginarie che avevano scoperto nell'aldilà. Anime materiali
sarebbero state soggette alla dissoluzione, come tutti i corpi. Ora, se gli
uomini credessero che tutto debba perire con loro, i geografi dell'altro mondo
perderebbero evidentemente il diritto di guidare le anime che si fidano di loro
verso quel soggiorno ignoto; non trarrebbero alcun profitto dalle speranze con
cui li nutrono e dai terrori con cui hanno cura di opprimerle. Se l'avvenire non
ha alcuna reale utilità per il genere umano, è, però, utilissimo per quelli che
si son presi l'incarico di guidarlo verso quella mèta.
108) È falso che il dogma dell'altra vita sia consolante; e, fosse anche
consolante, non si può trarne la conclusione che sia vero
«Ma - si dirà - il dogma dell'immortalità dell'anima non è forse consolante
per degli esseri che si trovano spesso in preda a una grande infelicità in
questo mondo? Anche se fosse un'illusione, non è dolce e gradevole? Non è un
bene per l'uomo credere di potere sopravvivere a se stesso e godere un giorno
una felicità che gli è negata sulla terra?». Così, poveri mortali, voi assumete
i vostri desideri come misura della verità! Siccome desiderate vivere sempre ed
essere più felici, ne traete subito la conclusione che vivrete sempre e che in
un mondo ignoto sarete più fortunati che nel mondo conosciuto, il quale spesso
non vi procura che dolori! Accettate, piuttosto, di abbandonare senza rimpianti
questo mondo che causa alla maggioranza di voi ben più tormenti che piaceri.
Rassegnatevi all'ordine del destino che vuole che, al pari di tutti gli esseri,
voi non duriate in eterno. «Ma che cosa diventerò?», mi chiedi tu, uomo. Quello
che eri alcuni milioni d'anni fa. Tu eri allora... non so che; preparati dunque
a ridiventare in un istante quel «non so che» di allora; rientra serenamente
nella dimora universale dalla quale uscisti a tua insaputa nella tua forma
attuale; e passa, senza lagnarti, come tutti gli esseri che ti circondano.
Ci ripetono continuamente che le credenze religiose offrono infinite
consolazioni per i derelitti. Si sostiene che l'idea dell'immortalità dell'anima
e di una vita più felice sia particolarmente adatta a sollevare l'animo
dell'uomo e a sostenerlo tra le avversità da cui si vede assalito sulla terra.
Invece il materialismo, dicono, è un sistema desolante, fatto per degradare
l'uomo, un sistema che mette l'uomo allo stesso livello delle bestie, infrange
il suo coraggio, gli mostra come unica prospettiva un orribile annientamento,
capace di condurlo alla disperazione e d'invitarlo a darsi la morte, date le
sofferenze che prova in questo mondo. La grande arte dei teologi è di insufflare
il caldo e il freddo, di affliggere e di consolare, di intimorire e di
rassicurare.
Secondo le finzioni della teologia, le plaghe dell'aldilà sono allietanti e
rattristanti. Nulla di più difficile che rendersi meritevole del regno della
felicità; nulla di più facile che ottenere un posto nel soggiorno dei supplizi,
che la Divinità destina alle sventurate vittime del suo eterno furore. Quelli
che trovano così lusinghiera e così dolce l'idea di un'altra vita, hanno dunque
dimenticato che l'altra vita, come essi stessi credono, dev'essere accompagnata
da tormenti per la maggioranza dei mortali? L'idea dell'annientamento totale non
è infinitamente preferibile all'idea di un'esistenza eterna, accompagnata da
dolori e da «stridor di denti»? Il timore di non continuare ad esistere sempre è
più angoscioso del pensiero di non essere mai esistiti? Il timore di cessare di
esistere è un male reale soltanto per l'immaginazione che, senza fondamento,
partorì il dogma di un'altra vita.
Voi dite, sapienti cristiani!, che l'idea di una vita più felice è attraente.
Ne conveniamo; non c'è alcuno che non desideri un'esistenza più dolce e meno
malsicura di quella che si trascorre quaggiù. Ma, se il paradiso è seducente,
ammetterete anche che l'inferno è spaventevole. Il cielo è difficilissimo a
meritare, l'inferno facilissimo. Non dite che una via «stretta» e faticosa
conduce alle regioni fortunate, mentre una via «larga» porta alle regioni del
dolore? Non ripetete continuamente che «il numero degli eletti è piccolissimo,
quello dei reietti grandissimo»? Non sono necessarie, per salvarsi, delle grazie
che il vostro Dio non accorda che a pochi? Ebbene, io vi dirò che queste idee
non sono affatto consolanti; vi dirò che preferisco essere annientato una volta
per tutte che bruciare in eterno; vi dirò che la sorte delle bestie mi sembra
più desiderabile di quella dei dannati. Vi dirò che l'opinione che mi libera da
timori ossessionanti finché sono in vita mi sembra più lieta dell'incertezza in
cui mi lascia la credenza in un Dio che, padrone di elargire le sue grazie, non
le elargisce che ai suoi favoriti, e permette che tutti gli altri si rendano
meritevoli di supplizi eterni. Soltanto l'esaltazione o la pazzia possono far
preferire, a un sistema basato sull'evidenza e rassicurante, delle supposizioni
improbabili accompagnate da incertezze e timori desolanti.
109) Tutti i princìpi religiosi sono immaginari. Il «senso intimo» non è
che l'effetto di un'abitudine radicata. Dio è una chimera, e le qualità che gli
vengono prodigate si annullano a vicenda
Tutti i princìpi religiosi sono una faccenda di mera immaginazione, nella
quale l'esperienza e il ragionamento non hanno mai avuto alcuna parte.
S'incontra molta difficoltà a combatterli, perché l'immaginazione, una volta
dominata da chimere che la stupiscono o la turbano, è incapace di ragionare. Chi
combatte la religione e i suoi fantasmi con le armi della ragione somiglia a uno
che si serva d'una spada per uccidere dei moscerini; subito dopo che il fendente
è stato vibrato, i moscerini e le chimere ricominciano a volteggiare, e
riprendono nelle menti il posto da cui si credeva di averli eliminati.
Dal momento che vengono rifiutate le prove dell'esistenza di Dio che la
teologia pretende di dare, si oppone agli argomenti che la distruggono un «senso
intimo», una persuasione profonda, un'attrazione invincibile inerente ad ogni
uomo, che torna a presentargli, suo malgrado, l'idea di un essere onnipotente
che egli non può scacciare del tutto dalla sua mente, e che è costretto a
riconoscere, a dispetto delle ragioni più forti che si possono opporle. Ma se si
accetta di analizzare questo «senso intimo» al quale si dà tanto peso, si
troverà che esso è soltanto l'effetto di un'abitudine radicata che, facendo
chiudere gli occhi sulle prove più stringenti, riconduce la maggioranza degli
uomini, e spesso anche le persone più illuminate, ai pregiudizi dell'infanzia.
Che potere ha codesto «senso intimo», codesta persuasione infondata, di contro
all'evidenza che ci dimostra che ciò che implica contraddizione non può
esistere?
Ci dicono, con tono di grande serietà, che non è dimostrata l'inesistenza di
Dio. E tuttavia è dimostrato più d'ogni altra cosa, in base a tutto ciò che gli
uomini hanno detto finora, che questo Dio è una chimera la cui esistenza è del
tutto impossibile, poiché nulla è più evidente e meglio dimostrato della tesi
che un essere non può riunire in sé qualità così disparate, così
contraddittorie, così inconciliabili come quelle che tutte le religioni della
terra assegnano alla Divinità. Il Dio del teologo, come il Dio del teista, è
evidentemente una causa incompatibile con gli effetti che le vengono attribuiti.
Da qualunque lato si affronti la questione, bisogna o inventare un altro Dio, o
ammettere che il Dio del quale si parla ai mortali da tanti secoli è, insieme,
ottimo e pessimo, potentissimo e debolissimo, immutabile e cangiante,
supremamente intelligente e supremamente sprovvisto di ragione, di capacità di
progettare, di mezzi per attuare il suo progetto, amico dell'ordine e
consenziente al disordine, giustissimo e ingiustissimo, abilissimo e più che mai
inetto. Insomma, si è costretti a confessare che è impossibile conciliare gli
attributi discordanti che si accumulano su un essere del quale non si può dire
una sola parola senza cadere sùbito nelle contraddizioni più evidenti. Si provi
ad attribuire una sola qualità alla Divinità, e sùbito ciò che se ne dirà si
rivelerà in contraddizione con gli effetti che si assegnano a quella causa.
110) Ogni religione non è che un sistema immaginato per conciliare delle
contraddizioni ricorrendo a dei misteri
La teologia potrebbe a giusta ragione esser definita «la scienza delle
contraddizioni». Ogni religione non è che un sistema immaginato per conciliare
delle nozioni inconciliabili. Con l'aiuto dell'abitudine e del terrore, si
giunge a persistere nelle più grandi assurdità, anche quando esse sono messe in
luce nel modo più evidente. Tutte le religioni sono facili a combattersi, ma
difficili a sradicarsi. La ragione non può nulla contro l'abitudine, che
diviene, come si suol dire, «una seconda natura». Ci sono molte persone,
peraltro ragionevoli, che, anche dopo essersi rese conto del crollo delle basi
su cui poggiavano le loro credenze, vi ritornano ancora, a dispetto delle
ragioni più evidenti.
Se qualcuno si lagna di non capir nulla della religione, di trovarvi ad ogni
passo assurdità ripugnanti, di scorgervi cose impossibili, la risposta è che noi
non siamo fatti per afferrare alcuna delle verità che la religione ci mette
dinanzi; che la ragione ci svia ed è una guida infedele, capace di condurci in
perdizione. Per di più, ci dicono che «ciò che è follia agli occhi degli uomini
è saggezza agli occhi di un Dio» il quale può tutto. E infine, per tagliar
corto, con una sola parola, alle più insormontabili difficoltà che la teologia
ci presenta da ogni parte, se la sbrigano col dirci che si tratta di
«misteri».
111) Assurdità e inutilità dei misteri, fabbricati nell'esclusivo
interesse dei preti
Che cos'è un mistero? Se esamino la cosa da vicino, scopro ben presto che un
mistero è sempre una contraddizione, un'assurdità palpabile, un'impossibilità
constatata, riguardo alla quale i teologi vogliono obbligare gli uomini a
chiudere umilmente gli occhi. In una parola, un mistero è tutto ciò che le
nostre guide spirituali non sono capaci di spiegarci.
Per i ministri della religione è utile che i popoli non capiscano nulla di
ciò che vien loro insegnato. Ciò che non si comprende non si può sottoporre a
esame; tutte le volte che è buio pesto, si è costretti a lasciarsi guidare. Se
la religione fosse chiara, i preti non avrebbero tanto daffare quaggiù.
Niente religione senza misteri. Il mistero è un ingrediente essenziale della
religione; una religione priva di misteri sarebbe una contraddizione in termini.
Il Dio che serve di fondamento alla religione naturale, al teismo o deismo, è
anch'esso il più gran mistero per chi voglia indagarlo.
112) Continuazione
Tutte le religioni rivelate che vi sono nel mondo son piene di dogmi
misteriosi, di princìpi inintelligibili, di meraviglie incredibili, di racconti
favolosi che sembrano immaginati al solo scopo di confondere la ragione. Ogni
religione ci parla di un Dio ascoso, la cui essenza è un mistero: cosicché la
condotta che gli viene attribuita è non meno difficilmente concepibile
dell'essenza stessa di Dio. La Divinità non ha mai parlato se non
enigmaticamente e misteriosamente, nelle religioni, così diverse l'una
dall'altra, che ha fondato in varie parti del nostro globo. Dappertutto essa si
è rivelata solo per annunciare misteri, cioè per avvertire i mortali che essa
voleva che credessero a contraddizioni, ad assurdità, a cose alle quali essi
erano incapaci di connettere alcuna idea precisa.
Quanto più una religione è ricca di misteri, quanto più presenta alla mente
cose incredibili, tanto più ha buone probabilità di piacere all'immaginazione
degli uomini, la quale vi trova, proprio per questo, un continuo alimento. Più
una religione è tenebrosa, più sembra divina, cioè conforme alla natura di un
essere arcano del quale non si sa nulla.
È caratteristico dell'ignoranza il preferire l'ignoto, l'arcano, il favoloso,
il miracoloso, l'incredibile, perfino il terribile, a ciò che è chiaro, semplice
e vero. Il vero non scuote l'immaginazione come il falso, che, d'altronde,
ciascuno è libero di foggiare a suo modo. Il volgo non chiede niente di meglio
che ascoltare favole; i preti e i legislatori, inventando religioni e
fabbricando misteri, lo hanno servito a sazietà. Con questi mezzi si sono
guadagnata la devozione dei fanatici, delle donne, degli ignoranti. Esseri di
questa sorta si accontentano facilmente di argomenti che non sanno sottoporre a
esame: l'amore del semplice e del vero non si trova che nel ristretto numero di
coloro la cui immaginazione è tenuta a freno dallo studio e dalla
riflessione.
Gli abitanti d'un villaggio non sono mai così contenti del loro parroco come
quando inframezza molto latino nella sua predica. Gli ignoranti s'immaginano
sempre che chi parla loro di cose che essi non capiscono sia un uomo molto
bravo. Ecco il vero principio della credulità dei popoli e dell'autorità di
coloro che pretendono di guidarli.
113) Continuazione
Parlare agli uomini per annunciar loro dei misteri equivale a dare e tenere
per sé nello stesso tempo; equivale a parlare allo scopo di non essere inteso.
Chi parla solo per enigmi o vuol divertirsi per l'imbarazzo da lui provocato, o
ricava un vantaggio dal non spiegarsi troppo chiaramente. Ogni segreto è indizio
di diffidenza, incapacità e timore. I prìncipi e i loro ministri avvolgono nel
mistero i loro progetti per paura che i loro nemici, venendone a conoscenza, li
facciano fallire. Un Dio buono può dunque godere dell'imbarazzo delle sue
creature? Un Dio dotato di una potenza alla quale nulla al mondo è in grado di
resistere, come può temere che i suoi disegni siano impediti? Che interesse
avrebbe, dunque, a farci spacciare enigmi e misteri dai suoi sacerdoti?
Ci dicono che l'uomo, per la debolezza della sua natura, non è in grado di
capir nulla dell'«economia divina», la quale non può essere per lui che un
insieme di misteri. Ci dicono che Dio non può svelare all'uomo i suoi segreti, i
quali sono necessariamente al di sopra delle sue capacità. In tal caso, io
risponderò sempre che l'uomo non è fatto per occuparsi dell'«economia divina»,
che tale economia non può interessarlo minimamente, che egli non ha alcun
bisogno di misteri per lui incomprensibili; e che, dunque, una religione
misteriosa non è fatta per lui, così come un discorso eloquente non è fatto per
un gregge di pecore.
114) Un Dio universale avrebbe dovuto rivelare una religione
universale
La Divinità si è rivelata in un modo così poco uniforme nelle diverse regioni
del nostro globo, che in fatto di religione gli uomini si guardano a vicenda con
odio o con disprezzo. I partitanti delle diverse sètte si considerano
reciprocamente del tutto ridicoli e del tutto pazzi; i misteri più venerati in
una religione sono oggetto di riso per un'altra. Dio, essendosi deciso infine a
rivelarsi agli uomini, avrebbe almeno dovuto parlare a tutti un'unica lingua ed
esonerare il loro debole intelletto dall'imbarazzo di cercare quale può essere
la religione emanata davvero da lui, quale il culto a lui più gradito.
Un Dio universale avrebbe dovuto rivelare una religione universale. Per quale
fatalità, dunque, si trovano sulla terra tante religioni diverse? Qual è la
vera, tra la moltitudine di quelle che pretendono di esserlo, ciascuna
escludendo tutte le altre? Vi sono buoni motivi di credere che nessuna goda di
questa superiorità; i dissensi e le dispute nelle opinioni religiose sono segni
evidenti dell'incertezza e dell'oscurità dei princìpi dai quali si parte.
115) La prova che la religione non è necessaria consiste nella sua
inintelligibilità
Se la religione fosse necessaria a tutti gli uomini, dovrebb'essere
intelligibile per tutti gli uomini. Se la religione fosse la cosa più importante
per loro, la bontà di Dio, a quanto pare, esigerebbe che essa fosse la più
chiara, la più evidente, la meglio dimostrata di tutte le cose. Non è, dunque,
stupefacente che questa cosa, tanto essenziale alla salvezza dei mortali, sia
precisamente quella che essi capiscono meno, e sulla quale da tanti secoli i
loro maestri hanno più discusso? Giammai i preti, anche quelli di una stessa
sètta, sono arrivati finora ad accordarsi tra loro sul modo di intendere le
volontà di un Dio che ha avuto la magnanimità di rivelarsi!
Il mondo da noi abitato può paragonarsi a una pubblica piazza dove, in punti
diversi, sono installati vari ciarlatani: ciascuno si dà da fare per attirare i
passanti, screditando i rimedi venduti dai propri colleghi. Ogni bottega ha i
suoi avventori, convinti che i loro mediconzoli siano gli unici che possiedano i
rimedi efficaci. Nonostante l'uso continuo che ne fanno, gli avventori non si
accorgono che la loro salute non migliora affatto, e che essi sono malati né più
né meno di quelli che accorrono presso i ciarlatani di un'altra bottega. La
devozione è una malattia dell'immaginazione, contratta fin dall'infanzia; il
devoto è un ipocondriaco che, a forza di medicine, non fa che aggravare il suo
male. Il saggio non prende alcuna di queste medicine, segue un buon regime di
vita e, quanto al resto, lascia agire la natura.
116) Tutte le religioni sono ridicolizzate dalle credenze opposte, ed
egualmente insensate, dei fautori delle altre religioni
Agli occhi di una persona sensata, niente appare più ridicolo che i giudizi
che esprimono gli uni sugli altri i seguaci, egualmente insensati, delle diverse
religioni di cui la terra è popolata. Un cristiano trova che il Corano, cioè la
rivelazione divina annunciata da Maometto, non è che un tessuto di assurde
fantasticherie e di imposture ingiuriose verso la divinità. Il maomettano, per
parte sua, dà di «idolatra» e di «cane» al cristiano, non vede nel cristianesimo
che assurdità, s'immagina di avere il diritto di conquistare i paesi cristiani e
di costringerli, con la spada in mano, ad accettare la religione del suo divino
profeta; soprattutto, ritiene che nulla sia più empio e irragionevole che di
adorare un uomo o di credere nella Trinità. Il cristiano protestante, che, senza
scrupoli, adora un uomo e crede fermamente nell'inconcepibile mistero della
Trinità, si burla del cristiano cattolico perché costui crede di più al mistero
della transustanziazione; lo tratta come un pazzo, un empio e un idolatra perché
s'inginocchia per adorare un pezzo di pane, nel quale crede di vedere
sostanziato il Dio universale. I cristiani di tutte le sètte si accordano nel
considerare come sciocchezze le incarnazioni del Dio indiano Visnù: essi
sostengono che la sola vera incarnazione è quella di Gesù, figlio del Dio
dell'universo e della moglie d'un falegname. Il teista che si dichiara seguace
di una religione che egli considera come la religione naturale, soddisfatto di
credere in un Dio del quale non ha alcuna idea, si permette di far dello spirito
su tutti gli altri misteri insegnati da tutte le religioni del mondo.
117) Opinione d'un famoso teologo
Un famoso teologo ha riconosciuto l'assurdità di ammettere un Dio e di
fermarsi qui. «A noi - egli dice -, che crediamo per fede in un vero Dio, in una
sostanza dotata di poteri eccezionali, nulla deve più far difficoltà. Una volta
ammesso quel primo mistero, che già da solo è tutt'altro che piccolo, la ragione
non deve più sentirsi offesa su tutto il resto. Quanto a me, non provo più
disagio nell'ammettere un milione di cose che non comprendo, che nel credere
alla prima verità che mi sfugge».
C'è qualcosa di più contraddittorio, impossibile o misterioso della creazione
della materia per opera di un essere immateriale che, essendo di per sé
immutabile, produce i continui mutamenti che vediamo nel mondo? C'è qualcosa di
più incompatibile con tutte le nozioni del buon senso, che il credere che un
essere sovranamente buono, saggio, giusto e potente governi la natura e diriga
egli stesso i movimenti di un mondo pieno soltanto di follìe, di infelicità, di
delitti, di disordini che con una sola parola egli avrebbe potuto prevenire,
impedire o eliminare? In breve, dal momento in cui si ammette un essere così
contraddittorio come il Dio teologico, con quale diritto ci si potrebbe
rifiutare di ammettere le fole più incredibili, i miracoli più bizzarri, i
misteri più oscuri?
118) Il Dio dei teisti non è né meno contraddittorio né meno chimerico
del Dio dei teologi
Il teista ci dice a gran voce: «Guardatevi dall'adorare il Dio feroce e
bizzarro della teologia; il mio Dio è un essere infinitamente saggio e buono; è
il padre degli uomini; è il più dolce dei re; è lui che colma l'universo dei
suoi benefizi». Ma, gli risponderò, non vedete che in questo mondo tutto
smentisce le belle qualità che attribuite al vostro Dio? Nella numerosa progenie
di un padre così amorevole io non vedo che infelici. Sotto il regno di questo
sovrano così giusto, non vedo che il delitto trionfante e la virtù oppressa.
Frammisti a quei benefizi che voi vantate e che il vostro entusiasmo vuole
prendere esclusivamente in considerazione, vedo una folla di mali di ogni
specie, sui quali vi ostinate a chiudere gli occhi. Costretto a riconoscere che
il vostro Dio così buono, mettendosi in contraddizione con se stesso,
distribuisce con la stessa mano sia il bene sia il male, vi troverete costretto,
per giustificarlo, a rinviarmi, come il prete, alle regioni dell'aldilà.
Inventate dunque un Dio diverso da quello della teologia, giacché il vostro è
contraddittorio non meno del suo. Un Dio buono che fa il male o che permette che
venga fatto, un Dio pieno di equità nel cui regno l'innocenza è così spesso
oppressa, un Dio perfetto che produce soltanto opere imperfette e miserabili, -
un Dio siffatto e la sua condotta non sono misteri altrettanto grandi quanto
quello dell'incarnazione?
Voi dite di arrossire di vergogna per i vostri concittadini, ai quali si dà a
credere che il Dio dell'universo ha potuto mutarsi in uomo e morire crocifisso
in un luogo sperduto dell'Asia. Voi trovate molto assurdo il mistero ineffabile
della Trinità. Nulla vi sembra più ridicolo che un Dio che si trasforma in pane
e si lascia mangiare ogni giorno in mille luoghi diversi. Ebbene! Tutti questi
misteri sono davvero più offensivi per la nostra ragione di quel che non sia un
Dio vendicatore e remuneratore delle azioni degli uomini? L'uomo, secondo voi, è
libero o no? Nell'uno e nell'altro caso, il vostro Dio, se ha anche un minimo di
giustizia, non può né punirlo né rimunerarlo. Se l'uomo è libero, è Dio che lo
ha creato libero di agire o di non agire; è Dio, dunque, la causa prima di tutte
le sue azioni; punendo l'uomo per i suoi peccati, lo punirebbe per aver fatto
ciò che gli ha dato la libertà di fare. Se l'uomo non è libero di agire
diversamente da come agisce, Dio sarebbe il più ingiusto degli esseri, punendolo
dei peccati che egli non ha potuto fare a meno di commettere.
Molte persone sono sinceramente colpite dalle assurdità di minore entità di
cui son piene tutte le religioni del mondo; ma non hanno il coraggio di risalire
alla sorgente dalla quale queste assurdità son dovute necessariamente derivare.
Non si vuol vedere che un Dio pieno di contraddizioni, di capricciosità, di
qualità che si escludono a vicenda, scaldando e fecondando l'immaginazione degli
uomini non ha mai potuto far sbocciare che una lunga serie di chimere.
119) Non si dimostra affatto l'esistenza di Dio affermando che in tutti i
secoli tutti i popoli hanno riconosciuto la sovranità di una divinità, quale che
essa fosse
Credono di tappar la bocca ai negatori dell'esistenza di Dio affermando che
tutti gli uomini, in tutti i secoli, hanno riconosciuto la sovranità di una
divinità, quale che essa fosse; che non c'è alcun popolo sulla terra che non
abbia creduto in un essere invisibile e potente, e lo abbia adorato e venerato;
che, infine, non c'è gente, per quanto selvaggia la si possa immaginare, che non
sia persuasa dell'esistenza di qualche Intelligenza superiore alla natura umana.
Ma la credenza di tutti gli uomini può trasformare l'errore in verità? Un
celebre filosofo ha detto giustamente: «Non ci si può opporre alla verità
adducendo la tradizione unanime o il consenso di tutti gli uomini». Prima di
lui, un altro pensatore aveva detto che un esercito di maestri non basta per
cambiare la natura dell'errore e per farne una verità.
C'è stato un tempo in cui tutti gli uomini hanno creduto che il sole girasse
intorno alla terra, e che questa rimanesse immobile al centro di tutto
l'universo: non sono passati molto più di due secoli da quando questo errore è
stato confutato. C'è stato un tempo in cui nessuno voleva credere all'esistenza
degli antipodi, e venivano perseguitati quelli che avevano la sfrontatezza di
sostenerla; oggi nessuna persona istruita osa dubitarne. Tutti i popoli del
mondo, eccettuati alcuni individui meno superstiziosi degli altri, credono
ancora agli stregoni, agli spettri, alle apparizioni, ai fantasmi, e nessuna
persona sensata s'immagina di essere obbligata a condividere queste sciocchezze;
e tuttavia, i più sensati si fanno un dovere di credere ad uno spirito
universale!
120) Tutti gli dèi hanno un'origine selvaggia; tutte le religioni sono
antichi relitti d'ignoranza, di superstizione, di ferocia; e le religioni
moderne non sono che follìe antiche ringiovanite
Tutti gli dèi adorati dagli uomini hanno un'origine selvaggia; sono stati
evidentemente immaginati da popolazioni stupide, o furono dati a credere da
legislatori ambiziosi e astuti a genti ingenue e rozze, che non avevano né la
capacità né il coraggio di riflettere sensatamente sugli esseri che, a forza di
terrore, venivano spinti ad adorare.
Considerando da vicino il Dio che tuttora vediamo adorato dalle odierne
nazioni più civili, siamo costretti a riconoscere che egli ha evidentemente
degli aspetti selvaggi. Essere selvaggio significa non conoscere altro diritto
che la forza, spingere al massimo la propria crudeltà, seguire soltanto il
proprio capriccio, mancare di preveggenza, di prudenza e di ragione. Popoli che
vi credete civili! Non riconoscete queste caratteristiche nel Dio terribile al
quale prodigate i vostri incensi? Le raffigurazioni della Divinità che vi
vengono messe innanzi non recano chiaramente le tracce dell'umore implacabile,
geloso, vendicativo, sanguinario, capriccioso, sconsiderato dell'uomo che non ha
ancora coltivato la propria ragione? O uomini! Voi non adorate che un grande
Selvaggio, e intanto lo considerate come un modello da seguire, come un dolce
maestro, come un sovrano pieno di perfezioni!
Le credenze religiose degli uomini di ogni paese sono antichi e durevoli
relitti dell'ignoranza, della credulità, dei terrori e della ferocia dei loro
antenati. Ogni selvaggio è un fanciullo avido di cose meravigliose: se ne
abbevera a lunghi sorsi, e, quando trova qualcosa di adatto a eccitare la sua
immaginazione, non vi ragiona mai sopra. La sua ignoranza sulle leggi di natura
fa sì che egli attribuisca a spiriti, a incantesimi, alla magia tutto ciò che
gli sembra fuori del comune: per lui, i preti sono stregoni ai quali egli
attribuisce un potere assolutamente divino, davanti ai quali la sua ragione si
confonde e si umilia, i cui oracoli sono da lui considerati decreti infallibili
che sarebbe pericoloso trasgredire.
In materia di religione, gli uomini, per la maggior parte, sono rimasti nella
loro barbarie primitiva. Le religioni moderne non sono altro che follìe antiche
ringiovanite o presentate sotto qualche nuova forma. Se gli antichi selvaggi
hanno adorato delle montagne, dei fiumi, dei serpenti, degli alberi, dei feticci
di ogni sorta; se i sapienti egiziani hanno reso omaggio a coccodrilli, topi,
cipolle, non vediamo dei popoli che si credono più saggi di loro adorare con
compunzione del pane in cui essi s'immaginano che i loro preti facciano
discendere la Divinità? Il Dio-pane non è il feticcio di molti popoli cristiani,
altrettanto insensati, a questo riguardo, quanto i popoli più selvaggi?
121) Tutte le usanze religiose portano il marchio della stupidità e della
barbarie
La ferocia, la stupidità, la follìa del selvaggio si sono sempre manifestate
nelle pratiche religiose, che tanto spesso furono così crudeli o stravaganti.
Uno spirito di barbarie si è perpetuato fino a noi; esso penetra nelle religioni
seguìte dai popoli più civili. Non vediamo ancora offrire alla divinità vittime
umane? Nell'intento di placare la collera di un Dio che viene immaginato sempre
altrettanto feroce, geloso, vendicativo quanto un selvaggio, leggi sanguinarie
fanno perire fra torture raffinate coloro che sono ritenuti odiosi a lui per la
loro maniera di pensare. I popoli moderni, istigati dai loro preti, hanno
addirittura superato, forse, l'atroce follìa dei popoli più barbari: almeno, non
sappiamo che sia mai venuto in mente ai selvaggi di torturare per delle
opinioni, di scrutare i pensieri, d'inquietare gli uomini per i movimenti
invisibili del loro cervello.
Quando vediamo popoli civili e colti - inglesi, francesi, tedeschi ecc. -,
nonostante tutti i loro lumi, continuare a inginocchiarsi dinanzi al Dio
barbarico degli ebrei, cioè del popolo più stupido, più credulo, più selvaggio,
più insocievole che vi sia mai stato sulla terra; quando vediamo questi popoli
illuminati dividersi in sètte, sbranarsi a vicenda, odiarsi e disprezzarsi per
le idee, tutte egualmente ridicole, che essi hanno sulla condotta e le
intenzioni di questo Dio assurdo; quando vediamo persone intelligenti perdere
scioccamente il tempo a meditare sulle volontà di questo Dio pieno di capricci e
di follìe, siamo tentati di gridare: «O uomini! Voi siete ancora selvaggi! O
uomini! Non siete che dei bambini, quando si tratta di religione».
122) Più un'opinione religiosa è antica e generale, più dev'essere
sospetta
Chiunque si sia formato idee giuste sull'ignoranza, la credulità, la
negligenza e la stoltezza del volgo, considererà sempre le opinioni tanto più
sospette, quanto le troverà più ampiamente diffuse. Gli uomini, per la maggior
parte, non sottopongono niente ad esame; si lasciano ciecamente condurre dal
costume e dall'autorità; le loro opinioni religiose sono quelle che essi hanno
meno coraggio e capacità di verificare; dal momento che non ne capiscono nulla,
sono costretti a tacere, o almeno si trovano ben presto a corto di ragionamenti.
Chiedete a un qualsiasi uomo del popolo se crede in Dio: sarà estremamente
sorpreso che possiate dubitarne. Chiedetegli allora che cosa intenda con la
parola «Dio»: lo metterete nel più grande imbarazzo; vi accorgerete sùbito che è
incapace di connettere qualsiasi idea concreta a questa parola che ripete
continuamente. Vi dirà che Dio è Dio; e vi accorgerete che egli non sa né ciò
che ne pensa, né i motivi che ha di credervi.
Tutti i popoli parlano di un Dio; ma sono d'accordo su questo Dio? No.
Ebbene, il dissenso su un'opinione non dimostra la sua giustezza, ma al
contrario è un segno di incertezza e di oscurità. Una stessa persona è sempre
d'accordo con se stessa sulle opinioni che si è fatta del proprio Dio? No.
Questa idea muta con le vicissitudini alle quali il suo organismo fisico è
soggetto: altro segno di incertezza. Gli uomini sono sempre d'accordo con gli
altri e con se stessi sulle verità dimostrate, qualunque siano le condizioni in
cui si trovano: a meno di esser pazzi, tutti riconoscono che due e due fanno
quattro, che il sole illumina, che il tutto è più grande di una sua parte, che
la giustizia è un bene, che bisogna essere benèfici per meritare l'affezione
degli uomini, che l'ingiustizia e la crudeltà sono incompatibili con la bontà.
Sono egualmente d'accordo, gli uomini, quando parlano di Dio? Tutto ciò che ne
pensano o ne dicono è sùbito confutato dagli effetti che ne vogliono far
derivare.
Dite a più pittori di rappresentare una chimera. Ciascuno di loro,
formandosene idee diverse, la dipingerà diversamente. Non troverete alcuna
rassomiglianza fra le sembianze che ciascuno avrà dato a un ritratto il cui
modello non esiste da nessuna parte. Tutti i teologi di questo mondo, dipingendo
Dio, non dipingono nient'altro che una grande chimera, sulle fattezze della
quale essi non sono mai d'accordo fra loro, che ciascuno aggiusta a modo suo, e
che non esiste che nel suo proprio cervello. Non vi sono due individui sulla
terra che abbiano o possano avere le stesse idee sul loro Dio.
123) Lo scetticismo, in materia di religione, non può essere che
l'effetto di un esame superficiale e poco accurato dei princìpi
teologici
Forse sarebbe più giusto dire che tutti gli uomini sono degli scettici o
degli atei, anziché sostenere che sono fermamente convinti dell'esistenza di un
Dio. Come essere sicuri dell'esistenza di un essere che non si è mai potuto
prendere in esame, un essere del quale non è possibile farsi alcuna idea
stabile, i cui effetti diversi su noi stessi ci impediscono di dare un giudizio
costante, la cui nozione non può essere uniforme in due cervelli differenti?
Come ci si può dichiarare intimamente persuasi dell'esistenza di un essere al
quale si è continuamente costretti ad attribuire una condotta opposta alle idee
che avevamo cercato di formarcene? È dunque possibile credere fermamente in ciò
che è inconcepibile? Credere in questa maniera non equivale ad aderire
all'opinione altrui, senza averne alcuna propria? I preti guidano a loro
arbitrio le credenze del volgo; ma codesti preti non confessano essi stessi che
Dio riesce loro incomprensibile? Concludiamo dunque che la convinzione piena e
intera dell'esistenza di un Dio non è così generale come si vorrebbe dare a
intendere.
Essere scettico equivale a non avere i motivi necessari per pronunciare un
giudizio. Dinanzi alle prove che sembrano dimostrare l'esistenza di Dio e agli
argomenti che la combattono, alcune persone preferiscono dubitare e sospendere
il loro assenso. Ma, in effetti, questa incertezza dipende solo dal fatto che
non si è esaminato il problema a fondo. È possibile dubitare dell'evidenza? Le
persone sensate deridono con ragione un pirronismo assoluto, e addirittura lo
giudicano impossibile. Un uomo che dubitasse della propria esistenza o di quella
del sole apparirebbe completamente ridicolo, o sarebbe sospettato di parlare in
mala fede. È meno assurdo rimanere in uno stato d'incertezza sulla non esistenza
di un essere evidentemente impossibile? È più assurdo dubitare della propria
esistenza che essere incerti quanto alla possibilità di un essere le cui qualità
si annullano reciprocamente? Vi sono più motivi per credere a un essere
spirituale di quanti ve ne siano per credere all'esistenza di un bastone privo
di due estremità? La nozione di un essere infinitamente buono e potente che, ciò
nonostante, fa o permette un'infinità di mali, è meno insensata o meno
impossibile di quella di un triangolo quadrato? Concludiamo dunque che lo
scetticismo religioso non può che essere l'effetto di un esame poco accurato dei
princìpi teologici, i quali sono in perpetua contraddizione coi princìpi più
chiari e meglio dimostrati.
Dubitare è pensare e ripensare sul giudizio che si deve esprimere. Lo
scetticismo non è che uno stato d'indecisione che risulta dall'esame
superficiale delle cose. È mai possibile essere scettici in fatto di religione,
se ci si prende cura di risalire fino ai suoi princìpi e di considerare da
vicino il concetto di Dio che le serve di fondamento? Il dubbio, di solito,
nasce o da pigrizia, o da debolezza, o da indifferenza, o da incapacità.
Dubitare, per molte persone, è aver paura di sobbarcarsi al fastidio di
esaminare cose a cui si attribuisce ben poco interesse. Ma siccome la religione
vien presentata agli uomini come la cosa che deve avere per essi le conseguenze
più importanti in questo e nell'altro mondo, lo scetticismo e il dubbio riguardo
ad essa saranno necessariamente per l'animo umano uno stato sgradevole, e gli
offriranno tutt'altro che un «comodo guanciale». Chiunque non abbia il coraggio
di contemplare senza prevenzioni la Divinità sulla quale ogni religione si basa,
non può sapere per quale religione decidersi; non sa più che cosa deve credere o
non credere, ammettere o respingere, sperare o temere; in una parola, non è più
in grado di prendere una decisione su niente.
L'indifferenza in materia di religione non può essere confusa con lo
scetticismo: tale indifferenza è basata essa stessa sulla sicurezza già
raggiunta o sulla probabilità di arrivare alla conclusione che la religione non
abbia per noi motivo di interesse. La persuasione che una cosa, magnificata come
importantissima, non lo è affatto o è del tutto indifferente, presuppone un
esame adeguato dell'argomento; sarebbe altrimenti impossibile avere questa
persuasione. Quelli, invece, che si dichiarano scettici sui punti fondamentali
della religione, sono quasi sempre dei pigri, o degli uomini poco capaci di
indagine.
124) La Rivelazione confutata
In tutti i luoghi della terra ci assicurano che un Dio si è rivelato. Che ha
insegnato agli uomini? Dà ad essi la dimostrazione evidente della propria
esistenza? Dice loro dove risiede? Insegna loro chi è, in che consiste la sua
essenza? Spiega loro chiaramente le sue intenzioni e il suo progetto? Quel poco
che egli dice del suo progetto si accorda con gli effetti che noi scorgiamo? No
di certo: egli ci insegna soltanto che «è colui che è», che è un «Dio ascoso»,
che le sue vie sono ineffabili, che monta in furore se appena si ha la temerità
di approfondire i suoi decreti o di consultare la ragione per giudicare su di
lui o sulle sue opere.
La condotta di Dio, quale si rivela, corrisponde alle stupende idee che
vorrebbero darci della sua sapienza, della sua bontà, della sua giustizia, della
sua onnipotenza? Per niente. Ogni volta che si mostra, questa sua condotta
denota un essere ingiusto, capriccioso, buono tutt'al più verso un popolo che
egli predilige, nemico verso tutti gli altri. Se si degna di mostrarsi ad alcuni
uomini, ha cura di tenere tutti gli altri in una invincibile ignoranza delle sue
divine intenzioni. Ogni rivelazione particolare non è il contrassegno evidente
di un Dio ingiusto, parziale, malvagio?
Le volontà rivelate da un Dio sono tali da colpire per la sublime sapienza o
ragionevolezza che esse contengono? Mirano chiaramente alla felicità del popolo
al quale la Divinità le annuncia? Esaminando le volontà divine, in ogni paese,
io non vi trovo che comandi arbitrari, precetti ridicoli, cerimonie di cui non
si indovina in alcun modo lo scopo, pratiche puerili, un cerimoniale non degno
del sovrano della natura, offerte, sacrifici, espiazioni utili, senza dubbio, ai
ministri della Divinità, ma molto onerose per tutti gli altri cittadini. Trovo,
inoltre, che codeste leggi raggiungono spessissimo lo scopo di rendere gli
uomini asociali, iracondi, intolleranti, litigiosi, ingiusti, disumani verso
tutti coloro che non hanno ricevuto dal Cielo né le stesse loro rivelazioni, né
gli stessi comandamenti, né gli stessi favori.
125) Dov'è la prova che Dio si sia mai mostrato agli uomini e abbia
parlato ad essi?
I precetti morali impartiti dalla Divinità sono davvero divini, o superiori a
quelli che qualsiasi uomo ragionevole potrebbe immaginare? Sono divini soltanto
perché è impossibile alla mente umana comprenderne l'utilità. Fanno consistere
la virtù in una rinunzia totale alla natura umana, in un volontario oblio della
propria ragione, in un santo odio verso se stessi; infine, questi sublimi
precetti identificano spessissimo la perfezione con una condotta crudele verso
noi stessi e perfettamente inutile agli altri.
Qualche Dio si è realmente mostrato? Ha personalmente promulgato le sue
leggi? Ha parlato agli uomini con la sua bocca? Mi dicono che Dio non si è mai
mostrato a tutto un popolo, ma si è sempre servito come intermediario di qualche
personaggio da lui prediletto, che si è preso la briga di insegnare e di
spiegare ai profani le sue intenzioni. Non è stato mai permesso al popolo di
entrare nel santuario; i ministri degli dèi hanno avuto sempre essi soli il
diritto di riferire ciò che avviene là dentro.
126) Niente dimostra la verità dei miracoli
Se, nell'insieme di tutte le rivelazioni divine, io mi lagno di non
riconoscere né la saggezza, né la bontà, né la giustizia di un Dio; se i grandi
personaggi che si sono interposti tra il Cielo e noi mi appaiono sospetti di
frode, di ambizione, di mire interessate, mi assicurano che Dio ha confermato
con miracoli straordinari il messaggio di quelli che hanno parlato per lui. Ma
non sarebbe stato più semplice mostrarsi e spiegarsi direttamente? D'altronde,
se mi viene la curiosità di esaminare questi miracoli, vedo che si tratta di
racconti privi di verosimiglianza, riferiti da persone sospette, che avevano il
massimo interesse nel far credere agli altri che essi erano i messaggeri
dell'Altissimo.
Quali testimoni ci vengono addotti per impegnarci a credere a miracoli
incredibili? Ci si appella alla testimonianza di popoli imbecilli, che non
esistono più da migliaia di anni, e che, se anche potessero tuttora testimoniare
i miracoli in questione, potrebbero essere sospettati di esser rimasti vittime
della loro immaginazione e di essersi lasciati imbrogliare da gherminelle che
abili impostori compivano sotto i loro occhi. Ma - direte - quei miracoli sono
attestati in libri che, attraverso una tradizione ininterrotta, si sono
perpetuati fino a noi. Da chi quei libri sono stati scritti? Chi sono gli uomini
che li hanno trasmessi e perpetuati? Sono le stesse persone che hanno fondato le
religioni, o coloro che sono diventati loro seguaci e zelatori. Dunque secondo
voi, in fatto di religione, la testimonianza delle parti interessate è
irrefragabile e non può essere contestata!
127) Se Dio avesse parlato, sarebbe strano che avesse parlato
diversamente a tutti gli adepti dei vari culti, i quali si dannano tutti a
vicenda, si accusano tutti, con ragione, di superstizione e di
empietà
Dio ha parlato diversamente a ciascun popolo del globo che abitiamo.
L'indiano non crede a una sola parola di ciò che Dio ha detto al cinese; il
maomettano considera come fandonie ciò che Dio ha detto al cristiano; l'ebreo
vede sia nel maomettano, sia nel cristiano dei corruttori sacrileghi della Legge
santa che il suo Dio aveva dato ai suoi antenati. Il cristiano, orgoglioso della
sua Rivelazione più moderna, danna egualmente l'indiano, il cinese, il
maomettano e perfino l'ebreo i cui libri santi egli non rinnega. Chi ha torto e
chi ha ragione? Ciascuno grida: «Ho ragione io!». Ciascuno adduce le stesse
prove; ciascuno ci parla dei suoi miracoli, dei suoi veggenti, dei suoi profeti,
dei suoi martiri.
L'uomo sensato risponde che delirano tutti; che Dio non ha affatto parlato,
se è vero che egli è uno spirito che non può aver né bocca né lingua; che il Dio
dell'universo potrebbe benissimo, senza prendere a prestito gli organi del corpo
umano, ispirare alle sue creature ciò che vorrebbe che esse sapessero; e che,
siccome esse ignorano egualmente dappertutto ciò che devono pensare riguardo a
Dio, è evidente che Dio non ha voluto istruirli in proposito.
Gli adepti dei diversi culti che vediamo praticati in questo mondo si
accusano reciprocamente di superstizione e di empietà. I cristiani hanno orrore
della superstizione pagana, cinese, maomettana. I cattolici romani trattano da
empi i cristiani protestanti; questi a loro volta declamano senza posa contro la
superstizione cattolica. Hanno tutti ragione. Essere empio significa avere
opinioni ingiuriose verso il proprio Dio; essere superstizioso significa averne
idee errate. Accusandosi volta a volta di superstizione, i diversi religionisti
somigliano a dei gobbi che si rinfacciano l'un l'altro la loro deformità.
128) Oscurità e origine sospetta degli oracoli
Gli oracoli rivelati dalla Divinità ai popoli per tramite dei suoi diversi
inviati sono chiari? Ahimè! Non ci sono due sole persone che li intendano allo
stesso modo. Quelli che li spiegano agli altri non sono mai d'accordo tra loro;
per chiarirli bisogna ricorrere a esegèsi, commenti, interpretazioni
allegoriche, glosse; se ne estrae un «significato mistico» ben diverso dal
«senso letterale». Dappertutto occorrono degli uomini per districare le volontà
di un Dio che non ha potuto o voluto spiegarsi chiaramente dinanzi a coloro che
voleva illuminare. Dio preferisce sempre servirsi dell'intermediazione di alcuni
uomini, che possiamo sospettare si siano sbagliati, o abbiano avuto le loro
buone ragioni per ingannare gli altri!
129) Assurdità dei presunti miracoli
I fondatori di tutte le religioni hanno di solito convalidato la loro
missione divina mediante i miracoli. Ma che cos'è un miracolo? È un atto che
trasgredisce direttamente le leggi di natura. Ma chi le aveva fatte, secondo
voi, queste leggi? Dio. Dunque il vostro Dio che, secondo voi, ha previsto
tutto, viola le leggi che la sua sapienza aveva imposto alla natura! Quelle
leggi erano dunque sbagliate, o almeno, in alcune circostanze, non si
accordavano più con le idee di Dio stesso, dal momento che ci venite a dire che
egli ha creduto di doverle sospendere o violare?
Vogliono persuaderci che alcuni uomini, privilegiati dall'Altissimo, hanno
ricevuto da lui il potere di fare dei miracoli. Ma, per fare un miracolo,
bisogna essere in grado di creare nuove cause, capaci di produrre effetti
opposti a quelli che le cause ordinarie possono operare. È concepibile che Dio
possa dare a degli uomini il potere misterioso di creare delle cause, di trarle
dal nulla? È credibile che un Dio non soggetto a mutamento possa comunicare a
degli uomini il potere di cambiare o di rettificare il proprio piano, un potere
cioè che, data la sua essenza, un essere immutabile non può possedere neanche
esso stesso? I miracoli, lungi dal fare sommo onore a Dio, lungi dal provare la
divinità di una religione, distruggono evidentemente l'idea di Dio che ci viene
insegnata, l'idea della sua immutabilità, dei suoi attributi non comunicabili ad
alcuno, e perfino della sua onnipotenza. Come un teologo può convincerci che un
Dio che ha dovuto concepire tutto l'insieme del suo progetto, che ha potuto fare
soltanto leggi perfette, che non può apportare a tali leggi alcun mutamento, sia
costretto a ricorrere a miracoli per far riuscire i suoi piani, o possa
concedere alle sue creature la facoltà di operare dei prodìgi per eseguire le
proprie divine volontà? È credibile che un Dio abbia bisogno dell'aiuto degli
uomini? A un essere onnipotente, i cui decreti sono sempre adempiuti, a un
essere che tiene in pugno i cuori e le menti delle sue creature, basta volere,
perché esse credano tutto ciò che egli desidera.
130) Confutazione del ragionamento di Pascal sul modo di giudicare i
miracoli
Che diremo di alcune religioni che motivano il loro carattere divino
adducendo miracoli che esse stesse si adoprano per rendere poco credibili? Come
prestar fede ai miracoli riferiti nei libri sacri dei cristiani, nei quali Dio
si vanta di indurire i cuori, di accecare coloro che vuol mandare in
perdizione?; nei quali questo stesso Dio permette agli spiriti maligni e ai
maghi di compiere miracoli altrettanto grandi quanto quelli dei propri seguaci?;
nei quali si predice che l'Anticristo avrà il potere di operare prodigi capaci
di scuotere la fede perfino degli eletti? Con simili premesse, quali indizi ci
faranno capire se Dio vuole istruirci o tenderci un tranello? Come distingueremo
se le meraviglie che vediamo provengono da Dio o dal diavolo?
Pascal, per trarci d'imbarazzo, ci dice con tutta serietà che «bisogna
giudicare la dottrina in base ai miracoli e i miracoli in base alla dottrina; la
dottrina convalida i miracoli, i miracoli convalidano la dottrina». Se esiste un
circolo vizioso ridicolo, è certamente quello contenuto in questo bel
ragionamento di uno dei più grandi difensori della religione cristiana. Qual'è
la religione di questo mondo che non si vanti di possedere la dottrina più
mirabile, e che non riferisca un gran numero di miracoli in suo appoggio?
Un miracolo è capace di annullare l'evidenza di una verità dimostrata?
Quand'anche un uomo possedesse il segreto di guarire tutti i malati, di render
diritti tutti gli storpi, di risuscitare tutti i morti di una città, di
sollevarsi in aria, di fermare il corso del sole e della luna, potrebbe con ciò
persuadermi che due più due non fanno quattro, che uno è uguale a tre, e tre ad
uno, che un Dio che riempie tutto l'universo con la sua immensità ha potuto
racchiudersi nel corpo di un ebreo, che l'Eterno può morire come un uomo, che un
Dio di cui si asserisce l'immutabilità, la preveggenza e la saggezza ha potuto
cambiare parere sulla propria religione e riformare la sua stessa opera con una
nuova rivelazione?
131) In base ai princìpi stessi della teologia, ogni nuova rivelazione
dev'essere considerata falsa ed empia
Secondo i princìpi stessi della teologia - sia naturale, sia rivelata -, ogni
nuova rivelazione dovrebbe ritenersi falsa; ogni mutamento introdotto in una
religione proveniente dalla Divinità dovrebb'essere considerato un'empietà, una
bestemmia. Qualsiasi riforma religiosa presuppone che Dio non abbia saputo fin
dal primo momento dare alla propria religione la solidità e la perfezione
dovute. Dire che Dio, emanando una prima Legge, si è adattato alle idee
grossolane del popolo che egli voleva illuminare, equivale a sostenere che Dio
non ha né potuto né voluto dare al popolo che egli allora illuminava un grado di
ragionevolezza sufficiente per adempiere ai suoi disegni.
Se è vero che il giudaismo fu, un tempo, una religione effettivamente emanata
da un Dio santo, immutabile, onnipotente e previdente, allora il cristianesimo è
un'empietà. La religione di Cristo presuppone dei difetti nella Legge che Dio
stesso aveva promulgato per bocca di Mosè, e presuppone anche impotenza o
cattiveria in codesto Dio, il quale non ha potuto o voluto rendere gli ebrei
tali quali dovevano essere a suo giudizio. Tutte le nuove religioni e le riforme
di antiche religioni devono evidentemente presupporre l'impotenza, l'incostanza,
l'imprudenza, la cattiveria della Divinità.
132) Il sangue stesso dei martiri è una prova contro la verità dei
miracoli e contro l'origine divina che si attribuisce al
cristianesimo
Se la storia mi insegna che i primi apostoli, fondatori o riformatori di
religioni, hanno compiuto grandi miracoli, la storia mi insegna anche che quegli
apostoli riformatori e i loro seguaci sono stati quasi tutti vituperati,
perseguitati e mandati a morte come perturbatori della pubblica quiete. Sono
dunque tentato di credere che essi non hanno compiuto i miracoli che vengono
loro attribuiti. In effetti, quei miracoli avrebbero dovuto indurre coloro che
li vedevano a diventare loro fautori in gran numero, e a impedire che gli
operatori di miracoli fossero maltrattati. La mia incredulità si raddoppia se mi
si racconta che chi ha compiuto miracoli è stato crudelmente torturato o
suppliziato. Come credere che dei missionari protetti da un Dio e investiti del
suo potere divino, avendo il privilegio di compiere miracoli, non abbiano potuto
attuare un miracolo così semplice come quello di sottrarsi alla crudeltà dei
loro persecutori?
Si è così bravi da desumere dalle persecuzioni stesse una prova convincente
in favore della religione dei perseguitati. Ma una religione che si vanta di
aver costato la vita a tanti martiri e che c'insegna che i suoi fondatori, per
diffonderla, hanno sofferto torture inaudite, non può essere la religione di un
Dio benefico, giusto e onnipotente. Un Dio buono non permetterebbe che uomini
incaricati di annunciare le sue volontà fossero maltrattati. Un Dio onnipotente,
volendo fondare una religione, si servirebbe di mezzi più semplici e meno
funesti ai più fedeli suoi servitori. Dire che Dio ha voluto che la sua
religione fosse suggellata col sangue equivale a dire che Dio è debole,
ingiusto, ingrato e sanguinario, e che sacrifica indegnamente i suoi apostoli
alle mire della sua ambizione.
133) Il fanatismo dei martiri, lo zelo sempre interessato dei missionari
non provano per niente la verità della religione
Morire per una religione non costituisce una prova che quella religione sia
vera o divina: costituisce, tutt'al più, una prova che la si suppone tale. Un
invasato, morendo, non dimostra nulla, tranne il fatto che il fanatismo
religioso è spesso più forte dell'amore per la vita. Un impostore può talvolta
morire coraggiosamente; egli fa in tal caso, come si suol dire, «di necessità
virtù».
Si rimane spesso sorpresi e, insieme, commossi alla vista del nobile coraggio
e dello zelo disinteressato che ha spinto certi missionari a predicare la loro
dottrina, anche a rischio di incorrere nelle torture più feroci. Da questo amore
per la salvezza degli uomini vengono tratte induzioni favorevoli alla religione
che essi hanno propagandato. Ma, in fondo, questo spirito disinteressato è solo
apparente. Chi non rischia nulla, non ha nulla. Un missionario vuol tentare la
fortuna, con l'aiuto della sua dottrina. Egli sa che, se avrà la fortuna di
spacciare la sua mercanzia, diventerà padrone assoluto di quelli che lo
prenderanno per guida; è sicuro che sarà oggetto delle loro cure, dei loro
omaggi, della loro venerazione; ha tutti i buoni motivi di credere che non
mancherà di nulla. Tali sono i veri motivi che infiammano lo zelo e la carità di
tanti predicatori e missionari che vediamo aggirarsi per il mondo.
Morire per un'opinione non dimostra la verità o la bontà di quell'opinione,
così come morire in battaglia non dimostra il buon diritto del sovrano al cui
interesse tanta gente ha la follìa d'immolarsi. Il coraggio di un martire
inebriato dall'idea del paradiso non ha niente di più sovrannaturale del
coraggio di un uomo d'armi inebriato dall'idea della gloria o tenuto a bada
dalla paura del disonore. Quale differenza si può trovare fra un irochese che
canta mentre vien bruciato a fuoco lento e il martire san Lorenzo che, sulla
graticola, insulta il suo tiranno?
I predicatori di una nuova dottrina soccombono quando non sono i più forti;
gli apostoli fanno di solito un mestiere pericoloso, di cui possono prevedere
con buon anticipo le conseguenze; la loro morte coraggiosa non dimostra la
verità dei loro princìpi e nemmeno la loro personale sincerità, come la morte
violenta d'un oltracotante o d'un brigante non dimostra che essi abbiano avuto
ragione di perturbare la società o si siano creduti in diritto di far ciò. Il
mestiere di missionario è stato sempre lusinghiero per l'ambizione e comodo per
vivere a spese degli ingenui; questi vantaggi son potuti bastare per far
dimenticare i rischi che il mestiere comporta.
134) La teologia fa del suo Dio un nemico della ragione e dei
lumi
Voi ci dite, o teologi, che «ciò che è follìa agli occhi degli uomini è
sapienza davanti a un Dio che si compiace di confondere la sapienza dei
sapienti». Ma non sostenete che la sapienza umana è un dono del cielo? Dicendoci
che questa sapienza spiace a Dio, che è follìa ai suoi occhi, che egli vuole
umiliarla, voi ci annunziate che il vostro Dio è amico soltanto degli ignoranti,
e che alle persone sensate egli fa un dono funesto, per il quale questo perfido
tiranno si ripromette di punirli crudelmente un giorno. Non è davvero strano che
non si possa essere amici del vostro Dio se non ci si dichiara nemici della
ragione e del buon senso?
135) La fede è inconciliabile con la ragione e la ragione è preferibile
alla fede
La fede, secondo i teologi, è «un consenso non evidente». Quindi la religione
esige che si creda fermamente a cose non evidenti, a proposizioni spesso
improbabilissime o contrarissime alla ragione. Ma rifiutare la ragione come
giudice della fede, non significa confessare che la ragione non può venire a
patti con la fede? Dal momento che i ministri della religione hanno deciso di
mettere al bando la ragione, bisogna pure che abbiano sentito l'impossibilità di
conciliare la ragione con la fede, la quale, lo si vede bene, altro non è che
una cieca sottomissione a quei preti la cui autorità, in molte teste, gode di un
peso maggiore dell'evidenza stessa ed è preferibile alla testimonianza dei
sensi.
«Immolate la vostra ragione; rinunziate all'esperienza; diffidate della
testimonianza dei vostri sensi; sottomettetevi senza riflessione a quello che
noi vi annunziamo in nome del cielo». Tale è il linguaggio comune a tutti i
preti del mondo; essi sono in disaccordo su tutto, tranne che sulla necessità di
non ragionare mai quando si tratta di princìpi che essi ci presentano come i più
importanti alla nostra felicità.
Io non immolerò la mia ragione, perché essa sola può farmi distinguere il
bene dal male, il vero dal falso. Se, come sostenete, la mia ragione proviene da
Dio, non crederò mai che un Dio che voi lodate come tanto buono mi abbia dato la
ragione solo per tendermi un tranello, allo scopo di condurmi in perdizione.
Preti! screditando la ragione, non vedete che calunniate il vostro Dio, dal
momento che ci assicurate che la ragione è un suo dono?
Io non rinuncerò all'esperienza, perché essa è una guida ben più sicura
dell'immaginazione, o dell'autorità di certe guide che si pretenderebbe di
darmi. L'esperienza mi insegna che il fanatismo e l'interesse possono accecare e
trarre in inganno quelle guide; l'autorità dell'esperienza deve avere nella mia
mente un ben diverso peso che la testimonianza sospetta di molti uomini che mi
risultano o molto facili a ingannarsi, o molto interessati a ingannare gli
altri.
Io diffiderò dei miei sensi, perché non ignoro che talvolta essi possono
trarmi in errore; ma, d'altra parte, io so che non m'inganneranno sempre. So
benissimo che l'occhio mi fa vedere il sole molto più piccolo di quanto sia in
realtà; ma l'esperienza, la quale non è altro che l'applicazione reiterata dei
sensi, mi insegna che gli oggetti appaiono sempre più piccoli in ragione della
loro distanza: è per questa via che arrivo ad essere sicuro che il sole è molto
più grande del globo terrestre; è per questa via che i miei sensi riescono a
rettificare i giudizi avventati che i miei sensi stessi mi avevano fatto
concepire.
Se mi si ammonisce a diffidare della testimonianza dei sensi, si annullano
per me le prove di ogni religione. Se gli uomini possono essere vittime della
loro immaginazione e se i loro sensi sono menzogneri, come si pretende che io
creda ai miracoli che hanno colpito i sensi infidi dei nostri antenati? Se i
miei sensi sono guide infedeli, ne traggo la conseguenza che non dovrei prestar
fede nemmeno ai miracoli che io vedessi compiersi sotto i miei occhi.
136) Quanto siano assurdi e ridicoli i sofismi di coloro che vogliono
sostituire la fede alla ragione
Mi ripetete senza posa che «le verità della religione sono al di sopra della
ragione». Ma, se è così, non ammettete che tali verità non sono fatte per esseri
ragionanti? Pretendere che la ragione ci possa ingannare è come dirci che la
verità può essere falsa, che l'utile può essere dannoso. Che cos'altro è la
ragione se non la conoscenza dell'utile e del vero? D'altronde, poiché non
abbiamo, per regolarci in questa vita, nient'altro che la nostra ragione più o
meno esercitata - la nostra ragione quale essa è e i nostri sensi quali essi
sono -, dire che la ragione è una guida infedele e i nostri sensi sono
ingannevoli è come dire che i nostri errori sono inevitabili, che la nostra
ignoranza è invincibile e che Dio non può, senza commettere un'estrema
ingiustizia, punirci per aver seguìto le sole guide che ha voluto darci.
Pretendere che noi siamo obbligati a credere a cose superiori alla portata
della nostra ragione è un'asserzione altrettanto ridicola quanto il dire che Dio
esige che ci libriamo in aria senza avere le ali. Affermare che vi sono oggetti
sui quali non è permesso consultare la propria ragione equivale a dirci che,
riguardo ai problemi più importanti per noi, bisogna affidarsi soltanto
all'immaginazione, o che il meglio è agire a caso.
I nostri Maestri ci dicono che dobbiamo sacrificare la nostra ragione a Dio;
ma quali motivi possiamo avere di sacrificare la nostra ragione a un essere che
ci fa soltanto doni inutili, dei quali non vuole che facciamo uso? Quale fiducia
possiamo avere in un Dio che, secondo i nostri stessi Maestri, è tanto malvagio
da indurire i cuori, da toglierci il senno per tenderci insidie, per «indurci in
tentazione»? Infine, quale fiducia possiamo avere nei ministri di questo Dio i
quali, per guidarci più comodamente, ci ordinano di tenere chiusi gli occhi?
137) Come pretendere che l'uomo debba credere sulla parola quella che,
dicono, è per lui la cosa più importante?
Gli uomini sono persuasi che la religione è la cosa più seria per essi in
questo mondo, e intanto è proprio questa la cosa che essi meno di tutte si
permettono di esaminare personalmente. Se si tratta dell'acquisto di una carica,
di un terreno o di una casa, di un investimento di denaro, di una transazione o
di un contratto qualsiasi, vedete che ognuno esamina tutto con cura, prende le
maggiori precauzioni, pesa tutte le parole di una scrittura, si tutela contro
qualsiasi imprevisto. Per la religione non si fa così: ognuno la accetta a caso
e vi crede sulla parola, senza prendersi la briga di sottoporre ad esame
alcunché.
Due cause sembrano cooperare per mantenere negli uomini la negligenza e
l'incuria che essi mostrano quando si tratta di esaminare le credenze religiose.
La prima è la sfiducia di dissolvere l'oscurità nella quale, necessariamente,
ogni religione è avvolta; fin dai suoi primi princìpi, la religione pare fatta
apposta per scoraggiare le menti pigre, le quali, non vedendovi che un caos, la
considerano impossibile a sbrogliare. La seconda è che ognuno si ripromette di
non lasciarsi troppo angosciare da quei precetti severi che tutti ammirano e che
ben pochi s'impegnano a praticare rigorosamente. Molti considerano la religione
come delle vecchie carte di famiglia, che non si sono mai messi a indagare
minuziosamente, ma che tengono riposte nei loro archivi per servirsene in caso
di bisogno.
138) La fede si radica solo in spiriti deboli, ignoranti o
pigri
I discepoli di Pitagora seguivano con fede cieca la dottrina del maestro;
«l'ha detto Lui» era, per loro, la soluzione di tutti i problemi. Gli uomini, in
maggioranza, si comportano con eguale sragionevolezza. In fatto di religione, un
curato, un prete, un monaco ignorante diventano le guide del pensiero altrui. La
fede supplisce alla debolezza dell'intelletto umano, per il quale la riflessione
è, di solito, un lavoro assai penoso; è molto più comodo rimettersi al parere di
altri, anziché indagare personalmente; l'indagine, essendo lenta e difficile,
spiace egualmente agli ignoranti privi d'intelligenza e agli spiriti troppo
focosi: ecco, certamente, il motivo per cui la fede trova tanti fautori sulla
terra.
Più gli uomini sono sprovvisti di lumi e di ragione, più si mostrano zelanti
per la loro religione. In tutte le sètte religiose, le donne, imbonite dai loro
direttori di coscienza, mostrano un grande zelo per credenze delle quali
evidentemente non capiscono nulla. Nelle dispute teologiche il volgo si lancia
come una bestia feroce su tutti coloro contro i quali il suo prete vuole
aizzarlo. Una profonda ignoranza, una credulità senza limiti, un cervello molto
debole, un'immaginazione sovreccitata: ecco gli ingredienti coi quali si
fabbricano i devoti, gli zelanti, i fanatici e i santi. Come far capire le
proprie ragioni a gente che non ha altro principio che quello di lasciarsi
guidare e di non esaminare mai niente? I bigotti e il volgo sono, in mano ai
loro dominatori, degli automi manovrati a loro piacimento.
139) Insegnare che esiste una vera religione è un'assurdità e una causa
di disordini negli Stati
La religione è questione d'usanza e di moda: «bisogna fare come gli altri».
Ma, fra le tante religioni che vediamo nel mondo, quale scegliere? Questa
ricerca sarebbe troppo irta di difficoltà e troppo lunga; bisogna dunque
attenersi alla religione dei propri padri, a quella del proprio paese, a quella
del principe: avendo dalla sua la forza, questa religione dev'essere la
migliore. Il caso, nient'altro, decide la religione d'un uomo e d'un popolo; i
francesi sarebbero oggi musulmani altrettanto devoti quanto sono cristiani, se
un tempo i loro antenati non avessero respinto gli assalti dei saraceni.
Se si giudicano le intenzioni della Provvidenza in base agli eventi e ai
rivolgimenti di questo mondo, si è costretti ad ammettere che essa è assai
indifferente riguardo alle diverse religioni che si trovano sulla terra. Durante
migliaia di anni il paganesimo, il politeismo, l'idolatria sono state le
religioni del mondo. Oggi ci assicurano che, durante quel periodo, i popoli più
fiorenti non hanno avuto la minima idea della Divinità: eppure tale idea,
dicono, è tanto necessaria a tutti gli uomini. I cristiani pretendono che,
eccettuato il popolo ebreo, cioè un piccolo gruppo di disgraziati, l'intero
genere umano viveva nell'ignoranza più crassa dei propri doveri verso Dio, e
aveva credenze offensive nei riguardi della maestà divina. Il cristianesimo,
sorto dal giudaismo, umilissimo nelle sue oscure origini, divenne potente e
crudele sotto gli imperatori cristiani, i quali, mossi da un santo zelo, lo
estesero a meraviglia nel loro impero col ferro e col fuoco e lo innalzarono
sulle rovine del paganesimo abbattuto. Maometto e i suoi successori, assecondati
dalla Provvidenza o dalle loro armi vittoriose, riuscirono in breve tempo a far
sparire la religione cristiana da una parte dell'Asia, dell'Africa e persino
dell'Europa; il Vangelo, in quel caso, fu costretto a cedere il posto al
Corano.
In tutte le fazioni o le sètte che, durante un gran numero di secoli, hanno
portato i cristiani a sbranarsi l'un l'altro, «la ragion del più forte fu sempre
la migliore»; le armi e le volontà dei prìncipi furono le sole a decidere quale
dottrina fosse la più utile alla salvezza dei popoli. Non si potrebbe trarne la
conclusione che o la Divinità s'interessa ben poco della religione degli uomini,
o si schiera sempre a favore delle credenze più utili ai potenti della terra, e
cambia sistema appena i potenti hanno voglia di cambiare?
Un re di Macassar, stanco dell'idolatria dei suoi padri, un giorno ebbe
voglia di abbandonarla. I consiglieri del monarca discussero a lungo per sapere
se era meglio chiamare dei maestri cristiani o maomettani. Nell'impossibilità di
decidere la superiorità dell'una o dell'altra religione, si decise di mandare a
chiamare nello stesso tempo dei missionari di ambedue, e di accogliere la
dottrina di coloro che avrebbero avuto il vantaggio di arrivare per primi: non
si ebbe alcun dubbio che Dio, il quale ha la supremazia sul corso dei venti,
avrebbe in tal modo fatto conoscere la propria volontà. Poiché i missionari di
Maometto erano stati i più solerti, il re col suo popolo si sottomise alla
decisione che egli stesso si era imposto; i missionari di Cristo furono
rimandati indietro, per colpa del loro Dio che non aveva consentito ad essi di
arrivare con sufficiente rapidità. Dio, evidentemente, permette che il caso
decida la religione dei popoli.
Sempre accade che i governanti scelgano senza contrasto la religione dei
popoli. La vera religione non è mai nient'altro che la religione del prìncipe;
il vero Dio è il Dio che il prìncipe vuole che venga adorato; la volontà dei
preti che hanno ascendente sul prìncipe diviene sempre la volontà di Dio. Un
uomo faceto ha detto con ragione che «la vera religione è sempre quella che ha
dalla sua parte il principe e il boia». Gli imperatori e i boia hanno a lungo
sostenuto gli dèi di Roma contro il Dio dei cristiani. Quest'ultimo, essendo
riuscito a far passare dalla sua parte gli imperatori, i loro soldati e i loro
boia, è giunto a fare scomparire il culto degli dèi romani. Il Dio di Maometto è
riuscito a scacciare il Dio dei cristiani da una gran parte degli Stati che egli
occupava in precedenza.
Nell'Asia orientale c'è un immenso paese, molto fiorente, molto ricco, molto
popolato, governato da leggi così sagge che i più feroci conquistatori le hanno
adottate con rispetto: è la Cina. Eccettuato il cristianesimo, che fu messo al
bando come nocivo, gli abitanti credono nelle superstizioni che preferiscono,
mentre i «mandarini», cioè i magistrati, disillusi da molto tempo dalla
religione popolare, se ne occupano soltanto per impedire che i «bonzi», ossia i
preti, la usino per turbare la pubblica quiete. Eppure non si nota che la
Provvidenza rifiuti i suoi benefizi a uno Stato i cui capi s'interessano così
poco del culto che le viene reso; i cinesi, al contrario, godono un benessere e
una quiete tali da meritare l'invidia di tanti popoli che la religione mette in
discordia, devasta e spesso dà alle fiamme.
Non si può ragionevolmente sperare di togliere al popolo le sue follìe, ma ci
si può proporre di guarire dalle loro follìe quelli che governano il popolo:
essi impediranno allora che le follìe del popolo diventino pericolose. La
superstizione va temuta solo quando ha dalla sua parte i prìncipi e i soldati; è
allora che essa diventa crudele e sanguinaria. Ogni sovrano che si fa protettore
di una sètta o di una fazione religiosa, si fa, di solito, oppressore delle
altre sètte, e diventa egli stesso il più crudele perturbatore della quiete del
proprio Stato.
140) La religione non è affatto necessaria alla morale e alla
virtù
Ci ripetono senza tregua, e molte persone sensate finiscono per crederci, che
la religione è necessaria per tenere a bada gli uomini, che senza religione non
esisterebbero più freni per i popoli, che la morale e la virtù sono estremamente
legate. «Il timore del Signore» ci gridano «è il principio della sapienza. I
terrori di un'altra vita sono terrori "salutari" e adatti a trattenere le
passioni umane".
Per disilludere quanto all'utilità delle credenze religiose, basta aprire gli
occhi e considerare qual è il comportamento morale nei popoli più sottomessi
alla religione. Vi scorgiamo tiranni superbi, ministri oppressori, cortigiani
perfidi, innumerevoli truffatori di denaro pubblico, magistrati senza scrupoli,
imbroglioni, adultere, libertini, prostitute, ladri e manigoldi di ogni sorta, i
quali non hanno mai dubitato né dell'esistenza di un Dio punitore e
remuneratore, né dei supplizi dell'inferno, né delle gioie del paradiso.
Benché del tutto inutilmente per la maggioranza degli uomini, i ministri
della religione si sono studiati di rendere la morte spaventosa agli occhi dei
loro seguaci. Se i cristiani più devoti potessero essere coerenti, passerebbero
tutta la vita fra le lacrime e morirebbero poi nell'angoscia più terribile. Che
cosa di più sgomentante della morte, per dei disgraziati che si sentono ripetere
ad ogni momento che «è orribile cadere tra le mani del Dio vivente» e che
«bisogna agire per la propria salvezza con timore e tremore»? Eppure, ci
assicurano che la morte del cristiano è accompagnata da consolazioni infinite,
delle quali l'incredulo è privo. Il buon cristiano, ci vien detto, muore nella
ferma speranza di una felicità eterna che egli si è sforzato di meritare. Ma
questa ferma fiducia non è essa stessa una presunzione, colpevole agli occhi di
un Dio severo? I più grandi santi non devono essi stessi ignorare se sono «degni
di amore o di odio»? Preti che ci consolate con le speranze delle gioie del
paradiso e che intanto chiudete gli occhi sui tormenti dell'inferno, avete
dunque ottenuto il privilegio di leggere i vostri e i nostri nomi già scritti
sul «libro della vita»?
141) La religione è il freno meno potente che si possa contrapporre alle
passioni
Contrapporre alle passioni e agli interessi presenti degli uomini le
raffigurazioni nebulose di un Dio metafisico che nessuno riesce a concepire, le
punizioni inimmaginabili di un'altra vita, i piaceri celesti dei quali non si
può avere alcuna idea, non equivale a combattere delle realtà con delle chimere?
Gli uomini hanno sempre idee confuse del loro Dio, non lo vedono, per così dire,
che tra le nuvole; non pensano mai a lui quando desiderano di fare il male, ogni
volta che l'ambizione, la fortuna o il piacere li seducono o li trascinano. Dio,
le sue minacce, le sue promesse non trattengono nessuno in questi casi. Le cose
di questa vita hanno, per l'uomo, un grado di certezza che la fede più viva non
può mai dare alle cose dell'altra vita.
Ogni religione, in origine, fu un freno immaginato da legislatori che vollero
soggiogare le menti dei popoli grossolani. Come le nutrici che fanno paura ai
bambini per costringerli a star quieti, degli ambiziosi si servirono del nome
degli dèi per far paura a dei selvaggi. Il terrore sembrò loro un mezzo adatto
per costringerli a sopportare tranquillamente il giogo che essi volevano imporre
a quei popoli. I lupi mannari in cui credono i bambini sono dunque fatti per
l'età matura? L'uomo maturo non ci crede più, o, se ci crede ancora, non se ne
turba gran che e continua ad andare per la sua via.
142) L'onore è un freno più salutare e più forte della
religione
Non c'è nessuno, si può dire, che non tema molto più quel che vede che quel
che non vede, i giudizi degli uomini di cui sperimenta gli effetti, che i
giudizi di un Dio del quale non ha che idee vaghe. Il desiderio di piacere agli
altri, la corrente della consuetudine, il timore del ridicolo e di «ciò che se
ne dirà», hanno ben più forza di tutte le opinioni religiose. Un militare, per
paura del disonore, non mette ogni giorno la propria vita a repentaglio nei
combattimenti, perfino a rischio di incorrere nella dannazione eterna?
Le persone più religiose fanno spesso più conto del giudizio di un servitore
che di quello di Dio. Un uomo che crede fermamente che Dio vede tutto, sa tutto,
è presente dappertutto, si permetterà, quando sarà solo, delle azioni che non
farebbe mai in presenza dell'ultimo degli uomini. Perfino quelli che si
dichiarano più fermamente convinti dell'esistenza di un Dio non tralasciano di
agire, ad ogni istante, come se non ci credessero affatto.
143) La religione, del pari, non è certo un freno potente contro le
passioni dei re, che sono, per lo più, dei tiranni crudeli e maniaci,
sull'esempio di quello stesso Dio del quale si dicono rappresentanti, e non si
servono della religione che per abbrutire ancor più i loro schiavi,
addormentarli incatenati e divorarli con più facilità
«Lasciate sussistere almeno - ci si dirà - l'idea di un Dio, che, essa sola,
può servire di freno alle passioni dei re». Ma, sinceramente, possiamo ammirare
i meravigliosi effetti che il timor di Dio produce, di solito, sull'animo dei
prìncipi che si dichiarano fatti a sua immagine? Quale idea dovremo farci
dell'originale, a giudicare dalle copie!
I sovrani, è vero, si dicono rappresentanti di Dio, suoi luogotenenti sulla
terra. Ma il timore d'un Signore più potente di loro li impegna a occuparsi
seriamente del benessere dei popoli che la Provvidenza ha confidato alle loro
cure? Il presunto terrore che dovrebbe suscitare in essi l'idea di un giudice
invisibile, dell'unico al quale essi sostengono di dover rendere conto delle
loro azioni, li rende più giusti, più umani, meno avidi del sangue e dei beni
dei loro soggetti, più moderati nei loro piaceri, più attenti ai loro doveri?
Infine, codesto Dio per grazia del quale si asserisce che i re regnano, li
trattiene dal vessare in mille modi i popoli di cui essi dovrebbero essere le
guide, i protettori e i padri? Apriamo gli occhi: scorriamo con lo sguardo su
tutta la terra, e vedremo quasi dappertutto gli uomini governati da tiranni che
si servono della religione solo per abbrutire ancor più gli schiavi che già
schiacciano sotto il peso dei loro vizi o sacrificano senza pietà ai loro
capricci funesti.
Lungi dal servire di freno alle passioni dei re, la religione, per i suoi
stessi princìpi, li lancia a briglia sciolta. Li trasforma in esseri divini, ai
cui arbìtri i popoli non hanno mai il diritto di resistere. Mentre scatena i
prìncipi e rompe, per quanto riguarda loro, i legami del patto sociale, si
sforza di incatenare le menti e le braccia dei sudditi oppressi. Quale
meraviglia che gli dèi della terra credano che tutto sia loro lecito e
considerino i loro sudditi come vili strumenti dei loro capricci o delle loro
ambizioni?
La religione, in ogni paese, ha raffigurato il Re della natura come un
tiranno crudele, lunatico, ingiusto, il cui capriccio costituisce legge: il
Dio-monarca è fin troppo bene imitato dai suoi rappresentanti sulla terra.
Dappertutto la religione sembra escogitata al solo scopo di addormentare i
popoli incatenati, in modo da fornire ai loro padroni l'agio di divorarli o di
renderli impunemente infelici.
144) Origine dell'usurpazione più assurda, più ridicola e più odiosa, che
si chiama il diritto divino dei prìncipi. - Saggi consigli ai re
Per garantirsi dalle soperchierie di un pontefice superbo che voleva regnare
su tutti i re, per mettere la loro persona al riparo dagli attentati dei popoli
bigotti aizzati dai preti, molti prìncipi d'Europa sostennero che essi erano
debitori soltanto a Dio delle loro corone e dei loro diritti, e che a lui solo
dovevano render conto delle loro azioni. Poiché, a lungo andare, il potere
civile ebbe il sopravvento nelle sue lotte col potere spirituale, i preti,
costretti a cedere, riconobbero i diritti divini dei re, li predicarono ai
popoli, riservandosi la facoltà di cambiar parere e di predicare la ribellione
ogni qual volta i diritti divini dei re non concordassero coi diritti divini del
clero. Avvenne sempre a spese dei popoli che si concludesse la pace fra i re e i
preti; ma i preti conservarono le loro pretese, nonostante tutti gli
accordi.
Tanti tiranni e cattivi prìncipi, che hanno incessanti rimorsi di coscienza
per la loro incuria o malvagità, lungi del temere Dio, preferiscono pur sempre
aver conti in sospeso con codesto giudice invisibile che non si oppone mai a
niente, o coi suoi preti sempre indulgenti verso i signori di questo mondo, che
con i loro sudditi: i popoli, ridotti alla disperazione, potrebbero «querelarsi
per abuso» dei diritti divini dei loro capi. Gli uomini, quando si oltrepassa
contro di loro ogni limite, qualche volta si adirano; e allora i diritti divini
dei tiranni son costretti a cedere ai diritti naturali dei sudditi.
Si riesce a cavarsela meglio con gli dèi che con gli uomini. I re devono
render conto delle loro azioni soltanto a Dio; i preti, soltanto a se stessi:
c'è ogni buon motivo di credere che gli uni e gli altri si considerino più
sicuri dell'indulgenza del cielo che di quella della terra. È molto più facile
sfuggire al giudizio degli dèi, placabili a buon mercato, che al giudizio degli
uomini quando hanno perso la pazienza.
«Se togliete ai sovrani il timore di un potere invisibile, quale freno
opporrete ai loro traviamenti?». Che essi imparino a regnare; che imparino ad
essere giusti, a rispettare i diritti dei popoli, a essere grati ai loro sudditi
ai quali essi devono la loro grandezza e il loro potere; che imparino a temere
gli uomini, a sottomettersi ai dettàmi della giustizia; che nessuno possa
violare la giustizia impunemente; che davanti alle leggi siano uguali il potente
e il debole, i grandi e i piccoli, il sovrano e i sudditi.
Il timore degli dèi, la religione, i terrori dell'aldilà: ecco le dighe
metafisiche e soprannaturali che si vorrebbe contrapporre alle passioni
scatenate dei prìncipi! Queste dighe sono sufficienti? Spetta all'esperienza
risolvere la questione. Contrapporre la religione alla malvagità dei tiranni è
come volere che delle speculazioni vaghe, incerte, incomprensibili, siano più
potenti di certe tendenze che, nei tiranni, tutto contribuisce a render più
forti di giorno in giorno.
145) La religione è funesta alla politica; essa non crea che dèspoti
licenziosi e perversi e sudditi abietti e infelici
Ci magnificano continuamente gli immensi vantaggi che la religione procura
alla politica; ma basta riflettere un poco, e ci si accorgerà senza fatica che
le credenze religiose accecano egualmente i sovrani e i popoli e non li
illuminano mai né sui loro veri doveri né sui loro veri interessi. La religione
crea fin troppo spesso dei dèspoti licenziosi e immorali, obbediti da schiavi
interamente costretti a conformarsi alla loro volontà.
Non avendo meditato né conosciuto i veri princìpi dell'amministrazione, lo
scopo e i diritti della vita sociale, gli interessi reali degli uomini e i
doveri che li vincolano, i prìncipi sono, in quasi tutti i paesi, diventati
licenziosi, tirannici e perversi, e i loro sudditi vili, infelici e cattivi. È
stato per risparmiarsi la cura di studiare questi argomenti importanti, che ci
si è creduti in dovere di ricorrere a delle chimere, le quali finora, lungi dal
rimediare a qualcosa, non hanno fatto che moltiplicare i mali del genere umano e
distoglierlo dalle cose che più conferiscono al suo interesse.
Il modo ingiusto e crudele con cui tanti popoli sono governati in questo
mondo non fornisce con tutta evidenza una delle prove più forti, non solo dello
scarso effetto prodotto dal timore dell'aldilà, ma anche dell'inesistenza di una
Provvidenza che si interessi alle sorti della razza umana? Se esistesse un Dio
buono, non si sarebbe costretti ad ammettere che egli trascura stranamente in
questa vita la maggioranza degli uomini? Sembrerebbe che Dio non avesse creato i
popoli che perché fossero lo zimbello delle passioni e delle follìe dei suoi
rappresentanti sulla terra.
146) Il cristianesimo si è diffuso promettendo il dispotismo, del quale,
come ogni religione, è il sostegno più solido
Basta leggere la storia con un po' di attenzione, e si vedrà che il
cristianesimo, atteggiandosi ad umiltà in un primo tempo, si è insinuato tra i
popoli selvaggi e liberi dell'Europa perché faceva intravedere ai loro capi che
i suoi princìpi religiosi favorivano il dispotismo e mettevano nelle loro mani
un potere assoluto. Di conseguenza, vediamo dei prìncipi barbari convertirsi con
una rapidità straordinaria, cioè adottare senza esame un sistema tanto
favorevole alla loro ambizione e usare ogni mezzo per farlo adottare ai loro
sudditi. Se i ministri di questa religione, più tardi, hanno spesso derogato dai
loro princìpi servili, è perché la teoria influisce sulla condotta dei ministri
del Signore solamente quando è utile ai loro interessi terreni.
Il cristianesimo si vanta di avere apportato agli uomini una felicità
sconosciuta ai secoli precedenti. Il vero è che i greci non hanno mai conosciuto
il «diritto divino» dei tiranni, degli usurpatori dei diritti della patria.
Sotto il paganesimo non era mai entrata nella testa di alcuno l'idea che il
Cielo non voleva che un popolo si difendesse contro una bestia feroce che
infieriva su di lui senza ritegno. La religione dei cristiani pensò bene di dare
ai tiranni la sicurezza e stabilì come principio che i popoli dovevano
rinunziare alla difesa legittima di se stessi. Così i popoli cristiani sono
privi della prima legge di natura, che vuole che l'uomo resista al male e
disarmi chiunque si prepari a sterminarlo! Se i ministri della Chiesa hanno più
volte permesso ai popoli di ribellarsi per la causa del Cielo, non hanno mai
ammesso la ribellione per infelicità ben reali o per violenze palesi.
Dal Cielo sono venuti i ferri di cui ci si serve per incatenare lo spirito
dei mortali. Perché il maomettano è sempre schiavo? Perché il suo Profeta lo
soggiogò in nome della Divinità, così come, prima di lui, Mosè aveva
assoggettato gli ebrei. In tutte le parti del mondo vediamo che i primi
legislatori furono i primi despoti e i primi sacerdoti di popoli selvaggi, ai
quali essi imposero le leggi.
La religione sembra fatta apposta per esaltare i prìncipi al di sopra dei
popoli e abbandonare i popoli al loro arbitrio. Dal momento che gli uomini si
sentono molto infelici in questo mondo, si mettono a tacere minacciando loro
l'ira divina; si dirigono i loro sguardi verso il cielo per impedire che essi si
accorgano delle vere cause dei loro mali e vi applichino i rimedi offerti dalla
natura.
147) I princìpi religiosi hanno per unico scopo di eternizzare la
tirannia dei re e di sacrificare ad essi i popoli
A forza di ripetere agli uomini che la terra non è la loro vera patria, che
la vita presente non è che un passaggio, che essi non sono fatti per essere
felici in questo mondo, che i loro sovrani devono la loro autorità soltanto a
Dio e sono responsabili soltanto a lui dell'abuso che essi ne fanno, che non è
mai consentito di resistere ad essi ecc., si è giunti fino ad eternizzare il
malgoverno dei re e le sventure dei popoli; gli interessi dei sudditi sono stati
vilmente sacrificati ai loro capi. Più si considerano i dogmi e i princìpi
religiosi, più si sarà convinti che essi hanno per unico scopo l'interesse dei
tiranni e dei preti, senza mai curarsi dell'interesse della società.
Per mascherare l'impotenza dei propri dèi sordi, la religione è arrivata fino
a far credere ai mortali che sono sempre i peccati quelli che accendono l'ira
dei cieli. I popoli non incolpino che se stessi degli infortuni e dei malanni
che subiscono ad ogni momento. Se le calamità naturali fanno sentire talvolta i
loro colpi agli uomini, il malgoverno a cui essi sono sottoposti è fin troppo
spesso la causa immediata e permanente da cui derivano le sventure continue che
sono costretti a subire. All'ambizione dei re e dei grandi, alla loro
negligenza, ai loro vizi, al loro spirito oppressivo si devono, quasi sempre, le
carestie, la mendicità, le guerre, le epidemie, i comportamenti immorali e tutti
i flagelli molteplici che desolano la terra.
Facendo innalzare sempre gli occhi degli uomini al cielo, facendo creder loro
che tutti i loro mali sono dovuti alla collera divina, fornendo ad essi mezzi
inefficaci e sciocchi per far cessare le loro pene, i preti, si direbbe, hanno
avuto come unico scopo quello di impedire ai popoli di pensare alle vere cause
della loro infelicità, e si sono proposti di renderla eterna. I ministri della
religione si comportano press'a poco come quelle madri che, prive di pane,
addormentano i loro bambini affamati con delle nenie, o dan loro dei balocchi
perché dimentichino il bisogno che li tormenta.
Accecati dall'errore fin dall'infanzia, trattenuti dai legami invisibili
dell'opinione pubblica, sconvolti da timor pànici, intorpiditi in seno
all'ignoranza, come potrebbero i popoli conoscere le vere cause dei loro mali?
Essi credono di porvi rimedio invocando gli dèi. Ahimè! Non vedono che proprio
in nome di questi dèi si ordina loro di offrire il collo alla spada dei loro
spietati tiranni, nei quali dovrebbero riconoscere la causa ben chiara dei mali
di cui gemono e contro di cui non cessano d'implorare inutilmente l'assistenza
del Cielo?
Popoli creduli! Nei vostri guai, raddoppiate le preghiere, le offerte, i
sacrifici; affollate i vostri templi, sgozzate innumerevoli vittime, digiunate
vestiti di saio e giacendo sulla cenere, abbeveratevi delle vostre lacrime,
cercate soprattutto di ridurvi in miseria per arricchire i vostri dèi: non
otterrete altro che di arricchire i loro preti; gli dèi del cielo vi saranno
propizi solo quando gli dèi della terra riconosceranno di essere uomini come voi
e daranno al vostro benessere le cure che gli sono dovute.
148) Quanto sia nefasto persuadere i re che, quando nuocciono ai popoli,
devono temere soltanto Dio
Prìncipi negligenti, ambiziosi e perversi sono i veri autori della pubblica
infelicità; guerre inutili, ingiuste, reiterate spopolano la terra. Governi
avidi e dispotici rendono vani per gli uomini i benefizi della natura. La
rapacità delle corti scoraggia l'agricoltura, estingue l'industria, fa sorgere
carestie, epidemie, miseria. Il Cielo non è né ostile né favorevole ai desideri
dei popoli: sono i loro capi orgogliosi che hanno quasi sempre un cuore di
bronzo.
Persuadere i prìncipi che, quando essi nuocciono ai loro sudditi o trascurano
la loro felicità, devono temere soltanto Dio, è un'azione nefasta alla sana
politica e al comportamento morale dei prìncipi stessi. O sovrani! Quando fate
il male, non offendete gli dèi , ma i vostri popoli. A loro, e di conseguenza a
voi stessi, recate danno governando ingiustamente.
Nulla di più frequente, nella storia, che vedere dei tiranni religiosi. Nulla
di più raro che trovare dei prìncipi giusti, vigilanti, illuminati. Un monarca
può essere pio, scrupoloso nell'adempiere servilmente gli obblighi della sua
religione, del tutto sottomesso ai preti, generoso nei loro riguardi, e, nello
stesso tempo, mancare di tutte le virtù e di tutti i talenti necessari per
governare. La religione, per i prìncipi, non è che uno strumento destinato a
mantenere i popoli più duramente sotto il giogo.
Secondo i bei princìpi della morale religiosa, un tiranno che, durante tutto
un lungo regno, non avrà fatto che opprimere i suoi sudditi, far man bassa sui
frutti del loro lavoro, immolarli senza pietà alla sua insaziabile ambizione; un
conquistatore che avrà usurpato i territori altrui, che per tutta la vita sarà
stato un vero flagello del genere umano, potrebbe sentirsi la coscienza
tranquilla dopo che, per espiare tanti delitti, avrà pianto in ginocchio dinanzi
a un prete, che avrà sempre la vile condiscendenza di consolare e rassicurare un
brigante: un brigante per il quale la più nera disperazione sarebbe pur sempre
un castigo troppo debole in confronto al male da lui fatto agli uomini.
149) Un re devoto è un flagello per il suo regno
Un sovrano sinceramente devoto è, di solito, un capo molto dannoso ad uno
Stato. La credulità presuppone sempre uno spirito angusto; la devozione assorbe,
quasi sempre, le attenzioni che il prìncipe dovrebbe dedicare al governo del
proprio popolo. Prono agli influssi dei preti, egli diviene in ogni occasione lo
zimbello dei loro capricci, il fautore delle loro pretese, lo strumento e il
complice delle loro follìe, alle quali attribuisce il massimo valore. Tra i più
funesti doni che la religione abbia fatto al mondo bisogna soprattutto
annoverare questi monarchi devoti e bigotti, i quali, illudendosi di
affaccendarsi per la salvezza dei loro sudditi, si sono fatti un sacrosanto
dovere di tormentare, perseguitare, mandare a morte quelli che, in coscienza, la
pensavano diversamente da loro. Un bigotto a capo di un impero è uno dei
peggiori flagelli che il Cielo, nel suo furore, possa procurare alla terra. Un
solo prete fanatico o imbroglione, che trovi ascolto presso un prìncipe credulo
e potente, basta per mettere uno Stato in subbuglio e l'universo in fiamme.
In quasi tutti i paesi, preti e bigotti sono incaricati di educare i giovani
prìncipi destinati a reggere i popoli. Quali lumi possono avere degli istitutori
di questa sorta? Da quali interessi possono essere animati? Pieni di pregiudizi
essi stessi, faranno apparire al loro allievo la superstizione come la cosa più
importante e più sacra, i suoi doveri chimerici come i doveri più santi,
l'intolleranza e lo spirito di persecuzione come i veri fondamenti della sua
futura autorità; cercheranno di farne un capo di fazione, un fanatico esagitato,
un tiranno; soffocheranno di buon'ora in lui la ragione; lo premuniranno contro
la ragione stessa; impediranno alla verità di arrivare fino a lui; gli
inaspriranno l'animo contro i veri ingegni, e lo disporranno favorevolmente
verso gli ingegni di scarso valore; infine, ne faranno un bigotto imbecille che
non avrà alcuna idea né del giusto né dell'ingiusto, né della vera gloria, né
della vera grandezza, e sarà privo dei lumi e delle virtù necessarie al governo
di un grande Stato. Ecco, in breve, il progetto dell'educazione di un bambino
destinato a causare un giorno la felicità o l'infelicità di tanti milioni di
uomini!
150 L'egida della religione è, per la tirannia, una debole trincea
contro la disperazione dei popoli; un despota è un insensato che nuoce a se
stesso e s'addormenta sull'orlo di una voragine
I preti si sono mostrati in ogni tempo i fautori del dispotismo e i nemici
della pubblica libertà. Il loro mestiere esige schiavi avviliti e sottomessi che
non abbiano mai il coraggio di ragionare. In un governo assoluto basta dominare
spiritualmente un prìncipe debole e stupido per divenir padrone del popolo.
Invece di condurre il popolo alla salvezza, i preti lo hanno sempre condotto
alla schiavitù.
Per ottenere le prerogative soprannaturali che la religione ha foggiato ad
uso dei peggiori prìncipi, costoro si sono generalmente legati ai preti, i
quali, sicuri di regnare sul sovrano medesimo grazie all'opinione diffusa, si
sono presi l'incarico di legare le mani ai popoli e di tenerli sotto il giogo.
Ma inutilmente il tiranno, sotto l'ègida della religione, si illude di essere al
riparo di tutti i colpi della sorte: l'opinione è una trincea debole contro la
disperazione dei popoli. D'altronde, il prete è l'amico del tiranno solo finché
trova nel regime tirannico il proprio tornaconto; predica, invece, la sedizione
e demolisce l'idolo che egli stesso ha creato, quando non lo trova più
sufficientemente conforme agli interessi del Cielo, che egli fa parlare quando
gli piace e che non parla mai se non in conformità ai suoi interessi.
Ci sentiremo rispondere certamente che i sovrani, conoscendo tutti i vantaggi
che traggono dalla religione, sono davvero interessati a sostenerla con tutte le
loro forze. Se le credenze religiose sono utili ai tiranni, è evidente che sono
inutili a quelli che governano seguendo le leggi della ragione e della
giustizia. È dunque un vantaggio esercitare la tirannia? I prìncipi sono
realmente interessati ad essere dei tiranni? La tirannia non li priva della vera
potenza, dell'amore dei popoli, di ogni sicurezza? Ogni principe ragionevole non
dovrebbe accorgersi che il despota è un insensato che non fa che nuocere a se
stesso? Ogni principe illuminato non dovrebbe diffidare degli adulatori, il cui
scopo è di farlo addormentare sull'orlo della voragine che essi scavano sul suo
cammino?
151) La religione favorisce i traviamenti dei prìncipi, liberandoli dal
timore e dai rimorsi
Se le adulazioni sacerdotali riescono a pervertire i prìncipi e a
trasformarli in tiranni, i tiranni, a loro volta, corrompono necessariamente i
grandi e i popoli. Sotto un capo ingiusto, senza bontà, senza virtù, che non
conosce altra legge se non il suo capriccio, è inevitabile che un popolo si
depravi. Questo capo vorrà intorno a sé uomini onesti, illuminati, virtuosi? No:
avrà bisogno soltanto di adulatori, approvatori, imitatori, schiavi, anime basse
e servili che si adattino alle sue voglie; e la sua corte diffonderà il contagio
del vizio nelle classi inferiori. A mano a mano, tutto si corromperà
inevitabilmente in uno Stato in cui il capo sarà corrotto. È stato detto molto
tempo fa che «i prìncipi sembrano ordinare di far tutto ciò che essi stessi
fanno».
La religione, lungi dall'essere un freno per i sovrani, li ha messi in grado
di abbandonarsi senza timori né rimorsi a traviamenti funesti per loro quanto
per i popoli che essi governano. Non si ingannano mai impunemente gli uomini:
dite a un prìncipe che è un dio, e ben presto egli si convincerà di non dovere
nulla a nessuno. Purché lo si tema, poco gli importerà di essere amato; non
conoscerà né norme né regole di comportamento coi suoi sudditi, né doveri verso
di loro. Dite a quel principe che «deve render conto solo a Dio delle proprie
azioni», e ben presto agirà come se non dovesse render conto a nessuno.
152) Che cos'è un sovrano illuminato?
Un sovrano illuminato è quello che conosce i suoi veri interessi. Egli sa che
sono congiunti a quelli del suo popolo; sa che un principe non può essere né
grande né potente né amato né stimato fin tanto che avrà ai suoi ordini degli
schiavi miserabili; sa che la giustizia, la beneficenza, la vigilanza gli
daranno verso gli uomini dei diritti molto più reali in confronto a quei titoli
chimerici che vengono fatti derivare dal cielo; sentirà che la religione non è
utile che ai preti, è inutile alla società e spesso la mette in subbuglio, va
tenuta al suo posto perché non nuoccia; infine, riconoscerà che, per regnare
gloriosamente, bisogna fare buone leggi e mostrarsi virtuosi, e non basare la
propria potenza su imposture e fantasie irreali.
153) Passioni dominanti e delitti della casta sacerdotale; essa ha
saziato i propri appetiti e commesso i suoi delitti con l'aiuto del suo presunto
Dio e della religione
I ministri della religione hanno avuto gran cura di raffigurare il loro Dio
come un tiranno temibile, capriccioso e mutevole: bisognava che fosse così per
prestarsi ai loro interessi soggetti a variare. Un Dio che fosse giusto e buono,
senza traccia di capricciosità e di perversione; un Dio che avesse costantemente
le doti di un uomo onesto o di un sovrano benevolo non converrebbe per nulla ai
suoi ministri. È utile ai preti che la gente tremi dinnanzi al loro Dio,
affinché si ricorra ad essi per placare i propri timori.
«Nessun uomo è un eroe per il proprio cameriere». Nessuna meraviglia se un
Dio addobbato dai suoi preti in modo da ispirare gran paura agli altri riesca
molto di rado a imporsi ai preti stessi e influisca ben poco sulla loro
condotta. Di conseguenza, vediamo i preti comportarsi dappertutto in modo molto
simile. Col pretesto della gloria del loro Dio, essi dissanguano dappertutto i
popoli, avviliscono gli animi, scoraggiano l'industria, seminano la discordia.
L'ambizione e l'avidità sono state, da sempre, le passioni dominanti della casta
sacerdotale. Dappertutto il prete si pone al di sopra dei re e delle leggi;
dappertutto lo si vede esclusivamente occupato a soddisfare il suo orgoglio, la
sua cupidigia, il suo umore dispotico e vendicativo; dappertutto, anziché virtù
utili e sociali, egli fomenta espiazioni, sacrifici, cerimonie e pratiche
misteriose, insomma invenzioni lucrose per lui stesso.
Lo spirito si confonde e la ragione rimane interdetta alla vista delle
pratiche ridicole e dei riti avvilenti che i ministri degli dèi hanno inventato
nei vari paesi per purificare le anime e per rendere il Cielo favorevole ai
popoli. Qui si taglia un pezzo del prepuzio d'un bambino, per conciliargli la
benevolenza divina; là si versa dell'acqua sulla sua testa per lavarlo dalle
colpe che non ha ancora potuto commettere; altrove si ordina al fedele di
tuffarsi in un fiume, le cui acque hanno il potere di portar via ogni sozzura;
altrove gli si vietano certi cibi il cui uso non mancherebbe di suscitare la
collera divina; in altri paesi si ordina al peccatore di venire periodicamente a
confessare le proprie colpe a un prete che spesso è molto più peccatore di lui;
e così via.
154) Ciarlatanismo dei preti
Che cosa diremmo di una masnada di «guaritori» i quali, recandosi ogni giorno
su una pubblica piazza, venissero a esaltarci la bontà dei loro rimedi e a
spacciarli come infallibili, mentre noi troveremmo quella gente piena delle
stesse malattie che essi si vantano di guarire? Meriterebbero davvero molta
fiducia le ricette di quei ciarlatani che ci gridassero a squarciagola:
«Comprate i nostri rimedi: i loro effetti sono sicuri; guariscono tutti tranne
noi»? Che cosa penseremmo, poi, vedendo quegli stessi ciarlatani passare la vita
a lagnarsi del fatto che i loro rimedi non producono mai alcun effetto sui
malati che li prendono? Infine, che idea ci faremmo della stupidità di un volgo
che, nonostante queste confessioni di fallimento, continuasse a pagare a
carissimo prezzo delle medicine di inefficacia assolutamente dimostrata? I preti
somigliano a quegli alchimisti che dicono, con un bel coraggio, di possedere il
segreto di fare l'oro, mentre hanno appena un vestito per coprire la loro
nudità.
I ministri della religione declamano senza posa contro la corruzione del
secolo, ed elevano alti lamenti sullo scarso frutto dei loro insegnamenti; nello
stesso tempo, ci assicurano che la religione è il «rimedio universale», la vera
panacèa contro i mali del genere umano. Questi preti sono essi stessi molto
ammalati; tuttavia gli uomini continuano a frequentare le loro botteghe e ad
aver fiducia nei loro antidoti divini i quali, per loro stessa ammissione, non
guariscono nessuno!
155) Calamità innumerevoli prodotte dalla religione, che ha insozzato la
morale e distorto tutte le idee giuste, tutte le dottrine sane
La religione, soprattutto in epoca moderna, impadronendosi della morale, ne
ha totalmente oscurato i princìpi. Ha fatto dell'asocialità umana un dovere; ha
costretto gli uomini ad essere disumani verso tutti coloro che non la pensavano
come loro. Dispute teologiche, egualmente incomprensibili per tutte le sètte
inferocite le une contro le altre, hanno messo a soqquadro gli Stati, suscitato
rivoluzioni, provocato la morte di regnanti, devastato l'Europa intera. Questi
spregevoli dissidi non si sono potuti spegnere nemmeno versando fiumi di sangue.
Dopo l'estinzione del paganesimo, i popoli considerarono un dovere religioso di
scatenarsi come pazzi ogni qual volta si vide sorgere qualche opinione che i
loro preti credettero contraria alla «santa dottrina». I seguaci di una
religione che in apparenza non fa che predicare la carità, la concordia e la
pace si sono mostrati più feroci dei cannibali o dei selvaggi, tutte le volte
che i loro maestri li hanno aizzati alla distruzione dei loro fratelli. Non vi
sono delitti che gli uomini non abbiano commesso nell'intento di piacere alla
divinità o di placare la sua collera.
L'idea di un Dio terribile, raffigurato come un despota, ha dovuto rendere
inevitabilmente malvagi i suoi sudditi. La paura non crea che schiavi; e gli
schiavi sono vili, abietti, crudeli, e credono che tutto sia lecito quando si
tratta o di guadagnarsi la benevolenza del loro Signore, o di sottrarsi ai suoi
temuti castighi. Solo la libertà di pensare può dare agli uomini grandezza
d'animo e umanità. La nozione di un Dio-tiranno non può farne che degli schiavi
meschini, infelici, rissosi, intolleranti.
Ogni religione che presupponga un Dio pronto a irritarsi, geloso,
vendicativo, esigente quanto ai propri diritti e ai riti in suo onore, un Dio
tanto meschino da sentirsi offeso per le opinioni che qualcuno può avere su di
lui, un Dio tanto ingiusto da esigere che si adottino sul suo conto delle
convinzioni comuni a tutti, - una tale religione diventa necessariamente
turbolenta, antisociale, sanguinaria. Gli adoratori di un simile Dio crederanno
di non potersi mai esimere, senza compiere un delitto, dall'odiare e perfino
dall'uccidere tutti quelli che verranno denunciati come avversari di quel Dio;
crederanno che l'astenersene sarebbe tradire la causa del loro Re dei cieli e
stringere alleanza con dei concittadini sediziosi. Amare ciò che Dio odia, non
equivarrebbe a esporsi al suo odio implacabile?
Persecutori infami, e voi, devoti antropofagi! Non sentirete mai la follia e
l'ingiustizia del vostro spirito intollerante? Non vedete che l'uomo non è
responsabile delle proprie credenze religiose, della propria credulità o
incredulità, così come non lo è della lingua che impara sin dall'infanzia e che
non può più mutare? Dire ad un uomo di pensarla come voi non è come pretendere
che uno straniero si esprima come voi? Punire un uomo per i suoi errori non
equivale a punirlo per essere stato educato diversamente da voi? Se io sono un
incredulo, come mi è possibile scacciare dalla mia mente le ragioni che hanno
distrutto la mia fede? Se il vostro Dio lascia agli uomini la libertà di
dannarsi, di che cosa vi immischiate? Siete dunque più prudenti e più saggi di
quel Dio del quale volete rivendicare i diritti?
156) Ogni religione è intollerante e, quindi, impedisce di fare il
bene
Non esiste alcun devoto che, seguendo il suo temperamento, non odii o non
disprezzi o non commiseri i seguaci di una sètta diversa dalla sua. La religione
«dominante» (che è sempre quella del sovrano e dei suoi eserciti) fa sempre
sentire, in un modo particolarmente crudele e offensivo, la sua superiorità alle
sètte più deboli. Non esiste ancora vera tolleranza sulla terra; dappertutto si
adora un Dio geloso del quale ciascun popolo si considera amico, ad esclusione
di tutti gli altri.
Ciascun popolo si vanta di adorare, esso solo, il vero Dio, il Dio
universale, il sovrano della natura tutta quanta. Ma, quando ci si accinge a
esaminare questo monarca del mondo, si trova che ogni società, ogni sètta, ogni
partito o cabala religiosa si raffigura questo Dio, tanto potente, come un
sovrano meschino, le cui cure e bontà sono elargite solo a un piccolo numero di
sudditi, i quali pretendono di avere il privilegio di godere essi soli i suoi
favori, mentre degli altri uomini egli non si cura minimamente.
I fondatori delle religioni e i preti che le tengono in vita si sono
evidentemente proposti di separare dagli altri popoli i popoli che essi
indottrinavano: con dei marchii distintivi essi vollero contrassegnare i loro
greggi; dettero ai loro seguaci degli dèi nemici degli altri dèi, e culti,
dogmi, cerimonie a parte; soprattutto cercarono di persuaderli che le religioni
degli altri erano empie e abominevoli. Con questo indegno raggiro, questi
ambiziosi imbroglioni si impadronirono interamente dello spirito dei loro
seguaci, li resero antisociali, li abituarono a considerare come dei reietti
tutti quelli che non avevano un culto e delle idee conformi alle loro. Ecco come
la religione è arrivata a indurire i cuori e a mettere per sempre al bando
l'affetto che l'uomo deve avere per il proprio simile. La socievolezza,
l'indulgenza, l'umanità, queste virtù prime di ogni morale, sono totalmente
incompatibili coi pregiudizi religiosi.
157) Abuso costituito da una religione di Stato
Ogni religione statale è fatta per rendere l'uomo vanaglorioso, asociale e
malvagio. Il primo passo verso l'umanità è di permettere a ciascuno di seguire
in pace il culto e le opinioni che preferisce. Ma questa condotta non può
piacere ai ministri della religione, che vogliono avere il diritto di
tiranneggiare gli uomini fin nei loro pensieri.
Prìncipi ciechi e bigotti! Voi odiate, perseguitate, mandate al supplizio gli
eretici, perché vi fanno credere che questi sventurati spiacciono a Dio. Ma non
dite che il vostro Dio è tutto bontà? Come sperate di piacergli con atti di
barbarie che egli deve necessariamente disapprovare? D'altra parte, chi vi ha
detto che le loro credenze dispiacciano al vostro Dio? Ve l'hanno detto i vostri
preti. Ma chi vi garantisce che i vostri preti non s'ingannino essi stessi, o
non vogliano ingannarvi? Prìncipi! È dunque la mal riposta fiducia nei preti che
vi riduce a commettere i delitti più atroci e più flagranti, credendo di far
cosa grata alla Divinità!
158) La religione scatena la ferocia del popolo legittimandola e
autorizza il delitto insegnando che esso può essere necessario ai disegni di
Dio
Dice Pascal: «Non si fa mai il male così pienamente e allegramente come
quando lo si fa per un falso principio di coscienza». Nulla di più pericoloso di
una religione che scatena la ferocia del popolo e giustifica ai suoi occhi i più
neri delitti: il popolo non mette più limiti alla sua cattiveria, una volta che
la crede autorizzata da Dio, il cui interesse, gli dicono, può rendere legittime
tutte le azioni. Si tratta di religione? Ecco che i popoli più civili
ridiventano veri selvaggi e si credono autorizzati a tutto. Più si mostrano
crudeli, più credono di piacere al loro Dio, la cui causa, essi pensano, non può
mai essere sostenuta con troppo calore.
Tutte le religioni del mondo hanno legittimato innumerevoli misfatti. Gli
ebrei, esaltati dalle promesse del loro Dio, si sono arrogati il diritto di
sterminare interi popoli. I romani, facendosi forti degli oracoli dei loro dèi,
hanno conquistato e devastato il mondo, da veri briganti. Gli arabi,
incoraggiati dal loro divino profeta, han portato ferro e fuoco tra i cristiani
e tra gli idolatri. I cristiani, col pretesto di diffondere la loro santa
religione, hanno insanguinato cento volte l'uno e l'altro emisfero.
In tutti gli eventi favorevoli ai loro interessi (che essi chiamano sempre
«la causa di Dio») i preti ci fanno vedere «il dito di Dio». In base a questi
princìpi, i devoti hanno il piacere di vedere «il dito di Dio» in tumulti,
rivoluzioni, massacri, regicidii, misfatti, prostituzioni, infamie; e basta
appena che simili cose contribuiscano al vantaggio della religione, perché si
sia liberi di dire che «Dio si serve di ogni sorta di mezzi per giungere ai suoi
fini». C'è qualcosa di più adatto a distruggere ogni principio morale nello
spirito umano, che inculcare l'idea che Dio, così potente e perfetto, è spesso
costretto a servirsi del delitto per portare a compimento i suoi disegni?
159) Confutazione dell'argomento secondo cui i mali attribuiti alla
religione non sono che i tristi effetti delle passioni umane
Ogni volta che qualcuno si lagna delle follìe e delle sciagure che la
religione ha tante volte generato sulla terra, si obietta sùbito che tali
eccessi non sono dovuti alla religione, ma sono i tristi effetti delle passioni
umane. Ma io domanderò: «Chi ha scatenato quelle passioni?» È stata
evidentemente la religione; è stato lo zelo che rende disumani e serve a
legittimare le più grandi infamie. Questi disordini non dimostrano dunque che la
religione, invece di frenare le passioni umane, non fa altro che coprirle con un
ammanto che le santifica, e che nulla sarebbe più utile che strappar via questo
sacro ammanto di cui gli uomini fanno tanto spesso un uso così terribile? Quanti
orrori sarebbero messi al bando della società, se si togliesse ai malvagi un
pretesto così plausibile per metterla a soqquadro!
Invece di preservare la pace tra gli uomini, i preti sono stati per essi
delle furie che hanno seminato tra loro la discordia. Hanno messo avanti la loro
«coscienza», e hanno preteso di aver ricevuto dal Cielo il diritto di essere
litigiosi, turbolenti e ribelli. I ministri del Signore si considerano offesi,
pretendono che la maestà divina sia oltraggiata, ogni volta che i re hanno la
temerità di voler impedir loro di nuocere. I preti somigliano a quella donna
bisbetica che gridava «Al fuoco! All'omicidio! All'assassino!», quando suo
marito le teneva strette le mani per impedirle di esser picchiato da lei.
160) Qualsiasi morale è incompatibile con le credenze
religiose
Nonostante le sanguinose tragedie che la religione provoca molto spesso in
questo mondo, non smettono di ripeterci che non può esserci morale senza
religione. Ma se si giudicassero le opinioni teologiche dai loro effetti, si
sarebbe in diritto di affermare che qualsiasi morale è perfettamente
incompatibile con le credenze religiose degli uomini.
«Imitate Iddio», ci gridano senza posa. Eh, quale morale avremmo se
imitassimo questo Dio? Qual è dunque il Dio che dobbiamo imitare? È il Dio del
deista? Ma neppur esso può rappresentare per noi un modello davvero costante di
bontà: se è l'autore di tutto, è ugualmente l'autore del bene e del male che
vediamo nel mondo; se è l'autore dell'ordine, è anche l'autore del disordine che
non potrebbe accadere senza il suo consenso. Se produce, distrugge; se suscita
la vita, dà anche la morte; se concede abbondanza, ricchezze, prosperità, pace,
permette o manda carestie, povertà, calamità, guerre. Come prendere per esempio
di una attitudine benèfica permanente il Dio del teismo o della religione
naturale, le cui disposizioni favorevoli sono ogni momento smentite da tutto ciò
che vediamo accadere sotto i nostri occhi? La morale ha bisogno di una base meno
malferma dell'esempio di un Dio la cui condotta è incostante e che non possiamo
dichiarare buono se non chiudendo ostinatamente gli occhi dinanzi al male che ad
ogni istante egli fa o consente in questo mondo.
Imiteremo il «Giove ottimo massimo» dell'antichità pagana? Imitare un tale
Dio significherebbe prendere per modello un figlio ribelle che sbalza dal trono
suo padre e per giunta lo mutila. Significherebbe imitare un pervertito, un
adultero, un incestuoso, un crapulone la cui condotta farebbe arrossire ogni
mortale dotato di ragione. Dove sarebbero finiti gli uomini sotto il paganesimo,
se si fossero messi in mente, seguendo Platone, che la virtù consiste
nell'imitare gli dèi?
Bisognerà imitare il Dio degli ebrei? Troveremo in Jahvè un modello della
nostra condotta? È un Dio davvero selvaggio, davvero fatto apposta per un popolo
stupido, crudele e scostumato: è un Dio sempre furente, sempre spirante
vendetta, che disconosce la pietà, ordina la strage, il furto, l'asocialità; in
una parola, è un Dio la cui condotta non può servire di modello a quella di un
uomo onesto, e non può essere imitata che da un capo di briganti.
Imiteremo dunque il Gesù dei cristiani? Questo Dio morto per placare il
furore inestinguibile di suo padre ci fornirà un esempio che gli uomini
dovrebbero seguire? Ahimè! Non riusciremo a scorgere in lui che un Dio, o
piuttosto un fanatico, un misantropo, che, immerso egli stesso nella miseria e
predicando a dei miserabili, consiglierà loro di essere poveri, di combattere e
soffocare gli impulsi naturali, di odiare il piacere, cercare il dolore,
detestare se stessi; dirà loro di abbandonare padri, madri, parenti, amici ecc.,
per seguirlo. «Che bella morale!», ci direte. È una morale degna di meraviglia,
senza dubbio; dev'essere divina, poiché è impraticabile per gli uomini. Ma una
morale così sublime non è fatta apposta per rendere odiosa la virtù? In
conseguenza della tanto magnificata morale dell'«uomo-Dio» dei cristiani, i suoi
discepoli sono, in questo basso mondo, dei veri Tantali, tormentati da una sete
ardente che è vietato loro di placare. Una simile morale ci fornisce davvero
un'idea straordinaria dell'autore della natura! Se, come ci assicurano, egli ha
creato tutto a beneficio delle proprie creature, per quale stravaganza proibisce
l'uso dei beni creati apposta per esse? Il piacere, che l'uomo desidera
incessantemente, è dunque soltanto un tranello che Dio ha malignamente teso
all'uomo per coglierlo sul fatto nei suoi momenti di debolezza?
161) La morale del Vangelo è impraticabile
I fanatici di Cristo vorrebbero farci considerare come un miracolo il
diffondersi della loro religione, che si rivela in tutto contraria alla natura,
opposta a tutte le tendenze dell'animo umano, nemica dei piaceri dei sensi. Ma
l'austerità di una dottrina la rende tanto più meravigliosa agli occhi del
volgo. La stessa disposizione d'animo che fa rispettare come divini e
soprannaturali dei misteri inconcepibili fa ammirare come divina e
soprannaturale una morale impraticabile e superiore alle forze umane.
Ammirare una morale e metterla in pratica sono due cose molto diverse. Tutti
i cristiani non cessano di ammirare e di esaltare la morale del Vangelo, ma essa
non è praticata che da un piccolo numero di santi, ammirati da gente che si
ritiene esonerata dall'imitare la loro condotta, col pretesto che le manca la
forza o la grazia divina.
Tutto il mondo è più o meno contagiato da una morale religiosa basata sulla
credenza che, per piacere alla Divinità, è più che mai necessario soffrire su
questa terra. In ogni parte del nostro globo si vedono dei penitenti, degli
eremiti, dei fachiri, dei fanatici che, sembra, hanno studiato a fondo i modi di
tormentarsi in onore di un essere del quale tutti sono d'accordo nel celebrare
la bontà! La religione, per la sua stessa essenza, è la nemica della gioia e del
benessere degli uomini. «Beati i poveri! Beati quelli che piangono! Beati quelli
che soffrono!». Maledetti coloro che si trovano nell'agiatezza e nella gioia!
Tali sono le singolari scoperte annunziate dal cristianesimo!
162) Una società di santi sarebbe impossibile
Che cos'è un santo in qualsiasi religione? È un uomo che prega, digiuna, si
tormenta, fugge il mondo, si trova bene, come un gufo, solo nella solitudine, si
astiene da ogni piacere, sembra atterrito da ogni cosa che lo distolga anche per
un momento dalle sue meditazioni fanatiche. C'è virtù in tutto questo? Un essere
di questa tempra serve a se stesso, è utile agli altri? La società non si
dissolverebbe, gli uomini non ritornerebbero allo stato selvaggio, se tutti
fossero tanto pazzi da voler essere dei santi?
È evidente che la pratica esatta e rigorosa della morale divina dei cristiani
porterebbe con sé, irrimediabilmente, la rovina dei popoli. Un cristiano che
volesse tendere alla perfezione dovrebbe soffocare in se stesso tutto ciò che
potesse distoglierlo dal Cielo, la sua vera patria. Egli non vede sulla terra
nient'altro che tentazioni, insidie, occasioni di andare in perdizione; deve
temere la scienza, in quanto dannosa alla fede; deve fuggire l'industriosità,
come mezzo per ottenere ricchezze estremamente nefaste alla salvezza; deve
rinunciare agli impieghi e agli onori, cose capaci di eccitare il suo orgoglio e
di distrarlo dalla cura della propria anima. In una parola, la sublime morale di
Cristo, se fosse praticabile, spezzerebbe tutti i vincoli della società.
Un santo nel mondo è un essere non più utile di un santo nel deserto. Il
santo porta nel mondo un umore triste, scontento e spesso sedizioso; il suo zelo
obbliga talvolta la sua coscienza a turbare la società con credenze o
allucinazioni che, nella sua vanità, egli considera come ispirazioni divine. Gli
annali di tutte le religioni sono pieni di santi inquieti, di santi
intrattabili, di santi riottosi, i quali si sono distinti grazie ai disastri
che, «a maggior gloria di Dio», hanno sparso per il mondo. Se i santi che vivono
in eremitaggio sono inutili, quelli che vivono nella società sono spesso
dannosissimi.
La vanità di «recitare una parte», il desiderio di rendersi noti al volgo
stolto con una condotta bizzarra, costituiscono di solito il carattere
distintivo dei grandi santi. L'orgoglio li convince che sono uomini
straordinari, situati molto più in alto della natura umana, esseri di gran lunga
più perfetti degli altri, privilegiati che Dio ama molto più del resto
dell'umanità. In un santo l'umiltà, quasi sempre, non è che una forma di
orgoglio più raffinato di quello degli uomini comuni. Soltanto una vanità molto
ridicola può spingere l'uomo a fare una guerra perpetua contro la propria
natura!
163) La natura umana non è depravata, e una morale che la contrasta non è
fatta per l'uomo
Una morale in contrasto con la natura umana non è fatta per l'uomo. «Ma -
direte - la natura umana si è corrotta». In che consiste questa presunta
corruzione? Nell'esistenza di passioni? Ma le passioni non fanno parte
dell'essenza dell'uomo? Non è indispensabile che l'uomo cerchi, desìderi, ami
ciò che è o che egli crede utile alla sua felicità? Non è indispensabile che
tema e fugga ciò che giudica sgradevole o letale per lui? Infiammate le sue
passioni dirigendole verso scopi utili; collegate la sua felicità a questi
scopi; distoglietelo, con ragioni facili a intuirsi e a capirsi, da ciò che può
danneggiare lui stesso e gli altri; e ne farete un essere ragionevole e
virtuoso. Un uomo senza passioni sarebbe egualmente indifferente dinanzi al
vizio e alla virtù.
Maestri di religione! Voi ci ripetete di continuo che la natura dell'uomo è
pervertita; ci gridate che «ogni carne ha corrotto la sua via»; ci dite che la
natura non ci dà più nient'altro che inclinazioni alla dissolutezza. Se è così,
voi accusate il vostro Dio, il quale non ha potuto o voluto che la natura umana
conservasse la sua originaria perfezione. Se codesta natura si è corrotta,
perché Dio non l'ha risanata? Ecco che, sùbito, il cristiano mi assicura che la
natura umana è risanata, che la morte del suo Dio l'ha ristabilito nella sua
integrità. Come mai dunque, gli replicherò, sostenete che la natura umana,
nonostante il sacrificio di un Dio, è tuttora depravata? Dio è dunque morto
senza alcun frutto? A che cosa si riducono la sua onnipotenza e la sua vittoria
sul Diavolo, se il Diavolo conserva ancora il potere che, secondo voi, ha sempre
esercitato nel mondo?
La morte, secondo la teologia cristiana, è «il risarcimento del peccato».
Questa credenza è conforme a quella di alcuni popoli negri e selvaggi, i quali
s'immaginano che la morte di un uomo è sempre l'effetto soprannaturale della
collera degli dèi. I cristiani credono fermamente che Cristo li abbia liberati
dal peccato, mentre sono in grado di vedere che, nella loro religione come nelle
altre, l'uomo è soggetto alla morte. Dire che Gesù Cristo ci ha liberati dal
peccato non equivale a dire che un giudice ha accordato la grazia a un
colpevole, mentre vediamo che lo manda al supplizio?
164) Su Gesù Cristo, Dio dei preti
Se, chiudendo gli occhi su tutto quello che avviene nel mondo, si accettasse
di prestar fede agli zelatori della religione cristiana, si dovrebbe credere che
la venuta del loro divino Salvatore ha prodotto la più meravigliosa rivoluzione
e la più completa riforma nella moralità dei popoli. «Il Messia - dice Pascal -
era destinato, egli solo, a creare un grande popolo eletto, santo e
privilegiato, a guidarlo, a nutrirlo, a introdurlo nel regno della pace e della
santità, a renderlo santo agli occhi di Dio, a farne il tempio di Dio, a
salvarlo dall'ira di Dio, a liberarlo dalla schiavitù del peccato, a dare leggi
a questo popolo, a imprimere queste leggi nel suo cuore, a offrirsi in olocausto
a Dio in suo favore, a schiacciare la testa del demonio», ecc. Questo grand'uomo
si è dimenticato di indicarci il popolo sul quale il suo divino Messia ha
prodotto gli effetti miracolosi di cui egli parla con tanta enfasi; finora non
sembra che esso esista sulla terra.
Se appena ci si sofferma ad esaminare la morale dei popoli cristiani e si
ascoltano i clamori dei loro preti, si è costretti a concludere che Gesù Cristo,
il loro Dio, ha predicato senza frutto ed è morto senza successo; le sue volontà
onnipotenti trovano ancora negli uomini una resistenza sulla quale questo Dio
non può o non vuole trionfare. La morale di questo divino Maestro, che i suoi
discepoli ammirano tanto e praticano tanto poco, è stata seguita, in tutto
questo secolo, soltanto da una mezza dozzina di santi privi di ogni rinomanza,
di fanatici e di monaci ignorati, che avranno, essi soli, la gloria di brillare
nella corte celeste; tutto il resto dei mortali, benché riscattato dal sangue di
Dio, sarà preda del fuoco eterno.
165) Il dogma della remissione dei peccati è stato inventato
nell'interesse dei preti
Quando un uomo ha gran desiderio di peccare, non pensa affatto al suo Dio.
Più ancora: qualunque delitto abbia commesso, egli si lusinga sempre pensando
che Dio mitigherà per lui la durezza della sua sentenza. Nessun mortale crede
sul serio che la sua condotta possa condurlo alla dannazione. Pur avendo paura
di un Dio terribile che spesso lo fa tremare, soccombe ogni volta che è preso da
una forte tentazione, e allora vede soltanto il Dio di misericordia, la cui
immagine lo tranquillizza. Compie una cattiva azione? Spera di avere il tempo
per emendarla, e si ripromette di pentirsene un giorno.
Nella farmacia religiosa vi sono ricette infallibili per calmare le
coscienze; i preti, in ogni luogo, possiedono dei segreti di effetto sicuro per
disarmare la collera del Cielo. Ma d'altra parte, se è vero che la Divinità si
placa con preghiere, offerte, sacrifici, penitenze, non si ha più il diritto di
dire che la religione mette un freno ai traviamenti degli uomini: essi prima
peccheranno, e poi cercheranno il modo di placare Dio. Ogni religione che
ammette l'espiazione e promette la remissione dei peccati, se tiene a freno
poche persone, incoraggia la maggioranza a commettere il male.
Nonostante la sua immutabilità, Dio, in tutte le religioni del mondo, è un
vero Proteo. I suoi preti lo mostrano ora armato di severità, ora pieno di
clemenza e di dolcezza; ora crudele, spietato, ora pronto a lasciarsi intenerire
dai rimorsi e dalle lacrime dei peccatori. Di conseguenza, gli uomini
considerano la divinità dal lato più conforme ai loro attuali interessi. Un Dio
perpetuamente corrucciato respingerebbe i suoi adoratori o li getterebbe nella
disperazione. Gli uomini hanno bisogno di un Dio che si irriti e si plachi; se
la sua collera sbigottisce qualche animo pauroso, la sua clemenza rassicura i
malvagi ben decisi ad agire, i quali, d'altronde, contano di poter ricorrere
prima o poi agli espedienti per riconciliarsi con lui; se i giudizi di Dio fanno
paura a qualche devoto timorato che già, per temperamento e per abitudine, non è
incline al male, «i tesori della misericordia divina» rassicurano i più grandi
criminali, che hanno buoni motivi di sperare che ne godranno non meno degli
altri.
166) Il timor di Dio è impotente contro le passioni
Gli uomini, per la maggior parte, pensano di rado a Dio, o almeno non se ne
preoccupano gran che. L'idea di Dio è così vaga, così deprimente, che non può
trattenere a lungo l'immaginazione, a meno che non si tratti di qualche
sognatore triste e melanconico che costituisce un'eccezione tra gli abitanti di
questo mondo. Il volgo non ne capisce niente; il suo debole cervello si
confonde, appena tenta di pensare a Dio. L'uomo d'affari non pensa che ai propri
affari; il cortigiano ai suoi intrighi; gli uomini di mondo, le donne, i
giovani, ai loro piaceri: la dissipazione cancella ben presto in loro gli
opprimenti pensieri religiosi. Gli ambiziosi, gli avari, i dissoluti evitano con
cura meditazioni troppo eteree, tali da non controbilanciare le loro passioni di
ben altro genere.
A chi l'idea di Dio s'impone? Ad alcuni uomini deboli, mesti, disgustati di
questo mondo, ad alcune persone nelle quali le passioni sono già affievolite o
per l'età, o per le malattie, o per le sventure. La religione è un freno
soltanto per coloro che sono stati già ridotti alla ragione o dal loro
temperamento o dalle circostanze della vita. Il timor di Dio non impedisce di
peccare se non a quelli che non hanno una forte volontà di peccare, o che non
sono più in grado di farlo.
Dire agli uomini che la Divinità punisce i delitti in questo mondo, significa
asserire un fatto che l'esperienza contraddice ad ogni istante. Gli uomini più
malvagi sono, per lo più, gli àrbitri del mondo, i favoriti della fortuna.
D'altra parte, ricorrere all'altra vita per convincerci della giustizia divina
equivale a ricorrere a congetture per distruggere fatti dei quali non si può
dubitare.
167) L'invenzione dell'inferno è troppo assurda per impedire il
male
Nessuno pensa all'altra vita quando è fortemente interessato alle cose di
quaggiù. Agli occhi di un amante appassionato la presenza della sua amata spegne
le fiamme dell'inferno e le sue bellezze cancellano tutte le gioie del paradiso.
«Donna! Voi abbandonate, dite voi, il vostro amante per il vostro Dio». In
realtà, il vostro amante non è più quello di prima ai vostri occhi; oppure il
vostro amante vi abbandona, e voi dovete pur riempire il vuoto che si è prodotto
nel vostro cuore.
Nulla di più frequente che vedere degli ambiziosi, dei perversi, degli uomini
corrotti e immorali che sono religiosi e talvolta si mostrano perfino zelanti
per la causa della religione. Se non seguono le pratiche religiose, promettono
che un giorno le seguiranno, le tengono di riserva come un rimedio di cui prima
o dopo avranno bisogno per sentirsi tranquilli quanto al male che hanno ancora
intenzione di fare. D'altronde, siccome il partito dei devoti e dei preti è un
partito molto numeroso, attivo, potente, non fa meraviglia vedere che i furbi e
gli imbroglioni cercano il suo appoggio per raggiungere i loro scopi. Ci si
obietterà certamente che molte persone oneste sono religiose sinceramente e
senza trarne profitto; ma la purezza del cuore è sempre accompagnata
dall'intelligenza?
Citano un gran numero di dotti, di uomini di genio che sono stati saldamente
attaccati alla religione. Ciò dimostra che anche uomini di genio possono avere
dei pregiudizi, possono essere pusillanimi, possono avere un'immaginazione che
li trascina e impedisce loro di esaminare a sangue freddo la realtà. Pascal non
è affatto una prova a favore della religione: è soltanto una prova che un genio
può avere un angolino di follìa e non valere più di un bambino quando è tanto
debole da dare ascolto ai pregiudizi. Pascal stesso ci dice che «l'ingegno può
essere forte e angusto, e tanto esteso quanto debole». Poco sopra aveva detto:
«Si può avere un buon intelletto e non comprendere tutte le cose con uguale
lucidità; poiché esistono persone che, ragionando bene in un certo ordine di
cose, si confondono nelle altre».
168) Assurdità della morale e delle virtù religiose stabilite unicamente
nell'interesse dei preti
Che cos'è la virtù, secondo la teologia? È, dicono, «la conformità delle
azioni dell'uomo con la volontà di Dio». Ma che è Dio? È un essere che nessuno è
capace di concepire e che, di conseguenza, ciascuno s'immagina in un modo
diverso. Che è la volontà di Dio? È ciò che uomini i quali hanno veduto Dio, o
da Dio sono stati ispirati, ci hanno detto che è la volontà di Dio. Chi sono
costoro che hanno veduto Dio? Sono o dei fanatici, o degli imbroglioni, o degli
ambiziosi sulla cui parola non si può credere affatto.
Basare la morale su un Dio che ciascuno si raffigura diversamente, ciascuno
immagina a modo suo, ciascuno aggiusta secondo il proprio temperamento e il
proprio interesse significa, evidentemente, basare la morale sul capriccio e
sull'immaginazione degli uomini; significa basarla sulle fantasticherie di una
sètta, di una fazione, di un partito, che crederanno di avere il privilegio di
adorare il vero Dio, ad esclusione di tutti gli altri.
Stabilire la morale o i doveri dell'uomo sulla volontà divina equivale a
basarli sulla volontà, le fantasticherie, gli interessi di coloro che fan
parlare Dio senza dover mai temere di essere smentiti da lui. In ogni religione,
soltanto i preti hanno il diritto di decidere che cosa piace o dispiace al loro
Dio; si può star sicuri che essi decideranno che piace o dispiace a Dio ciò che
piace o dispiace a loro.
I dogmi, le cerimonie, la morale e le virtù prescritte da tutte le religioni
del mondo sono state calcolate, lo si vede bene, allo scopo di estendere il
potere o di aumentare i profitti dei fondatori e dei ministri di quelle
religioni. I dogmi sono oscuri, inconcepibili, spaventevoli, e per ciò stesso
molto adatti a turbare l'immaginazione e a rendere il volgo più docile ai voleri
di quelli che vogliono dominarlo. Le cerimonie e le pratiche religiose procurano
ai preti ricchezze o rispettabilità. La morale e le virtù religiose consistono
in una fede servile che impedisce di ragionare, in un'umiltà devota che assicura
ai preti la sottomissione dei loro schiavi, in uno zelo ardente quando si tratta
della religione, cioè degli interessi dei preti. Tutte le virtù religiose non
hanno, evidentemente, per scopo nient'altro che l'utilità dei ministri della
religione.
169) A che cosa si riduce la carità cristiana, nel modo in cui la
insegnano e la praticano i teologi?
Quando si rimprovera ai teologi la sterilità delle loro «virtù teologali»,
essi ci vantano con grande enfasi la «carità», questo tenero amore del prossimo
di cui il cristianesimo fa un dovere essenziale per i suoi seguaci. Ma, ahimè!,
a che si riduce questa presunta carità quando si esamina la condotta dei
ministri del Signore? Chiedete loro se bisogna amare il prossimo e fargli del
bene quando egli sia un empio, un eretico, un incredulo, cioè quando non la
pensi come loro. Chiedete se bisogna tollerare le credenze contrarie a quelle
della religione da essi professata. Chiedete se il Sovrano può mostrare
indulgenza verso quelli che sono in errore. Sùbito la loro carità scompare, e il
clero dominante vi dirà che il prìncipe non porta la spada che per sostenere gli
interessi dell'Altissimo; vi dirà che, per amore del prossimo, bisogna
perseguitarlo, imprigionarlo, mandarlo in esilio, bruciarlo vivo. Troverete un
po' di tolleranza solo in alcuni preti, essi stessi perseguitati, i quali
metteranno da parte la carità cristiana appena avranno il potere di perseguitare
a loro volta.
La religione cristiana, predicata in origine da mendicanti e da gente
miserrima, raccomanda molto caldamente, a titolo di carità, l'elemosina; la
religione di Maometto ne fa, egualmente, un dovere da cui non ci si può esimere.
Niente, senza dubbio, è più conforme al senso di umanità che soccorrere gli
infelici, vestire gli ignudi, tendere una mano benèfica a chiunque è nel
bisogno. Ma non sarebbe più umano e più caritatevole prevenire la miseria e
impedire ai poveri di pullulare? Se la religione, invece di divinizzare i
prìncipi, avesse insegnato loro a rispettare le proprietà dei loro sudditi, ad
essere giusti, a non esercitare che i loro diritti legittimi, non si vedrebbe un
così gran numero di mendicanti nei loro Stati. Un governo avido, ingiusto,
tirannico moltiplica la miseria; l'eccesso delle imposte è causa di
scoraggiamento, di pigrizia, di povertà, che a loro volta producono furti,
assassinii e delitti d'ogni specie. Se i sovrani avessero più umanità, carità,
giustizia, i loro Stati non sarebbero popolati da tanti infelici alla cui
miseria diviene impossibile porre rimedio.
Gli Stati cristiani e maomettani sono pieni di ospizi ampi e riccamente
dotati, nei quali si ammira la pia carità dei re e dei sultani che li hanno
fatti costruire. Ma non sarebbe stato più umano governar bene i popoli, procurar
loro l'agiatezza, incitare e favorire l'industria e il commercio, lasciar godere
i sudditi, senza timori, dei fruttti del proprio lavoro, anziché schiacciarli
sotto un giogo dispotico, impoverirli con guerre assurde, ridurli in miseria per
soddisfare un lusso sfrenato, e, dopo aver fatto ciò, innalzare dei suntuosi
edifizi che possono ospitare solo una minima parte di coloro che sono stati resi
miserabili? La religione, con tutte le sue virtù, non ha fatto altro che
turlupinare gli uomini: invece di prevenire i loro mali, si è limitata ad
apportarvi dei rimedi inefficaci.
I ministri del Cielo hanno sempre saputo trarre profitto dalle disgrazie
altrui. La miseria del popolo è stata, per così dire, il loro terreno favorito:
dappertutto essi sono riusciti a diventare gli amministratori dei beni dei
poveri, i distributori delle elemosine, i depositari della carità. In questo
modo essi hanno sempre esteso e mantenuto il loro potere sugli infelici che
formano, di solito, la parte più numerosa, la più inquieta, la più sediziosa
della società. Così i mali più grandi tornano a vantaggio dei ministri del
Signore.
I preti cristiani ci dicono che i beni da loro posseduti sono «i beni dei
poveri», e con questo pretesto esigono che le loro proprietà siano inviolabili.
Di conseguenza, i sovrani e i popoli si sono fatti un dovere di accumulare nelle
mani dei preti terre, rendite, tesori. Con la scusa della carità, le nostre
guide spirituali son divenute ricchissime e, sotto gli sguardi dei popoli
ridotti in indigenza, si godono i beni che erano destinati agli infelici.
Questi, lungi dal protestare, plaudono a una finta generosità che arricchisce la
Chiesa, ma che molto di rado contribuisce ad alleviare la povertà.
Secondo i princìpi del cristianesimo, la povertà è di per se stessa una
virtù, ed è la virtù che i re e i preti fanno osservare col massimo rigore ai
loro schiavi. Sùccubi di queste idee, molti pii cristiani hanno rinunciato di
buon grado alle ricchezze periture di questo mondo, hanno distribuito i loro
patrimoni ai poveri e si sono ritirati in eremitaggi per vivere in una
volontaria indigenza. Ma presto questo fanatismo, questo amore innaturale per la
miseria dovette cedere alla natura. I successori di questi «poveri per loro
volontà» vendettero alla gente devota le loro preghiere e la loro intercessione,
dotata di potere presso la Divinità; divennero ricchi e potenti; e così dei
monaci, degli eremiti vissero nell'ozio e, col pretesto della carità, divorarono
sfrontatamente le sostanze dei poveri.
La povertà di spirito è la qualità che la religione ha sempre tenuto nel più
gran conto. La virtù fondamentale di ogni religione, cioè la più utile ai suoi
ministri, è la «fede». Essa consiste in una credulità senza confini, che fa
accettare senza esame tutto ciò che gli interpreti della Divinità hanno
interesse che si accetti. Con l'aiuto di questa meravigliosa virtù, i preti sono
divenuti gli àrbitri del giusto e dell'ingiusto, del bene e del male; riuscì
molto facile ad essi far commettere dei delitti, quando ebbero bisogno di
delitti per far valere i loro interessi. La fede implicita è stata l'origine dei
più gravi misfatti compiuti sulla terra.
170) La confessione, miniera d'oro per i preti, ha distrutto i veri
princìpi della morale
Colui che per primo ha detto ai popoli che, quando si era fatto un torto a un
uomo, bisognava chiederne perdono a Dio, placare Dio con doni, offrirgli dei
sacrifici, ha chiaramente distrutto i veri princìpi della morale. In base a
queste idee, gli uomini s'immaginano che si possa ottenere dal Re del Cielo,
come dai re della terra, il permesso di essere ingiusti e malvagi, o almeno il
perdono del male che si commette.
La morale è fondata sui rapporti, i bisogni, gli interessi duraturi degli
abitanti della terra: i rapporti che vi sarebbero tra gli uomini e Dio, o sono
del tutto ignoti, o sono immaginari. La religione, associando Dio agli uomini,
ha evidentemente indebolito o distrutto i legami che uniscono gli uomini tra
loro. I mortali s'immaginano di poter fare il male gli uni agli altri
impunemente, offrendo poi una congrua riparazione all'Essere onnipotente, al
quale viene riconosciuto il diritto di perdonare tutte le offese fatte alle sue
creature.
Che cosa c'è di più adatto a rassicurare i malvagi, o a incoraggiarli al
delitto, che persuaderli dell'esistenza di un essere invisibile che ha il
diritto di perdonare le ingiustizie, le rapine, le perfidie, gli oltraggi che
essi potranno commettere a danno della società? Noi vediamo che, incoraggiati da
queste nefaste idee, gli uomini più perversi si lasciano andare ai più grandi
misfatti e credono di averne il perdono implorando la misericordia divina: la
loro coscienza è tranquilla, poiché un prete li assicura che il Cielo è
disarmato dinanzi a un sincero pentimento, del tutto inutile a noi uomini.
Codesto prete li consola in nome della Divinità, se essi consentono, come
riparazione dei loro peccati, a dividere coi suoi ministri i frutti delle loro
imprese brigantesche, delle loro frodi e delle loro malvagità.
Una morale legata alla religione le è necessariamente subordinata. Dal punto
di vista di un devoto, Dio deve passare avanti alle sue creature: meglio
obbedire a lui che agli uomini. Gli interessi del monarca celeste devono avere
il sopravvento su quelli degli uomini peccatori. Ma gli interessi del Cielo
sono, è chiaro, gli interessi dei ministri del Cielo: da ciò consegue
evidentemente che in ogni religione i preti, col pretesto degli interessi del
Cielo o della gloria di Dio, potranno fornire esenzioni dai doveri della morale
umana, quando essi non si accorderanno coi doveri che Dio è in diritto di
imporre. D'altronde, colui che ha il potere di perdonare i delitti non dovrebbe
avere il diritto di comandarli?
171) L'ipotesi dell'esistenza di un Dio non è necessaria alla
morale
Non si stancano di dirci che, senza un Dio, non può esserci «obbligo morale»;
che gli uomini, compresi i re, hanno bisogno di un legislatore tanto potente da
obbligarli. L'obbligo morale presuppone una legge; ma questa legge scaturisce
dai rapporti eterni e necessari delle cose tra loro, rapporti che non hanno
niente in comune con l'esistenza di un Dio. Le regole di condotta degli uomini
dipendono dalla loro natura, che essi sono in grado di conoscere, e non dalla
natura divina, della quale non hanno la minima idea. Queste regole ci obbligano,
nel senso che noi ci rendiamo stimabili o spregevoli, amabili o odiosi, degni di
ricompensa o di castigo, felici o infelici, a seconda che ci conformiamo a tali
regole o che ce ne allontaniamo. La legge che obbliga l'uomo a non nuocere a se
stesso è basata sulla natura di un essere sensibile che, in qualunque modo sia
venuto in questo mondo, o qualunque possa essere la sua sorte in un mondo
futuro, è costretto dalla sua essenza in atto a cercare il benessere e a fuggire
il male, ad amare il piacere e a temere il dolore. La legge che obbliga l'uomo a
non nuocere agli altri e a far loro il bene è basata sulla natura degli esseri
sensibili viventi in società, i quali, per la loro essenza, sono costretti a
disprezzare coloro da cui non ricevono alcun bene e a detestare coloro che si
oppongono alla loro felicità.
Sia che un Dio esista, sia che non esista affatto, sia che codesto Dio abbia
parlato, sia che non abbia per niente parlato, i doveri morali degli uomini
saranno sempre gli stessi, finché essi avranno la natura che è loro propria,
cioè finché saranno esseri sensibili. Che bisogno hanno dunque gli uomini di un
Dio che non conoscono, di un legislatore invisibile, di una religione
misteriosa, di terrori chimerici, per comprendere che ogni eccesso tende
evidentemente a distruggerli, che per conservarsi bisogna astenersene, che per
farsi amare dagli altri bisogna far loro del bene, che far loro del male è un
mezzo sicuro per attirarsi la loro vendetta e il loro odio?
«Prima della Legge, nessun peccato». Non c'è nulla di più falso di questa
massima. Basta che l'uomo sia quel che è, vale a dire un essere sensibile,
perché sappia distinguere ciò che gli fa piacere da ciò che gli dispiace. Basta
che un uomo sappia che un altro uomo è un essere sensibile come lui, perché non
possa ignorare ciò che gli è utile o nocivo. Basta che l'uomo abbia bisogno di
un suo simile, perché sappia che deve evitare di suscitare in lui dei sentimenti
sfavorevoli. Così l'essere senziente e pensante non ha bisogno che di sentire e
di pensare per capire che cosa deve fare sia per se stesso, sia per gli altri.
Io sento, e un altro sente come me: ecco il fondamento di ogni morale.
172) La religione e la sua morale soprannaturale sono funeste ai popoli e
opposte alla natura umana
Noi possiamo dare un giudizio sulla bontà di una morale soltanto in base alla
sua conformità con la natura umana. Fatto questo confronto, siamo in diritto di
respingere una morale, se la troviamo contraria al benessere della nostra
specie. Chiunque abbia meditato seriamente sulla religione e sulla sua morale
soprannaturale, chiunque ne abbia pesato con mano sicura i vantaggi e gli
svantaggi, rimarrà convinto che l'una e l'altra sono nocive agli interessi del
genere umano e direttamente opposte alla natura dell'uomo.
«Gente, all'armi! Si tratta della causa del vostro Dio. Il Cielo è
oltraggiato! La fede è in pericolo! Abbasso l'empietà, la bestemmia, l'eresia!».
Grazie al potere magico di queste temibili parole, di cui la gente non ha mai
capito nulla, i preti sono stati, in ogni epoca, padroni di chiamare i popoli
alla rivolta, di sbalzare i re dal trono, di scatenare guerre civili, di mettere
gli uomini gli uni contro gli altri. Quando, per caso, si esaminano i gravissimi
fatti che hanno suscitato la collera del Cielo e prodotto tanti disastri sulla
terra, si trova che le pazze fantasticherie e le stravaganti congetture di
qualche teologo che non capiva nemmeno se stesso, o le pretese del clero, hanno
spezzato tutti i vincoli della società e immerso il genere umano nel proprio
sangue e nelle proprie lacrime.
173) Come l'associazione di religione e politica è funesta tanto ai
popoli quanto ai re
I sovrani di questo mondo, associando la Divinità al governo dei loro Stati,
spacciandosi per luogotenenti e rappresentanti di Dio in terra, riconoscendo che
da Lui hanno ricevuto il loro potere, hanno dovuto per forza aver a che fare coi
ministri di Dio come rivali o come maestri. Quale meraviglia, dunque, se spesso
i preti hanno fatto sentire ai re la superiorità del Monarca celeste? Non hanno
più d'una volta dichiarato ai prìncipi di questo mondo che anche il potere più
grande è in dovere di cedere al potere spirituale della fede religiosa? Niente
di più difficile che servire due padroni, soprattutto quando essi non sono
d'accordo su ciò che chiedono ai loro servi.
L'associazione della religione con la politica ha necessariamente introdotto
una doppia legislazione negli Stati. La legge di Dio, interpretata dai suoi
preti, si è trovata spesso in contrasto con le leggi del monarca o con
l'interesse dello Stato. Quando i prìncipi hanno fermezza di carattere e si sono
assicurati l'amore dei loro sudditi, la legge di Dio è qualche volta obbligata a
piegarsi alle savie intenzioni del sovrano temporale; ma per lo più l'autorità
del sovrano è obbligata a retrocedere davanti all'autorità divina, cioè davanti
all'interesse del clero. Nulla di più pericoloso per un prìncipe che «metter
mano all'incensiere», cioè proporsi di riformare gli abusi consacrati dalla
religione. Dio non è mai così in collera come quando si attenta ai diritti
divini, ai privilegi, alle proprietà, alle immunità dei suoi preti.
Le speculazioni metafisiche o le credenze religiose degli uomini influiscono
sulla loro condotta soltanto quando essi le giudicano conformi ai loro
interessi. Nulla dimostra questa verità in modo più convincente che il
comportamento di un gran numero di prìncipi relativamente al potere spirituale,
al quale li vediamo spesso resistere. Un sovrano convinto dell'importanza e dei
diritti della religione non dovrebbe credersi obbligato in coscienza a ricevere
con rispetto gli ordini dei preti e a considerarli come ordini della Divinità
stessa? Vi fu un tempo in cui i re e i popoli, più coerenti e più convinti dei
diritti del potere spirituale di quanto siano oggi, gli si asservivano, gli
cedevano in ogni occasione, e non erano che docili strumenti nelle sue mani.
Quel tempo beato non è più: per una strana incoerenza, si vedono talvolta i
monarchi più devoti opporsi alle iniziative di coloro che, ciò nonostante,
continuano a credere ministri di Dio. Un sovrano ben imbevuto di massime
religiose e di venerazione per il suo Dio dovrebbe incessantemente stare
prosternato dinanzi ai preti, e considerarli come i suoi veri sovrani. C'è un
potere sulla terra che abbia il diritto di competere con quello
dell'Altissimo?
174) I culti sono onerosi e rovinosi per la maggior parte dei
popoli
I prìncipi che credono sia loro interesse mantenere i pregiudizi dei loro
sudditi hanno davvero ben riflettuto sugli effetti che hanno provocato e che
potranno provocare in futuro dei demagoghi privilegiati, che hanno il diritto di
parlare quando vogliono e di eccitare, in nome del Cielo, le passioni di tanti
milioni di sudditi? Quali disastri causerebbero questi sacri arringatori di
folle se si mettessero d'accordo per gettare lo scompiglio in uno Stato, come
hanno già fatto tanto spesso!
Niente di più oneroso e di più rovinoso per la maggior parte dei popoli che
il culto dei loro dèi. Dappertutto i ministri divini non soltanto costituiscono
il primo ordine nello Stato, ma godono anche della parte più ampia dei beni
della società, e hanno il diritto di esigere imposte ad ogni momento dai loro
concittadini. Quali reali vantaggi, dunque, questi emissari dell'Altissimo
procurano ai popoli, per giustificare gli immensi profitti che ne traggono? In
cambio delle ricchezze e dei benefizi ottenuti, che cos'altro dànno ai popoli se
non misteri, ipotesi, cerimonie, questioni sottili, dispute interminabili che
molto spesso gli Stati devono pagare perfino col loro sangue?
175) La religione paralizza la morale
La religione, che si presenta come il più solido sostegno della morale, le
toglie evidentemente i suoi veri moventi, per sostituir loro dei moventi
immaginari, delle chimere inconcepibili che, essendo chiaramente contrarie al
buon senso, non possono essere credute seriamente da nessuno. Tutti ci
assicurano di credere fermamente in un Dio che ricompensa e punisce; tutti si
dichiarano convinti dell'esistenza di un inferno e d'un paradiso; eppure,
vediamo forse che tali idee rendono migliori gli uomini, o controbilanciano,
nello spirito della maggioranza di essi, gli interessi più frivoli? Ciascuno ci
garantisce che è terrorizzato dal giudizio di Dio, e ciascuno dà via libera alle
sue passioni quando si crede sicuro di sfuggire al giudizio degli uomini.
Il timore dei poteri invisibili è di rado così forte come quello dei poteri
visibili. Supplizi ignoti o lontani spaventano i popoli molto meno di una forca
eretta o della vista di un impiccato. Ogni cortigiano, si può dire, teme la
collera del suo Dio di gran lunga meno che il cadere in disgrazia presso il suo
signore. Una pensione, un titolo, una decorazione bastano per far dimenticare i
tormenti dell'inferno come i piaceri della corte celeste. Le carezze di una
donna hanno sempre la meglio sulle minacce dell'Altissimo. Una facezia, una
frase burlesca, un motto di spirito fanno sull'uomo di mondo più impressione di
tutto ciò che la religione gli ha insegnato.
Non ci assicurano che un buon peccavi basta per placare la Divinità?
Eppure, non si nota che codesto buon peccavi venga detto molto
sinceramente: almeno, accade molto di rado di vedere i grandi ladri restituire,
anche in articulo mortis, le ricchezze che essi sanno di aver rapinato
ingiustamente. Gli uomini sono certamente persuasi che saranno preda del fuoco
eterno, se non riescono a garantirsi contro tale sorte. Ma «Si posson far col
Cielo certi accomodamenti»: lasciando alla Chiesa una parte delle loro sostanze,
i mascalzoni devoti, tranne ben pochi casi, muoiono del tutto tranquilli
riguardo al modo con cui si sono arricchiti in questo mondo.
176) Funeste conseguenze della devozione
Lo confessano perfino i più ardenti difensori della religione e della sua
utilità: niente di più raro delle conversioni sincere. E si potrebbe aggiungere:
niente di più infruttuoso per la società. Gli uomini si disgustano del mondo
solo quando il mondo è disgustato di essi; una donna offre se stessa a Dio solo
quando il mondo non vuol più saperne. La sua vanità trova nella devozione una
mansione da svolgere, che la salva dalla noia e la ricompensa della perdita
delle sue attrattive. Pratiche scrupolosamente eseguite le fanno passare il
tempo: le cabale, gli intrighi, le declamazioni, la maldicenza, lo zelo le
forniscono i mezzi per farsi un nome e procurarsi la stima del partito dei
devoti.
Se i devoti hanno la capacità di piacere a Dio e ai suoi preti, raramente
hanno quella di piacere alla società o di rendersi utile ad essa. La religione,
per un devoto, è un velo che copre e giustifica tutte le passioni, l'orgoglio,
la malevolenza, la collera, la vendetta, l'intolleranza, i rancori. La devozione
si arroga una superiorità tirannica che mette al bando dai rapporti fra gli
uomini la dolcezza, l'indulgenza, la serenità: essa dà il diritto di censurare
gli altri, di biasimare e denigrare i profani, per la maggior gloria di Dio.
Accade molto spesso di essere devoto e di non avere alcuna delle qualità
necessarie alla convivenza sociale.
177) Supporre un'altra vita non è né consolante per l'uomo né necessario
alla morale
Si afferma che il dogma di un'altra vita è della più grande importanza per la
quiete sociale; ci s'immagina che, senza di esso, gli uomini non avrebbero
quaggiù alcun motivo per agir bene. Ma che bisogno c'è di terrori e di fole per
far sentire ad ogni uomo ragionevole come si deve comportare sulla terra?
Ciascuno di noi non vede forse che ha il maggior interesse a meritare
l'approvazione, la stima, la benevolenza degli esseri che lo circondano, e di
astenersi da tutto ciò che può attirargli il biasimo, il disprezzo e lo sdegno
della società? Per quanto sia breve la durata di un banchetto, di una
conversazione, di una visita, ciascuno non vuole rappresentarvi una parte
dignitosa, gradevole a se stesso e agli altri? Se la vita non è che un
passaggio, cerchiamo di renderlo agevole; non potrà essere agevole se ci
disinteresseremo di quelli che compiono con noi lo stesso cammino.
La religione, tristemente immersa nelle sue cupe fantasticherie, ci raffigura
l'uomo come un pellegrino errante sulla terra e nient'altro: essa ne trae la
conseguenza che, per viaggiare più sicuramente, l'uomo deve isolarsi, rinunciare
alle dolcezze che incontra, privarsi dei piaceri che potrebbero consolarlo delle
fatiche e della noia del viaggio. Una filosofia stoica e cupa ci dà, talvolta,
dei consigli non meno insensati di quelli della religione. Ma una filosofia più
ragionevole ci invita a spargere fiori sul cammino della vita, ad allontanarne
la malinconia e il timor panico, a unirci in comunanza d'interessi coi nostri
compagni di viaggio, a distrarci, con la serenità e con piaceri onesti, dalle
afflizioni e dalle traversie a cui ci troviamo esposti così spesso; ci fa
sentire che, per viaggiare con diletto, dobbiamo astenerci da ciò che potrebbe
diventare nocivo a noi stessi e fuggire con grande impegno ciò che potrebbe
renderci odiosi ai nostri compagni.
178) Un ateo ha più ragioni di agir bene, più coscienza che un
devoto
Ci chiedono quali ragioni può avere un ateo per agire bene. Può avere la
ragione di piacere a se stesso, di piacere ai suoi simili, di vivere felice e
tranquillo, di farsi amare e stimare dagli uomini, la cui esistenza e le cui
propensioni sono molto più sicure e più note di quelle di un Essere
inconoscibile. «Colui che non teme gli dèi, può temere alcuna altra cosa?». -
Può temere gli uomini; può temere il disprezzo, il disonore, le punizioni e la
condanna delle leggi; infine, può temere se stesso; può temere i rimorsi che
provano tutti coloro che sono consapevoli di essere incorsi meritatamente
nell'odio dei loro simili.
La coscienza è la testimonianza interiore, che noi diamo a noi stessi, di
aver agito in modo da meritare la stima o il biasimo degli esseri coi quali
viviamo. Tale coscienza è basata sulla conoscenza evidente che abbiamo degli
uomini e dei sentimenti che le nostre azioni devono produrre in essi. La
coscienza del devoto consiste, invece, nel persuadersi che ha fatto cosa grata o
non grata al suo Dio, del quale egli non ha alcuna idea, e i cui intendimenti
oscuri o dubbi gli vengono spiegati soltanto da uomini sospetti, che ignorano al
pari di lui l'essenza della Divinità, e che sono in grande disaccordo tra loro
su ciò che può piacerle o spiacerle. In una parola, la coscienza del credente è
diretta da uomini che hanno essi stessi una coscienza erronea, e nei quali
l'interesse personale soffoca la lucidità dell'intelletto.
Un ateo può avere una coscienza morale? Quali sono i suoi motivi per
astenersi dai vizi nascosti e dai misfatti segreti che gli altri uomini
ignorano, e sui quali le leggi non hanno alcun potere? L'ateo può, in seguito ad
un'esperienza costante, aver acquisito la certezza che non c'è vizio alcuno che,
per la natura delle cose, non si punisca da sé. Vuole conservarsi in salute?
Eviterà tutti gli eccessi che potrebbero danneggiarla; non vorrà trascinare una
vita languente che lo renderebbe di peso a se stesso e agli altri. Quanto ai
misfatti segreti, se ne asterrà per timore di essere costretto ad arrossirne
dinanzi ai suoi propri occhi, al cui sguardo non può sottrarsi. Se è dotato di
ragione, conoscerà il pregio della stima che un uomo onesto deve avere per se
stesso. Saprà, d'altronde, che circostanze impreviste potrebbero svelare agli
altri una condotta che egli si sentirebbe desideroso di nascondere. L'altro
mondo non fornisce alcun motivo di agir bene a chi non ne trova quaggiù.
179) Un re ateo sarebbe di gran lunga preferibile a un re molto religioso
e molto malvagio, come tanti se ne vedono
«L'ateo filosofo - ci dirà il teista - può essere un uomo onesto, ma i suoi
scritti formeranno degli atei politici. Prìncipi e ministri, non sentendosi più
trattenuti dal timor di Dio, si abbandoneranno senza scrupoli ai più orribili
eccessi». Ma per quanto si possa supporre grande la depravazione di un monarca
ateo, potrà mai essere più forte e più dannosa di quella di tanti conquistatori,
tiranni, persecutori, ambiziosi, cortigiani perversi, i quali, senza essere
atei, essendo anzi, spesso, molto religiosi e devoti, non cessano di far gemere
l'umanità sotto il peso dei loro delitti? Un prìncipe ateo può fare al mondo più
male che un Luigi XI, un Filippo II, un Richelieu, che hanno, tutti, associato
la religione al delitto? Nulla di più raro che prìncipi atei; ma nulla di più
comune che tiranni e ministri ferocissimi e religiosissimi.
180) La morale acquisita mediante la filosofia basta ad essere
virtuosi
Ogni uomo la cui mente si dedica alla riflessione non può fare a meno di
conoscere i propri doveri, di scoprire i rapporti che sussistono tra gli uomini,
di meditare sulla propria natura, di riconoscere i propri bisogni, le proprie
inclinazioni, i propri desideri, di accorgersi quanto è debitore ad altri esseri
necessari alla sua personale felicità. Queste riflessioni conducono naturalmente
alla conoscenza di quella morale che è la più essenziale per degli esseri che
vivono in società. Chiunque provi piacere nel riflettere su se stesso, nello
studiare, nel cercare i princìpi delle cose non ha quasi mai passioni nocive: la
sua passione più forte sarà di conoscere la verità, e la sua ambizione di farla
conoscere agli altri. La filosofia è adatta a coltivare il cuore e l'intelletto.
Dal punto di vista della morale e dell'onestà, chi riflette e ragiona non ha,
evidentemente, un vantaggio rispetto a chi si fa un dovere di non ragionare?
Se l'ignoranza è utile ai preti e agli oppressori del genere umano, è
sommamente funesta alla società. L'uomo privo di lumi non trae godimento dalla
propria ragione; l'uomo privo di lumi e di ragione è un selvaggio che ad ogni
istante può essere spinto al delitto. La morale, cioè la scienza dei doveri, non
si acquista che mediante lo studio dell'uomo e dei suoi rapporti. Chi non
riflette liberamente non conosce la vera morale e cammina con passo malsicuro
sulla via della virtù. Meno gli uomini ragionano, più sono malvagi. I selvaggi,
i prìncipi, i grandi, la feccia del popolo: sono questi, di solito, gli uomini
più cattivi, perché sono quelli che ragionano meno.
Il devoto non ragiona mai e si guarda bene dal ragionare. Egli teme ogni
riflessione critica; segue l'autorità; e spesso, addirittura, la sua coscienza
sviata dall'errore gli ordina, come un sacro dovere, di fare il male.
L'incredulo ragiona, consulta l'esperienza e la preferisce al pregiudizio. Se ha
ragionato giustamente, la sua coscienza s'illumina; egli trova, per fare il
bene, dei motivi più concreti che il devoto, il quale non ha altri motivi che le
sue chimere e non ascolta mai la ragione. I motivi dell'incredulo non saranno
abbastanza forti per controbilanciare le sue passioni? Egli sarà tanto limitato
da disconoscere i veri interessi che dovrebbero tenerlo sulla retta via? Ebbene!
Sarà vizioso e malvagio; ma anche in questo caso non sarà né peggiore né
migliore di tanti bigotti che, nonostante la religione e i suoi sublimi
precetti, non cessano di seguire un comportamento che la religione condanna. Un
assassino credente è dunque meno temibile di un assassino che non crede a nulla?
Un tiranno pieno di devozione è meno tiranno di un tiranno non devoto?
181) Le credenze religiose influiscono di rado sulla condotta
morale
Nulla di più raro a questo mondo che uomini coerenti. Le credenze degli
uomini influiscono sulla loro condotta soltanto quando risultano conformi al
loro temperamento, alle loro passioni, ai loro interessi. Le credenze religiose,
in base all'esperienza quotidiana, producono molto male e pochissimo bene; sono
nocive perché si accordano molto spesso con le passioni dei tiranni, degli
ambiziosi, dei fanatici e dei preti; non sortiscono alcun effetto vantaggioso,
perché sono incapaci di controbilanciare gli interessi attuali della maggioranza
degli uomini. Quando si oppongono a desideri ardenti, i princìpi religiosi sono
sempre messi da parte; pur senza essere incredulo, l'uomo in tali casi si
comporta come se non credesse in niente.
Si rischierà sempre d'ingannarsi quando si vorranno giudicare le credenze
degli uomini in base alla loro condotta, o la loro condotta in base alle loro
credenze. Un uomo religiosissimo, nonostante i princìpi antisociali e crudeli di
una religione sanguinaria, sarà qualche volta, per una felice incoerenza, umano,
tollerante, moderato; in questo caso i princìpi della sua religione non si
accordano con la dolcezza del suo carattere. Un libertino, un dissoluto, un
ipocrita, un adultero, un imbroglione mostreranno spesso di possedere le idee
più veridiche sulla morale. Perché non le mettono in pratica? Perché il loro
temperamento, i loro interessi, le loro assuefazioni non si accordano
minimamente con le loro sublimi teorie. I princìpi severi della morale
cristiana, che tanti spacciano per divina, non influiscono che molto debolmente
sulla condotta di quelli che li predicano agli altri. Non ci dicono essi stessi,
continuamente, «di fare ciò che essi predicano, e di non fare ciò che
fanno»?
I partigiani della religione designano per lo più gli increduli col nome di
«libertini». Può darsi benissimo che molti increduli abbiano una condotta
scostumata; tale condotta è dovuta al loro temperamento, non alle loro opinioni.
Ma che danno reca la loro condotta alle loro opinioni? Un uomo scostumato non
può forse essere un buon medico, un buon architetto, un buon geometra, un buon
logico, un buon metafisico, un buon ragionatore? E d'altra parte, con una
condotta irreprensibile, si può essere ignoranti su molte cose e ragionare
malissimo. Quando si tratta della verità, poco ci importa da chi essa ci venga.
Non giudichiamo gli uomini dalle opinioni, né le opinioni dagli uomini:
giudichiamo gli uomini dal loro comportamento, le opinioni dalla loro conformità
con l'esperienza, con la ragione, con l'utilità per il genere umano.
182) La ragione conduce l'uomo all'irreligione e all'ateismo, perché la
religione è assurda e il Dio dei preti è un essere maligno e feroce
Qualsiasi uomo raziocinante diviene ben presto incredulo, perché il
ragionamento gli dimostra che la teologia non è che un tessuto di chimere, che
la religione è contraria a tutti i princìpi del buon senso, che essa diffonde
un'aura di falsità in tutti i rapporti umani. L'uomo sensibile diventa incredulo
perché vede che la religione, lungi dal rendere gli uomini più felici, è la
prima sorgente dei maggiori scompigli e delle calamità permanenti dalle quali la
specie umana è afflitta. L'uomo che cerca il proprio benessere e la propria
tranquillità esamina la sua religione e ne rimane disingannato, perché trova
tanto scomodo quanto inutile trascorrere la vita a tremare dinanzi a fantasmi
che servono solo a far colpo su donnicciole e bambini.
Se qualche volta il libertinaggio, che non ragiona, conduce all'irreligione,
l'uomo moralmente sano può avere motivi del tutto legittimi per esaminare la
religione e per bandirla dal suo spirito. I terrori religiosi, troppo deboli per
imporsi ai malvagi nel cui animo il vizio ha gettato profonde radici,
affliggono, tormentano, opprimono persone affette da un'immaginazione inquieta.
Le anime hanno coraggio e vigore? In tal caso fanno presto a scuotere un giogo
che subivano fremendo. Sono deboli e paurose? Subiranno quel giogo per tutta la
vita, invecchieranno tremando, o almeno vivranno in preda a dubbi
opprimenti.
I preti hanno fatto di Dio un essere così maligno, così feroce, così propenso
ad affliggere, che vi sono pochi uomini a questo mondo i quali non desiderino,
in fondo al cuore, che Dio non esista. Non si vive per niente felici quando si
trema in continuazione. Voi adorate un Dio terribile, o devoti! Ebbene! Voi lo
odiate; voi vorreste che non ci fosse. Come si fa a non desiderare l'inesistenza
o la distruzione di un Signore la cui idea non fa che tormentare gli animi? I
colori oscuri di cui si servono i preti per dipingere la Divinità ripugnano ai
cuori, costringono a odiarla e a negarla.
183) Solo la paura crea i teisti e i devoti
Se la paura ha fatto gli dèi, la paura mantiene il loro potere sull'animo dei
mortali. Costoro sono stati abituati, tanto presto, a rabbrividire al solo nome
della Divinità, che essa è divenuta per loro uno spettro, un demonio, un lupo
mannaro che li tormenta, e la cui idea li priva del coraggio stesso di volere
acquistare la serenità. Essi temono che lo spettro invisibile li colpisca se per
un solo istante cessano di aver paura. I devoti temono troppo il loro Dio per
amarlo sinceramente; lo servono come schiavi i quali, impossibilitati a sfuggire
alla sua potenza, scelgono di adulare il loro padrone e, a forza di mentire,
finiscono col convincersi di amarlo. Fanno di necessità virtù. L'amore dei
devoti per il loro Dio e degli schiavi per i loro tiranni non è che un omaggio
servile e finto che essi rendono alla forza: il cuore non vi ha alcuna
parte.
184) Si può o si deve amare Dio, o no?
I Maestri cristiani hanno reso il loro Dio così poco degno di essere amato
che molti di loro hanno creduto doveroso di esonerare gli uomini dall'amarlo:
bestemmia che fa fremere altri Maestri meno sinceri. Poiché San Tommaso aveva
sostenuto che si è in obbligo di amare Dio appena ottenuto l'uso della ragione,
il gesuita Sirmond gli replica che «è troppo presto»; il gesuita Vásquez
assicura che «basta amare Dio in punto di morte»; Hurtado, meno indulgente, dice
che «bisogna amare Dio una volta l'anno»; Henriquez si accontenta che «lo si ami
ogni cinque anni»; Sotus, «tutte le domeniche». «Su quale fondamento?» chiede il
padre Sirmond, il quale aggiunge che Suárez vuole «che si ami Dio qualche
volta». Ma quando precisamente? Egli lo lascia giudicare a voi: egli stesso non
ne sa nulla. «Ora», dice Sirmond, «ciò che un Maestro così sapiente non sa, chi
potrà saperlo?» Il medesimo gesuita Sirmond prosegue dicendo che «Dio non ci
ordina di amarlo di un amore affettivo, né ci promette la salvezza a condizione
che noi gli doniamo il nostro cuore: basta obbedirgli e amarlo di un amore
effettivo, eseguendo i suoi ordini; è questo il solo amore che gli dobbiamo, ed
Egli non ci ha comandato tanto di amarlo quanto, piuttosto, di non odiarlo».
Questa dottrina appare eretica, empia, abominevole ai giansenisti, i quali, per
effetto della severità ripugnante che attribuiscono al loro Dio, lo rendono
ancor meno amabile che i gesuiti loro avversari; questi ultimi, per attirarsi
dei seguaci, dipingono Dio con un'effigie capace di tranquillizzare i mortali
più perversi. Così, niente di meno sicuro, per i cristiani, dell'importante
questione se si possa o si debba amare o non amare Dio. Fra le loro guide
spirituali, gli uni sostengono che bisogna amarlo con tutto il cuore, malgrado
tutta la sua durezza; altri, come il padre Daniel, trovano che «un atto di puro
amore verso Dio è l'atto più eroico della virtù cristiana», e che «la debolezza
umana non può quasi mai sollevarsi così in alto». Il gesuita Pintereau va più
lontano: dice che «un privilegio della Nuova Alleanza è la liberazione dal giogo
insopportabile dell'amore verso Dio».
185) Le idee diverse e contraddittorie che esistono dappertutto su Dio e
la religione dimostrano che Dio e la religione non sono che chimere
dell'immaginazione
È sempre il carattere dell'uomo che stabilisce il carattere del suo Dio;
ciascuno si foggia un Dio per suo uso e in base a se stesso. L'uomo allegro, che
si abbandona alla dissipazione e ai piaceri, non riesce a immaginarsi che Dio
possa essere austero e musone: ha bisogno di un Dio di manica larga, col quale
ci si possa accordare. L'uomo severo, triste, bilioso, acido, vuole un Dio che
gli somigli, un Dio che faccia tremare, e considera come pervertiti coloro che
non ammettono che un Dio accomodante e facile a conquistarsi. Le eresie, le
dispute, gli scismi sono inevitabili. Poiché gli uomini sono costituiti,
organizzati, soggetti a mutamenti secondo processi che non possono essere
esattamente uguali, come mai potrebbero andar d'accordo quanto ad una chimera
che non esiste se non nel loro cervello?
Le dispute non meno crudeli che interminabili che s'innalzano senza tregua
fra i ministri del Signore non sono tali da procurare la fiducia di chi le
consideri con occhio imparziale. Come non darsi alla più completa incredulità
alla vista di princìpi sui quali nemmeno coloro che li insegnano agli altri sono
mai d'accordo? Come non avere dubbi sull'esistenza di un Dio la cui idea varia
in modo così enorme nelle menti dei suoi ministri? Come non finire per
respingere in tutto e per tutto un Dio che è soltanto un ammasso informe di
contraddizioni? Come appellarsi al giudizio di preti che vediamo perennemente
occupati a combattersi, a trattarsi l'un l'altro da empi e da eretici, a
denigrarsi, a perseguitarsi senza pietà, perché non sono d'accordo sul modo di
intendere le presunte verità che annunziano al mondo?
186) L'esistenza di un Dio, fondamento di ogni religione, non è stata
ancora affatto dimostrata
L'esistenza di un Dio è il fondamento di ogni religione. Eppure, finora
questa importante verità non è stata affatto dimostrata, non dico in modo tale
da convincere gli increduli, ma neppure da soddisfare i teologi stessi. In ogni
tempo si sono visti dei pensatori profondamente impegnati nell'immaginare nuove
prove della verità che più dovrebbe interessare gli uomini. Quali sono stati i
frutti delle loro meditazioni e argomentazioni? Essi hanno lasciato la questione
al punto di prima; non hanno dimostrato niente; quasi sempre hanno suscitato le
grida dei loro confratelli, che li hanno accusati di aver difeso male la
migliore delle cause.
187) I preti agiscono per interesse più degli increduli
Gli apologisti della religione ci ripetono di continuo che soltanto le
passioni generano l'incredulità. «Sono - essi dicono - l'orgoglio e il desiderio
di distinguersi che creano gli atei; essi, d'altronde, cercano di cancellare
dalla loro mente l'idea di Dio, soltanto perché hanno buoni motivi di temere i
suoi severi giudizi». Quali che siano i motivi che conducono gli uomini
all'irreligiosità, si tratta di esaminare se hanno trovato la verità. Nessuno
agisce senza motivi; esaminiamo per prima cosa le argomentazioni, poi
esamineremo i motivi; e vedremo se essi non sono più legittimi e più sensati di
quelli di tanti devoti creduli che si lasciano guidare da maestri poco degni
della fiducia degli uomini.
Voi dite dunque, o preti del Signore!, che le passioni creano gli increduli;
sostenete che essi rinunciano alla religione solo per interesse personale, o
perché la religione è in contrasto con le loro inclinazioni viziose; affermate
che gli increduli attaccano i vostri dèi perché temono i loro castighi. Eh! Voi
stessi, difendendo la religione e le sue chimere, siete davvero immuni da
passioni e da interessi? Chi riscuote gli emolumenti di codesta religione per la
quale i preti fanno ardere tanto zelo? I preti. A chi la religione procura
potere, rispettabilità, onori, ricchezze? Ai preti. Chi, in ogni luogo, fa
guerra alla ragione, alla scienza, alla verità, alla filosofia, e le rende
odiose ai sovrani e ai popoli? I preti. Chi approfitta dell'ignoranza degli
uomini e dei loro vani pregiudizi? I preti. Voi preti siete ricompensati,
onorati e pagati per ingannare i mortali; e fate punire quelli che li
disingannano. Le follie degli uomini vi procurano benefizi, offerte, espiazioni;
le verità più utili procurano a quelli che le annunciano nient'altro che catene,
supplizi, roghi. Che il mondo giudichi tra voi e noi.
188) L'orgoglio, la presunzione e la corruzione morale si trovano fra i
preti piuttosto che fra gli atei e gli increduli
L'orgoglio e la vanità furono e saranno sempre dei vizi inerenti al
sacerdozio. Che cosa può esserci di più atto a rendere gli uomini superbi e
vanitosi, che la pretesa di esercitare un potere emanato dal Cielo, di possedere
un'investitura sacra, di essere i messi e i ministri dell'Altissimo? E queste
propensioni sono continuamente alimentate dalla credulità della gente, dagli
atti di deferenza e di rispetto dei sovrani, dalle immunità, dai privilegi,
dagli onori di cui, come vediamo, il clero è oggetto. In qualsiasi paese il
volgo è molto più devoto alle sue guide spirituali, che esso considera persone
divine, che ai suoi capi temporali, nei quali vede soltanto degli uomini comuni.
Un prete, in un paese cristiano, si ritiene molto superiore a un re o ad un
imperatore. Un Grande di Spagna parlò, una volta, con un certo tono
d'insofferenza a un monaco. Costui gli rispose con arroganza: «Imparate a
rispettare un uomo che ha sempre il vostro Dio in sua mano e la vostra regina ai
suoi piedi».
I preti hanno dunque il diritto di accusare di orgoglio gli increduli? Si
distinguono essi stessi per una rara modestia o per una profonda umiltà? Non è
evidente che il desiderio di dominare sugli uomini fa parte dell'essenza stessa
del loro mestiere? Se i ministri del Signore fossero davvero modesti, li
vedremmo così avidi di ossequio, così pronti a irritarsi ad ogni obiezione, così
decisi e così crudeli nel vendicarsi di coloro le cui opinioni li feriscono? La
scienza, nella sua modestia, non fa comprendere quanto la verità è difficile a
indagarsi? Quale altra passione, se non un orgoglio sfrenato, può rendere degli
uomini così feroci, così vendicativi, così sprovvisti d'indulgenza e di
dolcezza? Quale maggior prova di presunzione che armare i popoli e fare scorrere
fiumi di sangue per far trionfare o difendere futili congetture?
Voi dite, o Maestri!, che è soltanto la presunzione quella che crea gli atei.
Insegnate dunque agli atei che cos'è il vostro Dio; istruiteli sulla sua
essenza; parlatene in modo comprensibile; dite su di lui cose ragionevoli e che
non siano né contraddittorie né impossibili. Se voi non siete in grado di
soddisfare queste loro esigenze, se finora nessuno di voi ha potuto dimostrare
l'esistenza di Dio in modo chiaro e convincente, se voi stessi dovete confessare
che la sua essenza vi è altrettanto oscura quanto agli altri mortali, perdonate
coloro che non possono ammettere ciò che non possono né capire né ridurre a un
concetto coerente; non accusate di presunzione o di vanità chi ha la sincerità
di confessare la propria ignoranza; non accusate di follìa chi non si sente
capace di credere cose contraddittorie; e vergognatevi una buona volta di
aizzare l'odio dei popoli e il furore dei re contro uomini che non la pensano
come voi riguardo a un essere del quale voi stessi non sapete nulla. C'è
qualcosa di più temerario e di più assurdo che disquisire su un oggetto che si
riconosce di non essere in grado di concepire?
Ci ripetete senza tregua che è la corruzione morale a produrre l'ateismo, che
si scuote il giogo della Divinità solo perché si ha paura dei suoi giudizi
temibili. Ma perché ci raffigurate il vostro Dio con delle sembianze così
tremende da riuscire insopportabili? Perché questo Dio così potente permette che
vi siano cuori così corrotti? Come non fare sforzi per scuotere il giogo di un
tiranno che, potendo fare dei cuori umani ciò che vuole, lascia che essi si
pervertano, li indurisce, li accieca, rifiuta loro la sua grazia, in modo da
procurarsi la soddisfazione di punirli con pene eterne per essere stati
induriti, accecati, privati della grazia che egli non ha voluto conceder loro?
Bisogna davvero che i teologi e i preti si credano molto sicuri della grazia
divina e di un avvenire felice, per non detestare un Signore così bizzarro come
è il Dio che essi ci raffigurano. Un Dio che infligge pene eterne è
evidentemente il più odioso degli esseri che la mente umana possa inventare.
189) I pregiudizi non durano che un certo tempo, e nessun potere è
durevole se non si basa sulla verità, sulla ragione e sulla
giustizia
Nessuno, su questa terra, ha un reale interesse a che l'errore si perpetui:
prima o poi, l'errore è costretto a cedere dinanzi alla verità. L'interesse
generale finisce per illuminare i mortali; le passioni stesse, qualche volta,
contribuiscono a spezzare qualche anello della catena di pregiudizi che li
avvolge. Da due secoli a questa parte, le passioni di qualche sovrano non hanno
forse annientato, in qualche paese dell'Europa, il potere tirannico che qualche
papa troppo superbo esercitava su tutti i prìncipi aderenti alla sua setta
religiosa? La politica, divenuta più illuminata, ha spogliato il clero dei beni
immensi che la credulità aveva accumulato nelle sue mani. Questo esempio
memorabile dovrebbe far capire ai preti stessi che i pregiudizi non durano che
un certo tempo, e che soltanto la verità è capace di assicurare un benessere
duraturo.
Accarezzando i sovrani, attribuendo loro diritti divini, divinizzandoli,
consegnando loro i popoli legati mani e piedi, i ministri dell'Altissimo non
hanno visto che contribuivano a farne dei tiranni? Non hanno dunque buone
ragioni di temere che gli idoli giganteschi, da loro innalzati fino alle nubi,
un giorno schiacceranno anche loro col loro enorme peso? Mille esempi non
dimostrano ai preti che essi devono aver paura che codesti leoni scatenati, dopo
aver divorato i popoli, divorino i preti a loro volta?
Noi rispetteremo i preti quando diventeranno cittadini. Che essi si servano,
se ci riescono, dell'autorità del Cielo per incutere timore a quei prìncipi che
senza tregua affliggono il mondo. Non aggiudichino più ai prìncipi l'odioso
diritto di essere ingiusti impunemente. Riconoscano che nessun suddito di uno
Stato ha interesse a vivere sotto una tirannide; facciano sentire ai sovrani che
essi stessi non sono affatto interessati ad esercitare un potere che, rendendoli
odiosi, mette a repentaglio la loro incolumità, la loro potenza, la loro
grandezza. Infine, preti e re si disingannino e riconoscano che nessun potere è
sicuro se non si basa sulla verità, sulla ragione e sulla giustizia.
190) I ministri degli dèi godrebbero potere e stima se diventassero gli
apostoli della ragione e i difensori della libertà
I ministri degli dèi, facendo una guerra cruenta alla ragione umana che essi
dovrebbero sviluppare, agiscono evidentemente contro i loro stessi interessi.
Quale sarebbe il loro potere, il loro ascendente, il loro influsso sugli uomini
più saggi, quale sarebbe la riconoscenza dei popoli verso di loro, se, invece di
perder tempo nelle loro vane dispute, si fossero dedicati a scienze davvero
utili, se avessero ricercato i veri princìpi del mondo fisico, della politica e
della morale! Chi oserebbe rinfacciare ricchezza e credito a una congregazione
che, consacrando il proprio tempo e la propria autorità al pubblico bene, si
servisse del primo per meditare e del secondo per illuminare, del pari, le menti
dei sovrani e dei sudditi?
Preti! Lasciate perdere le vostre chimere, i vostri dogmi inintelligibili, le
vostre spregevoli liti. Relegate nel regno dell'immaginario quei fantasmi che
soltanto nell'infanzia dei popoli potevano esservi utili. Invece di sonare la
campana a martello della persecuzione contro i vostri avversari, invece di far
perdere tempo ai popoli con le vostre dispute insensate, invece di predicar loro
delle virtù inutili e fanatiche, predicateci una morale umana e socievole;
predicateci delle virtù realmente utili al mondo; diventate gli apostoli della
ragione, gli illuminatori dei popoli, i difensori della libertà, i soppressori
degli abusi, gli amici della verità; e noi vi benediremo, vi onoreremo, vi
ameremo; tutto vi assicurerà un potere eterno sugli animi dei vostri
concittadini.
191) Quale felice e grande rivoluzione si compirebbe nell'universo se la
filosofia si sostituisse alla religione!
In ogni tempo i filosofi hanno preso, presso i vari popoli, il posto che
sembrava destinato ai ministri della religione. L'odio di costoro per la
filosofia non è mai stato nient'altro che una gelosia di mestiere. Tutti gli
uomini abituati a pensare, invece di cercare di nuocersi e di screditarsi, non
dovrebbero riunire i loro sforzi per combattere l'errore, per cercare la verità,
e soprattutto per mettere in fuga i pregiudizi dei quali soffrono egualmente i
re e i sudditi, e i cui fautori finiscono essi stessi, presto o tardi, con
l'esserne vittime?
Sotto un governo illuminato i preti diventerebbero i cittadini più utili.
Degli uomini già lautamente stipendiati dallo Stato e liberi dalla
preoccupazione di dover provvedere alla loro sussistenza, che cosa avrebbero di
meglio da fare che istruirsi essi stessi, in modo da mettersi in grado di
adoprarsi per l'istruzione degli altri? Il loro animo non sarebbe forse più
contento di scoprire verità luminose, invece di smarrirsi senza frutto tra
tenebre fitte? Sarebbe più facile spiegare i princìpi così chiari di una morale
fatta per l'uomo, o i princìpi immaginari di una morale divina e teologica? Per
gli uomini più vicini alla media sarebbe meno faticoso fissare nelle loro teste
le semplici nozioni dei loro doveri, o accumulare nella loro memoria misteri,
parole incomprensibili, definizioni oscure, alle quali essi non riescono mai a
collegare alcun concetto? Quanto tempo, quanta fatica buttata via per imparare e
insegnare cose che non hanno nessuna reale utilità!
Quali risorse per il pubblico bene, per incoraggiare il progresso delle
scienze e l'acquisizione del sapere, per l'educazione della gioventù
offrirebbero a dei sovrani ben intenzionati tanti monasteri che, in un gran
numero di paesi, succhiano il sangue ai popoli senza alcun vantaggio per essi!
Ma la superstizione, gelosa del proprio impero esclusivo, ha voluto, a quanto
pare, creare soltanto degli esseri inutili. Quali beni si potrebbero trarre da
una moltitudine di cenobiti di entrambi i sessi, che, in tanti luoghi, vediamo
così lautamente dotati allo scopo di non far nulla! Invece di far perdere loro
il tempo in sterili contemplazioni, in preghiere ripetute macchinalmente, in
pratiche inutilmente minuziose, invece di opprimerli con digiuni e rinunce,
perché non si suscita tra loro una salutare emulazione che li induca a cercare i
modi di essere utili al mondo, per il quale dei voti funesti li obbligano ad
esser come morti? Invece di confondere la mente dei loro allievi, nella
giovinezza, con fole, dogmi sterili, fanciullaggini, perché non si obbligano o
non si esortano i preti a insegnar loro cose vere e a farne dei cittadini utili
alla patria? Educati come sono ora, gli uomini sono utili soltanto al clero che
li accieca e ai tiranni che li depredano.
192) Le ritrattazioni di un incredulo in punto di morte non dimostrano
niente contro l'incredulità
I fautori della credulità accusano spesso gli increduli di malafede perché
qualche volta li vediamo vacillare nei loro princìpi, cambiare d'opinione nelle
malattie, ritrattare in punto di morte. Quando il corpo è sconvolto, la facoltà
di ragionare si sconvolge anch'essa, di solito. L'uomo infermo e caduco, vicino
alla fine, talvolta si accorge da sé che la ragione lo abbandona, e sente che i
pregiudizi riprendono il sopravvento. Vi sono malattie la cui caratteristica è
di fiaccare il coraggio, di rendere pusillanime e indebolire il cervello; ve ne
sono altre che, mentre distruggono il corpo, non turbano la ragione. Comunque
stiano le cose, un incredulo che si disdice durante una malattia non è né più
raro né più straordinario di un devoto che, mentre è in buona salute, si
permette di trascurare i doveri che la sua religione gli prescrive nel modo più
categorico.
Cleomene, re di Sparta, dopo aver mostrato poca reverenza per gli dèi durante
il corso del suo regno, divenne superstizioso alla fine dei suoi giorni; nella
speranza di predisporre il Cielo in suo favore, fece venire presso di sé una
folla di sacerdoti e di sacrificatori. Poiché un suo amico gli si era mostrato
sorpreso, Cleomene gli disse: «Di che vi meravigliate? Io non sono più quello
che ero; e, non essendo più il medesimo, non posso più pensarla allo stesso
modo».
I ministri della religione smentiscono molto spesso, con la loro condotta
quotidiana, i princìpi rigorosi che insegnano agli altri; sicché gli increduli,
a loro volta, si possono ritenere in diritto di accusarli di malafede. Se alcuni
increduli smentiscono, o in punto di morte o durante una malattia, le opinioni
che sostenevano quando erano sani, i preti non smentiscono forse quando sono
sani la concezione severa della religione da essi sostenuta? Vediamo davvero un
gran numero di prelati umili, generosi, privi di ambizione, nemici del fasto e
degli onori, amanti della povertà? Vediamo, insomma, molti preti cristiani la
cui condotta si accordi con la morale austera di Cristo, loro Dio e loro
modello?
193) Non è vero che l'ateismo rompa tutti i legami della
società
L'ateismo, ci dicono, rompe tutti i legami della società. Senza la credenza
in un Dio, a che si riduce la santità dei giuramenti? Come impegnare un ateo,
che non può appellarsi seriamente alla Divinità? Ma il giuramento dà più forza
all'obbligo, da noi assunto, di rispettare gli impegni che abbiamo preso?
Chiunque è abbastanza sfrontato da mentire, sarà meno sfrontato nello
spergiurare? Colui che è abbastanza vile da mancar di parola, o abbastanza
disonesto da violare i propri impegni senza curarsi di perdere la stima degli
uomini, non sarà fedele alla parola data quand'anche avrà preso tutti gli dèi a
testimoni dei suoi giuramenti. Chi si pone al di sopra del giudizio degli uomini
si porrà ben presto al di sopra del giudizio di Dio. I prìncipi non sono, fra
tutti i mortali, i più pronti a giurare e i più pronti a violare i giuramenti
che han fatto?
194) Confutazione dell'idea, sempre ripetuta, che la religione è
necessaria per il popolo
«È necessaria», ci dicono senza posa, «è necessaria una religione per il
popolo. Se le persone illuminate non hanno bisogno del freno delle credenze
religiose, tale freno è però indispensabile per uomini grossolani, nei quali
l'educazione non ha sviluppato la ragione». Ma è vero, dunque, che la religione
sia un freno per il popolo? Siamo in grado di constatare che la religione gli
impedisca di abbandonarsi all'intemperanza, all'ubriachezza, alla brutalità,
alla violenza, alla frode, a ogni sorta di immoralità? Un popolo che non avesse
alcuna nozione della Divinità potrebbe comportarsi in un modo più detestabile di
tanti popoli credenti, tra i quali si vedono regnare la dissolutezza e i vizi
più indegni di esseri ragionevoli? Non vediamo l'artigiano o l'uomo del volgo,
appena uscito di chiesa, gettarsi a testa bassa nelle sue abituali sregolatezze,
persuaso che gli onori che, a tempo debito, ha reso a Dio gli diano il diritto
di seguire senza rimorsi le sue abitudini viziose e le sue consuete tendenze? E
poi, se il volgo è così grossolano e irragionevole, la sua stupidità non è forse
dovuta alla trascuratezza dei prìncipi, i quali non si preoccupano minimamente
dell'educazione pubblica o addirittura si oppongono all'istruzione dei loro
sudditi? E infine, l'irragionevolezza del volgo non è, evidentemente, colpa dei
preti i quali, invece di educare gli uomini ad una morale sensata, sanno
soltanto sviarli con fole, sogni, cerimonie, chimere e false virtù a cui tutto
riducono?
La religione, per il popolo, non è che una vana ostentazione di cerimonie,
alla quale esso è attaccato per consuetudine, che diletta il suo sguardo, che
commuove per un momento il suo spirito intorpidito, senza influire sulla sua
condotta e senza correggere i suoi costumi. Lo riconoscono i preti stessi: nulla
di più raro di quella religione «interiore e spirituale», l'unica capace di
guidare la vita umana e di vincere le cattive inclinazioni. Diciamo la verità:
nel popolo più numeroso e più devoto vi sono molti cervelli capaci di sapere i
princìpi del loro sistema religioso e sufficientemente forti per soffocare le
loro tendenze perverse?
Molti ci diranno che è meglio avere un freno qualsiasi che non averne alcuno.
Essi sosterranno che, se la religione non s'impone alla maggioranza, serve
almeno a trattenere alcuni individui i quali, senza essa, si lascerebbero andare
al delitto senza rimorsi. Ci vuole, senza dubbio, un freno per gli uomini; ma
non un freno immaginario. Occorrono freni concreti e visibili, occorrono timori
reali, molto più adatti a trattenerli che timori pànici e chimere. La religione
fa paura soltanto a pochi pusillanimi che, per la loro debolezza di carattere,
sono già poco temibili per i loro concittadini. Un governo giusto, leggi severe,
una sana morale, s'impongono egualmente a tutti; almeno, non c'è nessuno che non
sia costretto a crederci e che non senta quale rischio corre a non
uniformarvisi.
195) Ogni sistema conforme a ragione non è fatto per la
moltitudine
Si chiederà, forse, se l'ateismo basato sulla ragione può piacere alla
moltitudine. Rispondo che ogni sistema che esige discussione non è fatto per la
moltitudine. A che cosa può dunque esser utile predicare l'ateismo? Può, almeno,
far capire a tutti gli esseri ragionanti che non c'è nulla di più assurdo che
turbarsi, nulla di più ingiusto che turbare gli altri, per delle congetture
prive di fondamento. Quanto al volgo che non ragiona mai, le argomentazioni di
un ateo non son fatte per lui, così come non lo sono i sistemi d'un fisico, le
osservazioni di un astronomo, le esperienze di un chimico, i calcoli di un
geometra, le ricerche di un medico, i progetti di un architetto, le arringhe di
un avvocato, i quali tutti lavorano per il popolo a sua insaputa.
Le argomentazioni metafisiche della teologia e le dispute religiose in cui da
lungo tempo sono indaffarati tanti profondi pensatori, sono più adatte agli
uomini comuni di quel che non siano le argomentazioni di un ateo? Anzi, i
princìpi dell'ateismo, basati sul buon senso naturale, non son forse più
comprensibili di quelli di una teologia che vediamo irta di difficoltà
insolubili anche per gli intelletti più agguerriti? Il volgo, in ogni paese, ha
una religione di cui non capisce niente, che non sottopone ad esame e che segue
per routine; i suoi preti si occupano, essi soli, della teologia, troppo
sublime per il volgo. Se per caso al volgo accadesse di perdere codesta teologia
ignota, potrebbe consolarsi della perdita di una cosa che non solo gli è
perfettamente inutile, ma anzi gli desta fermenti assai pericolosi.
Sarebbe un progetto assai folle quello di scrivere per il volgo, o di
pretendere di guarirlo in un solo istante dai suoi pregiudizi. Si scrive solo
per chi legge e ragiona; il popolo non legge quasi affatto e ragiona ancora
meno. Le persone sensate e pacate s'illuminano; i lumi si diffondono a poco a
poco, e, a lungo andare, giungono ad aprire gli occhi anche al popolo. D'altra
parte, quelli che ingannano gli uomini non si assumono spesso, essi stessi, il
compito di disingannarli?
196) Futilità e pericolosità della teologia; saggi consigli ai
prìncipi
Se la teologia è un ramo del commercio utile ai teologi, risulta ormai ben
dimostrato che è superflua, anzi nociva al resto della società. L'interesse
degli uomini arriva, prima o poi, ad aprir loro gli occhi. I re e i popoli
riconosceranno senza dubbio, un giorno, l'indifferenza e il profondo disprezzo
che merita una scienza futile, la quale ad altro non serve che a turbare gli
uomini senza renderli migliori. Si comprenderà l'inutilità di tante cerimonie
dispendiose, che non contribuiscono affatto alla pubblica felicità; ci si
vergognerà di tante dispute meschine, le quali cesseranno di mettere in
subbuglio la tranquillità degli Stati quando si smetterà di attribuir loro
un'importanza ridicola.
Prìncipi! Invece di prendere parte alle lotte insensate dei vostri preti,
invece di condividere, follemente, le loro arroganti pretese, invece di voler
sottomettere tutti i vostri sudditi alla medesima credenza religiosa, occupatevi
della loro felicità in questo mondo, senza preoccuparvi della sorte che li
attende in un altro mondo. Governateli con giustizia, date loro buone leggi,
rispettate la loro libertà e la loro proprietà, prendetevi cura della loro
educazione, incoraggiateli nel loro lavoro, ricompensatene i talenti e le virtù;
reprimete la licenza, e non occupatevi del loro modo di pensare su argomenti
inutili per essi e per voi. Allora non avrete più bisogno di inganni per farvi
obbedire; diventerete le sole guide dei vostri sudditi; quanto ai sentimenti di
amore e di rispetto a voi dovuti, tutti li condivideranno. Le favole teologiche
sono utili soltanto ai tiranni che non conoscono l'arte di regnare su esseri
ragionevoli.
197) Effetti funesti della religione sul popolo e sui
prìncipi
Occorrono dunque grandi sforzi di genialità per capire che ciò che è al di
sopra dell'uomo non è fatto per l'uomo; che il soprannaturale non è fatto per
esseri naturali; che misteri impenetrabili non sono adatti a menti limitate? Se
dei teologi sono tanto pazzi da litigare tra loro su questioni che essi stessi
riconoscono di non riuscire a comprendere, la società deve per ciò prender parte
alle loro dispute insensate? È necessario che scorra il sangue per far
predominare le congetture di alcuni folli ostinati? Se è molto difficile guarire
i teologi delle loro manie, e i popoli dei loro pregiudizi, è almeno molto
facile impedire che le stravaganze degli uni e la stoltezza degli altri
producano effetti dannosi. Sia permesso a ciascuno di pensarla come vuole; ma
non gli sia mai permesso di arrecar danno per far prevalere il suo modo di
pensare. Se i capi degli Stati fossero più giusti e più sensati, le credenze
teologiche non turberebbero la pubblica quiete, così come non la turbano le
discussioni che si svolgono tra i fisici, i medici, i grammatici, i critici. È
la tirannia dei prìncipi che fa derivare dalle dispute teologiche conseguenze
funeste per gli Stati. Quando i re smetteranno di occuparsi di teologia, le
dispute dei teologi non saranno più temibili.
Quelli che vantano a gran voce l'importanza e l'utilità della religione
dovrebbero mostrarci i benèfici effetti che essa produce e i vantaggi che le
dispute e le speculazioni astratte della teologia possono procurare ai facchini,
agli artigiani, ai contadini, alle pescivendole, a tutte le donne, e a tanti
servitori corrotti dei quali vediamo piene le grandi città. Le persone di questa
sorta sono tutte religiose; hanno quella che si suol chiamare «la fede del
carbonaio»; i loro parroci credono in loro vece; essi aderiscono a parole alle
credenze ignote dei loro direttori di coscienza; ascoltano assiduamente le
prediche; assistono regolarmente alle cerimonie; crederebbero di commettere una
grave colpa se trasgredissero a qualcuna delle prescrizioni alle quali, fin
dall'infanzia, hanno ricevuto l'ordine di conformarsi. Qual bene per la morale
risulta da tutto ciò? Nessuno. Essi non hanno nessun concetto morale; e li
vedete commettere tutte le birbanterie, gli imbrogli, le rapine e le
dissolutezze che la legge non punisce.
Il popolo, diciamo la verità, non capisce nulla della propria religione. Ciò
che esso chiama religione è soltanto un cieco attaccamento a credenze oscure e a
pratiche misteriose. In realtà, togliere la religione al popolo significa non
togliergli nulla. Se si riuscisse a scuotere o a guarire i suoi pregiudizi, si
diminuirebbe o si annienterebbe la pericolosa fiducia che esso ha in maestri
disonesti, e gli s'insegnerebbe a diffidare di quelli che, col pretesto della
religione, lo conducono spesso a eccessi disastrosi.
198) Continuazione
Col pretesto d'istruire e d'illuminare gli uomini, la religione li trattiene
in realtà nell'ignoranza e li priva perfino del desiderio di conoscere le cose
che sono più utili ad essi. Non esiste, per i popoli, altra regola di condotta
se non quella verso la quale piace ai preti di indirizzarli. La religione
sostituisce ogni altra cosa; ma, tenebrosa com'è, serve più a sviare i mortali
che a guidarli sulla via della scienza e della felicità. La fisica, la morale,
la legislazione, la politica sono enigmi per loro. L'uomo, accecato dai
pregiudizi religiosi, non è in grado di conoscere la propria natura, di
coltivare la propria ragione, di fare delle esperienze: teme la verità ogni
volta che essa non concorda con le sue credenze. Tutto cospira a rendere i
popoli devoti, ma tutto impedisce che essi siano umani, ragionevoli, virtuosi.
Sembra che il solo scopo della religione sia di rendere angusto il cuore e
l'intelletto degli uomini.
La guerra che sempre vi fu fra i preti e i migliori ingegni di tutti i secoli
fu causata dal fatto che i savi si accorsero degli intralci che la superstizione
volle frapporre in ogni epoca allo spirito umano, con la pretesa di mantenerlo
in un'eterna infanzia. Lo intrattenne con leggende; lo oppresse con terrori; lo
sbigottì con fantasmi che gli impedirono di andare avanti. Incapace essa stessa
di perfezionarsi, la teologia oppose delle barriere insormontabili al progresso
delle vere conoscenze; sembrò proporsi soltanto di mantenere i popoli e i loro
capi nella più profonda ignoranza dei loro veri interessi, dei loro rapporti,
dei loro doveri, dei motivi reali che possono portarli ad agir bene. La teologia
non fa altro che oscurare la morale, rendere arbitrari i suoi princìpi,
sottometterla ai capricci degli dèi o dei loro ministri. Trasforma l'arte di
governare in una tirannia misteriosa che diviene il flagello dei popoli. Muta i
prìncipi in tiranni ingiusti e licenziosi, i popoli in schiavi ignoranti che si
corrompono per guadagnarsi il favore dei loro capi.
199) La storia c'insegna che tutte le religioni furono fondate grazie
all'ignoranza dei popoli, da uomini che si proclamarono, impudentemente, inviati
da Dio
Basta appena dare uno sguardo alla storia dello spirito umano, per accorgersi
senza fatica che la religione si è ben guardata dall'allargarne i limiti. Essa
incominciò col pascerlo di favole, spacciandole come verità sacrosante. Fece
sbocciare la poesia, che riempì l'immaginazione dei popoli con le sue puerili
finzioni. Non parlò agli uomini di null'altro che delle divinità e delle loro
imprese incredibili. In breve, la religione trattò sempre gli uomini come
bambini, e li addormentò con delle fole che i suoi ministri vorrebbero ancora
spacciare come verità incontestabili.
Se i ministri degli dèi fecero qualche volta utili scoperte, ebbero sempre
cura di esprimerle in un tono enigmatico e di avvilupparle nelle ombre del
mistero. I Pitagora e i Platoni, per acquisire qualche cognizione elementare,
furono costretti a strisciare ai piedi dei preti, a farsi iniziare ai loro
misteri, a sottoporsi alle prove a cui essi vollero farli sottostare: a questo
prezzo ebbero il permesso di attingere alle loro concezioni mistiche, tuttora
così seducenti per tutti coloro che ammirano soltanto ciò che è perfettamente
incomprensibile. La filosofia fu costretta a mendicare i suoi primi rudimenti da
preti egiziani, indiani, caldei, nelle scuole di questi allucinati, che, per la
loro stessa posizione, avevano tutto l'interesse a fare andar fuori di strada la
ragione umana. Oscura o falsa nei suoi princìpi, mischiata a finzioni e a
favole, fatta soltanto per colpire l'immaginazione, questa filosofia avanzò
barcollando e non seppe far altro che balbettare. Invece di illuminare lo
spirito, lo accecò e lo distolse da argomenti davvero utili.
Le speculazioni teologiche e i sogni mistici degli antichi hanno, ancora ai
nostri giorni, il potere di dettar legge in una gran parte del mondo filosofico.
Poiché quelle fantasticherie sono state adottate dalla teologia odierna, non si
può ancora discostarsene senza incorrere in eresia. Ci intrattengono parlandoci
di «esseri eterei», di «spiriti», di «angeli», di «demoni», di «genii» e di
altri fantasmi che sono oggetto delle meditazioni dei nostri più profondi
pensatori e che servono di base alla metafisica, scienza astratta e futile,
sulla quale i più grandi uomini si sono invano affaticati la mente da migliaia
d'anni. Così, delle ipotesi immaginate da alcuni sognatori di Menfi e di
Babilonia costituiscono ancora il fondamento di una scienza venerata per la sua
oscurità. Tale oscurità la fa apparire meravigliosa e divina.
I primi legislatori dei popoli furono dei preti; i primi mitologi e poeti
furono dei preti; i primi scienziati furono dei preti; i primi medici furono dei
preti. Tra le loro mani, la scienza divenne una cosa sacra, interdetta ai
profani; essi non parlarono che mediante allegorie, simboli, enigmi, oracoli
ambigui: mezzi assai adatti a suscitare la curiosità, a far lavorare
l'immaginazione, e soprattutto ad ispirare al volgo stupefatto un sacro rispetto
per uomini che furono creduti ispirati dal Cielo, capaci di leggervi i destini
della terra, e che avevano la sfrontatezza di spacciarsi per portavoce della
Divinità.
200) Tutte le religioni, antiche e moderne, si sono trasmesse
reciprocamente le loro astratte fantasticherie e le loro pratiche
ridicole
Le religioni di quei preti antichi sono scomparse, o piuttosto non hanno
fatto che cambiar forma. Sebbene i nostri teologi odierni considerino quei
sacerdoti come degli impostori, hanno avuto cura di raccogliere molti frammenti
sparsi dei loro sistemi religiosi, il cui insieme non esiste più per noi. Noi
ritroviamo ancora nelle nostre religioni odierne non solo i loro dogmi
metafisici ai quali la teologia non ha fatto altro che dare una nuova veste, ma
anche vi scorgiamo dei cospicui resti delle loro pratiche superstiziose, della
loro teurgia, della loro magia, dei loro incantesimi. Si ordina tuttora ai
cristiani di meditare con rispetto sulle memorie superstiti dei legislatori, dei
preti, dei «profeti» della religione ebraica, la quale, a quanto pare, aveva
preso dall'Egitto le superstizioni bizzarre di cui la vediamo piena. Così delle
stravaganze immaginate da gente furba o da idolatri allucinati sono ancora
credenze sacrosante per i cristiani!
Basta dare uno sguardo alla storia per trovare analogie sorprendenti fra
tutte le religioni dell'umanità. In tutto il mondo si vedono le credenze
religiose, di volta in volta, affliggere e rallegrare i popoli; dappertutto si
vedono riti, pratiche spesso abominevoli, misteri terrificanti, ossessionare gli
animi e diventare oggetto delle loro meditazioni. Si vedono le differenti
superstizioni prendere a prestito le une dalle altre sia le loro fantasticherie
irreali, sia le loro cerimonie. Le religioni, per lo più, non sono che rapsodie
informi, messe insieme da nuovi maestri i quali, per comporle, si sono serviti
dei materiali dei loro predecessori, riservandosi il diritto di aggiungere o di
sopprimere ciò che non conveniva alle loro nuove mire. La religione egiziana
servì evidentemente di base alla religione di Mosè, il quale eliminò da essa il
culto degli idoli: Mosè non fu che un egiziano scismatico. Il cristianesimo non
è che un giudaismo riformato. Il maomettanesimo è un composto di giudaismo, di
cristianesimo e dell'antica religione degli arabi; e così via.
201) La teologia ha sempre distolto la filosofia dal suo vero
cammino
Dalla più remota antichità fino a noi, la teologia ha avuto, essa sola, il
potere di guidare il cammino della filosofia. Quali aiuti le ha dato? L'ha
trasformata in un gergo inintelligibile, adatto a rendere incerte le verità più
chiare. Ha tramutato l'arte di ragionare in un artifizio di parole; ha lanciato
lo spirito umano nelle aeree regioni della metafisica, nelle quali esso si è
adoprato senza successo a sondare abissi inutili e pericolosi. Alle cause
fisiche e semplici questa filosofia ha sostituito cause soprannaturali, o,
piuttosto, cause effettivamente occulte. Ha riempito i discorsi di parole
prive di senso, incapaci di render ragione delle cose, più adatte a oscurare che
ad illuminare, e che sembrano inventate apposta per scoraggiare l'uomo, per
togliergli fiducia nelle forze del suo intelletto, per ispirargli diffidenza
contro i princìpi della ragione e dell'evidenza e per circondare la verità con
una muraglia insormontabile.
202) La teologia non spiega né chiarisce niente nel mondo umano né nella
natura
Se si prestasse fede ai fautori della religione, senza di essa non si
potrebbe spiegare nulla in questo mondo; la natura sarebbe un enigma totale;
l'uomo si troverebbe nell'impossibilità di comprendere se stesso. Ma, in
sostanza, codesta religione che cosa ci spiega? Più la si esamina, più si
constata che le sue concezioni teologiche servono soltanto a confondere tutte le
nostre idee. Esse trasformano ogni cosa in un mistero; ci spiegano cose
difficili con cose impossibili. È uno spiegare le cose l'attribuirle ad agenti
ignoti, a potenze invisibili, a cause immateriali? La mente umana è davvero
rischiarata quando, trovandosi in difficoltà, vien rimandata «alle profondità
dei tesori della sapienza divina», sulle quali - ce lo ripetono ad ogni istante
- sarebbe vano cercar di rivolgere uno sguardo temerario? La natura divina,
della quale non abbiamo alcun concetto, è in grado di aiutarci a capire la
natura umana, già così difficile a spiegare?
Chiedete a un filosofo cristiano qual è l'origine del mondo. Vi risponderà
che Dio ha creato l'universo. Che cos'è Dio? Non se ne sa nulla. Che cosa
significa «creare»? Non ne abbiamo alcuna idea. Qual è la causa delle
pestilenze, delle carestie, delle guerre, delle siccità, delle inondazioni, dei
terremoti? È l'ira di Dio. Quali rimedi opporre a queste calamità? Le preghiere,
i sacrifici, le processioni, le offerte, le cerimonie sono, ci dicono, i veri
mezzi per disarmare il furore del Cielo. Ma perché il Cielo è adirato? Perché
gli uomini sono malvagi. Perché gli uomini sono malvagi? Perché la loro natura è
corrotta. La causa di tale corruzione? «È questa, - vi dice subito un teologo
europeo -, che il primo uomo, sedotto dalla prima donna, ha mangiato un pomo che
il suo Dio gli aveva proibito di toccare». Chi è che indusse quella donna a fare
una simile sciocchezza? Il Diavolo. Ma chi ha creato il Diavolo? Lo ha creato
Dio. Perché Dio ha creato codesto Diavolo, destinato a corrompere il genere
umano? Non se ne sa nulla, è un mistero celato in seno alla Divinità.
La terra gira attorno al sole? Due secoli fa un fisico devoto vi avrebbe
risposto che non si poteva pensare ciò senza empietà, dato che un tale sistema
non poteva accordarsi con le Sacre Scritture, che ogni cristiano venera al pari
della Divinità stessa. Che cosa se ne pensa oggi? Nonostante l'ispirazione
divina, i filosofi cristiani sono alla fine arrivati a credere piuttosto
all'evidenza che alla testimonianza dei loro Libri ispirati da Dio.
Qual è il principio ascoso delle azioni e dei movimenti del corpo umano? È
l'anima. Che cos'è un'anima? È uno spirito. Che cos'è uno spirito? È una
sostanza che non ha né forma, né colore, né estensione, né divisibilità in
parti. Come si può concepire una simile sostanza? Come può imprimere il
movimento a un corpo? Non se ne sa nulla: è un mistero. Le bestie hanno
un'anima? Il cartesiano vi assicura che sono delle macchine. Ma non le vediamo
agire, sentire, pensare in una maniera molto simile a quella dell'uomo? Pura
illusione. Ma con quale diritto negate alle bestie l'anima che, pur senza
saperne nulla, attribuite all'uomo? Il fatto è che le anime delle bestie mettono
in imbarazzo i nostri teologi, i quali, lieti di potere atterrire e dannare le
anime immortali degli uomini, non hanno lo stesso interesse a dannare quelle
delle bestie. Tali sono le soluzioni puerili che la filosofia, sempre condotta
con le dande dalla teologia, fu obbligata a escogitare per spiegare i problemi
del mondo fisico e morale!
203) Come la teologia ha frapposto ostacoli alla morale umana e ha
ritardato il progresso dei lumi, della ragione e della verità
Quanti sotterfugi e quanti eccezionali espedienti hanno usato tutti i
pensatori antichi e moderni per evitare di mettersi a contrasto coi ministri
degli dèi, che furono in ogni tempo i veri tiranni del pensiero! Quante ipotesi
e quante vie tortuose sono stati costretti a immaginare i Descartes, i
Malebranche, i Leibniz e tanti altri, per conciliare le loro scoperte con le
fantasticherie e gli errori che la religione aveva reso sacri! Con quali
precauzioni i più grandi filosofi si sono difesi, anche a rischio di riuscire
assurdi, incoerenti, inintelligibili, ogni volta che le loro idee non
concordavano coi princìpi della teologia! Preti vigilanti furono sempre pronti a
soffocare i sistemi di pensiero che non potevano accordarsi coi loro interessi.
La teologia fu in ogni tempo il letto di Procuste, sul quale quel brigante
legava, stesi, i forestieri: gli tagliava le membra quando erano troppo lunghe,
o le allungava facendole trascinare da cavalli quando erano più corte del letto
sul quale egli li costringeva a collocarsi.
Quale uomo sensato, fortemente appassionato alle scienze, interessato al
benessere degli uomini, può riflettere senza ira e senza dolore alla perdita di
tante menti profonde, tenaci e sottili, che da secoli si sono follemente
consumate nel riflettere su chimere sempre inutili, e spessissimo nocive alla
nostra specie? Quanta luce avrebbero potuto spandere sulle menti tanti famosi
pensatori, se, invece di occuparsi di una vana teologia e delle sue dispute
inconcludenti, avessero rivolto la loro attenzione su argomenti intelligibili e
davvero importanti per gli uomini! La metà degli sforzi che le credenze
religiose sono costate all'intelligenza umana, la metà delle spese che sono
costati ai popoli i loro culti frivoli, sarebbero bastate per istruirli
perfettamente sulla morale, sulla politica, sulla fisica, sulla medicina,
sull'agricoltura ecc. La superstizione assorbe quasi sempre le attenzioni,
l'ammirazione e le finanze dei popoli. Essi hanno una religione molto costosa;
ma non hanno denaro, né istruzione, né virtù, né felicità.
204) Continuazione
Alcuni filosofi antichi e moderni hanno avuto il coraggio di prendere come
guide la ragione e l'esperienza e di liberarsi dalle catene della superstizione.
Leucippo, Democrito, Epicuro, Stratone e alcuni altri greci hanno osato
squarciare lo spesso velo del pregiudizio e liberare la filosofia dai ceppi
teologici. Ma i loro sistemi troppo semplici, troppo aderenti alla realtà
sensibile, troppo privi di elementi fantastici per allettare immaginazioni
amanti delle chimere, dovettero cedere il passo alle congetture mitiche dei
Platoni, dei Socrati, degli Zenoni. Tra i moderni, Hobbes, Spinoza, Bayle ecc.
hanno seguito le orme di Epicuro, ma le loro dottrine non trovarono che pochi
seguaci, in un mondo ancora troppo inebriato da favole per essere in grado di
ascoltare la ragione.
In qualsiasi epoca non si può, senza un pericolo imminente, discostarsi dai
pregiudizi che le credenze avevano reso sacrosanti. Non fu consentito di fare
scoperte di alcun genere. Tutto ciò che gli spiriti più illuminati hanno potuto
fare è stato di parlare in linguaggio sibillino, e spesso, per una vile
arrendevolezza, di mescolare vergognosamente la menzogna alla verità. Molti
ebbero una «doppia dottrina», l'una pubblica, l'altra segreta; poiché la chiave
di quest'ultima si è spesso perduta, le loro vere idee risultano spesso
incomprensibili, e quindi inutili per noi.
Come i filosofi moderni ai quali, con la minaccia di essere perseguitati nel
modo più crudele, s'intimava di rinunciare alla ragione, di sottometterla alla
fede, cioè all'autorità dei sacerdoti, - come, dico, uomini così incatenati
avrebbero potuto sviluppare liberamente la loro genialità, perfezionare la
ragione, accelerare il cammino dello spirito umano? Solo tremando i più grandi
uomini intravvidero la verità; molto di rado ebbero il coraggio di proclamarla;
quelli che hanno osato farlo sono stati quasi sempre puniti della loro audacia.
Grazie alla religione, non è stato mai consentito di pensare ad alta voce o di
combattere i pregiudizi di cui l'uomo è dappertutto la vittima e
l'ingannato.
205) Non si potrebbe mai ripetere e dimostrare a sufficienza quanto la
religione è assurda e funesta
Chiunque ha il coraggio di annunciare delle verità al mondo è sicuro di
attirarsi l'odio dei ministri della religione. Costoro chiamano a gran voce il
potere politico in loro soccorso; hanno bisogno dell'assistenza dei re per
sostenere i loro argomenti e i loro dèi. Codesti clamori svelano fin troppo la
debolezza della loro causa.
«Se si grida al soccorso, ci si trova nei guai». Non è permesso di errare in
fatto di religione. Su ogni altro argomento si sbaglia impunemente, si ha
compassione per chi va fuori strada, e si ha un po' di gratitudine per le
persone che scoprono nuove verità; ma appena la teologia si ritiene parte in
causa, sia negli errori sia nelle scoperte, un santo zelo si accende, i re fanno
strage, i volghi sono assaliti da fanatismo, i popoli sono in subbuglio senza
sapere perché.
C'è nulla di più sconsolante che di vedere la felicità pubblica e privata
dipendere da una scienza sfornita di princìpi, che non ha avuto mai alcun
fondamento se non nelle immaginazioni morbose, che non presenta alla mente se
non parole prive di senso? In che cosa può consistere l'utilità, così spesso
vantata, di una religione che nessuno può capire, che tormenta senza tregua
quelli che hanno l'ingenuità di seguirla, che è incapace di rendere migliori gli
uomini, e che spesso fa loro un merito di essere ingiusti e malvagi? C'è una
follia più deplorevole e che debba essere più giustamente combattuta di quella
che, lungi dal procurare alcun bene alla razza umana, non fa che accecarla,
causarle turbamenti, renderla miserabile privandola della verità, cioè della
sola cosa che possa addolcire il rigore della sua sorte?
206) La religione è il vaso di Pandora, e questo vaso fatale è
aperto
La religione, in ogni epoca, non ha fatto che riempire lo spirito umano di
tenebre, e mantenerlo nell'ignoranza dei suoi veri rapporti, dei suoi veri
doveri, dei suoi veri interessi. Solo mettendo in fuga le sue nebbie e i suoi
fantasmi scopriremo le fonti della verità, della ragione, della morale, e i
motivi reali che devono condurci alla virtù. La religione ci inganna, sia sulle
cause dei nostri mali, sia sui rimedi naturali con cui potremmo ovviarvi; lungi
dal guarire i mali, non può che aggravarli, moltiplicarli e renderli più
durevoli. Diciamo dunque con un celebre autore moderno, nelle sue Opere
postume: «La teologia è il vaso di Pandora; e se è impossibile richiuderlo,
è almeno utile avvertire che questo vaso così funesto è aperto».