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Riassunto telegrafico della situazione politico-religiosa della Palestina sotto l'occupazione romana.
Nel 63 Pompeo, istallatosi a Damasco dopo la conquista della Siria, decise, prima di rientrare a Roma, di dare un ordine sociale e politico a tutti i possedimenti dell'Asia compresa la Palestina che era stata annessa all'Impero in qualita' di protettorato. In Palestina c'era un conflitto tra i due fratelli Aristobulo II e Ircano II che si contendevano il trono di Gerusalemme quali appartenenti alla casta della stirpe degli Asmonei sedicente discendente della stirpe di David. Pompeo, eletto arbitro della contesa, ritenendo Aristobulo II non affidabile per certe sue amicizie pericolose per Roma, decise in favore di Ircano II. I sostenitori di Aristobulo organizzarono una rivolta armata contro Ircano II. Pompeo pose termine ai disordini entrando in Palestina con le sue legioni.
I partigiani di Aristobulo II furono sconfitti, Gerusalemme occupata, i legionari entrarono nel Tempio con conseguente profanazione del Sancta Sanctorum che genero' in tutti gli ebrei un odio feroce contro i romani. Pompeo, riconfermato Ircano II al trono di Gerusalemme, ma sotto la sorveglianza di un controllore di sua fiducia nella persona di un certo Antipatro, nella certezza di aver ristabilito in maniera definitiva l'ordine, parti' per Roma lasciando una sola legione a Gerusalemme. Alla morte di Aristobulo II, i suoi successori riprendono la lotta armata contro Ircano II.
E' in questa rivendicazione che appare la figura di un certo Ezechia nella parte di capo del movimento armato contro Ircano II e i romani suoi sostenitori. (vedi Favola di Cristo pag. 87). Gabinio, proconsole di Siria (55-57 a.C.) intervenne con le legioni e dopo duri scontri riusci' a riportare l'ordine. Giulio Cesare, succeduto a Pompeo, riconfermo' Ircano II al trono di Gerusalemme ma con sempre accanto Antipatro nella sua carica di controllore (47 a.C.). Antipatro ha un figlio di nome Erode il quale, per realizzare l'ambizione di prendere lui il posto degli Asmonei sul trono di Gerusalemme, si schiera al fianco dei Romani nella lotta di repressione contro i rivoltosi di Ezechia. Morto Ezechia in uno scontro armato contro una pattuglia comandata dallo stesso Erode (44 a.C.), il suo posto di pretendente al trono di Gerusalemme viene preso da suo figlio Giuda, detto il Galileo nel significato che aveva questo appellativo di "rivoluzionario" perche' era in Galilea che si trovava la piu' importante organizzazione rivoluzionaria. Ircano II, intanto, venne fatto prigioniero nella guerra che la Palestina stava conducendo contro i Parti.
Approfittando della cattura di Ircano II, Erode s'installo' sul trono di Gerusalemme facendosi eleggere dai Romani re della Palestina (a.40). Rientrato Ircano II dalla prigionia, Erode fece uccidere lui e tutti i suoi discendenti degli Asmonei che avrebbero potuto contestargli il regno, compresa sua moglie... e i due figli che aveva avuto da lei. E' da questi eccidi che fu costruita quella strage degli innocenti riportata dai vangeli, che in realta' non e' mai esistita.
Erode muore nel 4 a.C. lasciando una successione complicata tra i suoi quattro figli. Alla morte di Erode, Giuda il Galileo, figlio di Ezechia, quale Asmoneo pretendente al trono di Gerusalemme, con un esercito formato da esseno-zeloti, attacca la legione romana di stanza a Gerusalemme generando una vera e propria guerra che termina dopo ben tre interventi da parte di Quintilio Varo, proconsole di Siria. La repressione da parte dei romani e' feroce; la crocifissione di duemila rivoltosi genera un aumento di odio verso i Romani da parte degli ebrei.
Cesare Augusto, subentrato a Giulio Cesare, per rendere piu' controllabile la Palestina la divide in quattro tetrarchie affidandone ciscuna ad uno dei quattro figli di Erode. La piu' importante, quella della Giudea con capitale Gerusalemme, l'affida ad Archelao quale primogenito. Questa conferma da parte di Roma a mantenere i discendenti di Erode al comando della Palestina, genera nuove rivolte da parte dei rivoltosi guidati da Giuda il Galileo.
Cesare Augusto, stanco dei continui disordini causati da tutte queste lotte di successione, decide di occupare militarmente la Palestina passandola da protettorato, quale era, a provincia dell'Impero Romano e toglie dal trono di Gerusalemme ogni pretendente di razza ebraica per sostituirlo con un procuratore romano a cui accorda ogni autorita', compresa quella di emettere condanne a morte (6 d.C.).
Come conseguenza del passaggio da protettorato a provincia, la Palestina viene sottoposta ad un censimento a fini fiscali che genera un fermento generale del quale ne approfitta Giuda il Galileo per organizzare un'ulteriore rivoluzione contro i romani, rivoluzione alla quale partecipa tutto il mondo ebraico di religione biblica in una maniera particolarmente sentita perche' oltre al sentimento di ribellione contro l'imposizione delle tasse che sarebbe derivata dal censimento, esso vedeva nella sostituzione di Archelao con un procuratore romano al trono di Gerusalemme, quell'avvenimento che avrebbe annunciato l'imminente avvento del Messia secondo quanto aveva predetto il profeta Giacobbe: Il tempo dell'attesa si compira' quando lo scettro di Davide passera' nelle mani di uno straniero".
La partecipazione del popolo fu cosi' massiccia e sentita da trasformare la rivolta in una vera e propria guerra che duro' due anni mettendo spesso in difficolta' le legioni romane venute dalla Siria. Morto Giuda il Galileo in questa guerra, il suo posto nelle rivendicazioni al trono di Gerusalemme fu preso dal primogenito Giovanni e dagli altri suoi sei figli Simone, Giacomo il Maggiore, Giuda (non l'Iscariota), Giacomo il Minore, Giuseppe e, l'ultimo, Menahem, che morira' nella guerra giudaica del 66-70 dopo essere stato acclamato dagli esseno-zeloti, durante l'assedio di Gerusalemme da parte delle legioni romane, re dei Giudei.
Fatta questa breve ricapitolazione per far comprendere quale importanza ebbero i discendenti della casta degli Asmonei nelle rivoluzioni messianiche, passiamo ora ad analizzare, attraverso una documentazione storica, questa squadra di combattenti Jahvisti, formata dai figli di Giuda il Galileo, per trarre da essa quelle che sono le prime due prove della non esistenza storica di Gesù Cristo.
Prova numero uno
Secondo una prassi gia' seguita dai Maccabei nella loro rivolta contro gli Ellenisti (167 a.C.), i guerriglieri del movimento rivoluzionario messianico continuarono ad usare gli appellativi per quell'anonimato di cui hanno bisogno tutti i partigiani di questo mondo di proteggere se stessi nella loro latitanza e le proprie famiglie, dalle ritorsioni che potrebbero subire dalle polizie nemiche, quali loro parenti.
Come i cinque figli del loro antenato Mattatia (Giovanni, Simone, Giuda, Eleazzaro e Gionata che furono chiamati rispettivamente Gaddi, Tassi, Maccabeo, Auaran e Affus - I Mc. 2-2), anche i figli di Giuda il Galileo, autonominatisi Boanerghes, cioe' figli della vendetta, adottarono dei soprannomi personali oltre a quelli che gli furono attribuiti in forma generica, quale quelli Qanana e Zelota, che rispettivamente significano "rivoluzionario" (il primo in aramaico, il secondo in greco), e quello di "Galileo", che veniva dato ai guerriglieri del nord perche' era in Galilea che si accentrava una forte componente rivoluzionaria, come risulta da antichi documenti aramaici, greci e latini (Novum Testamentum Graece et Latine).
Ritenendo troppo lungo soffermarsi a parlare di tutti e sette i fratelli in questa lettera aperta, trattero' soltanto di quelli che sono direttamente coinvolti in quella che sara' la prima prova che portero' per dimostrare la non esistenza storica di Gesù detto il Cristo, cioe' Simone che ebbe gli appellativi di Barjona, che in aramaico significa latitante, e Kefas (pietra), che gli fu dato nel significato allegorico di roccia per la sua corporatura muscolosa e massiccia, e Giacomo il Maggiore il cui nome viene associato nei documenti a quello di Boanerghe.
La banda dei Boanerghes (figli della vendetta), opero' come tutte le bande esseno-zelote, sul territorio palestinese per coinvolgere la popolazione, come era avvenuto nella rivolta del censimento, in quella che doveva essere la rivoluzione finale che, liberando la Palestina dall'occupazione romana, avrebbe rimesso sul trono di Gerusalemme un discendente della stirpe di Davide.
Partendo dalla regione della Golanite, cioe' dai confini della Siria, attraverso la Galilea e la Samaria, era in Giudea, con la conquista di Gerusalemme, che doveva concludersi quel programma esseno-zelota che prevedeva la vittoria del bene contro il male, il trionfo definitivo degli angeli della luce, sugli angeli delle tenebre; i primi rappresentati da loro, sostenitori del monoteismo biblico, i secondi raffigurati dai seguaci delle divinita' pagane.
I Boanerghers non erano altro che una delle tante bande, di cui ci parlano gli storici contemporanei, che, approfittando del malcontento popolare generato dalle ingiustizie sociali, praticavano il proselitismo di massa aizzando, in nome di una morale comunista, i diseredati contro le classi privilegiate e contro le istituzioni dello Stato, e terrorizzando coloro che rifiutavano di collaborare: "Se queste bande di Galilei non ricevevano quanto chiedevano, incendiavano le case di coloro che si rifiutavano e poi li uccidevano con le famiglie". (Filone).
"Distribuiti in squadre, saccheggiavano le case dei signori che poi uccidevano, e davano alle fiamme i villaggi si che tutta la Giudea fu piena delle loro gesta efferate." (Giuseppe Flavio-Guerra Giud.).
"In illo tempore", cioe' nello stesso periodo messianico, apprendiamo dai Testi Sacri che un'altra squadra percorse la Palestina del tutto uguale a quella dei Boanerghes, sia nei nomi dei componenti che nell'applicazione del programma seguito per conquistare le masse, cioe' quel programma che veniva eseguito dagli attivisti nazir esseno-zeloti promettendo alle classi umili l'eredita' della terra e la conquista dei cieli se li avessero seguiti nei loro precetti, e terrorizzando coloro che gli si opponevano.
Una combinazione di eventi e di persone che si potrebbe pure attribuire al caso, come qualche credente mi ha fatto osservare, se non ci fossero ulteriori considerazioni che ci confermano che in realta' una delle due deve essere esclusa dalla storia. Quale? Quella formata dai figli di Giuda il Galileo, confermata dai documenti storici, oppure l'altra sostenuta dai Testi Sacri?
Le figure di Simone e Giacomo ci vengono presentate da Giuseppe Flavio che cosi' ci parla di essi: "Sotto l'amministrazione del procuratore Tiberio Alessandro (44-46), si verificarono disordini che portarono alla cattura di due figli di Giuda il Galileo: si chiamavano Simone e Giacomo, e furono entrambi crocifissi; questi era il Giuda che, come ho spiegato sopra, aveva aizzato il popolo alla rivolta contro i Romani, mentre Quirino faceva il censimento in Giudea". (Giuseppe Flavio - Ant. Giud.-XX, 102 - Classici UTET).
Se il Simone e Giacomo dei quali ci parla la storia risultano essere due figli di Giuda il Galileo crocefissi nel 44 sotto il procuratore Tiberio Alessandro con l'accusa di essere dei rivoluzionari, chi sono il Simone e il Giacomo dei Testi Sacri?
I vangeli ce li presentano come due pescatori che Gesù incontro' mentre passeggiava lungo la riva del lago di Tiberiade, mentre gettavano le reti. Seguendo quell'ispirazione divina che si trova alla base di ogni affermazione testamentaria, Gesù si rivolse a loro invitandoli a seguirlo sulla promessa che li avrebbe resi "pescatori di uomini", ed essi, senza porsi domande, lo seguono per diventare, cosi', suoi discepoli. (Mt. 4,18).
Dopo essere stato dichiarato "figlio di Giona", Simone fu prescelto da Gesù come la "pietra" sulla quale egli avrebbe edificato la sua Chiesa: "Beato te, figlio di Giona, gli disse Gesù, tu sei Pietro e su questa pietra edifichero' la mia Chiesa". (Mt. 16,17).
Giacomo ricevette da Gesù, l'appellativo di Boanerghe: "Gesù diede a Giacomo l'appellativo di Boanerghe". (Mc. 3,17).
Simone difese Gesù al Getsemani, dove, stando al vangelo, era andato con gli apostoli a pregare, tagliando con un colpo di spada l'orecchio ad una guardia del Tempio di nome Malco: "Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpi' il servo del Sommo Sacerdote e gli taglio' l'orecchio". (Gv. 18,10).
La biografia evangelica di Simone e Giacomo, termina con l'incitamento che Gesù gli rivolge, prima di risalire in cielo di "andare in tutto il mondo e predicare il vangelo". (Mc. 16,15).
La figura di Simone la ritroviamo negli Atti degli Apostoli nel ruolo di capo che guida la prima comunita' cristiana di Gerusalemme e la istruisce fino a quando non viene catturato insieme a Giacomo per volere di Erode Agrippa (41-44) con l'ordine che vengano entrambi giustiziati. Ma, per un miacolo divino, mentre Giacomo fu ucciso di spada, Simone si salvo' perche' un angelo lo libero' dalle catene e lo fece fuggire aprendogli la porta della prigione: "In quel tempo il re Erode Agrippa (41-44) comincio' a perseguitare alcuni membri della Chiesa e fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni. Vedendo che questo era gradito ai Giudei, decise di arrestare anche Pietro il quale pero' non venne ucciso perche' mentre era in prigione in attesa dell'esecuzione, un angelo lo libero' dalle catene, gli apri la porta del carcere e lo fece fuggire". (At. 12-1 e segg.).
E' cosi', con questa fuga dalla prigione, che finisce la biografia di Simone secondo le Sacre Scritture; tutto il resto che riguarda la sua venuta a Roma e la nomina a primo Papa e' stato aggiunto dai Padri della Chiesa.
Per cio' che riguarda la sua morte nessun documento testamentario ne parla. Essa e' stata costruita nel IV secolo quando la Chiesa lo dichiaro' primo Papa per dare il primato a Roma sul cristianesimo. Prima di quella che viene oggi riconosciuta come vera, nella quale ci viene presentato il coraggio di un Papa eroe che affronta la crocifissione sorridendo dopo aver assitito impavido al supplizio di sua moglie, e nell'umilta' di un discepolo che chiede di essere crocefiso con la testa all'ingiu' perche non si ritiene degno di morire nella stessa posizione di Cristo, a Simone furono attribuite altre due morti. In una si diceva che era morto come un pusillanime che era andato al patibolo piangente e tirato con forza, e in un'altra si diceva che era stato crocefisso per volere di Nerone perche' in una sfida di magia aveva provocato la morte di Simone il Mago facendolo cadere, con le sue preghiere, dall'alto mentre volava.
Tre morti differenti ma tutte aventi un preciso significato. La prima che gli fu data in relazione al mago Simone, doveva dimostrare la superiorita' dello Spirito Santo su ogni forma di magia, la seconda, quella che affronta piangente, doveva confermare il suo carattere pusillanime che lo aveva portato a rinnegare tre volte Gesù, e la terza, quella definitiva che viene sostenuta dalla Chiesa, fu costruita per confermare la forte personalita' di colui su cui Cristo aveva costruito la sua Chiesa. Il fatto della testa all'ingiu' fu escogitato dai padri della Chiesa per evitare che un secondo crocefisso potesse creare dei problemi nella catechesi cristiana.
Simone e Giacomo di Giuseppe Flavio sono gli stessi dei quali parlano i Testi Sacri?
A chi potrebbe obbiettare che il Simone e il Giacomo riportati da Giuseppe e dai documenti scritti in aramaico e greco (obiezione che sono stati capaci di pormi i piu' accaniti sostenitori delle verita' evangeliche), non sono gli stessi di cui parlano i testi sacri, perche' nulla ci vieta di ammettere che possano essere esistite contemporaneamente due coppie di persone che avevano lo stesso nome, noi porteremo ulteriori prove che, tratte dalle falsificazioni che furono operate dai Santi Padri della Chiesa (Ireneo, Epifanio, Girolamo, ecc.), elimineranno nella maniera piu' inconfutabile ogni possibilita' di scappatoia anche in coloro che persistono nel piu' irriducibile irrazionalismo della fede. Esaminiamo gli appellativi che vengono attribuiti a Simone e Giacomo secondo gli antichi documenti:
Barjona: Il Barjona dato al Simone dei Boanerghes, dal significato originario di "latitante", che ritroviamo trasformato in ""figlio di Giona" nei testi Sacri non e' che il risultato di una manipolazione operata sulla parola nella traduzione dall'aramaico in greco. Sapendo che in aramaico "bar" significa figlio, i Padri della Chiesa ricavarono "figlio di Giona" separando "bar" da "Jona" con l'accortezza di scrivere bar in lettera minuscola come un nome comune e Jona in lettera maiuscola per farlo diventare nome proprio di persona: Simone Barjiona = Simone bar Jona = Simone figlio di Jona. (Da Novum Testamentum Graece et Latine pag. 54,17)
Che questa trasformazione sia il risultato di una voluta falsificazione e non di un errore di traduzione ci viene confermato da tre motivi:
a) La parola aramaica "bar", non puo' trovare nessuna giustificazione in una traduzione scritta tutta in greco se con in un'intenzionalita' tesa al raggiungimento di uno scopo.
b) Il nome proprio Jona, non esistendo in aramaico, esclude ogni possibilita' di attribuire una figliolanza a qualcuno che non puo' avere questo nome.
c) La parola "bar", nel significato di figlio, si trova sul testo greco soltanto davanti a "Giona" mentre in tutti gli altri casi viene giustamente tradotta con "fios".
Praticamente, in un testo scritto tutto in greco, i traduttori (falsari) hanno inserito questa parola aramaica bar che, guarda caso, sparisce poi nella versione latina dove "bar Jona" viene tradotto con "filius Jonae". Tutto questo perche' il Simone Barjona latitante in aramaico, passando per Simone bar Jona nella traduzione greca, perdendo ogni traccia del rivoluzionario, possa divenire il pescatore di anime "Simon filius Jonae" dei vangeli canonici. E come per Simone, altrettanto furono operate negli altri componenti la banda dei Boanerghes quelle manipolazioni necessarie perche' gli appellativi rivoluzionari assumessero un significato pacifico, come Qananite, che in aramaico significa rivoluzionario, che fu trasformato in Cananeo, cioe' oriundo della citta di Cana, e Galileo in abitante della regione della Galilea.
Kefas: L'appellativo Kefas (cefa), che nel significato di "pietra" fu dato a Simone per la sua massiccia corporatura, fu trasformato dai falsari in quel nome proprio di "Petrus" che, in senso traslato, sara' usato per indicare in lui la "pietra" su cui Gesù edifichera' la sua Chiesa. "Beato te, simone, figlio di Giona... tu sei Pietro e su questa pietra edifichero' la mia Chiesa." (Mt. 16-17 e segg.). Frase che se fosse stata espressa nel significato originale, avrebbe suonato: "Beato te, Simone, latitante, perche' sara' su di te, forte come una roccia, che io edifichero' la mia rivoluzione", quella rivoluzione che gli Asmonei, seguendo il programma esseno-zelota, stavano preparando contro i Romani per la liberazione della Palestina.
Boanerghe e Zelota: Questi due appellativi dati a Giacomo quale combattente Jahvista appartenente alla banda dei Boanerghes, confermati come sono dagli stessi vangeli canonici non hanno bisogno di ulteriori documentazioni e commenti per quanto la Chiesa cerchi di cambiare il vero significato rivoluzionario dicendo che Zelota fu dato a Giacomo nel significato di "zelante nell'amore per Cristo" e Boanerghe perche' era sua abitudine di parlare a voce alta come un tuono.
Ma per quanto i falsari abbiano cercato di far sparire ogni traccia rivoluzionaria nella trasformazione dei Boanerghes in pacifici discepoli di Gesù, tanti sono i passi rimasti nei vangeli che testimoniano la loro originale natura estremista, quale quello citato da Luca che "nell'aurizzazione che i discepoli chiedono a Gesù di incendiare un villaggio samaritano perche' si era rifiutato di concedergli asilo (Lc. 9,51 e segg.) ci riporta a quanto gli storici del tempo scrissero di queste squadre estremiste esseno-zelote: "Se queste bande di Galilei non ricevevano quanto chiedevano, incendiavano le case di coloro che si rifiutavano e poi li uccidevano con le famiglie". (Filone).
"Distribuiti in squadre, saccheggiavano le case dei signori che poi uccidevano, e davano alle fiamme i villaggi si che tutta la Giudea fu piena delle loro gesta efferate. (Giuseppe Flavio - Guerra Giud.).
Alla domanda di come sia possibile che nei vangeli si trovino passi che possano testimoniare la vera natura zelota nella squadra di Gesù quando la Chiesa avrebbe avuto tutto l'interesse di nasconderli, la risposta la troviamo nel fatto che i quattro vangeli canonici, scritti tutti nella seconda meta' del II secolo, furono totalmente ricopiati dal vangelo che i Battisti scrissero, nella seconda meta' del I secolo, per costruire in Giovanni Battista la figura del predicatore spirituale e del rivoluzionario zelota secondo i canoni del movimento esseno-zelota che voleva un Messia dalla duplice figura, la figura del predicatore spirituale e la figura del guerriero davidico. Ma questo fa parte di un capitolo che sara' trattato a parte.
Dimostrato cosi' che il Simone e il Giacomo dei Testi Sacri non sono altro che due figure immaginarie ricavate dal Simone e Giacomo che Flavio Giuseppe ci presenta come figli di Giuda il Galileo, tutto cio' che la Chiesa sostiene su di essi crolla miseramente. Come si puo' ancora credere che il Simone Pietro, figlio di Jona, sia potuto andare a Roma nel 62 ed esservi eletto primo Papa se e' stato crocifisso nel 44 sotto Alessandro Tiberio con l'accusa di Rivoluzionario? Come si puo' pretendere che tutta la storia della Chiesa possa reggersi ancora su una favoletta, quella favoletta dell'angelo che libero' Simone dalle catene?
Prova numero due dell'inesistenza storica di Gesù. La seconda prova della non esistenza storica di Gesù ci sara' fornita, netta ed inconfutabile, mettendo in diretto confronto la figura del Messia dei Testi Sacri, detto il Nazareno, con il Messia della Storia, detto il Nazireo, entrambi pretendenti al trono di Gerusalemme in qualita' di "re dei Giudei".
Messia dei Testi Sacri.
Il Messia dei Testi Sacri, al quale la Chiesa ha dato il nome di Gesù, ci viene presentato secondo i seguenti dati anagrafici:
a) Paternita': figlio primogenito di Giuseppe.
b) Luogo di nascita: Betlemme, anche se Marco e Giovanni non ne fanno menzione nelle loro biografie cominciando il racconto della sua vita da quando aveva trent'anni.
c) Residenza: Nazaret, perche' la citta natale di suo padre Giuseppe, secondo il biografo Dottor Luca, perche ha dovuto rifugiarcisi dal ritorno dall'Egitto dove si era rifugiato per sfuggire alla strage degli innocenti ordinata da Erode che voleva ucciderlo perche' ritenuto suo concorrente al trono di Gerusalemme.
d) Professione: Rabbi.
e) Ha due appellativi, quello di Galileo perche' Nazaret si trova nella regione della Galilea, e quello di Nazareno che gli viene dalla citta' di Nazaret, considerata sua patria per adozione da Matteo, e per discendenza atavica, da Luca.
f) Inizia la sua missione di predicatore formando una squadra di dodici discepoli, dei quali alcuni sono fratelli che si chiamano Simone Pietro, detto Cefa, figlio di Giona, Giacomo il Maggiore detto Boanerghe, Giuda detto Teudas (Taddeo), Giacomo il minore detto Zelota.... degli altri otto, essendo alquanto complicata la spiegazione dei nomi, ne parleremo in una prossima lettera aperta. Con questa squadra di discepoli, partendo dai confini della Siria (Mt. 4,23), dopo un periodo di prediche di durata imprecisata (tre anni per i biografi Matteo e Marco, due per il biografo Dottor Luca e uno soltanto per il biografo Giovanni), percorre la Palestina predicando una morale del tutto identica a quella esseno-zelota, giunge a Gerusalemme perche' e' in questa citta' che, secondo i Testi Sacri, deve concludersi la sua missione di evangelizzatore. Prima di entrarvi, ne prevede la distruzione. (Mt. 24,15)
g) Sotto le feste di Pasqua, dopo aver consumato una cena nella quale i discepoli vi partecipano armati di spade, viene arrestato nel Getsemani e crocefisso sotto l'accusa di aver commesso reati di natura religiosa e politica; religiosa, per essersi dichiarato figlio di Dio, e politica, per aver sostenuto di essere il re dei Giudei (reato gravissimo per i Romani), di aver tentato di sollevare il popolo e di avere impedito di pagare i tributi a Cesare (Lc. 24-1,5).
Giovanni di Gamala secondo la documentazione storica.
a) Paternita': figlio primogenito di Giuda il Galileo.
b) Luogo di nascita: Gamala, sita nella regione della Golanite confinante con la Siria.
c) Residenza: Gamala, citta' degli Asmonei.
d) Quale discendente della stirpe di David, viene ricercato da Erode perche' lo considera un suo rivale al trono di Gerusalemme.
e) Professione: Rabbi.
f) Ha due appellativi, quello di Galileo come suo padre Giuda, anche se di origine Golanite, perche' appartiene al movimento rivoluzionario che ha sede in Galilea, e quello di Nazireo perche' appartenente alla casta politico-religiosa dei Nazir alla quale il movimento rivoluzionario aveva affidato la propria propaganda secondo i canoni della morale esseno-zelota.
g) Inizia la sua missione di propagandista rivoluzionario costituendo una banda di guerriglieri, autonominatasi "Boanerghes" (figli della vendetta), della quale fanno parte i suoi sei fratelli, i cui nomi sono Simone Barjiona, detto Cefa, Giacomo il Maggiore, detto Boanerghe, Giuda detto Teuda, Giacomo il Minore, detto zelota, Giuseppe e Menahem. Con questa banda di guerriglieri, partendo dalla sua regione Golanite, che si trova ai confine della Siria, percorre la Palestina per concludere la sua missione in Giudea con la conquista di Gerusalemme.
h) Sotto le feste di Pasqua (era in questa ricorrenza che i rivoluzionari organizzavano le rivolte approfittando della confusione generata dal forte afflusso di pellegrini) viene catturato nel Getsemani e quindi cricifisso sotto l'accusa di promotore di una rivolta.
Confronto storico-geografico tra Nazaret e Gamala.
Come si vede dai due estratti sopra riportati, ci troviamo di fronte a due personaggi che, tolto qualche dato, come la paternita' e la citta' da cui provengono, hanno tutto il resto in comune. Sono entrambi perseguitati da Erode perche' vede in essi dei probabili rivali al trono di Gerusalemme quali discendenti della stirpe di Davide, sono tutti e due Rabbi, hanno lo stesso appellativo di "Galileo", sono capi di due squadre composte da seguaci tra cui ci sono loro fratelli che hanno lo stesso nome, e iniziano, sia l'una che l'altro, la loro missione dai confini della Siria per concluderla sotto le feste di Pasqua a Gerusalemme, dove vengono catturati nell'orto del Getsemani per essere crocefissi sotto l'accusa di rivoltosi.
Lasciando da parte le paternita' che non possone essere discusse su un piano storico perche' quella di Giuseppe, attribuita a Gesù dai Testi Sacri, non e' altro che il risultato di un'immaginaria elaborazione biblica, passiamo ad esaminare l'altra differenza che possiamo affermare essere la sola che si oppone a fare dei due personaggi la stessa persona, cioe' quella riguardante le due citta' che vengono indicate come loro patrie; la citta' di Nazaret che viene attribuita a Gesù dai vangeli e la citta' di Gamala che viene attribuita ad Ezechia, nonno di Giovanni, da Giuseppe Flavio.
Nazaret.
Lasciando l'annosa discussione riguardo la sua esistenza al tempo di Gesù che da alcuni e' negata perche' nessun documento ne parla prima del IX secolo, mentre da altri viene riconosciuta sotto forma di un piccolo raggruppamento di capanne dai tetti di paglia, procediamo nella dimostrazione della seconda prova considerando Nazaret nella sua posizione geografica leggermente collinare distante circa trentacinque chilometri dal lago di Tiberiade.
Analizzando i vangeli non si puo' non restare sorpresi dal fatto che le descrizioni che essi fanno della patria di Gesù non hanno nulla a che vedere con la realta'.
Leggiamo insieme: "Terminate queste parabole, Gesù parti' di la' e venuto nella sua patria insegnava nella Sinagoga. La gente del suo paese, riconosciutolo, si mise a parlare di lui. Gesù, udito cio' che dicevano, parti' di la' su una barca, ma visto che la gente restava sulla spiaggia guari' i malati e moltiplico' i pani e i pesci. Congedata la folla, sali' sul monte e si mise a pregare. Dal monte vide che sotto, nel lago di Tiberiade, la barca degli apostoli era messa in pericolo dalle onde generate dal vento che si era improvvisamente levato". (Mt. 13,2)
Se la patria di Gesù e' Nazaret, come viene affermato dalla Chiesa, e Nazaret e' una citta' situata su una zona leggermente collinare e lontana dal lago di Tiberiade trentacinque chilometri, vorrei che almeno uno dei tre (don Enrico Righi, il cardinale Biffi e il vecovo Carraro), ai quali mi sono rivolto perche' mi dessero una prova, una soltanto, dell'esistenza storica di Gesù, mi spiegasse come possa esserci una riva, delle barche e un monte che si erge sul lago di Tiberiade.
Una vera contraddizione che non puo' trovare nessuna giustificazione, anche la piu' assurda, dal momento che la troviamo ripetutamente confermata da tutti gli evangelisti come risulta dai passi sotto riportati:
"Gesù si reco' a Nazaret dove era stato allevato; ed entro', secondo il suo solito, di Sabato nella Sinagoga e si alzo' a leggere.... all'udire queste cose tutti furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della citta' e lo condussero al ciglio del monte sul quale la citta' era situata per gettarlo giu' dal precipizio, ma egli, passando in mezzo a loro se ne ando'". (Lc. 4-14 e segg.).
"Quel giorno Gesù usci' di casa e sedutosi in riva al mare (lago di Tiberiade), comincio' a raccogliersi intorno a lui tanta folla che dovette salire su una barca". (Mt. 13-1,2).
"Sentendo cio' che diceva, una gran folla si reco' da Gesù. Allora egli prego' i suoi discepoli che gli mettessero a disposizione una barca, a causa della folla, perche' non lo schiacciassero.... sali' poi sul monte, chiamo' a se' quelli che volle andassero da lui...
Entro' in casa e si raduno' intorno a lui molta folla, al punto che non poteva neppure prendere cibo. Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori lo mandarono a chiamare. Dopo aver spiegato chiaramente chi fossero realmente i suoi parenti, uscito di casa, Gesù si mise a insegnare di nuovo lungo il mare"...
e come questi, tanti sono ancora i passi dei quattro evangelisti che, riferendosi alla citta' natale di Gesù, escludono nella maniera piu' evidente che Nazaret possa essere la sua patria almeno che non si voglia, e tutto e' possibile alla fede, mettere barche in un paese che dista trentacinque chilometri dal lago di Tiberiade e trasformare un pagliaio in una montagna.
Gamala.
Se la patria di Gesù non e' Nazaret, quale e' allora questa citta' a cui si riferiscono i vangeli? La risposta ci viene da un passo della "Guerra Giudaica" nel quale Giuseppe Flavio ci parla di Ezechia, padre di Giuda il Galileo e nonno di Giovanni, pretendente al trono di Gerusalemme quale appartenente alla casta degli Asmonei discendente della stirpe di Davide:
"Ezechia era un Rabbi appartenente a famiglia altolocata della citta di Gamala che era situata sulla sponda golanite del lago di Tiberiade. Questa citta' non si era sottomessa ai romani confidando nelle sue difese naturali. Da una montagna si protende infatti uno sperone dirupato il quale nel mezzo s'innalza in una gobba che dalla sommita' declina con uguale pendio sia davanti che di dietro, tanto da somigliare al profilo di un cammello (gamla); da questo trae il nome, anche se i paesani non rispettano l'esatta pronuncia del nome chiamandola Gamala. Sui fianchi e di fronte termina in burroni impraticabili mentre e' un po' accessibile di dietro. Ma anche qui gli abitanti, scavando una fossa trasversale, avevano sbarrato il passaggio. Le case costruite sui pendii erano fittamente disposte l'una sopra l'altra: sembrava che la citta' fosse appesa e sempre sul punto di cadere dall'alto su se stessa. Affacciata a mezzogiorno, la sua sommita' meridionale, elevandosi a smisurata altezza, formava la rocca della citta', sotto di cui un dirupo privo di mura sprofondava in un profondissimo burrone." (Guerra Giud. IV- 4,8).
Basta rileggere uno solo dei passi evangelici citati per renderci conto che la citta' di Gesù, corrispondendo esattamente alla descrizione di Giuseppe Flavio, non e' assolutamente Nazaret ma Gamala.
Ma come e' potuto accadere che gli evangelisti siano caduti in una simile incoerenza? La risposta e' semplice: il capitolo riguardante la nascita di Gesù, nel quale viene dichiarata Nazaret come patria di Gesù, fu aggiunto in Matteo e in Marco quando i vangeli erano gia' stati scritti e pubblicati, cioe' nel IV secolo allorche' i Padri della Chiesa decisero di dare a Gesù una incarnazione attraverso una nascita terrena, incarnazione che fino ad allora era stato sostenuto essere avvenuta all'eta' di trent'anni, nel momento del battesimo ricevuto da Giovanni, per dichiarazione di Dio:
"Questi e' il mio figlio prediletto che oggi ho generato".
Perche' fu scelto proprio Nazaret, quel paese che al tempo di Gesù poteva essere tutt'al piu' rappresentato da un insignificante villaggio formato da quattro capanne dai tetti di paglia e non una citta' di maggiore importanza come Cafarnao, Sefforis o altre? Perche' dovevano far sparire quell'appellativo di Nazireo che, significando "attivista del movimento rivoluzionario", avrebbe compromesso la trasformazione di un combattente Boanerghes, figlio della vendetta, in un predicatore di pace e di perdono. E, cosi', ancora una volta, come in tante altre trasformazioni fatte per nascondere la natura originaria zelota dei discepoli (vedi "qananite", in nativo di Cana, "Escariot" in nativo di Keriot, "Galileo" nativo della Galilea), ricorrendo all'espediente geografico, trasformarono "Nazireo" in "Nazareno" quale oriundo della citta' di Nazaret.
Trasformazione che, secondo gli esegeti, spinge ad un sorriso di compassione nella sua arrogante falsita' se si considera che gli abitanti di Nazaret non si chiamano nazareni, ma "Nazaretani".
Dunque, se la patria di Gesù non e' Nazaret ma Gamala, chi altri, in realta', egli ha potuto essere se non quel figlio di Giuda il Galileo che, quale primogenito di sette fratelli, mori' crocifisso per restaurare il regno di Davide di cui lui, quale asmoneo, ne pretendeva il trono?
Queste sono le prime due prove che invio come risposta al silenzio della Chiesa alla mia richiesta di una prova sull'esistensa storica di Gesù, detto il Cristo, per la quale, se mi fosse fornita, sono pronto a ritirare subito la querela contro la Chiesa, nella persona di don Enrico Righi, per "abuso di credulita' popolare e sostituzione di persona".
Ho detto le prime due perche' altre ne seguiranno.
P.S. Rispondero' ad eventuali obiezioni soltanto se mi verranno da una delle tre persone sopra nominate o da chi, prendendo il loro posto, si assuma tutta la responsabilita' della Chiesa nella qualita' di suo ministro. Ogni intromissione di terzi appartenenti al mondo laico, per quanto dotti e credenti possano dimostrarsi, sara' respinta.

Confutazione delle prove portate dalla Chiesa,
nella persona di don Enrico Righi, sull'esistenza storica di Gesu', detto il
Cristo.
Giuseppe Flavio. Conoscere Giuseppe
Flavio nelle sue caratteristiche religiose e politiche e' determinante per
comprendere la confutazione del cosiddetto "testamentum Flavianum" dal
quale la Chiesa trae quella che per lei rappresenta la prova fondamentale
dell'esistenza storica di Gesu'.
Nato nel 38 e morto intorno all'anno
100, Giuseppe Flavio fu testimone oculare dell'ultimo periodo dell'era
messianica e dell'evoluzione religiosa ebraica che segui' la guerra giudaica del
70. Politicamente simpatizzo' per Roma e religiosamente fu un cosi'
convinto seguace della fede ebraica da ritirarsi nel deserto per passarvi tre
anni della sua giovinezza in meditazioni e preghiere. Discendente da una
famiglia di sacerdoti farisaici, ricevette incarichi parareligiosi che svolse
con tanto zelo da meritarsi l'incarico di recarsi a Roma per ottenere la
liberazione di alcuni sacerdoti che erano stati arrestati dal procuratore
Felice.
Entrato nella convinzione che un'attesa passiva del Messia
basata sulla rassegnazione e la preghiera, quale era quella praticata dai
Farisei, non avrebbe dato nessun risultato finche' la Palestina sarebbe rimasta
sotto l'occupazione romana, considerando che i principi morali esseni erano gli
stessi di quelli farisaici per cio' che riguardava l'eternita' dell'anima e la
resurrezione dopo la morte, prese la decisione di passare all'essenismo
rivoluzionario pur conservando quei principi di moderazione e di saggezza che
dovevano essere seguiti prima di dare inizio ad una vera e propria rivolta
armata. Fu per questa sua politica basata sulla prudenza e la
riflessione che lo portava ad osteggiare l'estremismo zelota, che nel 64
Giuseppe Flavio fu incaricato dal Sinedrio di recarsi in Galilea per convincere
i rivoluzionari a procrastinare la guerra che stavano preparando contro Roma. (I
rivoluzionari venivano chiamati Galilei perche' era in Galilea
che organizzavano le scorribande sulla Palestina e gli attacchi contro i soldati
romani). Fallito come moderatore, Giuseppe Flavio si ritrovo' coinvolto
nella guerra del 66 che combatte' con la qualifica di ufficiale dell'esercito
rivoluzionario finche', in seguito all'assedio della citta' di Iotapata, nella
quale si era rifugiato con i compagni, non fu costretto alla resa. Per
sfuggire alla cattura che avrebbe comportato una condanna alla crocifissione,
Giuseppe Flavio con quaranta dei suoi soldati si nascose in una cisterna dove
rimase finche' non prese la decisione di darsi volontariamente la morte secondo
quelle convinzioni essene che furono seguite nel 74 anche da Eleazaro
nell'assedio di Masada nel quale si suicidarono con la spada 1000 guerriglieri
seguendo un ordine di morte basato sull'estrazione dei loro nomi. Il capo si
uccideva per ultimo. Ma, a differenza di Eleazaro, che mantenne la
parola, Giuseppe Flavio, dopo aver assistito ai suicidi, invece di darsi la
morte convinse l'ultimo dei suoi dipendenti che era rimasto vivo con
lui, di rinunciare alla morte e di consegnarsi prigionieri
ai romani. Condotto davanti a Vespasiano, che dirigeva allora la
guerra contro l'esercito giudeo, era l'anno 67, Giuseppe Flavio, improvvisandosi
profeta, gli preannuncio' che presto sarebbe diventato imperatore di Roma.
Avveratasi la profezia nel 69, Vespasiano, ricordandosi di lui per la profezia
che gli aveva dato, lo tiro' fuori dalla prigione e lo affianco' come persona
meritevole di fiducia, al figlio Tito che nel frattempo aveva preso
il suo posto di generale in Palestina. Terminata la guerra giudaica,
con la disfatta dell'esercito giudaico, Giuseppe Flavio venne con Tito a Roma
dove visse come ospite della corte Imperiale attendendo ai suoi lavori
storici. Fu in seguito a questo comportamento amicale che ricevette
dalla famiglia imperiale Flavia che Giuseppe, da buon ruffiano, aggiunse al suo
nome, in segno di riconoscenza, l'appellativo di Flavio.
Per quella
liberta' che i romani concedevano a tutte le religioni, Giuseppe Flavio rimase
fino in ultimo un fervente sostenitore della religione ebraica e su di essa
educo' i figli. Quello che rimarchiamo nei suoi scritti e' la convinzione
che sempre rimase in lui di sostenere una politica di distensione tra il mondo
ebraico e Roma, convinzione che espresse attraverso l'esaltazione del pacifismo
delle comunita' essene e il disprezzo verso l'estremismo di quei zeloti
rivoluzionari che dopo il 70 lottavano ancora contro Roma. Una politica
sicuramente basata sull'ipocrisia dal momento che il programma esseno, anche se
in una forma apparentemente non guerriera, considerava nel suo concetto di
universalita' l'annientamento totale di ogni altra ideologia religiosa che si
sarebbe realizzato con l'avvento del loro Messia.
Giuseppe Flavio,
quale seguace dell'essenismo, rimase fino alla morte nell'attesa di quel Messia
celeste il cui avvento veniva sollecitato dalla corrente spiritualista come
risulta dalle prime lettere di Paolo di Tarso, dai terapeuti d'Egitto seguaci
del logos di Filone, e dall'ultimo capitolo dell'Apocalisse nel quale l'autore
si rivolge a lui dandogli l'appellativo di Gesu'. Giuseppe Flavio visse
fino all'ultimo giorno nella ferma credenza dell'ebreo esseno che attende ancora
l'avvento del Cristo spiritualista. (Dire Cristo o Messia e' la stessa cosa
essendo Cristo la traduzione in greco della parola ebraica Messia
). Fatta questa breve esposizione sulla persona di Giuseppe Flavio,
dalla quale risulta sopra ogni cosa la sua fedelta' alla religione ebraica,
passiamo ora ad analizzare i due passi dai quali la Chiesa trae le
testimonianze dell'esistenza storica di Cristo.
Prima Testimonianza La prima testimonianza viene tratta da "Antichita'
Giudaiche". << Ci fu verso questo tempo Gesu', uomo saggio, se pure
bisogna chiamarlo uomo: era infatti autore di opere straordinarie, maestro di
uomini che accolgono con piacere la verita' , ed attiro' a se molti Giudei, e anche
molti dei greci. Questi era il Cristo. Quando Pilato udi' che dai principali
nostri uomini era accusato, lo condanno alla croce. Coloro che fin da
principio lo avevano amato non cessarono di aderire a lui. Nel terzo giorno
apparve a loro nuovamente vivo: perche' i profeti di Dio avevano profetato queste
e innumerevoli altre cose su di lui. E fino ad oggi non e' venuta meno la
tribu' che da lui sono detti cristiani>>. (Ant. Giud.
18,63-64).
Analisi della citazione: 1) Basta prendere
in esame l'affermazione nella quale viene riconosciuto che Gesu' e' il Cristo,
cioe' quel Messia annunciato dai profeti che il mondo ebraico attendeva
ancora, per renderci subito conto che non puo' essere stata scritta da
Giuseppe Flavio quale seguace fedele della sua religione. Come puo' un
ebreo che aspetta ancora il Messia riconoscere che si e' realizzato e, per
giunta, nella persona di un fondatore di un'altra religione? Un'incoerenza che
porto' Voltaire a esclamare: <<Se Giuseppe Flavio era cosi' convinto che
Gesu' fosse il Cristo, perche' non si e' fatto cristiano?>>. 2)
Come avrebbe potuto osare Giuseppe Flavio, mentre era ospite della famiglia
imperiale, manifestare tanta ammirazione verso questo Messia quando i suoi
seguaci, chiamati cristiani, erano considerati i peggiori nemici di Roma?
3) Come ha potuto scrivere Giuseppe Flavio che fu Ponzio Pilato
a condannare Gesu' quando nel capitolo di "Antichita' giudaiche" che riguarda
Pilato riporta di lui tutti i particolari, compresi i piu' marginali, e nessuna
menzione fa di questo processo che, stando alla chiesa, coinvolse sommi
pontefici, re e tutta la popolazione di Gerusalemme senza contare i terremoti
che lo seguirono e gli oscuramenti del sole? 4) Come puo' uno scrittore
attento e perfezionista nell'esposizione dei fatti, come lo era Giuseppe Flavio,
aver introdotto questo passo fra due fatti che retoricamente lo escludono? Come
puo' aver intromesso un fatto tutt'altro che nefasto nel pieno di una
cronaca riportante una serie di sciagure? L'apologia di un uomo
giusto che aveva predicato la verita' , che aveva compiuto miracoli, che
continuava ancora ad essere seguito anche dopo la morte da coloro che lo avevano
amato durante la vita, inserito tra due avvenimenti riportanti uno una strage di
giudei e l'altro una crocifissione di sacerdoti, risulta cosi' fuori ogni logica
da farlo apparire come i cavoli a merenda.
Questo passo, mai nominato
in tutte le diatribe che ci furono tra gli oppositori del cristianesimo che
negavano l'incarnazione e i padri della Chiesa che la sostenevano, quali Ireneo,
vescovo di Lione nella seconda meta' del II secolo, Clemente Alessandrino
(150-215) che lo avrebbero certamente citato per dimostrare la storicita'
di Cristo, fu per la prima volta menzionato da Eusebio da Cesarea, nel 324
suscitando il legittimo sospetto che fosse stato proprio lui ad inventarselo,
sospetto che divenne certezza allorche' il patriarca Fozio dichiaro'
esplicitamente che nella copia che lui aveva di "Antichita' Giudaiche", una delle
pochissime non manipolate che erano ancora rimaste in circolazione, Giuseppe
Flavio non faceva nessuna menzione di Gesu' e dei suoi miracoli. (J.P.
Pigne, Patrologie Cursus Conpletus, Series Graeca, Tomus CIII. Pfozius
Costantinopolitanus Patriarca). Un'altra prova che ci conferma che il
passo e' stato interpolato ci viene da Rylands il quale ci dice che uno studioso
del XVI secolo, di nome Vossius, aveva ancora un esemplare manoscritto di
"Antichita' Giudaiche" nel quale mancava ogni riferimento a Gesu'. (Gordon Ryland,
Did Jesus Ever Live?, Watts & Co., London, 1929. Pag. 20).
Storia e analisi di una grossolana falsificazione.
In seguito alla separazione che avvenne intorno al 150 tra i materialisti
(sostenitori dell'incarnazione) e gli gnostici che sostenevano un Messia
spirituale che aveva preso dell'uomo soltanto le apparenze, sorsero diatribe tra
le piu' accese. I materialisti, che da ora in poi chiameremo i "nuovi
cristiani" per distinguerli da quelli che gia' da prima di loro venivano chiamati
cosi' dai pagani perche' sostenitori di un Cristo che, che doveva ancora venire,
sprovvisti come erano di testimonianze che dimostrassero l'esistenza
storica del loro Messia incarnato a cui avevano dato il nome di Gesu', furono
costretti a costruirsele. Fu in questo periodo, cioe' nella seconda meta'
del II secolo che s'inventarono i quattro vangeli canonici, gli atti degli
Apostoli e manipolarono le lettere di Paolo di Tarso che Marcione aveva portato
nel 144 a Roma da Sinope sul mar Nero. Ma per quanto questi nuovi
cristiani cercassero di costruire l'esistenza del loro Messia incarnato
nella maniera piu' convincente, i primi documenti che scrissero, essendo basati
su ricopiature e manipolazioni tra le piu' sfrontate, vennero fuori pieni di
tutte quelle contraddizioni e incoerenze che cercarono poi di riparare nel corso
degli anni che seguirono via via che esse venivano fatte oggetto di
contestazione e spesso di derisione da parte della critica avversaria.
I quattro vangeli, privi tutti della nascita di Gesu', cominciavano
con un Messia che aveva dato inizio alle predicazioni partendo da Cafarnao
all'eta' di trenta anni esattamente come veniva sostenuto nel vangelo di Marcione
scritto nel 140 con la sola differenza che in quello di Marcione era
essenzialmente spirituale (gnostico) mentre in quello dei nuovi cristiani era
dichiarato uomo a tutti gli effetti. E' importante sapere, per
comprendere come i primi documenti riferentisi a Gesu' fossero stati tratti da
altri scritti, che intorno al 160 Marcione accuso' pubblicamente i neo-cristiani
di aver costruito i loro vangeli ricopiandoli dal suo. Le nascite
furono aggiunte nei vangeli di Matteo e di Luca soltanto tra il III e il IV
secolo allorche' i padri della Chiesa dovettero giustificare la natura umana del
loro Gesu' dandogli una nascita terrena, quella nascita che come conseguenza
porto' l'invenzione di Maria e di Giuseppe. I contrasti nei luoghi e nei tempi e
le contraddizioni storiche esistenti tra la nascita riportata da Matteo e quella
riportata da Luca dimostrano nella maniera piu' evidente quanto nel IV secolo la
Chiesa stesse ancora annaspando per dare alla figura di Gesu' una personalita'
umana.
Le diatribe tra i nuovi cristiani e tutta la parte religiosa
opposta, costituita da pagani, ebrei e gnostici, si protrassero in
un libero scambio di espressione fino a quando Costantino non arrivo' alla
decisione di fare del cristianesimo la religione di Stato sia per porre termine
ai disordini sociali che i seguaci di questa nuova religione generavano a fine
ricattatorio contro lo Stato attraverso continue sommosse e ribellioni e,
soprattutto, con la renitenza al servizio militare, e sia perche', coinvolgendo
tutti i ceti, gli apparve la piu' idonea per divenire la religione
dell'Impero.
Forti, cosi', dell'appoggio che gli veniva dai vari editti
di Costantino, quali quello del 313 che concedeva ai cristiani la liberta'
di stampa e la salvaguardia dalle ingiurie degli eretici, quello del 315 che
minacciava di severe punizioni gli ebrei che avessero ostacolato i loro
correligionari a convertirsi al cristianesimo, quello del 319 che concedeva
speciali immunita' e privilegi ai sacerdoti cristiani, quello del 324 nel quale
egli stesso si dichiarava essere passato al cristianesimo ed esortava tutti i
sudditi a convertirsi a questa religione, e dalle tante altre leggi che
tendevano ad eliminare in maniera sempre piu' decisa il paganesimo, l'ebraismo e
lo gnosticismo, i padri della Chiesa, tra i quali primeggiarono Eusebio e
Ambrogio da Milano, operarono le maggiori contraffazioni sui Testi Sacri e i
libri storici, contraffazioni che sfrontatamente imposero ricorrendo a quelle
ritorsioni e punizioni che seguivano una condanna di eresia di cui ne
conosciamo bene il seguito.
Ritirati il piu' possibile dalla
circolazione il libri di Giuseppe Flavio, i padri della Chiesa cercarono
di sostituirli con edizioni totalmente contraffatte. Tolsero i passi che
compromettevano la figura di Cristo, quali quelli che si riferivano alla
famiglia degli Asmonei della quale e' indubbio che Giuseppe Flavio ne abbia
largamente parlato essendo stata la principale promotrice delle guerre
giudaiche, e aggiunsero quelli che gli avrebbero permesso di sostenerne la
storicita' . E' a questo punto che usci' una versione in lingua latina
della "Guerra Giudaica" firmata da un certo Egesippo, dichiarato scrittore
cristiano del II secolo di cui nessuno fino ad allora aveva mai sentito parlare
e del quale si conoscevano soltanto i passi citati da Eusebio. La
scelta di questo nome Egesippo e' gia' di per se piu' che sufficiente per
dimostrare l'intenzionalita' a costruire un falso per l'equivocita' che esso
rappresenta da momento che un libro firmato con questo nome, derivando dal greco
"Ioseppus", che significa appunto Giuseppe, lo si sarebbe potuto far
passare per quello autentico scritto da Giuseppe (Flavio). Ma oggi tutti gli
esegeti, esclusi quelli che sono condizionati da un servilismo ecclesiastico,
sono concordi nel riconosce che questa versione della "Guerra Giudaica",
attribuita a Egesippo, fu scritta da Ambrogio da Milano
(Santo).
Eusebio (chiamato dagli esegeti "il falsario per antonomasia" per le
innumerevoli contraffazioni operate sui libri storici e su gli stesse
Testi Sacri) autore del libro "Historia ecclesiastica", per giustificare le
falsita' che s'inventava le faceva passare per informazioni che gli erano venute
dai libri di Egesippo, informazioni che, ammesso pure che siano state veramente
scritte alla fine del II secolo, ci portano a chiederci da dove fossero state
prese dal momento che si riferiscono a fatti accaduti comunque 150 anni
prima. Per via delle contestazioni che gli storici rivolgevano ai
frati amanuensi per aver fatto sparire la "Guerra Giudaica" originale, la Chiesa
fu costretta a rimettere in circolazione nel VI secolo un'edizione di Giuseppe
Flavio che in realta' non era altro che la riproduzione di quella di Egesippo che
e' quella che ci e' pervenuta. Guy Fau, esegeta francese, ex
monsignore e professore di teologia convertitosi all'ateismo, ha dichiarato che
e' impossibile conoscere la verita' storica messianica attraverso lo studio della
"Guerra Giudaica" della quale oggi disponiamo, tanto le falsificazioni e le
interpolazioni l'hanno resa incompressibile.
Stimolati dal successo
che ebbero nel mondo cristiano le contraffazioni che i padri della Chiesa
operarono sulle opere di Giuseppe Flavio attraverso le loro traduzioni, numerosi
furono coloro che negli anni che seguirono vollero fare altrettanto
introducendo ciascuno nella propria versione cio' che piu' riteneva
favorevole per dare una credibilita' storica al cristianesimo. Nel
VI secolo ci fu una traduzione della "Guerra Giudaica" in lingua siriaca alla
quale fu dato il nome di "V libro dei Maccabei". (Titolo giustificato dal fatto
che "La Guerra Giudaica" di Giuseppe Flavio comincia dalla rivolta dei
Maccabei). Un'altra elaborazione delle "Antichita' Giudaiche" fu
eseguita nel X secolo da un certo Yosef ben Gorion che si firmo' con lo
pseudonimo di Yosippon (Yosippon sta per Giuseppe). Ce ne furono altre
nel XII secolo in lingua armena e slava che furono presentate come traduzioni
eseguite direttamente dalla prima versione di Giuseppe Flavio scritta in
aramaico che risultarono essere una volgare elaborazione di quella attribuita ad
Egesippo.
Fatta questa breve cronistoria delle falsificazioni che
furono eseguite sui libri di Giuseppe Flavio, dalla quale possiamo comprendere
come i cattolici abbiano sempre cercato di dimostrare l'esistenza di Gesu'
attraverso la falsificazione dei documenti, ritorniamo sulla famosa prova,
chiamata "Testamentun Falvianum", che la Chiesa stessa e' stata costretta ad
ammettere di essere falsificata, almeno in parte, per via della
identificazione del Cristo nella persona di Gesu' e del riconoscimento
della sua resurrezione che un ebreo non avrebbe mai potuto riconoscere ne' tanto
meno sostenere. <<Tolte queste due affermazioni, sostiene la
Chiesa per rendere credibile tutto il resto della testimonianza, che molto
probabilmente sono state aggiunte da una mano pietosa mossa da un eccesso di
fede, tutto il resto non puo' essere contestato perche' Giuseppe Flavio, sapendo
che Gesu' era esistito, doveva pur dire qualche cosa su di lui>>. Altro
sofisma a cui ricorre ancora una volta la Chiesa per affermare una sua verita' ,
che in questo caso e' rappresentata dal presupposto errato di dare per certa
l'esistenza di Gesu'.
Ma come dimostrare che tutto il resto, tolta
l'affermazione che riconosceva Gesu' per vero Messia, era stato scritto veramente
da Giuseppe Flavio? Questa dimostrazione che ha sempre messo in
grosse difficolta' la Chiesa perche' tra i contestatori ce ne sono anche di
cattolici, ci viene fornita da Vittorio Messori nel suo libro "Ipotesi su Gesu'"
(pag. 197) dicendoci che un certo Prof. Shlomo Pines ha scoperto che in un'opera
araba del X secolo, "Storia universale di Agapio", vescovo di Hierapoils, viene
riportato il Testamentum Flavianum nella sua forma originale, cioe' senza quelle
"espressioni di fede" che, secondo la Chiesa erano state aggiunte in buona fede
da una mano pietosa. Questo e' il passo che il prof. Pines ha trovato su
"Storia Universale di Agapio": <<A quell'epoca viveva un saggio di nome
Gesu'. La condotta era buona, ed era stimato per le sue virtu'. Numerosi furono
quelli che, tra i giudei e le altre nazioni, divennero suoi discepoli. Pilato lo
condanno' ad essere crocifisso e a morire. Ma coloro che erano divenuti suoi
discepoli non smisero di seguire il suo insegnamento. Essi raccontarono che era
apparso loro tre giorni dopo la sua crocifissione e che era vivo. Forse era il
Messia di cui i profeti hanno raccontato tante meraviglie>>.
Come si vede, le frasi "egli era il Cristo" e "apparve loro nuovamente
vivo" che vengono riconosciute false per la loro forma affermativa, vengono
trasformate la prima sotto una forma dubitativa e la seconda in un racconto da
poter essere entrambe accettate anche se scritte da un
ebreo. Interessante, poi, e' l'osservazione di Pines (riportata da
Messori) che, per controbattere l'obbiezione di coloro che potrebbero vedere
nell'eliminazione delle frasi compromettenti un'ulteriore falsificazione, dice
che non si puo' ammettere che un ecclesiastico, come Agapio, abbia potuto
togliere dal testo proprio quelle espressioni che per lui avrebbero
rappresentato la testimoniavano storica di Cristo. A questo punto due
sono le cose, o Pines e Messori, che lo sostiene, sono degli ingenui, o loro
credono che noi siamo dei minchioni. Chi altri, piu' di un
ecclesiastico, avrebbe avuto interesse di togliere le parole che rendevano
evidente la falsita' del passo? Chi altri piu' di un prete avrebbe avuto
l'interesse di togliere l'impedimento che rendeva inaccettabile la testimonianza
di Giuseppe Falvio? A proposito di "Ipotesi su Gesu'" di Messori posso
dire e dimostrare che mai fu stampato nulla di piu' ateo di questo libro;
soltanto il fatto che esso basi la dimostrazione dell'esistenza di Gesu' su
delle ipotesi, dimostra nella maniera piu' evidente che colui che lo ha scritto e'
il primo dubitare di cio' che sostiene.
Seconda prova: fratello di Gesu'. La seconda prova
dell'esistenza di Gesu' la Chiesa la trae da un passo di "Antichita' Giudaiche"
nel quale si parla di un certo Giacomo che fu condannato alla lapidazione
nell'anno 62: <<Con il carattere franco e audace che aveva, Anano penso' di
avere un'occasione favorevole alla morte di Festo mentre Albino era ancora in
viaggio: cosi' convoco i giudici del Sinedrio e introdusse davanti a loro un uomo
di nome Giacomo, fratello di Gesu', che era soprannominato il Cristo, e certi
altri, con l'accusa di avere trasgredito la legge, e li consegno' perche' fossero
lapidati>>.(Ant. Giud. XX-200). Questa presentazione di un
personaggio dichiarato fratello di Giacomo il cui nome viene fatto seguire dal
soprannome Cristo come se si volesse attraverso questa specificazione confermare
che sia proprio il Gesu' della Chiesa, avendo tutte le caratteristiche di una
forzatura operata per introdurlo nella storia, continua ad alimentare quelle
polemiche che, perpetuandosi ormai da secoli, possono essere
definitivamente eliminate soltanto da un'attenta analisi dei fatti.
Chi era Anano? Anano era un giovane religioso che dopo essersi
distinto nella lotta contro i rivoluzionari zeloti venne eletto nel 62 Sommo
Sacerdote dal re Agrippa. Alla morte del procuratore Festo, avvenuta soltanto
tre mesi dopo avere assunto questa carica, seguendo l'impulso del suo
carattere, che Giuseppe Flavio ci presenta risoluto e ardito, Anano penso'
che sarebbe stata cosa gradita al nuovo procuratore Albino se gli avesse fatto
trovare ammazzati dei malfattori che non potevano essere che dei rivoltosi
zeloti se intendeva riconfermare con la loro morte la sua fedelta' a
Roma.
Ma, purtroppo, invece di ricevere il plauso che s'aspettava,
Anano pago' la sua iniziativa con la destituzione dalla carica di Sommo Sacerdote
per aver contravvenuto alla legge che riservava le condanne a morte soltanto a
un tribunale romano. E chi era questo Giacomo, fratello di Gesu', del
quale ci parla Giuseppe Flavio? Prima di rispondere a questa domanda
bisogna innanzitutto tenere presente che il termine Gesu' non ebbe nel primo
secolo e per tutta la prima meta' del secondo il significato non di nome proprio,
come s'intende oggi, ma soltanto quello di appellativo come tutti gli altri
che si davano al Salvatore del popolo d'Israele, quali Messia, Signore e
Cristo. Cio' esclusivamente perche' il "Salvatore" d'Israele, non essendosi ancora
realizzato nella persona di nessuno, non poteva assolutamente avere un nome.
Il nome Gesu' assunse il significato di nome proprio soltanto
nella seconda meta' del II secolo quando i nuovi cristiani presentarono il Messia
nella persona di un uomo che era esistito come ci viene confermato da Celso che
nel 180 esplicitamente accuso' i nuovi cristiani di questo abuso: <<Colui
al quale avete dato il nome di Gesu' era in realta' un capo
brigante>>. (Celso-"Contro i Cristiani").
Chiarito cosi' come nel
primo secolo i termini di Gesu', Signore, Messia e Cristo erano tutti appellativi
dallo stesso significato, nella certezza che Giuseppe Flavio fosse a conoscenza
di questa sinonimia, non possiamo evitare di sorprenderci di come abbia potuto
scrivere nel 95 una frase che puo' risultare soltanto insulsa, se non addirittura
ridicola, con uno qualsiasi degli altri appellativi come, per esempio "Cristo":
<< Anano introdusse davanti al Sinedrio un uomo di nome Giacomo,
fratello di Cristo, soprannominato Cristo>>, e di conseguenza concludere
che il nome di Gesu' nasconda in realta' un nome proprio. Fatta questa
prima osservazione, continuiamo nella nostra analisi considerando questa
fratellanza che Giuseppe Flavio pone tra Giacomo il Minore e questo qualcuno a
cui e' stato dato il soprannome di Cristo. Se questo Giacomo, detto il
Minore, risulta essere fratello di colui al quale veniva dato
l'appellativo Cristo e di Signore, di conseguenza egli sara' anche fratello
di un altro Giacomo, detto il Maggiore, e di un Simone che vengono dichiarati
anch'essi, come viene confermato dagli stessi Testi Sacri e da un abbondate
documentazione extratestamentaria, fratelli di Cristo e del Signore.
Chi erano Giacomo il Maggiore e Simone fratelli di Giacomo il Minore?
Erano due rivoluzionari zeloti che furono crocifissi a Gerusalemme nel 46 dal
procuratore Tiberio Alessandro: <<Sotto l'amministrazione di Tiberio
Alessandro, Giacomo e Simone, figli di Giuda il Galileo, furono sottoposti sotto
processo e crocifissi; questi era il Giuda che, come ho spiegato sopra, aveva
aizzato il popolo alla rivolta contro i Romani mentre Quirino faceva il
censimento in Giudea>>. (Ant. Giud. XX-122). Come si vede, siamo
di fronte a quella famiglia asmonea che fu la principale autrice delle
rivoluzioni messianiche: Giuda il Galileo, promotore della rivolta del
censimento, e tre dei suoi figli i cui nomi sono Giacomo il Maggiore, Simone e
Giacomo il Minore ai quali possiamo aggiungere, gia' che ci siamo, un certo Giuda
che risulta anche lui essere un fratello di questo Cristo-Signore che, da quanto
ci riferisce Eusebio, apparteneva nella maniera piu' inequivocabile alla
famiglia asmonea di Giuda il Galileo quale discendete della stirpe di Davide:
<<Della famiglia del Signore rimanevano ancora al tempo di Domiziano
(81-96) i nipoti di Giuda, detto fratello del Signore secondo la carne, i quali
furono denunciati sotto l'accusa di essere appartenenti alla famiglia di
Davide>>. (Epifanio- Hist. Eccl. III-20,1). Questo Giuda,
i cui nipoti sono accusati di appartenere a quella famiglia di Davide che
nell'era messianica aveva dato tanti problemi a Roma e continuava a darne anche
dopo la guerra giudaica del 70 attraverso i suoi discendenti quali sostenitori
rivoluzionari di un Messia che ancora aspettavano, era un altro figlio di Giuda
il Galileo che aveva fatto parte di quella banda di Bohanerges, condotta dal
fratello primogenito, che fu metamorfizzata nella squadra di Cristo con
opportune modifiche dei loro nomi, come nel caso di questo Giuda il cui
soprannome di Taddeo (Theudas), che significa coraggioso, fu trasformato nel
nome proprio di un discepolo.
Ci sarebbero ancora tante osservazioni
da fare su questo passo riportato da Epifanio per dimostrare come la Chiesa si
regga su una sequela di improvvisazioni e di abborracciamenti a cui e' stata
sempre obbligata a ricorrere per otturare quei buchi che via via si aprivano nel
tempo, quale quello che riguarda la verginita' della Madonna che fu
stabilita dai teologi soltanto dopo il IV secolo dal momento che lo stesso
Epifanio, padre della Chiesa, dichiara di ignorarla se ancora attribuisce agli
inizi del quattrocento una fratellanza carnale tra Giuda e il Signore
(Gesu'). La Chiesa per quanto possa rigirare la frittata non potra'
mai dimostrare attraverso la frase riportata su "Antichita' Giudaiche", anche se
l'avesse veramente scritta Giuseppe Falvio, che il fratello di Giacomo il Minore
sia il suo Gesu' crocifisso nell'anno 33 per la contraddizione che c'e' tra la sua
stessa affermazione che lo vuole discendente di Davide, e la realta'
storica che ci da' per certo che nel 62, cioe' quando fu lapidato Giacomo, il
Messia della stirpe di Davide era ancora lontano dal venire. A questo
punto, stando cosi' le cose, non ci resta che rivolgere alla Chiesa una sola
domanda perche' tutto il suo castello crolli: Il Vostro Gesu' e' o non e' della
stirpe di Davide? Se lo e' non puo' essere quello da voi dichiarato
crocifisso nel 33, se non lo e' allora il vostro Gesu' e' un personaggio che viene
escluso dalla storia. Ma chi erano allora quei cristiani che la Chiesa
sostiene essere i seguaci del Gesu' morto nel 33? La risposta sara' data in
maniera esauriente allorche' "sbugiardero'" quella che don Enrico ha portato
come prova riferendosi alla lettera che Plinio il Giovane scrisse da Bitinia
all'Imperatore Trainano. Una cosa per volta! Ma prima di
chiudere, voglio ritornare sulla frase in oggetto per apportare in essa quella
piccola modifica che, togliendola dal ridicolo datole da un falsario, la
renderebbe logica letteralmente e storicamente accettabile come sarebbe
risultata se fosse stata scritta veramente da Giuseppe Flavio che avrebbe messo
il nome proprio di colui al quale l'appellativo Gesu' si riferisce: <<Anano
convoco' i giudici del Sinedrio e introdusse davanti a loro un uomo di nome
Giacomo, fratello di Giovanni, che era soprannominato Cristo, e certi altri, con
l'accusa di avere trasgredito la legge, e li consegno' perche' fossero
lapidati>>. Sicuramente anche Epifanio dovette accorgersi
del pericolo che veniva da una fratellanza che, basata com'era su due
appellativi che, riferendosi al primogenito di Giuda il Galileo, portavano agli
Asmonei, se cerco' di rattoppare la gaffe specificandone il padre: <<In
quel tempo Giacomo, fratello del Signore, poiche' anch'egli era chiamato figlio
di Giuseppe e Giuseppe era il padre di Cristo>>. (ist. Eccl.
II-1,2).
E' cosi' che la Chiesa ha costruito la sua
storia!
Agli oppositori che chiesero a Epifanio dove avesse
preso questa informazione riguardante la paternita' di Gesu' e Giacomo il Minore,
della quale nessuno fino ad allora aveva mai parlato, candidamente rispose che
l'aveva tratta dai libri di Egesippo.
Santificazione dei fratelli zeloti. San Giacomo il Minore Dal testo ecclesiastico "Santi di
Pienza": << Nel Nuovo Testamento si parla diverse volte di un
apostolo di nome Giacomo, chiamato anche Giacomo di Alfeo (per
distinguerlo da Giacomo il Maggiore figlio di Zebedeo), fratello di Gesu'
(cugino), figlio di Maria di Cleofa. Viene martirizzato nel primo secolo, cosi'
come viene raccontato da Giuseppe Flavio e Egesippo (Eusebio), vittima del
fanatismo giudaico. Capito' che alcuni dei seguaci delle varie sette,
prendendo spunto dal vangelo di Giovanni (10-7), gli chiesero chi fosse la porta
delle pecore e siccome Giovanni rispose che era il Signore, molti credettero in
Gesu'. Gli Scribi e i Farisei, preoccupati di questa sua affermazione, si
riunirono e chiesero a Giovanni di ritrattare cio' che aveva detto gridandolo
forte dal pinnacolo del Tempio. Quando fu sul pinnacolo egli grido' a
gran voce: <<Perche' m'interrogate sul Figlio dell'uomo che siede in cielo
alla destra della grande Potenza e tornera' sulle nubi del cielo?>>.
Gli Scribi e i Farisei, contrariati da quanto aveva detto Giacomo,
salirono sul pinnacolo e lo gettarono giu'. Giacomo non mori' dopo la caduta e
cosi' iniziarono a lapidarlo. Giacomo si rigiro' e in ginocchio prego' per i suoi
carnefici. Frattanto uno dei presenti, che di mestiere era lavandaio, afferrato
uno di quei bastoni con cui si battono i panni, lo vibro' sul capo di Giacomo e
cosi' lo martirizzo'. I fedeli lo seppellirono in un luogo vicino al Tempio, dove
ancora una lapide lo ricorda>>. (Viene festeggiato il 3 marzo
insieme a s. Filippo). Questa versione della morte di Giacomo il
Minore, che e' quella riconosciuta formalmente dalla Chiesa, non doveva essere
ancora conosciuta nel IV secolo quando Epifanio lo fece morire di vecchiaia:
<<Giacomo il Minore era un asceta. Si asteneva dal lavarsi e non si
tagliava mai i capelli ne' la barba. A forza di pregare, la pelle dei ginocchi
gli era diventata dura come quella dei cammelli.<<
Giacomo il Maggiore: Giacomo
il Maggiore fu, con i suoi fratelli Giovanni e Pietro, tra i discepoli
prediletti del Signore. Gli Atti degli Apostoli narrano che Giacomo fu
fatto uccidere di spada da Erode Agrippa a Gerusalemme intorno al 44, ma la
tradizione orale, riportata da San Isidoro da Siviglia, vuole che sia morto a
Compostela in Galizia (Spagna) dove si era recato per predicare il
Vangelo. Sulla sua tomba fu eretto, quale protettore della Spagna, il celebre
santuario divenuto meta di numerosi pellegrinaggi con scalo a Gerusalemme
. (Per ulteriori informazioni turistiche rivolgersi al proprio parroco).
Una speranza svanita: L'ossario di S.Giacomo. (**) Tre anni addietro,
tutto il mondo cristiano fece salti di Gioia perche' era arrivata finalmente la
prova che dimostrava l'esistenza storica di Cristo: a Gerusalemme era stata
rinvenuta un'urna funeraria risalente all'anno 62 sulla quale c'era scritto:
<<Qui giace Giacomo, fratello di Gesu'>>. Ormai non ci
potevano essere piu' dubbi, la scritta era cosi chiara e specifica nella data e
nei nomi da lasciare perplessa una gran parte degli stessi esegeti. Numerose
furono le mail che mi arrivarono da parte dei credenti e dei non credenti. Mentre i
primi mi deridevano i secondi mi facevano presente il loro
smarrimento. Nelle mie risposte, secche e laconiche, certo come sono
che Gesu' e' una costruzione della fine del secondo secolo, dissi semplicemente
che non poteva essere che un falso. Stavo preparando la confutazione della
scoperta basandomi principalmente sul fatto che Giuseppe non poteva essere
nominato nel 62 dal momento che egli e' apparso sui testi sacri soltanto tra il
III e il IV quando si diede a Gesu' una nascita terrestre, allorche' usci' lo
scandalo della falsificazione, scandalo che fu pressoche' taciuto dai mass media
italiani per quel servilismo verso il Vaticano che li aveva portati
precedentemente a divulgare la scoperta piu' che in ogni altra nazione al
mondo. Un silenzio cosi' totale da esserci, dopo due anni
dall'accertamento del falso, persone che credono ancora all'autenticita' di
questa scoperta, tanto che un'associazione cattolica di Arezzo mi ha chiesto
ultimamente, in un tono di derisione e di compatimento, come potessi insistere a
sostenere la non esistenza storica di Gesu' dopo il ritrovamento dell'ossario.
Uno dei primi giornali stranieri ad informare sul falso fu
"Archeology" che cosi' scrisse il 18 giugno 2003: <<Il vero dramma del
cristianesimo e' che, dopo 2000 anni, i cristiani ancora cercano febbrilmente le
prove dell'esistenza di Gesu'. E attenderanno purtroppo ancora poiche' la recente
scoperta che aveva dato un pallore di speranza al cuore di alcuni si e' rivelata
purtroppo un'impostura supplementare che s'iscrivera' nella lunga lista delle
menzogne e contraffazioni praticate dalla Chiesa.
In ottobre 2002,
Andre' Lamare, direttore della scuola di Alti Studi, aveva annunciato come
avvenimento sensazionale la scoperta di un'iscrizione su un ossario di
Gerusalemme. Il contenitore d'ossa portava, apparentemente, una prova
dell'esistenza di Gesu' Cristo per via di una menzione, in aramaico, di "Giacomo"
fratello di Cristo. L'ossario avrebbe dunque contenuto i resti del fratello di
Gesu'. Se questa notizia ha trasportato al settimo cielo alcuni credenti, altri,
facenti parte della gerarchia cattolica, l'accettavano piuttosto male poiche'
l'esistenza di un fratello distruggeva l'idiota dogma della verginita' della
Madonna. La soluzione e' venuta il 18 giugno 2003 da un'analisi
effettuata dal dipartimento della Antichita' Israelita: l'urna e' autentica ma le
iscrizioni sono recenti, esse sono state apportate con lo scopo di dare un senso
religioso all'oggetto. Si tratta quindi di una falsificazione e il proprietario
dell'ossario , certo Olan Golan, e' sospettato di esserne lui l'artefice.
Bisogna rimarcare che questa contraffazione ha fortemente deprezzato
l'oggetto archeologico.
Dal settimanale "Time" del 30
giugno 2003, pag. 14: <<La piu' antica e unica prova della vita di Gesu' che
poteva venire da un contenuto funerario di pietra che si riteneva custodire
frammenti ossei di Giacomo, fratello di Gesu', e' stato dichiarato un falso
dall'Autorita' Israeliana delle Antichita' . Il gruppo di esperti ha trovato
incongruenze nella patina e nel linguaggio dell'iscrizione sulla tomba,
"Giacomo, fratello di Gesu'" che la collocano in tempi moderni.
Dal
giornale "Liberazione" del 23 ottobre 2003: <<Il 21 giugno 2003 e' stato
arrestato dalla polizia israelita Odan Golan accusato di essere il responsabile
della falsificazione operata sull'ossario. Degli strumenti utilizzati per
eseguire questo arresto sono stati trovati presso il suo domicilio insieme ad
altre falsificazioni in fase di realizzazione. Il valore dell'ossario e' cosi'
passato da piu' di un milione di dollari praticamente a nulla. Odan Golan, in
seguito al processo, eì stato condannato a sei mesi di reclusione e a un
risarcimento verso lo Stato Israeliano di umilione di
dollari>>. (Sembra che tra i libri di Odan Golan sia stato trovato un
manuale sui metodi da seguire per operare le falsificazioni firmato
da "Epifanio").
(**) Vedere su questo sito: Acharya_s - Ossario di Giacomo e sandali di Gesu.

Confutazione del passo di Tacito portato come prova dell'esistenza storica di Gesu
Cristo.
Il passo riportato sugli "Annali" che la Chiesa cita come una
delle maggiori prove dimostranti l'esistenza storica di Gesu e' il seguente:
<<Tuttavia, non i rimedi escogitati, ne la generosita' del principe
(Nerone), ne le cerimonie religiose per propiziarsi gli dei potevano soffocare
l'infame diceria che l'incendio fosse stato ordinato. Nerone allora, per
troncare quelle voci, fece passare per colpevoli e sottopose a raffinatissimi
tormenti coloro che il volgo chiamava Cristiani e odiava per le loro azioni
nefande. Cristo, il fondatore della setta dal quale avevano preso il nome, era
stato giustiziato dal procuratore Ponzio Pilato sotto il regno di Tiberio. Ma la
rovinosa superstizione, repressa per il momento, dilagava di nuovo non solo per
la Giudea, luogo d'origine del male, ma anche per Roma, dove confluivano e
trovavano seguito tutte le atrocita' e le vergogne del mondo. Dapprima pertanto
si processarono coloro che erano confessi: poi, in base alle loro denunzie,
moltissimi vennero convinti non tanto di avere appiccato il fuoco, quanto di
odiare il genere umano. I condannati a morte furono anche oggetto della scherno
piu' atroce. Alcuni, coperti con pelli di fiere, erano dilaniati dal morso dei
cani; altri crocifissi o arsi vivi, per rischiarare come fiaccole la notte, dopo
il tramonto del sole. Per un tale spettacolo Nerone aveva offerto i suoi
giardini e dava giochi al Circo, mischiandosi alla folla in costume d'auriga o
ritto sul cocchio. Percio' costoro, sebbene colpevoli e meritevoli dei castighi
piu' gravi, suscitavano pieta', come gente sacrificata non al pubblico bene, ma
alla crudelta' di uno solo>>. (Ann. capitolo XV- XLIV).
Sin da
una prima lettura dei capitoli riguardanti l'incendio si rimarcano subito delle
incoerenze che ci portano a sospettare l'intromissione di una seconda mano nella
stesura originale di Tacito, prima fra queste quella riguardante la descrizione
di un Nerone la cui figura ci viene presentata sotto due aspetti completamente
contrastanti, quella di un pazzo criminale che cinicamente canta sullo sterminio
di Roma e quella di un imperatore che, dopo aver sostenuto il popolo nella
maniera piu' premurosa e paterna, si dedica alla ricostruzione della citta' con il
massimo della solerzia e assennatezza: <<Nerone che si trovava ad Anzio
quando scoppio' l'incendio, per soccorrere il popolo atterrito, ritornato a Roma,
apri' il Campo di Marte, i monumenti di Agrippa e perfino i suoi giardini. Fece
innalzare costruzioni improvvisate per dare ricovero alla gente mancante di
tutto: da Ostia fece venire le cose piu' necessarie e ridusse a tre sesterzi il
prezzo del frumento... esegui' la ricostruzione di Roma, alla quale partecipo' in
parte a sue spese, con tanta saggezza e sollecitudine come mai era stato fatto
dagli altri imperatori sotto i quali erano scoppiati gl'incendi precedenti.
(cap.XLIII). Due figure cosi' opposte quelle che risultano di Nerone nei
capitoli riguardanti l'incendio da portarci istintivamente a chiederci se non
siano il prodotto di due penne differenti, quella realista e obbiettiva di uno
storico come Tacito che coerentemente riconferma un imperatore che ama il suo
popolo e la sua citta' come nei capitoli precedenti lo aveva gia' presentato, e
quella di un qualcuno che si e' prefisso lo scopo di farlo passare per un cinico
criminale per poter rendere credibile una persecuzione che soltanto un atto di
pazzia avrebbe potuto giustificare. Che i capitoli riguardanti
l'incendio abbiano subito una manomissione ci viene inoltre confermato, oltre
che dalle incoerenze che si trovano nei fatti riportati, anche dalla forma
letteraria usata per esporli, una forma tortuosa e cincischiante cosi' differente
da quella schematica e concisa caratteristica di Tacito da far dire a Las
Vergnas, uno dei maggiori esegeti del secolo scorso: <<Non possiamo
provare che della perplessita' su come Tacito, dallo stile rapido e folgorante,
possa tanto sonnecchiare ed invischiarsi sul racconto di questo
incendio>>.
Riepilogo storico.
Fatta questa
premessa di carattere generale per esprimere quei primi dubbi che ci portano a
sospettare sull'autenticita' del passo in questione, e' utile fare un riepilogo
storico per poter dimostrare nella maniera piu' inconfutabile la falsita' della
testimonianza che la Chiesa trae dagli "Annali" di Tacito per sostenere la
storicita' di Cristo.
Nella rivolta dei Maccabei (167 a.C), in seguito
all'alleanza dei Giudei con i Samaritani, si formo' quella setta ebraica che, con
il nome di Esseni (ex Asidei), prosegui' nella lotta contro l'invasione straniera
nell'attesa di un liberatore la cui figura risulto' formata dall'unione dei due
concetti che ognuna di esse aveva separatamente attribuito al proprio Messia,
quello del guerriero davidico giudeo e quello del sacerdote spiritualista
samaritano. Le due correnti rimasero unite fino a quando, in
seguito alla sconfitta dell'esercito rivoluzionario (+70) non si separarono di
nuovo per continuare ciascuna la propria lotta contro Roma, capitale del
paganesimo, secondo il programma che gli veniva dal proprio Messia, quella
zelota d'origine giudaica il programma guerriero, quella d'origine
asidea il programma spirituale. Mentre i rivoluzionari giudaici ripresero a
combattere in Palestina nell'attesa dell'eroe prescelto da Dio fra gli uomini
che li avrebbe portati alla vittoria finale contro Roma, gli spiritualisti,
sparsi in tutto il Medio Oriente in comunita' in apparenza pacifiste, rimasero a
sollecitare l'avvento del loro Messia celeste fino a quando, agli inizi del
secondo secolo, una certa corrente filosofica essena d'origine egiziana (gnosi)
non pose fine a questa attesa dichiarando che, contrariamente a quanto essi
avevano creduto fino ad allora, egli si era in realta' gia' realizzato svolgendo
la sua missione di predicatore sulla terra ma in una maniera cosi' discreta da
non essere rimarcato. Un capovolgimento totale nella religiosita'
essena spiritualista che, inaccettabile per la sua stravaganza dalla ragione e
dal buon senso, fu fatta passare come verita' storica attraverso
l'interpretazione delle profezie e con tanta sicurezza da trarre da esse anche
la data in cui era disceso dal cielo, data che fecero ricadere "nell'anno
quindicesimo del regno di Tiberio, procuratore Ponzio Pilato", come risulta dal
Vangelo gnostico di Marcione (140-144) che fu usato poi dai Padri della Chiesa
per costruire nella seconda meta' del II secolo i vangeli canonici. Con
questo messia gnostico che secondo i filosofi di Alessandria (terapeuti) aveva
preso dell'uomo soltanto le apparenze, gli esseni spiritualisti proseguirono
concordi fino a quando una parte di essi non decise, intorno all'anno 150,
di dargli un corpo per potersi mettere alla pari con le religioni pagane che si
presentavano con Soteres che avevano svolto la missione di predicatori da
veri uomini. Infatti, la Gnosi, a causa della complessita' dei suoi concetti
teologici tendenti a sostenere un Messia che, posto come era tra la materia e lo
spirito, risultava alla fine di una natura cosi' imbrogliata e confusa da
non poter essere considerata ne carne ne pesce, stava perdendo sempre piu'
terreno di fronte al paganesimo che con le sue divinita' incarnate risultava piu'
realista e comprensibile alle masse. La trasformazione del Cristo spirituale
gnostico, comportando l'istituzione dell'eucaristia, determino' la separazione
tra gli esseni di origine ebraica, che mai avrebbero potuto accettare di
mangiare il proprio Dio, e gli esseni di origine pagana che, provenendo dal
Culto dei Misteri, erano gia' preparati a questa forma di teofagia. La
comunita' nella quale si concepi' la figura di questo messia incarnato fu quella
di Roma. Fu in essa che si sviluppo', a partire dal 150, la nuova religione di
Santa Madre Chiesa i cui seguaci, pur avendo assunto il nome di cristiani, non
hanno avuto mai nulla a che vedere con i cristiani esseni del primo secolo
che erano vissuti nell'attesa di un Cristo (logos) che doveva ancora
venire. Come conseguenza, Roma, per sostenere l'invenzione di questo
Messia incarnato del quale nessuno aveva mai sentito parlare, fu costretta a
costruirsi tutta una falsa documentazione che ando' a costituire quelli che
furono dalla Chiesa dichiarati "testi canonici", quali i quattro vangeli, gli
Atti degli Apostoli e le lettere di Paolo di Tarso. Intromessisi attraverso
uno sconvolgimento dei fatti nelle vicende del primo secolo, favoriti come erano
dal fatto di avere lo stesso appellativo di cristiani, come il cuculo che pone
l'uovo nel nido degli altri uccelli, i fautori di questa nuova religione si
costruirono una storia appropriandosi delle comunita' essene, nonche' dei loro
seguaci, quali Stefano, Simone (Pietro),Giacomo il Maggiore e Giacomo il Minore
che, uccisi dai romani quali rivoluzionari, fecero passare per propri
martiri. Mistificata cosi' la storia attraverso la trasformazione degli
esseni in propri seguaci, Roma decise di appropriarsi anche della direzione
dell'ideologia religiosa che, nonostante tutte le contraffazioni operate per far
sparire ogni traccia essena, risultava appartenere comunque al mondo filosofico
orientale che l'aveva originata, con particolare riferimento alla comunita'
di Gerusalemme che si era fatta risultare come la culla nella quale si era
formata e sviluppata. (Vedi Atti degli Apostoli). Ma su quale
presupposto la comunita' di Roma poteva arrogarsi il diritto di sostituirsi a
Gerusalemme quale leader del nuovo cristianesimo? E ancora una volta,
ricorrendo ad una falsa rappresentazione dei fatti, la soluzione fu trovata
trasferendo Pietro a Roma in maniera che facendovelo morire si fosse
potuta costruire sulla sua tomba tutta l'impalcatura del cristianesimo nel
rispetto di cio' che lo stesso Gesu aveva detto in quella frase che fu
appositamente inserita dai falsari nel vangelo di Matteo: << Tu sei Pietro
e su questa pietra edifichero' la mia Chiesa>>.(Mt.16,16). Fu
verso la fine del 200 che cominciarono ad uscire i primi scritti nei quali si
diceva che Pietro, secondo la tradizione, era morto a Roma. La sua morte ebbe
diverse versioni: In una prima si disse che era stato crocifisso per
ordine di Nerone perche' aveva provocato la morte di Simone il Mago facendolo
sfracellare al suolo mentre, in una sfida di magia, costui stava dimostrando i
suoi poteri sovrannaturali in un'esibizione di volo. Ma poiche' questa morte non
aveva il presupposto perche' fosse dichiarato martire, gliene fu attribuita
una seconda che, fatta dipendere dalla sua testimonianza al cristianesimo, ebbe
a sua volta due diverse finali: nella prima, perche' fosse rispettata la morte
predettagli da Gesu (Gv. 21-18), si racconto' che era stato trascinato al
patibolo piangente e con le mani tese in avanti, nella seconda, avendo ritenuto
che non era dignitoso per il capo della Chiesa mostrarsi vile davanti alla
morte, fu sostenuto invece che aveva affrontato il supplizio sorridente
dopo aver assistito imperturbabile alla morte di sua moglie. Soltanto
verso la fine del VI secolo, cioe' dopo che era stata inventata la croce latina,
fu coniata quella che diventera' la crocifissione definitiva, che tutt'oggi viene
sostenuta, nella quale si dice che Pietro chiese di essere crocifisso con la
testa all'ingiu' perche' non si riteneva degno di essere appeso come il suo
Maestro. (Il ridicolo di tale posizione viene messo in evidenza dai films e dai
quadri che la riproducono). In verita' , il motivo per cui la Chiesa
appese Pietro alla croce con la testa in basso e le zampe all'aria fu
determinato esclusivamente dal fatto che due crocifissi uguali, oltre che
a generare una confusione nello svolgimento dei riti, avrebbero potuto
nuocere alla figura di Cristo.
Lo
scisma d'Occidente.
Questo primato sul cristianesimo, basato
esclusivamente sulla tradizione, Roma riusci' a imporlo fino a quando, agli inizi
del XV secolo, non cominciarono le contestazioni in seguito alla decisione che
prese Urbano VI (1378) di riportare il trono di Pietro da Avignone a Roma,
decisione che porto' i cardinali francesi a porsi domande sulle origini del
papato per poter giustificare l'elezione di un antipapa che realizzarono nella
persona di Clemente VII. Fu cosi' che in un continuo succedersi di papi
e antipapi che si arrogavano il diritto di poter scegliere ciascuno la
propria sede (vedi concili di Pisa, di Costanza, di Basilea, di Ferrara e di
Firenze), la discussione sulla legalita' del trono di Pietro ando' avanti finche'
l'antipapa Felice V dei Savoia non vi pose termine abdicando nel 1449 in favore
del papa Nicolo' V vescovo di Roma.
(Vedi su questo sito: Il grande scisma d'occidente)
L'argomento base su cui facevano
leva i contestatori non era tanto la mancanza di una documentazione che
confermasse la venuta di Pietro a Roma (tutte le strade vi ci portano), quanto
quella crocifissione che, attribuitagli quale seguace del cristianesimo, non
poteva essere storicamente accettata dal momento che i romani, tolleranti come
erano sempre stati verso ogni culto, mai avevano eseguito condanne per questioni
religiose. Fu per controbattere questa motivazione che era alla base
della contestazione che un certo Poggio Bracciolini, segretario del papa Martino
V dei Colonna, rimasto famoso per innumerevoli altre falsificazioni, penso' di
dare alla crocifissione di Pietro un movente che non fosse di natura religiosa,
tirando fuori nel 1429 il passo di Tacito in questione dicendo che gli era stato
consegnato, sotto forma di un manoscritto dell'XI secolo, da un frate venuto in
pellegrinaggio a Roma, un frate anonimo che come dal nulla era venuto nel nulla
era ritornato. Lo scopo che il Bracciolini si propose di raggiungere
con questo documento non fu tanto quello di dimostrare l'esistenza dei cristiani
al tempo di Nerone, cosa questa che nel XV secolo non poteva porre
problemi alla Chiesa per via dell'inquisizione che imponeva a
crederlo, quanto quello di far dipendere la crocifissione di Pietro non da una
causa religiosa, che storicamente non poteva essere accettata, ma da una
persecuzione ordinata da Nerone contro i cristiani per aver commesso un reato
comune quale quello di avere incendiato Roma.
Falsita' del documento. Che il passo riportato sugli
"Annali", dal quale la Chiesa trae una delle testimonianze per sostenere la
figura storica di Gesu, sia un falso ci viene confermato da un'infinita' di prove
oltre a quella storica per la quale risulta indiscutibile che Pietro non puo'
essere morto a Roma nel 64 se fu giustiziato nel 46 insieme a suo fratello
Giacomo sotto il procuratore Cuspio Fado secondo quanto ci viene testimoniato da
Giuseppe Flavio: <<Sotto l'amministrazione di Tiberio Alessandro, Giacomo
e Simone (Pietro), figli di Giuda il Galileo, furono sottoposti a processo e
crocifissi; questi era il Giuda che, come ho spiegato sopra, aveva aizzato il
popolo alla rivolta contro i Romani mentre Quirino faceva il censimento in
Giudea>>. (Gius. Fl. Ant. Giud. XX-122). 1) Che Pietro
non si trovasse a Roma sotto l'imperatore Nerone ci viene confermato dagli
stessi Atti degli Apostoli dal momento che non ne fanno nessuna menzione
allorche' parlano della venuta di Paolo presso la comunita' cristiana di Roma e
del suo soggiorno che, secondo la Chiesa, si protrae fino all'anno 67. Un
silenzio che assume un significato determinante per dimostrare quanto tutto cio'
che si riferisce a Pietro sia tutta un'invenzione cominciando dall'attribuzione
della carica di vescovo della comunita' di Roma.
2) Prima del 1429, data
in cui Bracciolini tiro' fuori il documento del frate pellegrino, nessuno aveva
mai parlato di questa persecuzione contro i cristiani. L'avevano ignorata Plinio
il Vecchio, Giuseppe Flavio, Marziale, Plinio il Giovane, Svetonio, Cassio Dione
e gli stessi padri della Chiesa, quali Clemente, Ireneo, Eusebio, Origene,
Agostino e Ambrogio, che l'avrebbero ben volentieri citata per
controbattere coloro che negavano l'esistenza dei cristani a Roma nel I
secolo. Il silenzio di Svetonio risulta poi particolarmente
significativo se consideriamo che quando scrisse la "Vita dei 12 Cesari"
egli conosceva gli Annali di Tacito usciti cinque o sei anni
prima. Il fatto che non abbia riportato la persecuzione, quando per lui
sarebbe stato un ulteriore ottimo motivo per denigrare Nerone, verso il quale si
era dimostrato sempre ostile, dimostra nella maniera piu' indiscutibile che il
passo in questione non esisteva negli "Annali" nella sua edizione originale del
115.
3) Se il passo in questione fosse stato scritto veramente da Tacito,
secondo quanto sostiene la Chiesa, come si spiega che egli non fa nessuna
menzione della persecuzione dei cristiani nel suo libro "Historia", scritto
soltanto tre anni prima degli Annali, e nulla dice del "Cristo giustiziato" nel
capitolo dedicato a Pilato? Un silenzio questo di Tacito nel suo libro
Historia che risulta eccezionalmente grave per la Chiesa perche', oltre che a
confermare la falsita' del documento, dimostra nella maniera piu' decisa che mai
ci fu un processo contro Cristo sotto Pilato per il semplice motivo che se ci
fosse veramente stato, coinvolgendo tutta Gerusalemme con la crocifissione e
tutto il Medio Oriente con i suoi terremoti e oscuramenti di sole, avrebbe
rappresentato un avvenimento tutt'altro che insignificante per essere taciuto.
4) Come si puo' poi credere che Tacito abbia potuto scrivere che il
fondatore dei "cristiani" sia stato il Cristo giustiziato da Pilato nel
trentatre quando lui stesso nel libro "Historia", scritto precedentemente agli
"Annali", sostiene che i seguaci di questa setta erano stati gia' espulsi da
Roma, quali apportatori di disordini, due volte da Cesare Augusto e una terza
dal suo successore Tiberio nell'anno 19? (Emilio Bossi - "Gesu Cristo non e' mai
esistito" - Cap. III - pag.36).
5) Come si puo', poi, non
considerare come un'ulteriore prova della falsificazione la contraddizione che
ci viene da un Tacito nell'esprimere la pieta' che i romani provavano per le
sofferenze inflitte a questi cristiani, quando lui in tutti gli altri scritti
riferentesi agli spettacoli del Circo (Annali III-27- Germ. 33) dice che le
atrocita' che venivano in essi operate contro i condannati a morte erano motivo
di divertimento per il popolo romano? Chi altri puo' aver cercato di
suscitare della commozione verso questi cristiani se non una mano interessata a
suscitare sentimenti di pieta' perche' fossero venerati come santi
martiri?
Sulpicio Severo
Ma dove aveva preso Poggio Bracciolini gli estremi per costruire
questo falso documento che lui sosteneva di aver ricevuto da un frate
pellegrino? La persecuzione ordinata da Nerone contro i cristiani per
avere incendiato Roma fu riportata per la prima volta da un certo Sulpicio
Severo (IV sec) nel suo libro "Historia Sacra" (II-29). Questo libro,
ritirato dalla circolazione in seguito ad un processo che lo aveva dichiarato
una raccolta di assurde invenzioni, fu ricopiato da Bracciolini in maniera cosi'
fedele da riprodurne letteralmente alcuni passi con le stesse parole, come
quello riguardante i cristiani che venivano bruciati per rischiarare di
notte le strade di Roma: <<Ut cum deficisse dies, in usum nocturni luminis
urerentur>>.(Come cominciava a far sera, venivano usati come illuminazione
notturna). Soltanto un rimbecillito dal fanatismo religioso avrebbe potuto
concepire l'idea di trasformare questa combustione umana in una fonte
d'illuminazione da essere usata anche da Nerone per rischiarare i suoi giardini,
come viene riportato nel passo in discussione. <<Anche se questa
condanna veniva usata presso i Romani per punire gl'incendiari, non risulta
comunque in nesuna parte che si usasse come illuminazione>>, rimarca Renan
e, Las Vergnas, ridendoci sopra, commenta: <<Questo sistema usato per
illuminare e' davvero bizzarro. Io immagino che un cristiano che brucia, anche se
cosparso di cera, possa friggere, carbonizzare, appestare ma non
rischiarare. Molto fumo e poca luce. Per averne una conferma si potrebbe provare
con due o tre frati cappuccini>>. Per dimostrare la demenza di
Poggio Bracciolini e di quanti hanno creduto e continuano a credere a questa
assurdita', basterebbe considerare la reazione che potrebbe avere il nostro
vicino di casa se gli si cuocessero sotto la finestra quattro braciole alla
griglia, almeno che costui non sia quel Dio della Bibbia a cui certi
fetori risultano particolarmente graditi. (Lev. 17-6).
Plinio il Giovane
Una delle prove che la
Chiesa porta per dimostrare la storicità di Cristo la trae da
una lettera che Plinio il Giovane scrisse nel 112
all’Imperatore Traiano quando era governatore della Bitinia e
del Ponto:
<<È per me un dovere, o
Signore, deferire a te tutte le questioni in merito alle quali
sono incerto. Chi meglio, infatti, può dirigere la mia
titubanza o istruire la mia incompetenza? Non ho mai preso
parte ad istruttorie a carico dei cristiani; pertanto non so
che cosa e fino a che punto si sia soliti punire o inquisire.
Ho anche assai dubitato se si debba tener conto della
differenza di anni; se anche i fanciulli della più tenera età
vadano trattati diversamente dagli uomini nel pieno del
vigore; se si debba concedere grazia in seguito al pentimento;
o se a colui che sia stato comunque cristiano non giovi
affatto l’aver cessato di esserlo; se vada punito il nome di
per se stesso, pur se esente da colpe, oppure le colpe
connesse al nome.
Nel frattempo,
coloro che mi venivano deferiti quali cristiani, ho seguito
questa procedura: chiedevo loro se fossero cristiani. Se
confessavano, li interrogavo una seconda e una terza volta,
minacciandoli di pena capitale; quelli che perseveravano, li
ho mandati a morte. Infatti non dubitavo che, qualunque cosa
confessassero, dovesse essere punita la loro pertinacia e la
loro cocciuta ostinazione. Ve ne furono altri affetti
dalla medesima follia, i quali, poiché erano
cittadini romani, ordinai che fossero rimandati a Roma. Ben
presto, poiché si accrebbero le imputazioni, come avviene di
solito per il fatto stesso di trattare tali questioni, mi
capitarono dinanzi diversi casi. Venne
messo in circolazione un libello anonimo che conteneva molti
nomi, Coloro che negavano di essere cristiani, o di
esserlo stati, ritenni di rimetterli in
libertà quando, dopo aver ripetuto quanto io
formulavo, invocavano gli dei e veneravano la tua
immagine, che a questo scopo avevo fatto portare
assieme ai simulacri dei numi, e quando imprecavano
contro Cristo, cosa che si dice sia impossibile ad
ottenersi da coloro che siano veramente
cristiani. Altri, denunciati da un
delatore, dissero di essere cristiani, ma
subito dopo lo negarono; lo erano stati, ma avevano cessato di
esserlo, chi da tre anni, chi da molti anni prima, alcuni
persino da vent’anni. Anche tutti costoro venerarono la tua
immagine e i simulacri degli dei e imprecarono
Cristo. Affermavano inoltre che tutta la
loro colpa o errore consisteva nell’esser soliti
riunirsi prima dell’alba e intonare a cori alterni un inno a
Cristo come se fosse un dio, e obbligarsi
con giuramento non a perpetrare qualche delitto ma a non
commettere né furti, né frodi, né adulteri, a non mancare alla
parola data e a non rifiutare la restituzione di un deposito,
qualora ne fossero stati richiesti. Atto ciò, avevano la
consuetudine di ritirarsi e riunirsi poi nuovamente per
prendere un cibo, ad ogni modo comune e innocente, cosa che
cessarono di fare dopo il mio editto nel quale, secondo le tue
disposizioni, avevo proibito l’esistenza di sodalizi. Per
questo, ancor più ritenni necessario, l’interrogare
due ancelle, che erano delle ministre, per
sapere quale sfondo di verità ci fosse, ricorrendo pure alla
tortura. Non ho trovato nulla al di fuori di una superstizione
balorda e smodata. Perciò, differita
l’istruttoria, mi sono affrettato a richiedere il tuo parere.
Mi pare infatti cosa degna di consultazione, soprattutto per
il numero di coloro che sono coinvolti in questo pericolo;
molte persone di ogni età, ceto sociale e di entrambi i sessi,
vengono trascinati, e ancora lo saranno, in questo pericolo.
Né soltanto la città, ma anche i borghi e le campagne sono
pervase dal contagio di questa superstizione,
credo però che possa essere ancora fermata e riportata alla
norma>>. (Epist. X, 96, 1-9).
Che nel 112 ci fossero Cristiani nella
Bitinia e nel Ponto, come in tutte le altre regioni del Medio
Oriente, lo si sapeva senza bisogno che ce lo dicesse Plinio
il Giovane, quello che si contesta alla Chiesa è il fatto che
costoro vengano dichiarati seguaci del suo Cristo vissuto e
morto nell’anno 33.
Per conoscere
chi erano i cristiani e il Cristo dei quali ci parla Plinio il
Giovane bisogna rifarsi a quegli inizi della storia del popolo
ebraico che, priva com’è di ogni documentazione, possiamo
riassumerla usando come introduzione le parole con cui
cominciano le favole: C’era una volta un popolo di pastori
nelle zone semidesertiche della Mesopotamia che per sfuggire
ad una vita misera e nomade (è dalla parola semitica
“ebher” -errante- che viene il nome di Ebrei), un giorno
di quaranta secoli fa decise di trasferirsi verso il sud nella
speranza di trovare terre più prospere e accoglienti.
Respinto dagli Egiziani, entrò in Palestina dove,
nonostante la continua opposizione che ricevette dai popoli
che vi abitavano, s’istallò definitivamente svolgendo quella
storia le cui vicende e tradizioni furono tramandate,
attraverso racconti popolari, fino a quando non venne
riportata su quel libro chiamato “Bibbia” che fu scritto dopo
il VI secolo a.C. In questa favola, dopo Abramo, che
fu il primo prescelto da Dio come guida del suo popolo, di
Messia ce ne furono altri, quali Giacobbe, Mosè e Saul prima
di arrivare all’ultimo che, nella persona di un certo Davide,
fu considerato il più grande per essere riuscito a fondare
quel regno d’Israele che, comprendendo tutta la Palestina,
realizzava per gli ebrei il desiderio che avevano sempre avuto
di possedere una terra che gli avesse permesso di darsi una
nazione come l’avevano tutti gli altri popoli.
Ma il regno, per via delle congiure e delle
rivolte promosse contro Davide dai seguaci del re Saul che lui
aveva detronizzato, dopo quaranta anni cadde.
Stando a quanto dice la Bibbia, unico libro che parla di lui,
Davide nacque a Betlemme e morì a Gerusalemme all’età di 73
anni in una data del X secolo che, anche se non precisata,
determinò nel popolo Giudaico l’inizio della grande attesa di
un nuovo Messia, cioè di un secondo fondatore del regno
d’Israele che, stando ad una promessa fatta da Dio, sarebbe
uscito dalla sua discendenza: <<Dio disse a Samuele:
vai dal mio servo Davide e digli che dopo che sarà morto io
assicurerò la discendenza delle sue viscere e renderò stabile
per sempre il trono del suo regno>>. (II Sam.7,12 e
segg.). Forti di questa promessa che gli
veniva da Dio, i Giudei, facendosi rivendicatori della
Palestina, combatterono nei secoli che seguirono contro quelli
che l’occupavano nella continua attesa del Messia restauratore
del Regno d’Israele che sarebbe uscito dalla stirpe di Davide.
L’Assiria occupa il centro nord della
Palestina.
Le lotte tra i popoli autoctoni che
vivevano di agricoltura e i pastori nomadi che li depredavano
dei loro prodotti, che allegoricamente vengono espresse dal
conflitto tra Caino e Abele, cominciate da quando gli ebrei
furono cacciati dall’Egitto, proseguirono su tutta la
Palestina fino a quando l’Assiria non vi pose termine, almeno
su una parte di essa, occupando le regioni del centro
nord rappresentate dalla Galilea e dalla Samaria. Ed è a
partire da questa occupazione, avvenuta nel 720, che la storia
ebraica comincia ad acquistare, ma sempre in un contesto
estremamente generalizzato, qualche valore storico.
Con l’ordine sociale che si stabilì in queste regioni in
seguito all’imposizione delle leggi Assire, venne a crearsi
tra i nomadi invasori e le popolazioni indigene un clima di
pacifismo tale e di concordia da portarli a unirsi in
matrimoni. Come conseguenza di questa
socializzazione, gli ebrei, oltre che ad apprendere dalle
popolazioni autoctone i vantaggi propri di una cultura a
stabile dimora, vennero a conoscenza anche di quei principi
religiosi mediorientali che, importati dall’Assiria,
consideravano nei loro Culti dei Misteri l’esistenza di
una vita eterna dopo la morte. Attratti da questi
concetti che sostenevano una vita soprannaturale, una parte
degli Ebrei samaritani lasciò gl’idoli profani atavici per
costruirsi anch’essi, su imitazione delle divinità venerate
nelle grandi religioni del Medio Oriente, quali Iside in
Egitto, Marduk in Persia, Mitra in Iran e Astarte nella stessa
Assiria, un Dio trascendentale il cui nome di Elhoim lo
trassero da quel dio El che nelle primitive credenze semitiche
rappresentava le forze misteriose che seguono le tribù nelle
loro marce attraverso il deserto. Con questo
Dio dalla figura invisibile, riesumato dal passato, i
Samaritani fondatori di questa nuova religione entrarono nel
sincretismo pagano rispettando nella forma più tollerante e
pacifica gli altrui culti tanto da accogliere nel tempio che
si costruirono sul monte Garazim, a mò di Pantheon, tutte
quelle divinità pagane che gli altri ebrei continuavano a
seguire nel loro politeismo atavico, quali il vitello d’oro,
il serpente di bronzo, Baal, Succot-Benot, di origine
babilonese, Necustan adorato dagli ebrei dal tenpo di Mosè,
gli idoli di Iamnia e tutti gli altri che vengono
continuamente nominati dalla stessa Bibbia. (II Re.
17,29). Questo ambiente di serenità sociale
che si era istaurato in Samaria fu fortemente osteggiato dagli
altri ebrei che vivevano nel sud della Palestina, cioè in
quella regione della Giudea che non era stata occupata
dall’Assiria. Per costoro, che continuavano a vivere di rapine
e di estorsioni, il pacifismo dei Samaritani fu preso come un
segno di debolezza e di vigliaccheria tanto da chiamarli
traditori per la sottomissione alle leggi Assire e bastardi
per i matrimoni che contraevano con le popolazioni
indigene. Accuse e offese che, ravvivando l’odio che si
protraeva dai tempi di Saul e Davide, li riportarono a
contendersi il primato sul popolo ebraico attraverso quella
che doveva essere la capitale della Palestina, per i Giudei
Gerusalemme, per i Samaritani Samaria.
Nabucodonosor e la prigionia di
Babilonia.
(I predoni Giudei imparano a
scrivere). Quando nel 586, cioè circa un
secolo e mezzo dopo l’occupazione dell’Assiria, Nabucodonosor
s’impossessò del sud della Palestina (Giudea), gli Ebrei che
si trovavano in questa regione, a differenza di quelli del
centro nord che si erano assoggettati alle leggi Assire ed
avevano solidarizzato con le popolazioni autoctone, reagirono
all’invasore attaccandolo in un continuo di scontri e
d’imboscate che portarono ad un conflitto che terminò con la
sconfitta dei ribelli e la distruzione del loro covo che, come
risulta dai documenti, era costituito da un agglomerato di
casupole, grotte e passaggi sotterranei, costruiti nei pressi
di un grande deposito di acqua, a cui era stato dato il nome
di Yaerusalaim (Gerusalemme). Nella
risoluzione di porre fine a questa razza di predoni, dopo aver
inviato come prigionieri a Babilonia i suoi capi che, stando
alla stessa Bibbia raggiunsero un numero di quindicimila
persone, Nabucodonosor continuò a perseguitare i
restanti che vivevano in accampamenti sparsi nella
Giudea. Sarà in seguito alla diaspora prodotta
dalle persecuzioni di Nabuccodonosor che si formeranno
nelle varie nazioni del Medio Oriente quelle comunità che
determineranno l’evoluzione religiosa e politica del popolo
ebraico che porterà al Cristo di cui ci parla Plinio il
Giovane. Liberati da Ciro il Grande in
seguito all’annessione di Babilonia all’Impero Persiano
(539), una buona parte dei discendenti di quei capi che
erano stati fatti prigionieri da Nabuccodonosor, ritornò in
Giudea con la ferma decisione di farne la propria nazione per
un diritto di proprietà che gli veniva quali discendenti di
coloro che, sia pur da predoni, l’avevano occupata nel passato
per una donazione ricevuta dal Dio creatore e padrone del
mondo. Ripreso così il possesso di Gerusalemme, cioè
di quella borgata che era stata il covo dei loro antenati, si
misero a ricostruirla nonostante l’opposizione che gli veniva
dai popoli autoctoni, quali i Gebusei e i Cananei, che, in
qualità di leggimi proprietari di quelle terre, continuavano a
considerarli degli invasori come lo erano stati nel passato i
loro padri. Fu in questo periodo che i
Giudei, avvalendosi delle cognizioni politiche e religiose che
avevano appreso dalla civiltà babilonese durante i
cinquanta anni di prigionia, pianificarono la conquista della
Palestina mettendo Gerusalemme come punto di riferimento di
quel mondo ebraico che, dispersosi in seguito alle
persecuzioni di Nabuccodonosor, si erano riproposti di
ricompattare dandogli un Dio, una storia di popolo e un
codice sociale (il Pentateuco) attraverso quel libro a cui
fu dato il nome di Bibbia.
La Bibbia.
Quando fu scritta la prima Bibbia? Escludendo
l’assurda data che la Chiesa fa risalire a Mosè, ogni periodo
può essere ritenuto accettabile a partire dalla liberazione
dei Giudei da Babilonia, tanto da portare alcuni esegeti a
ritenere che la prima edizione sia uscita addirittura
nel III secolo a. C. Ma la data di
redazione della Bibbia, per quanto possa essere considerata di
grande interesse da coloro che nei fatti cercano più le
chiacchiere che la sostanza, ha ben poca importanza per
determinare l’influenza che essa ha avuto sulla società
ebraica dal momento che tutto ciò che in essa fu riportato era
già scritto nell’intimo di ogni ebreo, sia per ciò che
riguardava l’osservanza delle leggi e delle tradizioni e sia
per ciò che si riferiva alla sua storia di popolo nomade le
cui leggende erano state quotidianamente ripetute nel
corso dei secoli dai cantastorie al suono dei salteri. (salmo
da salterio). Credere che dopo la sua uscita
tutti gli ebrei ne abbiano avuto una copia a disposizione
sotto la tenda sarebbe a dir poco ridicolo. Con la difficoltà
che c’era nel ricopiare i testi, anche i più brevi, e con il
semi analfabetismo della stessa classe sacerdotale, che certo
non ne incoraggiava le riproduzioni, c’e da supporre che
in tutto possono essercene stati due o tre esemplari
conservati sotto forma di rotoli presso i principali templi,
quali quelli di Gerusalemme e di Garizim, esemplari che molto
probabilmente, oltre che contrastanti nei contenuti,
risultavano in buona parte anche incompressibili per la
confusione d’idee e di concetti che dovevano regnare sovrani
presso coloro a cui era affidata l’amministrazione religiosa,
come ci viene confermato dalle innumerevoli contraddizioni e
incoerenze che si trovano tutt’ora nella Bibbia nonostante sia
stata ripetutamente riveduta e corretta nel corso dei
secoli. Ammesso che la prima copia sia
stata scritta dai Giudei tra il VI e il V secolo, tolto
l’ambiente giudaico e samaritano che per un contatto
bocca-orecchio poteva essere venuto a conoscenza dei suoi
contenuti, dovettero certamente passare molti secoli prima che
la Bibbia uscisse dalla Palestina per diffondersi nelle altre
nazioni se consideriamo che, scritta com’era in lingua
aramaica, risultava inintelligibile a tutte le comunità
ebraiche che parlavano le lingue delle popolazioni presso cui
risiedevano. Una certa diffusione la ebbe soltanto nelle
seconda metà del primo secolo d. C., cioè dopo la guerra
giudaica, allorché gli Esseni furono costretti a tradurla in
greco per via dell’influenza ellenista che aveva portato
questa lingua ad essere la più parlata nel Medio
Oriente: <<Fu appunto nella seconda metà del
primo secolo, quando le comunità ebraiche del Medio Oriente e
soprattutto in Alessandria d’Egitto erano arrivate a parlare
solo in greco, che la Bibbia, detta dei 70, fu
completata e tradotta in questa lingua contrariamente a quanto
viene raccontato dalla Chiesa che la fa dipendere da un certo
Tolomeo Filadelfo, re d’Egitto (309-246)>>. (Iosif
Krievelev – Calendario del Popolo. Ed. Teti).
Per ciò che riguarda poi il mondo occidentale, la Bibbia vi
rimase praticamente sconosciuta fino a quando la Chiesa non la
tradusse in latino nel VI secolo per annoverarla, dopo
discussioni e ripensamenti, tra i testi canonici.
Alla domanda su come gli Ebrei potessero seguire
gl’insegnamenti della Bibbia pur ignorandone la sua esistenza,
la risposta ci viene dal fatto che il suo contenuto lo
portavano con loro come se lo avessero scolpito nell’anima,
come un DNA che gli veniva dai tempi più remoti tanto da
praticarlo, ovunque fossero, sia per ciò che riguardava le
leggi ataviche, di cui andavano così orgogliosi da ritenerle
le migliori del mondo, che le tradizioni popolari, quali le
feste della Pasqua, della Pentecoste e delle Capanne; tre
ricorrenze che, avendo soltanto uno scopo di ringraziamento e
di propiziazione dei raccolti, potevano essere celebrate,
indipendentemente dalla credenza a cui gli Ebrei
appartenevano, come dai seguaci di Elohim e di Yahvet così
dagli adoratori delle divinità pagane, quali Astarte, Baal, il
vitello d’oro e tutti gli altri; la Pasqua, che era la festa
della primavera di tipo pastorale, caratterizzata dal
sacrificio degli agnelli, la Pentecoste, che si svolgeva
nell’estate come ringraziamento dei primi frutti, e la
ricorrenza delle Capanne o Tabernacoli, che veniva
celebrata in autunno in piena campagna sotto capanne costruite
con rami e foglie alla chiusura del ciclo agrario, come in
Palestina sarebbero state rispettate da tutti gli ebrei in
qualsiasi altra nazione si trovassero anche se non fosse stata
scritta la Bibbia.
Rivalità tra Samaritani e Giudei.
I Giudei e i Samaritani, che
già vivevano in uno stato di inimicizia dal X secolo in
seguito al trasferimento del regno del Nord da Ebron a
Gerusalemme, voluto da Davide l’usurpatore di Saul, rafforzati
nell’odio durante l’occupazione dell’Assiria, continuarono a
rivaleggiare pur seguendo le stesse leggi del
Pentateuco. Gli argomenti sui quali basavano
le loro divergenze, prettamente di carattere religioso,
riguardavano le interpretazioni dei fatti riportati sulla
Bibbia che ciascuno girava a proprio vantaggio per dimostrare
all’altro di essere lui il vero popolo prescelto da Dio per
assumere il ruolo di guida del popolo ebraico.
<<I giudei e i samaritani si scomunicavano
reciprocamente; ciascuna delle due fazioni considerava l’altra
come un’accozzaglia di gente pestifera della quale bisognava
evitare ogni contatto; i loro conflitti non si limitavano solo
alla Palestina ma si estendevano su tutta la diaspora, in
particolare in Egitto. Un giudeo non doveva
mangiare il pane samaritano perché, essendo lievitato, era da
aborrirsi come la carne di porco e così il vino perché
era fermentato. La testimonianza di un
samaritano doveva essere respinta pena l’annullamento del
processo. Per i Giudei i Samaritani erano
colpevoli di aver corrotto e violato le
Scritture. Da parte loro, i Samaritani
consideravano i Giudei degli eretici e degli scismatici, per
essi i veri Israeliti erano quelli che dipendevano dal monte
Garazim e dimostravano disprezzo per
Gerusalemme. Si accusavano reciprocamente
di non osservare strettamente le feste mosaiche quali la
Pentecoste, la Pasqua e i Tabernacoli. I
rabbini giudei accusavano i Samaritani di adorare sul monte
Garazim una colomba e degli idoli che Giacobbe aveva
sotterrato (Gen.35,4) sotto la quercia di Morech, per
rendere culto alla dea Istar>>. (Dal quaderno
del Circolo Renan– terzo trimestre 1956). Dei libri
che costituivano la Bibbia per i Samaritani erano canonici
soltanto quelli del Pentateuco che riportavano le patrie leggi
(Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio), gli altri,
quali Samuele, I Re, Le Cronache, I Salmi ecc., che erano
stati scritti dai Giudei, li consideravano abusivi e
apocrifi. Nei libri Esodo (20,17) e Deuteronomio
(5,21) in uso presso i Samaritani, il decimo comandamento, che
presso i Giudei proibiva di desiderare la proprietà e la donna
d’altri, riportava invece l’ordine che aveva dato Dio di
costruire un altare i suo onore sul monte Garazim.:
<<Quando il tuo Signore ti condurrà nella terra di
Cana della quale tu prenderai possesso, allora tu istallerai
sul monte Garazim un altare in pietra per celebrare riti al
Signore tuo Dio. Questa montagna è situata al di là del
Giordano nella terra di Cana che si trova ad ovest, davanti a
Gilgal e Shechem>>. Praticamente
in forza di questo comandamento che designava la Samaria come
centro della terra promessa, i samaritani traevano la pretesa
di essere loro il vero popolo prediletto da Dio e quindi i
legittimi eredi del Regno d’Israele. Come conferma di questa
pretesa, dicevano ancora che sul monte Garazim vi avevano
costruito un altare per il loro Dio, Adamo, Seth e Noè,
che Assalonne vi aveva sacrificato suo figlio e Giosuè
vi aveva innalzato quelle dodici pietre che aveva riportato
dal Giordano sulle quali vi aveva scritto le parole della
legge. (Tutte fesserie che, ridicole alla ragione, per
certa gente sono alla base dei loro diritti, della loro
morale, delle loro esaltazioni fideiste). La
controversia tra Samaritani e Giudei non rimase sempre nei
limiti di una discussione storico-religiosa ma spesso arrivò a
dei veri conflitti armati come quello che avvenne nell’anno
200 a. C. sotto il pontificato di Onia II nel quale i
Samaritani attaccarono i Giudei facendo numerosi prigionieri
che condannarono alla schiavitù, e l’altro che fu operato nel
128 dai Giudei contro i Samaritani allorché Giovanni Ircano,
Figlio di Mattatia, distrusse il Tempio di Garazim.
Contrariamente a quanto si crede, erano i Samaritani e non i
Giudei i più tenaci a considerarsi i legittimi rappresentanti
della religione ebraica e possessori del vero
Tempio. <<Furono gli storici cristiani
che, interessati a mettere in risalto la storia giudaica,
trascurarono di proposito i Samaritani, il loro tempio e i
loro insegnamenti. Questo comportamento, assolutamente grave,
ci costringe oggi a ricerche, spesso basate su ipotesi,
per poterci spiegare quei fatti che risultano ancora oscuri e
incomprensibili>>. (Circolo Renan – Quaderno del
III trimestre 1956). Come conseguenza di
questo odio le due fazioni si lottarono mettendo ciascuna in
atto un programma di conquista secondo la propria ideologia; i
Samaritani, quello basato sul pacifismo sociale e religioso
che avevano assimilato dai popoli autoctoni sedentari e dal
sincretismo del Culto dei Misteri, i Giudei, quello di una
rivendicazione armata secondo i dettami che gli venivano da
quel libro che loro stessi avevano scritto, quel libro di odio
e di vendetta chiamato Bibbia che, come servì da base ai
rivoluzionari Yahvisti per eseguire e giustificare le loro
stragi, così verrà usato in seguito dalla Chiesa e dai
maggiori delinquenti per assolversi dei propri crimini come
recentemente ci è stato confermato da Provenzano che di esso
ne aveva fatto il proprio vademecum.
Per comprendere come nella costruzione del loro Dio i
Giudei riversarono la parte peggiore che è nell’uomo, quella
costituita dall’odio, dalla vendetta e dal rancore, basta
ricordare l’origine dalla quale trassero il suo nome:
<<Il nome di Jahveh che i Giudei dettero al loro dio
lo presero, affinché potessero esprimere tutto l’odio
che in essi si era accumulato contro il resto del mondo, da
quella divinità infernale, sanguinaria e collerica, che
risiedeva nel vulcano del Sinai, dove, tra fiamme e fuoco,
Mosè aveva ricevuto le tavole della legge>>.
(Eduard Mayer – Gli Israeliti e i loro vicini d’origine – Ed.
Halle. Pag. 60 e segg.).
Mitra.
A differenza di tutte le altre
religioni che avevano fatto discendere dal cielo le proprie
divinità per dare la possibilità agli uomini di pervenire
all’eternità attraverso il loro insegnamento e il loro
sacrificio (vedi Marduk in Babilonia, Astarte in Assiria,
Adone in Siria, Osiride in Egitto), presso la religione
Mazdeista, per il concetto che aveva sulla incomunicabilità
tra lo spirito e la materia, la missione salvifica non era
stata realizzata direttamente dal dio Aura Mazda, ma da un suo
sostituto nella persona di suo figlio Mitra.
Il motivo per cui la religione mazdeista ricorse ad un
intermediario dipese dal concetto che essa aveva
sull’incomunicabilità tra lo spirito e la materia, quella
incomunicabilità che già aveva impedito ad Aura Mazda di
realizzare personalmente la creazione. Cosa
era la creazione per la religione Mazdeista? Più o meno la
stessa cosa come lo è per tutte le religioni creazioniste che,
facendola partire da quel “Dio creò dal nulla tutte le
cose”, presenta delle contraddizioni che praticamente ne
rendono impossibile la spiegazione soltanto se accettiamo come
buona l’assurda pretesa di uguagliare il nulla al
caos e alle tenebre. Tralasciando quindi ogni
ovvia conclusione a cui si arriverebbe dimostrando che il caos
e le tenebre rappresentano comunque un’esistenza che esclude
il “nulla” (1), proseguiamo sulla spiegazione
della necessità che ebbe la religione mazdeista di
introdurre un intermediario che fungesse da anello
d’unione tra lo spirito e la materia.
Cercherò di essere il più breve e il più rapido possibile, se
ci riesco, perché quando un argomento è demenziale è difficile
pure darne la spiegazione. Come tutte le
religioni creazioniste, la mazdeista introduceva in seno
all’eternità un periodo compreso tra due parentesi, una che si
apriva dando inizio alla creazione dell’universo e l’altra che
si chiudeva con la sua fine. Ignorando ciò che c’era prima e
ciò che si sarebbe stato dopo la creazione dell’universo, per
queste religioni il concetto del tempo viene determinato
dall’inizio e dalla fine dell’universo. Cosa ci
mettono queste religioni prima e dopo la creazione, cioè in
quelle eternità, l'una che l’ha preceduta e l’altra che la
seguirà? Ci mettono un’entità spirituale rappresentata
dal pensiero di Dio che vive in un nulla che assurdamente
viene assimilato al caos e alle tenebre.
Due entità che, appartenendo a due dimensioni differenti e non
contattabili tra loro, come vivevano separate prima della
creazione così ritorneranno a vivere dopo la fine del
mondo. Espresso questo concetto di
incomunicabilità tra lo spirito e la materia, passiamo nel
caso specifico riferito alla religione Mazdeista nella quale
il pensiero è rappresentata dal dio Aura Mazda e il caos e le
tenebre da un Toro cosmico. Questa situazione
basata su due entità che vivevano separate da un’eternità
senza tempo (!?!), si protrasse finché Aura Mazda, molto
probabilmente perché annoiato di procedere in un ozio perenne,
non decise di costruirsi un qualche cosa con la qual potesse
passare il tempo, un qualche cosa che, nella sua essenza di
pensiero quale lui era, immaginò formata da una grande calotta
azzurra che a mò di tetto copriva una piattaforma sulla quale
ci vide tanti fiori colorati e tante bestioline di terra, di
mare e di cielo e un bipede che avrebbe dotato di
un’intelligenza superiore perché, avesse potuto comprenderlo
nella sua grande realizzazione per rendergli quegli omaggi ed
onori che sentiva di meritare come tutti gli artisti al
compimento della loro opera: <<Laudato sii mio
Signore per frate foco e sorella acqua, a te gloria, onore ed
ogni benedizione…>>. Tutto era pronto
nella sua mente divina, il progetto lo aveva concepito nei
minimi dettagli, tanto da metterci dentro anche le formiche
rosse, i pappagalli verdi, le piattole e la lebbra, ma quando
fu per attuarlo un ostacolo gliene impedì la realizzazione
perché lui, quale purissimo spirito, non poteva assolutamente
relazionare con la materia di cui erano composti il suo bel
capannone e quel caos e quelle tenebre che dovevano essere
eliminati affinché si liberasse lo spazio cosmico di cui aveva
bisogno per mettere in atto il suo progetto. Non a caso Dio
viene chiamato “il grande architetto”. Con questa
idea che s’era messa in testa, bellissima ma irrealizzabile,
il tempo prese a passare in un’attesa che molto probabilmente
avrebbe sfociato in una nevrosi, se un bel giorno
all’onnipotente Dio non gli fosse venuta l’idea di affidare a
qualcun altro quello che non poteva fare lui.
Questo qualcuno se lo procurò generando un figlio nella
persona di Mitra, un figlio uscito dal suo pensiero, al quale,
dopo avergli parlato del suo capannone e ben spiegato il
motivo per cui non poteva realizzarlo, disse. <<Vai,
uccidi per parte mia il Toro cosmico. elimina il caos e le
tenebre e metti al loro posto la mia costruzione>>,
e Mitra, costituito un esercito di guerrieri, chiamati “Angeli
della luce”, marciò contro il Toro cosmico ingaggiando una
battaglia contro i suoi difensori, chiamati “angeli delle
tenebre”, che al suo avvicinarsi, agli ordini del cattivo
Arimane, si erano alzati in volo come vespe che difendono il
proprio nido. Gli angeli del male, neanche e
dirlo, furono sconfitti (2), il Toro fu
ucciso e nel cosmo, liberato del caos e delle tenebre, ci fu
la luce che determinò quella creazione dalla quale tutte le
religioni creazioniste, ignorando la preesistenza di un caos
da esse stesse dichiarato già esistente, fanno dipendere
l’inizio della materia come ci viene confermato dall’ultima
arrivata: <<In principio
creavit Deus Coelum et terram, terra autem erat inanis et
vacua et tenebrae erant ubique>>.
Chiusa così la prima puntata della telenovela con sparizione
delle tenebre che dà il posto ad un sole che brilla sopra una
piattabanda dove, in un tripudio di gioia programmata senza
fine dal suo creatore, tra tanti germogli che sbocciano e
quadrupedi che si prolificano viene fuori anche un bipede
dotato di tanta intelligenza da portarlo a credere a queste
fesserie, passiamo alla seguente, cioè a quella che porterà
sulla terra il dolore e la morte. Gli angeli del
male, sconfitti nella grande battaglia cosmica, si rifugiarono
sulla terra dove, inseguiti dagli angeli della luce, ripresero
a combattere, per difendere quella parte di tenebre che erano
riusciti a portarsi dietro al grido di “salviamo il
salvabile”. Sarà da questa presenza degli angeli
delle tenebre che la teologia Mazdeista farà dipendere
l’origine del male sulla Terra, del dolore e della
morte. L’uomo, nel suo desiderio di
ritrovare la felicità perduta, come voleva che la luce
trionfasse nel mondo materiale, tanto da gioire quando nel
solstizio d’inverno essa rimontava sulle tenebre, altrettanto
lo voleva nel mondo spirituale per poter ritornare alla
perfezione che aveva quando era stato creato, quella
perfezione che lo avrebbe liberato dalla morte. Ma come poterla
riconquistare questa perfezione se la sua volontà si
dimostrava più debole delle tentazioni della carne?
Consapevole allora della sua debolezza chiedeva soccorso a
Dio, un soccorso che Dio, pur volendolo, non poteva però
dargli per l’interdizione che aveva, quale purissimo spirito,
di contattarlo nella sua materia. Fu
per questo impedimento che la religione Mazdeista, a
differenza di tutte le altre religioni che avevano fatto
discendere dal cielo direttamente le loro divinità per
insegnare agli uomini la via da seguire per raggiungere la
perfezione, ricorse ancora una volta a Mitra perché svolgesse
il ruolo da intermediario tra lo spirito e la materia come
precedentemente aveva già fatto per realizzare la creazione
dell’universo (3).
(1)
Discussione che ho avuto a 13 anni con il professore di
religione che mi rispose secco con uno sguardo di odio
che certe cose, troppo grosse per me, le avrei
capite quel giorno in cui avrei studiato la teologia,
quella scienza del NULLA, aggiungo io, alla quale ci si
arriva soltanto dopo essere stati rincoglioniti da
precedenti lavaggi di cervello
(2). Da questa battaglia sarà tratta quella
riportata sulla Bibbia tra il Drago cosmico e L’angelo
Michele. (Ap.Cap.12).
(3). La situazione
che vedeva l’uomo implorare l’aiuto di Dio perché lo aiutasse
ad elevarsi a lui e un Dio che, pur volendolo, era
impossibilitato a esaudire il suo desiderio, ci viene
eccellentemente dimostrata dall’affresco di Michelangelo nella
Cappella Sistina attraverso quelle due mani tese che non
arrivano a contattarsi, quelle due mani che sarebbero
rimaste separate in eterno se non fosse intervenuta una terza
entità che, mettendosi tra lo spirito e la materia, le avesse
unite facendo da intermediario. La figura di Mitra, quale
intermediario tra Dio e gli uomini, la ritroveremo poi
riportata, in perfetta ricopiatura, dopo nove secoli in Gesù
Cristo.
Mitra l’intermediario.
Mitra, obbediente al Padre,
discese sulla terra e svolse la missione del Soter (Salvatore)
come tutte le altre divinità dei Culti dei misteri che, dopo
aver insegnato la via della perfezione, morivano per
trasmettere agli uomini, attraverso la loro resurrezione, la
virtù di vincere sulla morte e diventare eterni.
Su Mitra fu scritto un vangelo in tre volumi,
l’Avesta, esistente ancora fino al II secolo dopo Cristo.
Fatto sparire, e possiamo immaginare da chi, di esso ci sono
comunque pervenuti i contenuti attraverso diversi
autori, quali Giustino nelle sue “Apologie” (1-66) e
Tertulliano in “Della Prescrizione degli Eretici” -pag.
40. Nell’Avesta si diceva che era nato in una grotta
(1) da una vergine, che dopo aver predicato
la giusta morale era stato ucciso dai suoi nemici e che il
terzo giorno era resuscitato da morte, dopo essere disceso
agli inferi, per risalire in cielo. Vi si diceva
ancora che nell’ultima cena, dopo aver istituito il sacramento
dell’Eucaristia, aveva promesso ai suoi dodici discepoli che
il giorno del giudizio universale sarebbe ritornato alla fine
del mondo sopra una nuvola per giudicare i vivi e i
morti. Conosciuti così i concetti base su cui la
religione mazdeista basava la creazione dell’universo e la
salvezza degli uomini, possiamo riassumere la figura di Mitra
con queste parole: << In principio era Mitra, Mitra
era presso Dio e Mitra era Dio. Egli era sin dal principio
presso Dio e tutto fu fatto per mezzo di lui. Lui era la vita,
la luce dell’universo che splende sulle tenebre. Mitra si fece
carne e venne ad abitare fra gli uomini. Fu ucciso e
seppellito, il terzo giorno resuscitò da morte, salì in cielo
dove sedette alla destra di suo padre in attesa di
ridiscendere sulla terra, alla fine del mondo, per
giudicare i vivi e i morti. Mitra è la via, la verità, la
vita>>. (Gv.I). Mitra,
rappresentava nella religione mazdeista l’alfa e l’omega della
creazione; come aveva dato il principio facendo trionfare la
luce sulle tenebre così ne avrebbe suggellato la fine con quel
giudizio universale che avrebbe chiuso il sipario sulla
grande sceneggiata dell’universo. (2)
Praticamente nel concetto della religione Mazdeista, come in
quella cristiana, che ne è la perfetta riproduzione, la
creazione, con il suo principio e la sua fine, veniva
racchiusa tra due parentesi che, precedute e seguite come
erano dal caos e dalle tenebre, si aprivano e si richiudevano
nel nulla. E sarà su questa sceneggiata che
la religione mazdeista poggerà la sua escatologia. Coloro che
avranno seguito i suoi insegnamenti avranno la ricompensa di
risorgere in una luce spirituale eterna, i
reprobi saranno rigettati nel caos e nelle tenebre.
Che la Chiesa sia la prima a riconoscere che
la figura di Gesù è stata costruita sui Soteres pagani e
particolarmente su Mitra, ci viene confermato dal Papa Paolo
III che, secondo una testimonianza di Mendoza, ambasciatore di
Spagna presso il Vaticano, “osava spingere la sua
irriverenza verso Cristo fino al punto di affermare che non
era altri che il sole, adorato dalla setta mitraica, e Giove
Ammone rappresentato nel paganesimo sotto forma di montone o
di agnello. Egli spiegava le allegorie della sua incarnazione
e della sua resurrezione mettendolo in parallelo con Mitra.
Diceva ancora che l’adorazione dei Magi non era altro che la
cerimonia nella quale i preti di Zaratustra offrivano a Mitra
oro, incenso e mirra, le tre cose attribuite all’astro della
luce. Egli sosteneva che la costellazione della Vergine o,
meglio, della dea Iside che corrisponde al solstizio in cui
avvenne la nascita di Mitra (25 dicembre), erano
state prese come allegorie per determinare la nascita di
Cristo, per cui Mitra e Gesù erano lo stesso dio. Egli
affermava che non c’era nessun documento valido per dimostrare
l’esistenza di Cristo per cui la sua convinzione era che non
era mai esistito>> (3).
(1). I Soteres si facevano
nascere in luoghi oscuri, quali le grotte, perché potessero
dimostrare come partendo da uno stato di buio si potesse
passare alla luce. (2). La religione
Mazdeista, come d’altronde tutte le religioni che considerano
come inizio dei tempi il giorno in cui era stata realizzata la
creazione, affidava il concetto dell’eternità ad uno stato di
caos e di tenebre, ad un disordine cosmico che rappresentava
il nulla. (3). Cascioli Luigi per aver osato
sostenere la stessa cosa è stato condannato dal Tribunale
della Corte d’Appello di Roma a un’ammenda di Euro 1.500- Vedi
sentenza in data 24 ottobre su http://www.luigicascioli.it/
sotto voce “PROCESSO”.
Platone
Il ruolo d’intermediario tra lo
spirito e la materia che la religione mazdeista aveva
attribuito a Mitra, prima per realizzare la creazione
dell’universo e poi per svolgere la sua missione salvifica,
diede spunto a Platone per esprimere le proprie convinzioni
sui due interventi; il primo, quello riguardante la creazione
del mondo e l’amministrazione delle leggi fisiche e spirituali
che lo regolano, la trasferì in un concetto filosofico che
vedeva Dio affidarlo ad un’entità astratta che lui chiamò
“Ragione”, il secondo, quello che si riferiva alla salvezza
degli uomini, non a un dio disceso sulla terra come nei Culti
dei Misteri, ma lo assegnò ad un uomo saggio ed onesto di cui
ne preconizzò l’avvento, senza però indicarne la data, che
indicò anonimamente con l’appellativo di “Giusto”: <<
Verrà un “Giusto” che dai suoi nemici sarà frustato,
torturato, legato, gli saranno bruciati gli occhi e infine,
dopo avergli fatto soffrire tutti i mali possibili, sarà messo
al palo >>. Un’elaborazione
di antichi concetti pagani che se ebbe successo presso il
mondo greco ciò dipese dal semplice fatto che, sostenendo
l’esistenza di un Dio creatore, fu usata dai governi ellenisti
per combattere quei filosofi matematici, quali Parmenide,
Eraclito, Anassagora, Diogene, Democrito, Epicuro che con il
loro ateismo si opponevano al condizionamento religioso di cui
hanno bisogno gl’imperialismi per imporre la propria egemonia
sui popoli. Sarà da questa teoria che si
formerà nel primo secolo d.C. quella corrente neoplatonica che
determinerà l’evoluzione religiosa essena che ci porterà ai
Cristiani di cui ci parla Plinio il Giovane nella sua lettera
a Traiano.
Rivolta dei Maccabei.
Nonostante
l’accesa rivalità che si protraeva da secoli, i Giudei e i
Samaritani furono costretti a stipulare un’alleanza allorché
il re Antioco IV, detto Epifane, minacciò di estinguere la
razza ebraica imponendo ai suoi sudditi le leggi e i culti
ellenisti: <<I soldati del re stracciavano i libri
della legge mosaica che riuscivano a trovare e li gettavano al
fuoco. Se alcuno veniva trovato in possesso di una copia del
libro dell’Alleanza o ardiva obbedire alla sua legge, la
sentenza del re lo condannava a morte. Mettevano a morte
secondo gli ordini, le donne che avevano fatto circoncidere i
loro figli, con i bambini appesi al collo e con i familiari, e
quelli che li avevano circoncisi. Tuttavia molti in Israele si
fecero forza e animo a vincere per non mangiare cibi
immondi e preferirono morire>>. (I Mc. 1,
56). Cosa sarebbe rimasto agli ebrei se gli fosse
stato interdetto di seguire le leggi degli antichi padri
riportate nel Pentateuco, se gli fossero state proibite tutte
quelle tradizioni, quali la Pasqua, le Capanne e la
Pentecoste, che rappresentavano per essi, sparsi come erano in
tutto il mondo e privi di una nazione propria, l’unico
collante che li teneva uniti? Su quali basi
avrebbero potuto sostenere la loro identità di popolo se
fossero stati privati di quei riferimenti storici da cui
facevano dipendere la loro progenie ebraica, quali l’Alleanza
stipulata con il Signore loro Dio, la liberazione dall’Egitto,
le tavole della legge, il Regno d’Israele con i suoi eroi Saul
e Davide che, anche se sostenuti con interpretazioni
differenti, rappresentavano comunque, sia per i Samaritani che
per i Giudei e gli ebrei rimasti pagani, la sola
possibilità su cui basare la speranza di avere anch’essi una
patria attraverso quella che era la rivendicazione della
Palestina? Costretti a seguire le leggi e i costumi di
un’altra civiltà, quale quella ellenista, sarebbero
inesorabilmente scomparsi, finiti nel nulla.
L’alleanza tra i Giudei, sostenitori di un Messia davidico
guerriero, e i Samaritani, seguaci di un Messia spirituale,
avvenne nell’anno 167 a.C., cioè subito dopo che Mattatia il
Maccabeo aveva dato inizio alla rivolta contro Antioco IV:
<<In quel tempo si unì con i Maccabei un
gruppo degli Asidei, i forti d’Israele
(Samaritani) e quanti si volevano mettere a
disposizione della loro legge. Così organizzarono un
contingente di forze e percossero con ira i peccatori e gli
uomini empi con furore. Mattatia e i suoi amici andarono in
giro a demolire altari pagani e fecero circoncidere a forza
tutti i bambini non circoncisi che trovavano nel territorio
d’Israele, non diedero tregua ai superbi e l’impresa ebbe
buona riuscita nelle loro mani, difesero le loro
leggi dalla prepotenza dei popoli e dei re e non la
diedero vinta ai peccatori>> (I Mc. 2;42).
Chi erano questi Asidei, ritenuti i forti
d’Israele, il cui nome, significando “pii, devoti”, esprimeva
tutto un impegno allo studio e alla meditazione religiosa, che
si unirono ai Maccabei per combattere Antioco IV, che poi
ritroviamo con il nome di “esseni” sotto l’invasione romana?
Essi erano quella casta religiosa samaritana che, elaborando i
principi della religione mitraica, si era costruito un dio
trascendentale che prometteva una vita eterna a coloro che
avessero seguito gl’insegnamenti del Messia celeste che
sarebbe sceso sulla terra quale intermediario tra lo spirito e
la materia. Il luogo dove avvenne la riunione
che suggellò l’alleanza tra i Giudei di Mattatia, gli Asidei
d’israele e tutti gli altri ebrei ancora pagani fu Masfa
(località tra Gerusalemme e il mar Morto che coincide
geograficamente con la posizione del centro di addestramento
dei rivoluzionari zeloti di Kirbert Qumran): <<Tutti
coloro che insorsero contro gli editti di Antioco IV si
radunarono e vennero in Masfa di fronte a Gerusalemme, perché
nei tempi antichi Masfa era stato luogo di preghiera in
Israele. In quel giorno digiunarono, si sparsero la cenere sul
capo e si stracciarono le vesti. Aprirono il libro
della loro legge per scoprirvi quanto i pagani cercavano di
sapere dagli idoli dei loro dei. (Esplicito
riferimento allo studio delle religioni pagane al quale si
dedicavano i Samaritani per accedere ai Culti dei
Misteri). Portarono le vesti sacerdotali, le primizie e le
decime e fecero venire avanti i Nazirei (casta
parasacerdotale, alla quale potevano appartenere anche
le donne (1) (Num. 6), che continuò
ad essere impiegata durante l’era messianica e dopo il 70
dalle comunità essene nel suoi specifici compiti, quali
l’insegnare e far rispettare il Pentateuco, assistere i
sacerdoti nello svolgimento del culto e propagandare la loro
ideologia religiosa) che avevano compiuto i giorni del
loro voto, e alzarono le mani al cielo gridando: che faremo di
costoro e dove li condurremo, mentre il tuo santuario è
conculcato e profanato e i tuoi sacerdoti sono in lutto e
desolazione? Come potremo resistere di fronte ai pagani se tu
non ci aiuterai? Dopo di questo Giuda stabilì i
condottieri del popolo, i comandanti di mille, di cento, di
cinquanta e di dieci uomini e disse a coloro che costruivano
case o che stavano per prendere moglie, a quelli che
piantavano la vigna o che erano paurosi, di tornare a casa
loro, secondo la legge>>. (Mc. 3,
46). E sarà secondo questa legge,
la legge dei loro
padri, che le comunità ebraiche, costituite da
coloro che non erano impegnati direttamente nei combattimenti,
supporteranno, quali unità logistiche, il movimento
rivoluzionario con i denari e le derrate che venivano raccolti
in quei fondi comuni di cui ci parlano Giuseppe Flavio e
Filone (2). Così, mentre
l'esercito si rafforzava per i volontari che accorrevano da
tutte le nazioni per raccogliersi sotto Giuda il Maccabeo (I
Mac. 3,9), le comunità si confermavano nell'ideologia
nazionalista attraverso una reciproca esortazione a rispettare
le leggi dei loro padri, come risulta dalle lettere inviate da
Gerusalemme alle colonie ebraiche d'Egitto ( II Mc. I e segg.)
che diventeranno nel primo secolo d.C. il fulcro
dell’ideologia spiritualista essena. Dai due
libri dei Maccabei, usciti alla fine del II secolo a.C.,
possiamo avere la conferma di quanto fosse eterogeneo il mondo
religioso ebraico. C’erano i Giudei seguaci
di un Dio antropomorfo (3) (Yahvet) che,
considerando l’uomo soltanto nelle sue vicende umane,
sollecitava la restaurazione del regno d’Israele attraverso
una rivendicazione armata, c’erano i Samaritani sostenitori di
un Dio trascendentale (Elohim) che seguivano un programma di
conquista spirituale e gli ebrei che, ignorando ogni forma
di monoteismo biblico, continuavano ad adorare le
divinità pagane ereditate dai loro avi, come risulta dal II
libro dei Maccabei: <<Intonato nella lingua paterna
il grido di guerra che si accompagnava agli inni, i giudei
diedero un assalto improvviso alle truppe di Gorgia e le
misero in fuga. Il giorno dopo, quando ormai la cosa era
divenuta necessaria, gli uomini di Giuda andarono a
raccogliere i cadaveri dei loro amici per andarli a deporre
nei sepolcri di famiglia. Ma trovarono sotto la tunica
di ciascun morto oggetti sacri agli idoli di Iamnia che la
Bibbia proibisce agli ebrei>>. (II
Mc. 12-39). Tre correnti religiose diverse che
lottavano comunque unite perché mosse dal comune scopo di
combattere Antioco IV che con i suoi editti
minacciava l’estinzione della loro razza.
Sono le due ancelle “ministre” che
ritroviamo nella lettera di Plinio il G.
<<Presso gli Esseni è ammirevole
la vita comunitaria: invano si cercherebbe presso di loro
qualcuno che possieda più degli altri. C’è infatti una legge
che quelli che entrano nella comunità cedano il patrimonio
alla corporazione>>. (Giuseppe Flavio .
Guerra Giud. VII).
<<Tutto
ciò che gli Esseni ricevono come salario del lavoro che
svolgono in seno alle comunità lo depongono nel fondo comune,
affinché sia impiegato a beneficio di quanti desiderano
servirsene>>. Filone da “Ogni uomo onesto è
libero”.
(3) Il Dio dei
Giudei, a differenza di quello samaritano da concetto
trascendentale, era presentato in una forma così antropomorfa,
sia in quella che era la conformazione fisica che
nell’applicazione delle sue ricompense e dei suoi castighi, da
poter essere raffigurato ad un Babbo Natale che ricompensa i
bambini buoni con le caramelle e i cattivi con i
carboni.
Costruzione del
Messia dalla duplice figura.
Quando nel -167 i Samaritani
(Asidei) e i Giudei si unirono per combattere Antioco IV,
ciascuna delle due fazioni si presentò con il Messia costruito
secondo i propri concetti religiosi; i primi, con un Messia
che avrebbe instaurato il regno di Dio discendendo dal cielo
come predicatore, i secondi, con un Messia guerriero che
avrebbe riconquistato con le armi, quale novello David, il
regno d’Israele. Due figure di Messia così
contrastanti tra loro, l’una essenzialmente spirituale e
l’altra prettamente terrena, da rappresentare un grave
ostacolo per l’alleanza fra due fazioni che da secoli si
contendevano l’egemonia sul mondo ebraico. Ma, ricorrendo a
quel “volere è potere”, che in nessun altro ambiente può
trovare una così facile applicazione come nel mondo religioso
dove tutto si fa dipendere dall’interpretazione dei sogni e
dalla fantasia, il problema fu risolto con la costruzione di
un Messia dalla duplice figura, quella umana giudaica
rappresentata dall’eroe davidico che guidava i rivoluzionari e
quella spirituale samaritana che partecipava alle battaglie
sotto forma di entità soprannaturale, come viene ripetutamente
confermato nel II libro dei Maccabei in quei passi nei quali
le due figure, in una forma di cooperazione del tutto simile a
quella praticata tra le forze di terra e l’aviazione, vengono
rappresentate, l’una dai figli di Mattatia, quali conduttori
dell’esercito rivoluzionario e l’altra da un cavaliere che
terrorizza i nemici dall’alto di apparizioni
celesti. (II Mc. 3-23; II Mc.
12-15,25). Come conseguenza dell’influenza
spiritualista samaritana (Da Maccabei si chiameranno
Asidei) s’introdusse nel movimento rivoluzionario il
concetto d’oltre tomba che produsse quei primi martiri che,
pur di conquistare la vita eterna, affrontarono le torture più
atroci, prima con gli Ellenisti (vedi Eleazaro - II
Mc.6-18 - e la madre dei sette fratelli - II Mc.7-1) e
poi con i Romani (vedi Stefano At. 7-59), dei quali così ci
parla Giuseppe Flavio: <<Disprezzano i pericoli e
superano i dolori attraverso la riflessione. Quando
giunge con gloria, considerano la morte migliore della vita. I
loro spiriti, del resto, furono sottoposti ad ogni genere di
prove dalla guerra contro i romani, durante la quale furono
contorti, bruciati e fratturati, fatti passare sotto ogni
strumento di tortura, affinché bestemmiassero il loro Dio
legislatore oppure mangiassero alcunché che la loro religione
considerava illecito, ma rifiutarono ambedue le cose. Neppure
adularono mai i loro tormentatori né mai piansero.
Sorridendo, anzi, tra gli spasimi e rivolgendosi ironicamente
verso coloro che li torturavano, affrontavano la morte come
coloro che stavano per riceverne un'altra. Infatti, è ben
salda in loro l'opinione che i corpi sono corruttibili e
instabile è la materia, mentre le anime vivono in
eterno>>. (Guerra Giud.).
Per Gli esseni, come per i Mitraici, il corpo e lo spirito
facevano parte di due dimensioni che si escludevano; come una
entità celeste avrebbe perso la sua perfezione se si fosse
confusa con la materia, così gli uomini non avrebbero potuto
raggiungere la perfezione che gli avrebbe permesso di vivere
in eterno se non si fossero liberati della corruzione della
carne responsabile di tutte le debolezze umane, compresa
quella di cedere al dolore fisico.
Costruzione del Messia spirituale con
la visione di Daniele. (164 a.C.).
Se l’immagine del Messia giudaico
era stata facilmente resa comprensibile perché sostenuta dalla
figura di un uomo che sarebbe uscito dalla stirpe di David,
quella del Messia Asideo si mostrava estremamente complessa
nella sua rapresentazione dal momento che doveva riunire nella
stessa persona la natura umana che gli permetteva di
contattare gli uomini e la divina che doveva rimanere integra
nella sua spiritualità celeste; se si fosse incarnato da
predicatore avrebbe cessato di essere purissimo spirito, se
fosse rimasto purissimo spirito non si sarebbe potuto
incarnare da predicatore: o l’una o l’altra. Il
problema, insolvibile per la ragione, fu risolto dai teologi
Asidei ricorrendo ancora una volta ai sogni e alle visioni di
cui vollero garantirne la veridicità specificando che erano
stati nientemeno che notturni
(1). I sogni da cui trassero
il Messia di cui abbisognavano li attribuirono ad un certo
Daniele che neppure la Chiesa sa dirci chi fosse dibattendosi
tra due personaggi quanto mai immaginari, uno esistito tra Noè
e Giobbe, cioè in una forcella di tempo comprendente sei
secoli (Ez.14-14,20 ), e un altro vissuto al tempo del
re Nabucodonosor. (Dn.1-6). Comunque una cosa è
certa, perché facilmente dimostrabile se si esaminano le
profezie di Daniele con un minimo d’intelligenza e di buon
senso, che esse furono scritte dagli stessi Asidei subito dopo
la morte di Antioco IV avvenuta nel –164. Tra le
tante fesserie riportate nelle profezie attribuite a questo
fantomatico Daniele questa è quella che s’inventarono per dare
una fisionomia al loro Messia spirituale:
<<Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco
apparire, sulle nubi del cielo, uno simile a figlio di
uomo; giunse al vegliardo e fu presentato a lui, che
gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e
lingue lo servivano; il suo potere è un potere eterno,
che non tramonta mai, e il suo regno è tale che non sarà mai
distrutto>>. (Dn. 7,13).
(2). È in questa
descrizione che ce lo presenta come “uno
simile a figlio d’uomo” che fu raggirato
l’ostacolo dell’incarnazione. Praticamente, gli spiritualisti
Asidei, risolsero il problema costruendosi un Messia che
sarebbe disceso sulla terra ma senza incarnarsi; un
intermediario che avrebbe svolto la sua missione di
predicatore assumendo dell’uomo soltanto le apparenze
(3). Costruita così la figura
del loro Messia spirituale attraverso un’immagine onirica, non
gli fu difficile esaltarlo nella sua grandezza di prescelto da
Dio sul calco di Mitra, ma per quanto lo avessero glorificato
e magnificato attribuendogli tutte le virtù che competono ad
un essere soprannaturale, quali l’eternità e una gloria senza
fine, gli Esseni mai gli conferirono una completezza divina
per quell’imposizione che gli era stata data dal loro stesso
Dio di riconoscere lui, soltanto lui, per come tale, unico e
vero: <<Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro
Dio fuori di me>>. E sarà per
l’osservanza di questo comandamento che gli proibiva nella
maniera più perentoria di non riconoscere altre divinità
oltre il Signore, che gli Esseni considereranno il loro Messia
un semi dio, cioè un “quasi deo”, come ci
viene confermato da Plinio il Giovane nella sua lettera a
Traiano. Un semi dio il cui avvento, non essendosi
ancora realizzato al tempo di Plinio, come in effetti non si
realizzerà mai, veniva sollecitato all’alba, quale
annunciatrice di quel sole al quale lo avevano associato ad
imitazione di Mitra, con preghiere mattutine, come ci viene
riferito da Giuseppe Flavio: << La pietà verso la
divinità ha una forma particolare: prima del sorgere
del sole non proferiscono alcunché di profano, ma
recitano certe preghiere verso di esso quasi a supplicarlo di
spuntare>>. (Guerra Giudaica- 57,62) e da Plinio il
Giovane: <<…erano soliti riunirsi prima
dell’alba e intonare a cori alterni un inno a Cristo come se
fosse un dio (quasi deo)>>.
(1). Nei Testi Sacri è una
pratica normale quella di ricorrere al trucco dei
prestidigitatori che si soffermano sui dettagli più
insignificanti per distrarre l’attenzione dalle manipolazioni
che operano per far riuscire i loro giochi. (2).
Sarà da questa figura di Messia dal concetto essenzialmente
spirituale, che dipenderà l’evoluzione religiosa essena che ci
porterà a comprendere chi erano i cristiani della
Bitinia e del Ponto). (3) Su questo fantasma
ectoplasmatico, come potrebbero definirlo oggi i
seguaci dello spiritismo, la gnosi costruirà agli inizi del II
secolo d.C., cioè dopo circa 250 anni, quel Salvatore che
dichiarerà essere disceso sulla terra negli anni trenta
prendendo dell’uomo soltanto le apparenze, che lo gnostico
Valentino cercherà di giustificare nella sua assurda
costituzione teologica con la seguente spiegazione:
<<Il Salvatore, avendo tutto tollerato, divenendo
padrone di se stesso, era giunto al punto di continenza che il
cibo che mangiava non si corrompeva nell’interno del suo corpo
perché in lui non poteva esistere corruzione della materia.
Mangiava e beveva come un uomo ma, nel rispetto della sua
natura essenzialmente spirituale, lo faceva in maniera
particolarissima non restituendo gli
alimenti>>. Un metabolismo teologico che
per quanto possa risultare affascinante nella sua stravaganza,
rimarrà comunque sempre meno interessante di quello
della dea Kalì che mangiava riso e cacava supplì.
I Romani succedono agli
Ellenisti.
Nell’attesa del Messia dalla
duplice figura, costruito durante la rivolta dei Maccabei, il
movimento rivoluzionario, terminata l’occupazione ellenista,
continuò la sua lotta di rivendicazione della Palestina contro
i romani allorché nel 64 a.C. Pompeo entrò in Palestina con le
sue legioni. Le
rivolte e le guerre contro Roma e il suo alleato Erode il
Grande, promosse in prevalenza da rivendicazioni di
successione al trono di Gerusalemme da parte della famiglia
degli Asmonei, discendenti dei Maccabei, subirono un
rafforzamento nell’anno + 6 per la concomitanza di due
circostanze che, per il loro carattere politico e religioso,
spinsero tutti gli ebrei e le stesse popolazioni autoctone ad
unirsi in una ribellione contro i Romani in quella che fu la
“Rivolta del Censimento”. La circostanza di
carattere politico che coinvolse tutte le popolazioni fu
determinata dai tributi che Roma aveva imposto alla Palestina
in seguito alla sua annessione all’Impero come provincia
(prima era soltanto un protettorato), quella di
carattere religioso, che interessò gli ebrei, dipese da una
certa profezia di Giacobbe (Gn.49-10) nella quale si affermava
che l’avvento del Messia si sarebbe realizzato “quando lo
scettro di Davide sarebbe passato nelle mani di uno
straniero”, avvenimento che secondo gli ebrei si era
verificato proprio quell’anno per la sostituzione di Archelao,
re giudaico, con il procuratore romano Coponio.
La partecipazione popolare dette tanto vigore
alla rivolta da trasformarla in un vera e propria guerra che
si protrasse con un alternarsi di vicende che videro spesso
l’esercito rivoluzionario battere le legioni romane che,
comunque, dopo due anni ebbero la meglio.
Nonostante la repressione fosse stata tremenda, si parla di
2000 crocifissi, lo spirito nazionalista ne uscì rinforzato
per la convinzione che aveva portato i rivoluzionari a poter
battere i romani se avessero avuto l’appoggio popolare,
convinzione che spinse le due fazioni a riprendere con
rinnovato fervore la propaganda di coinvolgimento delle masse
alla rivoluzione seguendo ciascuna la propria ideologia,
quella spiritualista essena attraverso predicazioni basate su
una morale di comunismo e fratellanza diretto alle classi meno
abbienti ( è la stessa che troviamo ricopiata sui vangeli
canonici nel “discorso sulla montagna”) e la pratica del
battesimo, quella rivoluzionaria giudaica, gestita dalla
famiglia degli Asmonei, con azioni di terrorismo e di
rappresaglia contro coloro che gli si opponevano.
Due metodologie che, seguendo ciascuna la
propria esaltazione, gli spiritualisti Esseni
(1) con i loro assembramenti di diseredati e
affamati (vedi Giovanni Battista in Ant. Giud. XVIII,V, 116),
i rivoluzionari con i loro attentati e stragi (vedi Teuda e
Simone e Giacomo in Ant.Giud. XX, V, 97,125), trasformarono la
Palestina in una terra di sommosse, di orrore e di sangue,
come risulta dalle numerose citazioni riportate dagli storici
del tempo e dagli stessi testi sacri allorché si riferiscono a
quella banda dei Boanerghes che va a pregare all’orto degli
ulivi armata di spade (vedi vangeli canonici).
<<Se i rivoluzionari non ricevevano quanto
chiedevano, incendiavano le case dei signori che si
rifiutavano e poi li uccidevano con le loro
famiglie>>. (Filone ). <<I
rivoluzionari, distribuiti in squadre, saccheggiavano le case
dei signori che poi uccidevano, e davano alle fiamme i
villaggi si che tutta la Giudea fu piena delle loro gesta
efferate>>. (Giuseppe Flavio –confronta con
Lc.9,54). <<Quando i samaritani si
rifiutarono di riceverli, allora i componenti la banda
chiesero al loro capo: <<Signore vuoi che facciamo
scendere su di essi un fuoco che li distrugga?>>.
(Lc. 9,54).
(1). Gli Esseni che
combattono contro Roma sono gli stessi Asidei che lottarono
contro gli Ellenisti.
Superstizione balorda e perniciosa.
Se il fanatismo degli zeloti era
esecrabile per le stragi e gli eccidi, che operava con la
violenza delle armi, non lo era di certo meno quello degli
spiritualisti esseni che spingeva i suoi seguaci ad una tale
esaltazione religiosa da portarli ad affrontare le peggiori
torture e la morte pur di non sottomettersi alle leggi dello
Stato, quale quella che imponeva ai sudditi romani di
riconoscere l’Imperatore come loro padrone che, se violata,
comportava il reato di “lesa maestà” punibile con la
morte. <<Gli Esseni disprezzano i
pericoli e superano i dolori attraverso la riflessione. Quando
giunge con gioia, considerano la morte migliore della vita. I
loro spiriti, del resto furono sottoposti ad ogni genere di
prove dalla guerra contro i romani, durante la quale furono
contorti, stirati, bruciati e fratturati, fatti passare sotto
ogni strumento di tortura, affinché bestemmiassero il loro dio
legislatore oppure mangiassero alcunché che la loro legge
considerava illecito, ma rifiutarono ambedue le cose. Neppure
adularono mai i loro tormentatori né mai piansero. Sorridendo
tra gli spasimi e rivolgendosi ironicamente verso coloro che
li torturavano, affrontavano la morte come coloro che stavano
per riceverne un’altra. Infatti è ben
salda in loro l’opinione che i corpi sono corruttibili e
instabile è la materia, mentre le anime vivono in
eterno>>. (Guerra giud. IV 57-62).
<<Ci sono Esseni
che spingono le regole fino all'estremo: si rifiutano di
prendere in mano una moneta asserendo che non è lecito
portare, guardare e fabbricare alcuna effigie; nessuno di
costoro osa perciò entrare in città temendo di attraversare
una porta sormontata da una statua, essendo sacrilego passare
sotto le statue. Altri udendo discorrere qualcuno di Dio e
delle sue leggi, si accertano se è circonciso, se non lo è
attendono che sia solo e poi lo minacciano di morte se non si
fa circoncidere; qualora non lo consenta essi non lo
risparmiano, lo assassinano. Altri si rifiutano di dare il
nome di padrone a qualsiasi persona, eccetto che a Dio solo,
anche se fossero minacciati di maltrattamenti e di
morte>>. (Ippolito Romano, scrittore del III
sec.). Un insieme di comportamenti che portò
le popolazioni a provare per essi disprezzo, rancore e
diffidenza. Per i pagani, che stavano seguendo il
sincretismo più ragionevole e pacifico, non poteva essere
comprensibile come si potesse uccidere e essere uccisi per
seguire leggi che obbligavano a non mangiare carne di porco, a
respingere le immagini e a tagliarsi una parte del
membro. Fu per tutte queste assurdità che davano la
convinzione di essere generate più da un’alienazione settaria
che da una sana e ragionevole fede religiosa, che i romani
accusarono gli Esseni di essere seguaci di una
superstizione balorda, perniciosa ed esiziale
secondo quanto viene riferito da Tacito (Lib.
15-cap.44), Svetonio (Vita dei 12 Cesari- Nerone) e da Plinio
il Giovane nella sua lettera a Traiano.
Il Messia di Daniele si dimostra
irrealizzabile.
Quando nel II secolo a.C. gli Esseni si costruirono il
Messia sul concetto platonico della Ragione attraverso la
visione di Daniele, vennero a trovarsi, come già è stato sopra
accennato, in una situazione paradossale per la costrizione
che li aveva portati ad escluderlo da ogni coinvolgimento con
la materia. Lasciandolo purissimo spirito,
negandogli ogni forma di umanizzazione, come avrebbero potuto
fargli svolgere la missione d’intermediario tra Dio e gli
uomini? Per quanto avessero cercato di dare al suo spirito una
parvenza umana, come avrebbe potuto, una volta sceso sulla
terra, svolgere la sua missione se non si fosse umanizzato?
Quando mai si sarebbe potuto verificare l’evento che gli
avrebbe permesso di presentarlo al mondo come un predicatore
che dell’uomo aveva preso soltanto le apparenze? Un assurdo
che cercarono di riparare aggiungendo ad un certo libro di
Henoch, scritto nella seconda metà del II secolo a.C., cioè
subito dopo le visioni di Daniele, un altro testo dal titolo
“Libro delle Parabole” nel quale, sempre riferendosi ad un
sogno che attribuirono questa volta al profeta Henoch
(1) fecero sparire quel “simile” che, con il
suo astrattismo, rendeva impossibile la realizzazione
dell’intermediario tra Dio e gli uomini.
In questo libro, infatti, il redattore dimostrerà un
particolare impegno a umanizzare la figura del Messia
non solo chiamandolo ripetutamente “Figlio dell’uomo”, ma
attribuendogli anche le principali funzioni umane, quali
quella del mangiare e del dormire (manca soltanto che ci dica
il suo dentifricio): <<Io vidi Dio, la testa
bianca come la lana, e accanto a lui un altro, come una
visione d’uomo, l’aspetto leggiadro come un angelo santo.
Chiesi allora al mio angelo: Chi è questo figlio
d’uomo? Lui mi rispose: è il Figlio
dell’uomo al quale appartiene la Giustizia. Questo
Figlio d’uomo che tu hai visto toglie i re e i potenti dai
loro letti. Il giorno è arrivato. Il Figlio
dell’uomo è stato nominato davanti al Signore degli
spiriti, il suo Nome esiste dall’inizio dei tempi. Il re e i
potenti supplicano il Figlio dell’uomo, ma
lui li consegna agli angeli dei supplizi perché siano puniti
per aver oppresso gli eletti. Allora i giusti saranno salvati
e mangeranno, si addormenteranno e si
alzeranno per sempre con il Figlio
dell’uomo>>. Togliendo
così l’aggettivo “simile”, resero
realizzabile quel concetto di umanizzazione che dopo 260 anni,
cioè nella seconda metà del II secolo, la Chiesa farà suo per
costruire la figura del Messia incarnato nelle persona di
Gesù. Ma cosa significa figlio
d’uomo? Di quale uomo può essere figlio questo Messia
se è stato concepito da Dio dall’inizio dei tempi quando
l’uomo non era stato ancora creato? Un interrogativo che
nessuno saprà mai spiegare in maniera razionale e
comprensibile. C’è chi dice che viene chiamato così
perché anche lui, come il primo uomo Adamo, è stato creato da
Dio senza padre né madre (Gen. 2,7 – I Cr.15,44), chi
sostiene che questa espressione gli viene riferita perché Dio
l’ha concessa ai grandi profeti, quali Ezechiele (Ez. 44,5),
chi dice ancora che è da considerarsi tale perché è stato il
genere umano a determinare la sua nascita facendolo scendere
dal cielo per la propria salvezza.
Chiacchiere, tutte e soltanto chiacchiere, che non servono ad
altro che a dimostrarci ancora una volta quanto la teologia
sia quella SCIENZA DEL NULLA a cui i preti ricorrono per
truffare come i ciarlatani per sostenere il gioco delle
tre carte. Figlio d’uomo non può significare
altro che egli è un uomo generato da un altro uomo. Se si
vuole che Cristo sia riconosciuto come tale nella sua
incarnazione non ci vengano portate come prove Ezechiele e
nascite varie, ma soltanto ci si dica, facendo un esame del
suo sangue preso dai vari Corporali e Sindoni, da dove vengono
fuori i 23 cromosomi maschili che lo hanno procreato. Ammesso,
ma non concesso, che questo sangue risulti veramente suo, chi
potrebbe avere più interesse della Chiesa di confermare la sua
incarnazione attraverso il DNA dello Spirito Santo?
A un prete, al quale ho chiesto cosa
significava quel “simile” espresso da Daniele quando il Messia
viene poi dichiarato un “uomo” a tutti gli effetti, mi ha
risposto che ciò é dipeso dal fatto che la visione, essendo
notturna, era risultata confusa ed incerta… e questo è il
valzer dell’organino…umpappà, umpappà… Ma
siccome non è per ridere delle panzane della teologia, ripeto
la SCIENZA DEL NULLA, che ho citato Henoch, ma soltanto per
arrivare alla dimostrazione che il Messia a cui si rivolgevano
i cristiani di Plinio il Giovane non era quello che si
era realizzato nascendo da Maria Vergine, ma piuttosto il
Messia atteso dagli Esseni, rientriamo nel tema riportando ciò
che viene detto nel libro di Henoch su questo “Figlio
dell’uomo” il cui nome deve rimanere segreto
fino al giorno del giudizio universale.
<<Il suo nome fu pronunciato
(2) davanti a Dio prima del sole e
tutte le altre cose che furono create, prima che le stelle del
cielo fossero fatte. <<È il Figlio
dell’uomo che possiede la giustizia. Egli è l’eletto, siederà
sul suo trono e tutti i segreti della saggezza saranno
rivelati dalle sentenze che usciranno dalla sua bocca poiché
Dio lo ha gratificato di questo dono.
<<Egli sarà il sostegno dei giusti, la luce dei popoli,
la speranza di coloro che soffrono. Egli sarà il vendicatore
della loro vita. <<Il Figlio
dell’uomo giudicherà le cose segrete, condannerà i re, i
potenti e tutti coloro che dominano sulla malvagità, ma i
giusti e gli eletti saranno salvati nel giorno del
giudizio e con lui vivranno in
eterno.(3). In questi giorni del giudizio
non sarà permesso di salvarsi né con l’oro né con
l’argento e non sarà permesso di fuggire. Tutte le
cose saranno distrutte ed annientate sulla faccia della terra
quando apparirà l’Eletto davanti la faccia del Signore degli
spiriti. << Il Figlio dell’uomo
sceglierà presto i giusti e i santi poiché il giorno
del giudizio è vicino.
<<In questa attesa, il giorno della sua discesa
dal cielo, il suo ruolo di Salvatore e il suo nome rimarranno
segreti. È perché il suo
nome fosse a tutti nascosto (4),
che Dio lo ha creato per primo e per
l’eternità. <<Sarà la preghiera dei
giusti e degli eletti ad impedire che questa attesa non sia
eterna>>.
- Henoch è un altro personaggio immaginario
come Daniele rabattandosi tra uno che viene dichiarato
figlio di Caino (Gen. 4,179 e un altro, figlio di Jared, che
visse 365 anni (Gen.5-18,24) del quale viene scritto che
disparve senza conoscere la morte perché rapito in cielo da
Dio.
- Nel linguaggio biblico nominare qualcuno
davanti a Dio significa dargli l’esistenza.
- Le
stesse minacce verso i malvagi e ricompense per gli eletti che
ritroviamo
nell’Apocalisse.
- Sarà per questa interdizione a
rivelare il nome del Messia che gli Esseni si rivolgeranno a
lui sempre con appellativi, quali Salvatore, Signore, Agnello,
Verace, Fedele e tanti altri tra cui quello di Gesù che,
significando “colui che salva”, esprime lo stesso significato
di “Salvatore”. Soltanto nella seconda metà del II
secolo l’appellativo di Gesù acquisirà il valore di nome
proprio quando i Cristicoli lo attribuiranno come tale
al loro Cristo, come viene confermato da Celso nel suo
“Discorso Veritiero”, scritto intorno agli anni 180 proprio
quando i Cristicoli stavano scrivendo i vangeli, nel quale
dice che l’eroe al quale hanno dato il nome di
Gesù era in realtà un capo brigante.
Il Messia di Henoch è anch’esso
irrealizzabile.
Ma per quanto gli esseni avessero
cercato di dare al loro Messia tutte le qualità che erano
state attribuite a Mitra, quali il concepimento prima della
creazione, l’autorità del giustiziere che avrebbe presieduto
il giudizio universale e lo avessero definito nella figura
umana, due grossi problemi rimanevano ancora da risolvere;
come far assolvere il ruolo di un predicatore incarnato ad un
essere che, pur potendo prendere sembianze umane, doveva
comunque rimanere purissimo spirito, e come realizzare un
evento che, a differenza di quello di Mitra che era stato
riferito al passato, doveva compiersi nel futuro, quindi
esigente di prove che lo confermassero nella sua eventuale
manifestazione. Fu allora che per
uscire da questo impasse pensarono di risolvere il primo
problema ricorrendo al pensiero platonico che separava lo
spirito dalla materia, affidando la parte divina del loro
Messia al concetto spirituale della “Ragione” e la parte umana
a quel “Giusto” che avrebbe pagato con la morte la sua
missione moralizzatrice, e la parte umana a un predicatore che
veniva fatto figurare come se avesse già svolto la sua
missione, cioè ad un uomo che non si doveva più attendere,
perché precedentemente vissuto, nella persona di certo
personaggio enigmatico che chiamarono “Maestro di Giustizia”.
La costruzione del “Figlio dell’uomo”
in questo “Maestro di Giustizia” si trova confermata in un
testo ritrovato a Qumran sotto il nome di “Commentario
d’Habacuc”. Senza dirne il nome, viene
presentato nella persona di un prete che, ripieno
d’ispirazione divina, aveva costituito una comunità monastica,
basata sulla castità, la povertà e la fratellanza, i cui
adepti si erano proclamati “Eletti di Dio”. Entrato
in lotta con la classe sacerdotale per le ricchezze che
accumulava e le cariche pubbliche e religiose che accentrava,
dissero che era stato ucciso per lapidazione dopo essere stato
torturato commettendo “orrori su di lui e vendette sul suo
corpo di carne”. In un passaggio del
Commentario d’Habacuc viene preannunciato che il Maestro di
Giustizia sarebbe riapparso il giorno dell’Espiazione
(1) per confondere i suoi persecutori e
fargli scontare le loro colpe (pagargli il loro
sabato) e in altro si legge ancora che l’entrata in
Gerusalemme con la conseguente profanazione del Tempio da
parte di Pompeo erano state volute da Dio per punire la sua
morte. (2). Tutte evidenti frottole
inventate per costruire un personaggio nel quale si era
realizzata quella simbiosi tra spirito e materia che avrebbe
permesso di ottenere le due cose di cui avevano bisogno,
eliminare l’avvento del predicatore procrastinato nel futuro
trasferendolo al passato e rendere possibile al Messia
spirituale di svolgere la sua missione terrena affidandola ad
un uomo che aveva agito sotto la sua
ispirazione. Questo concetto di fusione tra lo
spirito e la materia che permette al primo di dominare l’uomo
facendolo comportare come un robot sotto la sua ispirazione, è
stato poi ripreso dalla Chiesa in quella che è l’ascendente
dello Spirito Santo su coloro che esso sono stati
compenetrati, come ci viene confermato in quel passo degli
Atti degli Apostoli in cui gli apostoli cominciarono a
comportarsi sotto la sua azione come degli alienati tanto da
essere presi per ubriachi dalla folla che si era riunita
intorno a loro. (At.2). È lo stesso fenomeno
che, sempre secondo le convinzioni della Chiesa, si riscontra
nel comportamento degli invasati; come costoro parlano ed
agiscono sotto la forza di Satana, così i Santi sotto
l’influsso divino tanto da arrivare a dire, per confermarne la
loro assoluta subordinazione: <<Non sono io che
parlo, ma è Cristo che parla in me>>.
Anche se irriverente verso coloro che di queste stravaganze ne
hanno fatto la base della loro morale, non posso evitare di
concludere, per spiegare l’effetto dello Spirito Santo sugli
uomini, che tra le sue fiammelle e i vapori di un grappino non
ci corrono poi così grandi differenze.
Chi era in realtà
questo “Maestro di Giustizia” che aveva sacrificato la propria
vita ed aveva sofferto da parte dei suoi nemici le torture più
atroci che il “Commentario d’Habacuc”, riferendosi al “Giusto”
di Platone, chiama Maestro di Giustizia senza però dircene il
nome per quell’imposizione che si erano data di lasciarlo nel
più assoluto segreto? Per me nessuno,
assolutamente nessuno, soltanto il prodotto un’altra
invenzione pretina studiata per gabbare i fessi anche se
alcuni esegeti, quali Dupont-Sommer (Premiers Apercue) e
Millar Burrows (Le Manuscrits de la Mer Morte), sono propensi
ad identificarlo in un certo prete Onia che fu condannato a
morte da Ircano II nel periodo che precedette l’occupazione di
Gerusalemme e la profanazione del Tempio da parte di
Pompeo. Negli anni che seguirono, se la figura
del “Maestro di Giustizia” rimase nella memoria degli Esseni
nella sua figura di Messia spirituale invocato sotto questo
appellativo, come risulta dai Rotoli di Qumran, e da un certo
documento di Damasco che fu ritrovato nel 1900 in una sinagoga
del Cairo, quella del predicatore rappresentata da un prete,
già debole nella sua costruzione, non tardò a sparire
assorbita come fu dagli eventi che seguirono, quale la
profezia di Giacobbe che annunciando prossimo l’avvento del
Messia uomo escludeva quella di un qualcuno che poteva esserci
stato prima.
(1) La festa
dell’Espiazione, che ricadeva il decimo giorno del settimo
mese, rappresentava per gli Ebrei la remissione dei peccati
del popolo. In questa ricorrenza era obbligatorio il
digiuno. La parola “espiazione”, dal verbo
ebraico “cofar” che significa cancellare, annullare,
esprime l’annullamento dei peccati che veniva richiesto a Dio
dietro il sacrificio di un animale nel quale il supplicante li
aveva trasferiti. Praticamente il sangue
dell’animale lavava i peccati che l’uomo aveva travasato in
esso. L’animale usato presso gli ebrei, come è
logico che fosse, dal momento che erano allevatori di pecore,
era l’agnello. Se fossero stati allevatori di maiali sarebbe
stato un porco, se di somari, un asino. Il
giorno dell’Espiazione il Sommo Sacerdote prendeva due capri
(da qui l’espressione di “capro espiatorio” e svolgeva la
cerimonia nel seguente modo: metteva le mani sulla testa dei
due agnelli e dopo aver confessato i peccati del popolo
accollandoli alle due bestie, mentre uno lo sgozzava per
purificare col suo sangue il Tempio, l’altro lo cacciava nel
deserto perché si portasse dietro le colpe degli uomini.
Il Cristianesimo, impossessatosi di questo
concetto di remissione dei peccati attraverso il sacrificio
dell’agnello, lo trasferì in Gesù Cristo presentandocelo come
colui che aveva versato il proprio sangue per riscattare i
peccati degli uomini di cui si era fatto portatore.
Naturalmente, per nascondere la tardività della sua
costruzione, avvenuta nella seconda metà del II secolo, cerca
di attribuire al suo Gesù tutti quei passi che nei documenti
esseni, quale l’Apocalisse, in realtà si riferiscono
all’agnello dei riti ebraici. Ma l’Agnello dell’Apocalisse non
ha nulla a che vedere con il Gesù dei cristicoli, sia perché
non viene fatto morire in croce e sia perché rappresenta,
nella sua duplice simbologia ebraica, l’ariete che
comanda sul destino degli uomini e l’agnello pasquale
dell’Esodo che fu immolato a Dio in ringraziamento della
liberazione dalla prigionia d’Egitto.
(2) Lo stesso motivo usato
per attribuire una sventura del popolo ebraico ad un castigo
di Dio sarà portato per giustificare la sconfitta del loro
esercito da parte Areta de Petra che si farà dipendere dalla
morte di Giovanni Battista voluta da Erode Antipa. (Guerra
Giud. XVIII, 116).
Il Logos di Filone.
Anche se la profezia di Giacobbe aveva
ravvivato nei giudei l’attesa dell’eroe davidico che avrebbe
restaurato il Regno d’Israele, gli Esseni continuarono a
sostenere attraverso la preghiera l’avvento del loro Messia,
quel Messia spirituale al quale per quanto avessero cercato di
renderla umana attraverso la visione di Henoch rimaneva
comunque nella sua immagine virtuale chimerico ed utopico.
Quando si sarebbe potuto verificare il fatto
da poter dire al mondo, indicando un predicatore, che
per giunta doveva avere dell’uomo soltanto le apparenze, che
era egli colui che essi aspettavano, che era colui che avrebbe
realizzato il regno di Dio sulla terra? Certamente mai! E
l’attesa si sarebbe così protratta in un futuro senza fine,
come d’altronde ancora lo è per gli Ebrei che continuano a
seguire le profezie bibliche (1),
(Spiegare con il presente la situazione.. Moschè Daian,
Scharon …), se un certo Filone, filosofo esseno di
Alessandria, non avesse risolto il problema dando al loro
Messia la possibilità di contattare la materia senza doversi
incarnare, cioè di comunicare con gli uomini pur
rimanendo spirituale.
L’idea di Filone fu quella di sostituire la figura del
predicatore nel suo ruolo d’intermediario con una voce che
scendeva dal cielo. Praticamente permise al Messia esseno di
compiere la missione salvifica attraverso la propria voce e in
una maniera così completa ed assoluta nella sua
identificazione messianica da personificarlo in essa
chiamandolo “Logos”, che in greco significa appunto
“parola”. <<Per Filone il “Logos” non è
soltanto parola nel significato astratto che gli veniva
conferito nel Platonismo, ma parola nel significato esteriore.
Esso è l’immagine visibile, la figura di Dio come viene
realizzata da Paolo in forma di parola sulla strada di
Damasco>>. (Bossi –Cristo non è mai esistito –Pag.
178). La figura di questo Messia (Logos) che
avrebbe contattato gli uomini attraverso la parola si diffuse
presso tutte le comunità del Medio Oriente per opera dei
predicatori Nazir che, pur di avallarla, non si fecero
scrupolo, da ciarlatani quali sono i sostenitori di tutte le
religioni, di dichiarare di averla udita loro personalmente
nei suoi messaggi sotto forma di apparizioni, come nel caso di
Paolo di Tarso sulla strada di Damasco. Ognuno di essi,
naturalmente, riferiva di aver sentito quello che più gli
faceva comodo per poter imporre agli altri le proprie
convinzioni tanto da esserci nel giro di qualche lustro
tanti di quei Cristi che è impossibile contarli. Ci fu
il Cristo di Paolo, di Cefa, di Apollo, di Iezabele, di Balaam
e perfino il Cristo di Cristo, come risulta dall’Apocalisse
(2-1,12) e dalla prima lettera ai Corinzi. (1,12).
Sviluppatosi in Alessandria e nella regione
della Mareotide per opera dei Terapeuti, passando per
Antiochia e Damasco, il Cristo-Logos si espanse a sud del Mar
Nero nelle regioni della Bitinia e del Ponto e quindi
nelle città del bacino del Mediterraneo quali Smirne, Pergamo,
Tiatira, Sarti, Filadelfia, Laodicea e Efeso come ci viene
confermato dal secondo capitolo dell’Apocalisse che è uno di
quei quattro che furono aggiunti nel 95 all’edizione del 68.
Ed è proprio in questi quattro capitoli, scritti nel 95, che
troviamo ulteriori prove confermanti la natura essena di
quella superstizione balorda e perniciosa di
cui parlano Tacito, Svetonio, Plinio il Giovane e tutti
gli altri autori che saranno trattati nelle confutazioni che
seguiranno, quali Trifone e Frontone.
Il
Messia assume il nome di Cristo soltanto dopo il
70. Cristiani e Cristicoli.
Per sfuggire alle
persecuzioni che seguirono la sconfitta del 70, gli esseni
spiritualisti si ritirarono nelle loro comunità dove,
ostentando una vita virtuosa e pacifista, ripresero con
rinnovato zelo la politica di proselitismo aprendo le porte a
quanti volevano convertirsi alla loro religione, sia che
provenissero da altre sette ebraiche che dal mondo
pagano. Promettendo vitto e alloggio e dando
la possibilità di cambiare il nome con il battesimo, come una
legione straniera, le comunità essene divennero dei veri e
propri centri di reclutamento per frustrati, falliti,
visionari, avventurieri e ogni sorta di latitanti. (Saranno
poi costoro, in prevalenza di origine pagana, che, separandosi
dagli esseni di origine ebraica a causa dell’istituzione
dell’Eucaristia, andranno a costituire il cristianesimo di
Madre Chiesa nella seconda metà del II secolo).
L’offerta di asilo determinò un afflusso così
imponente da portare il numero dei convertiti a superare gli
esseni stessi tanto da obbligare le comunità ad adottare il
greco, quale lingua più diffusa nel medio Oriente, per
lasciare l'ebraico soltanto nella celebrazione dei riti.
<<Fu in questo periodo, appunto per l’uso del
greco che si era imposto nelle comunità essene del Medio
Oriente, che la Bibbia, detta dei 70, fu tradotta in questa
lingua contrariamente a quanto viene raccontato dalla Chiesa
che fa dipendere la sua traduzione da un certo Tolomeo
Filadelfo, re d'Egitto nel II secolo a.C.>>. (
Josif Kryevelev - Calendario del Popolo. Ed. Teti).
Come conseguenza di questa adozione della lingua greca
l'appellativo di Messia venne tradotto con Christos che in
greco significa appunto Messia, cioè “unto”: <<Il
Messia lungamente atteso nell'atmosfera spirituale
dell'ellenismo che si diffuse tra le comunità giudaiche della
diaspora, assunse popolarità con il nome di Cristo soltanto
dopo il 70. La parola Cristos significa in greco antico
ciò che significa in ebraico la parola Mashiah: l'unto, dal
greco crio, ungere>>. (Josif Kryvelev. Op. cit.
-8). Fu in seguito a questa trasformazione di
Messia in Christos, avvenuta dopo la diaspora del 70, che gli
Esseni furono chiamati Cristiani, ma con un senso
dispregiativo, dalle popolazioni presso cui vivevano, come ci
viene confermato da Tacito allorché dice chiaramente che
questo nome gli era stato dato dal volgo come espressione
offensiva verso di essi: <<Il volgo li chiamava
cristiani perché invisi per i loro misfatti>>.
(Ann. Lib.15 –cap.44). Prendendo spunto dal
continuo uso di olio col quale abitualmente si cospargevano
per curare le malattie e celebrare i riti, se li chiamarono
cristiani non fu perché seguaci di Cristo ma per dimostrare
tutto il disprezzo che avevano verso questi seguaci di una
setta malefica e perniciosa che, oltre ad essere socialmente
pericolosi, praticavano una vita miserabile da barboni dai
capelli lunghi, ingrassati nelle loro persone come topi caduti
in un orcio (1) e con indosso vestimenti
fatti di stracci: <<Gli esseni consumano i pasti
nella forma più frugale e spesso esclusivamente vegetariana,
non cambiano né vestiti né sandali se prima non sono del tutto
consumati e lacerati dal tempo>>. (Gius. Fl. Guerra
Giud. Cap.IV). Basta ricordare alcuni degli
altri nomi che gli erano stati dati dalle popolazioni presso
cui vivevano per comprendere quanto il significato offensivo
dato alla parola cristiani trovasse giustificazione nella loro
povertà e sporcizia: Ebioniti, da “ebion” che signica povero e
Nazirei dalla pratica che seguivano di farsi crescere i
capelli secondo l’uso dei Nazirei.
<<Il termine cristiano è nato in un ambiente non
palestinese: è probabile che venisse usato in termine di
ironico disprezzo (gli “unti”, gli “ingrassati”) per
distinguere dagli ebrei della Sinagoga i nuovi convertiti,
gente strana, dalla lunga capigliatura sporca e
trascurata un po' come i nostri
“capelloni”>>. (A. Donini. Storia del
Cristianesimo. Ed.Teti. pag. 29). L’origine
etimologica di cristiano, quindi, non essendo nata in
Palestina, la terra di Gesù, contrariamente a quanto si crede,
non viene da un Cristo fondatore di una religione, ma
semplicemente dal verbo ungere con un significato
dispregiativo avente lo scopo di infamare i seguaci di una
superstizione che imponeva la miseria e la sporcizia.
È per questo significato offensivo che era
stato dato al termine di cristiano che possiamo
comprendere il motivo per cui non lo si trova mai riportato
sulle tombe degli Esseni. Mettere “cristiano” su un epitaffio
sarebbe stato come scrivere oggi su una lapide la
parola “mafioso”. Se l’appellativo di
“Cristo” è stato coniato soltanto dopo il 70 in seguito alla
traduzione in greco di “Messia”, il chiamare cristiani,
come fa la Chiesa riferendosi a quelli che lei dichiara essere
stati i primi seguaci di Gesù, quale la comunità di
Gerusalemme riportata negli Atti degli Apostoli, è un vero e
proprio abuso che basterebbe da solo per dimostrare che tutto
ciò che si riferisce alla storia della sua primitiva
fondazione non è altro che un’impostura costruita su
falsificazioni e inventatici, per giunta, anche mal
raccontati. Se i cristiani appartenenti alla
superstizione balorda e perniciosa di cui ci parla Plinio il
Giovane, fossero stati veramente i seguaci di Gesù morto nel
33, come può spiegare la Chiesa che erano stati espulsi da
Roma già precedentemente a questa data come giustamente ci fa
rimarcare Emilio Bossi nel suo libro “Cristo non è mai
esistito” a pag. 36?: << Tacito, parlando
delle espulsioni da Roma dei seguaci di una “superstizione
nefasta” (esitialis) ci dice che esse furono
applicate due volte sotto Augusto e una terza volta nel
19 sotto Tiberio>>. (Annali - Lib. II cap.
85). Che i cristiani di cui parla Plinio
il Giovane non erano i cristicoli di Santa Madre Chiesa, ma i
seguaci del Cristo esseno, ci viene addirittura confermato da
un padre della Chiesa, Sant’Epifanio, che questo dice a
proposito di essi: “I seguaci di Cristo che vivevano nella
regione della Mareotide erano gli esseni d’Egitto a cui era
stato dato il nome di Terapeuti” . (II Storia della
Chiesa – cap. X e XVII). A questo punto, per
evitare le continue spiegazioni che saremmo costretti a fare
nelle pagine che seguiranno, distingueremo i cristiani esseni
dai cristiani di Santa Madre Chiesa usando il seguente
sistema: chiameremo i primi con il nome di “CRISTIANI”, che
gli fu dato dai pagani, e i secondi con quello di “CRISTICOLI”
con il quale li chiamò nel 1700 Jean Meslier nel suo
libro-testamento “Il Buon Senso”.
Praticamente seguiremo l’esempio dei tedeschi che per evitare
la confusione che potrebbe sorgere nel trattare i “romani
antichi” e “i romani de Roma” di oggi, chiamano i
primi Römer e i secondi Römisch.
(1). Gli Ebrei avevano
l’abitudine di strofinarsi il corpo con olio per uso profano
essendo riservato nel suo carattere sacro soltanto ai
sacerdoti, ai re e ai profeti. ( Nuovo Dizionario Biblico –Ed.
Centro Biblico – 1981).
I Testi Sacri confermano.
La stessa conferma sulla
natura essena dei Cristiani a cui si riferisce Plinio il
Giovane che ci viene dagli autori del tempo la troviamo nei
testi sacri che furono scritti nella seconda metà del I
secolo, quali l’Apocalisse, la Lettera agli Ebrei, le Lettere
di Giacomo, di Pietro, di Giuda, di Giovanni e gli Atti degli
Apostoli nei passi che si riferiscono a questo periodo
Apocalisse.
(Rivelazione).
Come prima cosa diciamo che l’Apocalisse nel suo
significato di “rivelazione” non rivela assolutamente nulla. È
soltanto un accrocco farneticante di minacce e maledizioni
esprimenti tutto l’odio che i Giudei provavano verso Roma.
Contrariamente a quanto sostiene la Chiesa,
essa non è stata affatto scritta nel 95 dall’immaginario
Giovanni, discepolo di Gesù, nell’Isola di Patmos dove
fantasiosamente viene collocato, quale Cristicolo, per
sfuggire alle persecuzioni di Domiziano, ma bensì da due
diversi autori e in anni differenti. Dei suoi 22 capitoli, 18
furono redatti dagli esseno-zeloti durante la guerra del 66-70
e precisamente nell’anno 69 (1), e quattro, i
primi tre e l’ultimo, da un certo Giovanni di Cerinto
(confermato da Papia, vescovo di Geropoli), detto il
Presbitero, che visse alla fine del I secolo come asceta
presso la comunità essena di Patmos.
Per i suoi contenuti
altamente pregiudicanti l’esistenza storica di Gesù,
la Chiesa, dopo averlo considerato un apocrifo, lo annoverò
tra i testi canonici soltanto nel VI secolo dopo aver
adattato lo spirito rivoluzionario in essa contenuto in
concetti cristiani, quale il sostituire la dichiarata
imminenza del regno giudaico sulle rovine di Roma con quella
che sarà la vittoria di Cristo che viene procrastinata
alla fine dei tempi. L’autore dell’Apocalisse
dice che ciò che lui ha scritto in questo libro gli è stato
rivelato da Cristo in persona attraverso la visione di
un angelo. Delle innumerevoli prove che ci
fornisce l’Apocalisse per dimostrare che i cristiani di cui
parla Plinio il Giovane non erano i cristicoli seguaci di un
Gesù morto nel 33, come sostiene Santa Madre Chiesa, ma i
cristiani che attendevano ancora il Cristo esseno, ne citeremo
soltanto alcune:
1) Il
libro, dicendo nell’introduzione che le cose che vengono
rivelate debbono presto accadere perché
il tempo della realizzazione del Regno di Dio è
vicino (2) (Ap.1-1,3), esclude nella
maniera più evidente l’esistenza di un Cristo che ha compiuto
la sua missione precedentemente al 95.
2) Esortando
le sette chiese (capp. 2-3) a mettersi in guardia contro
coloro che predicano un Cristo differente dal suo, conferma
che la figura a cui si riferisce non è del Messia dei
Cristicoli vissuto 60 anni prima, ma piuttosto quella di un
essere celeste che, presentandosi sotto forma di visioni, ogni
comunità poteva costruirsi secondo i propri interessi e
convinzioni.
3) L’autore riferendosi al
Messia nella forma spiritualista chiamandolo “uno
simile a figlio d’uomo” (Ap.1,12) secondo la visione
di Daniele che lo escludeva dall’incarnazione, dimostra di
disconoscere nella maniera più assoluta l’esistenza del Cristo
incarnato che la Chiesa sostiene essere stato crocifisso nel
33.
4) Il “Figlio dell’uomo” o, più
precisamente, quell’uno simile a Figlio
d’uomo, lontano dall’essere morto in croce, come
viene ancora atteso dai rivoluzionari nel 68 quale eroe per
ristabilire l’impero giudaico sulle sue rovine di Roma,
altrettanto viene ancora sollecitato nel 95 a discendere dal
cielo per realizzare il regno di Dio. (Ap. 22,10).
5) Nell’Apocalisse, sia nell’edizione del 68
come in quella del 95, si disconosce nella maniera più
assoluta la comparsa di Gesù sulla terra; nessun riferimento
al processo di Pilato, niente si dice della sua morte, dei
suoi miracoli, dei suoi discepoli; nulla che confermi
l’esistenza di quegli apostoli che secondo gli Atti formarono
la prima comunità a Gerusalemme dopo la sua morte,
6) L’autore, facendo dire a Gesù (3) che
presto scenderà da cielo (Ap.22,20), ignora nella maniera più
evidente che egli è vissuto 60 anni prima. Descrivendolo
essenzialmente spirituale secondo il concetto esseno espresso
nella visione di Daniele e facendolo partorire dalla
costellazione della Vergine agli inizi dei tempi (Ap.XI,7),
nega nella forma più chiara e netta la nascita in una grotta
da una donna chiamata Maria.
L’Apocalisse dice che il Messia è nato dalla Vergine
Celeste (costellazione), all’inizio dei tempi. Il
dragone
(altra costellazione), simbolo del male, insegue la vergine
incinta per uccidere il figlio che dovrà generare, ma lei si
rifugia sulla terra dove partorisce il Messia che, promesso ai
più alti destini, viene subito rapito in cielo ( Ap.
XII,5). Se l’Apocalisse fosse stata scritta da
un Cristicolo, come avrebbe potuto costui dire che Cristo è
risalito in cielo subito dopo la nascita quando la Chiesa
sostiene che rimase sulla terra fino a 33 anni?
7) Il
Messia nell’Apocalisse che viene presentato come un agnello
che si è immolato sulla croce per la salvezza degli uomini,
viene assimilato allegoricamente al montone perché possa
trarre da esso, quale primo segno zodiacale, l’autorità per
primeggiare su tutti gli altri. (Ap. XIII,8).
8) La croce, simbolo base della liturgia cristicola, tanto
da essere usato in ogni sua manifestazione come garanzia di
salvezza, è ignorata dall’autore dell’Apocalisse in quel
segno che viene messo sulla fronte dei giudei perché scampino
allo sterminio. ( Ap.7).
(1). Per quanto riguarda la
datazione del 95 data dalla Chiesa a tutta l'Apocalisse, siamo
di fronte ad un altro falso storico secondo quanto ha
inconfutabilmente dimostrato Engels confermando l'uscita della
prima edizione agli anni 68-69. Ma prima di
passare alla dimostrazione di Engels, è bene fare un breve
riepilogo dei fatti che precedettero la sua redazione.
La morte di Nerone, avvenuta per suicidio nell'anno
68, gettò Roma in uno stato di tale anarchia e di disordine da
costringere le legioni impegnate nella guerra contro i
rivoluzionari a ritirarsi in Siria lasciando campo libero
all'esercito esseno-zelota. I Giudei sicuri di
essere pervenuti alla vittoria finale, vedendosi già padroni
dell'Impero e quindi del mondo, sfogano nel libro tutto il
loro rancore contro Roma, la Babilonia della corruzione, e
contro tutti i nemici di Dio annunciando un programma di odio,
di vendetta e di stragi. A Nerone succedette Galba,
ma sotto il suo regno incerto della durata di sei-sette mesi
compresi tra il giugno del 68 e il gennaio del 69, la
situazione di disgregazione delle istituzione dello Stato
peggiorò ancora per una voce che cominciò a circolare secondo
la quale veniva dato per certo che Nerone, dichiarato suicida,
non era morto come si credeva ma che stesse preparando un
esercito per riconquistare il trono. <<In
effetti, dopo l'insediamento di Galba al trono di Roma, ben
presto fece la sua comparsa un personaggio che affermava di
essere Nerone e che per un certo tempo combatté per il potere
ma fu sconfitto>>. (Josif Kryvelev. L'Apoalisse. 8)
Fatta questa brevissima premessa, leggiamo
ora il passo dal quale Engels ha tratto la data esatta nella
quale fu scritta l'Apocalisse: “L'angelo mi trasportò in
spirito nel deserto (è l'autore che parla seguendo la sua
visione). Là vidi una donna seduta sopra una bestia
scarlatta, coperta di nomi blasfemi, con sette teste e dieci
corna. La donna era ammantata di porpora e di scarlatto,
adorna d'oro e di pietre preziose e di perle, teneva in mano
una coppa d'oro, colma degli abomini e delle immondezze della
sua prostituzione. Sulla fronte aveva scritto un nome
misterioso: <<Babilonia la grande, la madre delle
prostitute e degli abomini della terra>>. A vederla fui
preso da grande stupore. Ma l'angelo mi disse: perché ti
meravigli? Io ti spiegherò il mistero della donna e della
bestia che la porta, con sette teste e dieci corna. La bestia
che hai visto, ma che non esiste più salirà dall'abisso ma per
andare in perdizione. E gli abitanti della terra stupiranno al
vedere che la bestia che non era e non è più, riapparirà. Le
sette teste sono i sette colli sui quali è seduta la donna e
sono anche i sette re. I primi cinque sono caduti (Augusto,
Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone), ne resta ancora uno in
vita (Galba), l'altro non è ancora venuto e quando sarà
venuto, dovrà rimanere per poco. Quando la bestia che era
e non è più (continua a spiegare l'angelo), il re che
dovrà venire anche se figura come ottavo rimane comunque il
settimo, ma va in perdizione”. Perché il
successore di Galba potrebbe apparire come ottavo anche se in
realtà è il settimo? Perché Nerone, riprendendo il trono
secondo quanto si diceva, appare come una doppia figura
rappresentando un imperatore già annoverato tra quelli
caduti. Che la settima testa sia Nerone ce lo
conferma lo stesso autore dell'Apocalisse allorché,
riferendosi al suo presunto suicidio, così scrive:
<<Una delle sette teste sembrò colpita a morte, ma la
sua piaga mortale fu guarita>>. (Ap.13-3).
Infatti si sparse la voce che Nerone dichiarato morto era
rimasto soltanto ferito dal pugnale che aveva usato per
suicidarsi. Un ulteriore prova confermante che
il settimo imperatore, cioè quello che succederà a Galba, è
Nerone ci viene ancora dalla stesso autore dell'Apocalisse
allorché ci dice che il suo nome corrisponde al numero 666:
<<Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli
il numero della bestia: esso rappresenta un nome d'uomo. E tal
cifra è seicentosessantasei>> (Ap. 13-18).
L'interpretazione di questo numero,
ricavata da Ferdinand Bernari, professore berlinese le cui
lezioni furono seguite da Engels, secondo la simbologia
numerica ebraica corrisponde esattamente a “Nerone
Imperatore”. Il calcolo
eseguito da Ferdinand Bernari viene confermato dallo stesso
Sant’Ireneo, Padre della Chiesa, che nel libro “Contro le
Eresie” indica l'Imperatore Nerone con il numero 616. Perché
questa differenza? Per il semplice fatto che Ireneo fece il
calcolo sul testo scritto in latino dove il nome Nerone,
scritto in greco con Neron, diventa Nero. Cadendo la lettera
N, che nella simbologia ebraica corrisponde a 50, il conto e
bello che fatto: 666-50= 616. Dunque, se
l'Apocalisse è stata scritta mentre regnava Galba, cioè nel
periodo compreso tra il quinto imperatore che era stato Nerone
morto suicida e il settimo imperatore, previsto nella persona
dello stesso Nerone redivivo, e sapendo che Galba ha regnato
dal giugno del 68 al gennaio del 69, come conseguenza
l'Apocalisse non può essere stata scritta che in questo
periodo e non nel 95 come sostiene la Chiesa, e neppure essere
stata redatta da Giovanni l'evangelista nell'Isola di Patmos
ma dai rivoluzionari in Giudea durante la guerra del 70.
La Chiesa, per giustificare il 95
come data da lei assegnata all'Apocalisse, così commenta il
passo dal quale Engels ha tratto la sua conclusione:
<<Sette re, cioè gl'imperi di Augusto, Tiberio,
Caligola, Nerone e Domiziano, che esisteva ancora al tempo di
Giovanni. Il poco tempo è il tempo della persecuzione e il
settimo impero è il dominio ostile al regno di Dio,
identificato con la fiera>>. (Nota a pag 7 dell'Ap.
ed. CEI). Praticamente, pur di
giustificare il 95 come anno in cui fu scritta tutta
l'Apocalisse, ignorando gl'imperatori Galba, Vespasiano e
Tito, la Chiesa fa un volo alla testa della bestia numero 6 di
ben 25 anni per metterla sulle spalle di Domiziano che
viene a risultare il sesto imperatore. E la settima testa? La
settima testa la ottiene trasformando il redivivo Nerone in
“un Impero ostile al regno di Dio” che incoerentemente viene
identificato con l'intera bestia. Perché la
Chiesa insiste ad attribuire all'Apocalisse la data del 95? La
risposta è semplice: se riconoscesse che è stata scritta nel
68, tutta la seconda parte riguardante Gesù, cioè i 4 capitoli
aggiunti, risulterebbe troppo evidentemente un falso per
l'anacronismo esistente nei concetti espressi nel “Saluto alle
sette chiese”, quali quello dei Nicolaidi, che ancora
non esistevano nel 68. Per cui, non potendo retrodatare
l'Apocalisse del 95 al 68, l'ha posdata tutta al 95.
Ma in fondo, cosa potrebbe cambiare in ciò
che riguarda l'esistenza storica di Gesù anche se l'Apocalisse
fosse stata scritta tutta nel 95, dal momento che essa esclude
nel suo intero e nella maniera più categorica ogni riferimento
ad una sua vita terrestre? L'Apocalisse è
un'opera di guerra che ripete nella maniera più fedele il
programma di sterminio di Roma esposto dagli esseno-zeloti nel
“Rotolo della Guerra” ritrovato negli scavi di Qumran nel
1947. Essa ignora nella maniera più assoluta tutto ciò che è
stato attribuito a Cristo. Ignora Pilato, la crocifissione, i
miracoli, la resurrezione, gli apostoli. Essa, disconoscendo
tutti gli altri libri sacri che si riferiscono al
cristianesimo, oltre che ha dimostrare la sua natura
giudeo-essena, conferma che i vangeli e la maggior parte dei
fatti riportati negli Atti degli apostoli e nelle Lettere, non
sono stati scritti nel primo secolo ma in date molto più
tardive.
(2). Il regno di Dio dato
per imminente va considerato nella sua realizzazione sotto due
aspetti diversi a seconda che si riferisce all’edizione del 68
o del 95. Nel 68 i Giudei e gli Esseni sostenevano
la guerra contro Roma uniti dallo stesso Messia dalla duplice
figura come ai tempi della rivolta dei Maccabei tanto da
vedersi ripetere, nei passi dell’Apocalisse, le stesse
scene di cooperazione tra la fanteria, rappresentata
dall’esercito rivoluzionario che fa strage dei nemici, e
l’aviazione rappresentata dal medesimo cavaliere celeste
che vola nel cielo sopra un cavallo bianco (Ap. 19,11).
I successi militari determinati dai disordini
avvenuti a Roma, in seguito alla morte di Nerone, portano i
rivoluzionari ad essere così certi della loro vittoria da
annunciare con tanta certezza l’imminenza del regno di Giuda
da considerare come fatto avvenuto la sua realizzazione tanto
da arrivare a fare una descrizione dettagliata della
carneficina che subiranno i loro avversari. (19,17 –
20,7). Secondo l’Apocalisse del 68 il
compimento del regno di Dio determina la fine del mondo: dopo
che i nemici di Dio, rappresentati da Roma e dai suoi alleati,
saranno eliminati subentrerà il Messia celeste che giudicherà
i vivi e i morti dividendoli in due resurrezioni, una prima
che avviene subito (20,1) e una seconda dopo mille anni
(20,11). Fra le diverse interpretazioni di questa fesseria, la
più fedele è quella dei seguaci di Geova, poiché quella della
Chiesa ne risulta così discordante nella sua pretesa
escatologica da essere ridicola. Nel 95, dopo
la sconfitta del 70 i Giudei e gli Esseni si separano
continuando nell’attesa del regno di Dio secondo i propri
concetti messianici; i guerrieri affidandola all’avvento del
Messia davidico (vedi Masada e la rivolta di Bar Kocheba), gli
Esseni su quello spirituale che deve discendere dal cielo
(vedi suppliche e preghiere sollecitanti la sua venuta
riportate nell’ultimo capitolo dell’Apocalisse che sono
confermate storicamente da Giuseppe Flavio (passo già
riportato) e, come nel nostro caso, dalla lettera di
Plinio il Giovane).
(3). Il nome di Gesù
che viene usato nell’Apocalisse come in tutti gli altri Testi
Sacri scritti prima del 150 per indicare il Messia ha un
significato di appellativo e non di nome proprio per il
rispetto di quel segreto che proibiva di pronunciarlo fino al
giorno che sarebbe rivelato, cioè al giudizio universale come
ci viene confermato dagli stessi Testi Sacri:
<<In questa attesa, il giorno della
sua discesa dal cielo, il suo ruolo di Salvatore e il suo nome
rimarranno segreti. È perché
il suo nome fosse a tutti nascosto, che Dio lo ha creato
per primo e per l’eternità. (Dal Libro
di Henoch).
Lettera agli Ebrei.
La lettera agli Ebrei, tolte le
interpolazioni che furono aggiunte dai padri della Chiesa nel
terzo e quarto secolo e in maniera così maldestra da risultare
addirittura ridicole, come quelle che parlano della
crocifissione (6,5 – 12,2) che sono in pieno contrasto con
altri passi in cui si dice che deve ancora discendere sulla
terra (10,37), è da considerarsi, almeno nell’essenza di ciò
che riporta, tra i testi esseni più antichi. Non
parlando della distruzione del Tempio, mentre fa riferimento
alle cerimonie che vi si svolgono, fa presupporre che la sua
prima versione sia stata scritta prima del 70.
L’autore che l’ha scritta, come gli altri che gli
succedettero, risultano ignoti. La stessa Chiesa, che fino a
qualche anno addietro l’attribuiva a Paolo di Tarso, ora
dichiara di non poterle attribuire una provenienza:
<<La mancanza di certi caratteristici procedimenti
Paolini e l’incertezza della tradizione storica ecclesiastica
consentono di pensare che la Lettera agli Ebrei, senza
indirizzo e intestazione d’autore, sia di altra mano. Con ogni
probabilità si tratta di uno scrittore giudeo di
cultura ellenista >>. (Da introduzione
alla “Lettera agli Ebrei” riportata nella Bibbia ediz. CEI
). Comunque, indipendentemente da
chiunque l’avesse scritta, la sua natura prettamente essena,
che la stessa Chiesa conferma asserendo che è stata scritta da
un Giudeo di cultura ellenista, esclude l’avvenuta
incarnazione del Messia; come l’Apocalisse ignora nella
maniera più assoluta tutto ciò viene riferito ad una vita
terrena di Cristo; nulla dice della sua Natività, nulla della
sua Passione, Morte e Resurrezione; nessuna menzione di
Pilato, del suo processo e di quei miracoli mirabolanti che,
secondo la Chiesa, erano stati operati soltanto qualche
anno prima. Uno degli autori che si
aggiunsero alla prima edizione di questa lettera, sicuramente
un seguace esseno della filsofia neoplatonica sviluppatasi in
Alessandria alla fine del primo secolo, seguendo i concetti
gnostici, riferendosi al Messia, dice che è stato generato
nelle sue apparenze umane direttamente da Dio
il giorno in cui è disceso sulla terra, per cui lo dichiara
simile a Melchisedec che, privo di genealogia, non aveva né
padre né madre. Gli attribuisce una crocifissione prettamente
simbolica come quella che Marcione riporterà nel 140 sul suo
vangelo gnostico attribuendola agli Arconti (spiriti del
male). La lettera agli Ebrei, affermando che
il Cristo dovette assumere le apparenze umane
(rendersi simile ai fratelli- 2,17) per
diventare il Sommo Sacerdote e riportando ripetutamente (3,10-
3,18- 4,3) quel versetto tratto dai Salmi (94,10) che fu alla
base per la costruzione del Salvatore gnostico: <Per
quarant’anni rimasi disgustato di quella generazione e dissi,
sono un popolo dal cuore traviato, perciò ho giurato nel mio
sdegno. Non entreranno nel luogo del mio riposo >>,
esclude nella maniera più assoluta l’esistenza di cristicoli
nella prima metà del II secolo.
Lettera di Giacomo.
Questa Lettera, scritta da un esseno molto
probabilmente capo di una comunità del Medio oriente per la
forma catechistica che usa e le esortazioni a seguire la via
della virtù, annunciando prossima la venuta del Messia, nega
che ci sia stato un Cristo che ha svolto la sua missione sulla
terra; negazione che conferma, come l’Apocalisse e la Lettera
agli Ebrei, che i cristiani di cui parla Plinio il G.
non potevano essere Cristicoli ma esseni seguaci di un
Messia-Christos che doveva ancora venire. La sua
natura essena viene confermata dalla raccomandazione di non
proferire i giuramenti che erano proibiti dal Pentateuco e
dall’incitamento a non risparmiarsi nell’uso dell’olio sia per
ottenere le guarigioni fisiche che la remissione dei peccati,
quell’uso d’olio che portò i pagani ad affibbiare agli esseni
l’epiteto di “Cristiani” nel significato di sporchi, unti e
bisunti come cotiche.
Lettere di Pietro.
Le lettere di Pietro,
parlando soltanto della crocifissione di Cristo e non della
sua nascita, dimostrano di essere state scritte tra la fine
del II secolo e la metà del quarto, cioè in quel lasso
di tempo che intercorse tra l’inizio del cristianesimo che
faceva discendere Gesù sulla terra all’età di trenta anni e la
decisione che presero i padri della Chiesa, quale Epifanio, di
dargli una nascita terrena. Quindi tardive come i Vangeli, non
possono avere altro valore che quello di confermare come i
Tesi Sacri siano il prodotto di imbrogli, falsificazioni e
imposture. Il solo fatto che la Chiesa dica che sono
state scritte a Roma tra il 62 e il 64 da Pietro, quando
sappiamo storicamente che costui non è mai andato a Roma
perché ucciso a Gerusalemme quale rivoluzionario zelota nel 44
sotto Cuspio Fado (1), ci dimostra che sono
dei falsi sia nella data che nel nome dell’autore.
(1). <<Sotto
l’amministrazione di Tiberio Alessandro, Giacomo e Simone
(Pietro), figli di Giuda il Galileo, furono
sottoposti a processo e crocifissi; questi era il Giuda che,
come ho spiegato sopra, aveva aizzato il popolo alla rivolta
contro i Romani mentre Quirino faceva il censimento in
Giudea >>. (Gius. Fl. Ant. Giud. XX-122).
Lettera di
Giuda.
La lettera
di Giuda mettendo in guardia la propria comunità contro i
“falsi dottori”, cioè contro quei predicatori che sostenevano
un Cristo differente dal suo, è certamente di origine essena
come l’Apocalisse nel capitolo 2 che si riferisce alle sette
chiese e quei passi attribuiti a Paolo di Tarso nei quali si
parla dei diversi Cristi che ciascuno poteva sostenere secondo
le proprie convinzioni portando come unica prova quelle
visioni che in questa lettera sono esplicitamente dichiarati
“sogni” ( Gd.8 ). Per
l’evidente essenismo che dimostra può essere considerata
autentica salvo qualche piccolo ritocco quale quello in cui il
Messia viene chiamato “Gesù Cristo” con l’evidente intenzione
di dare al termine “Gesù”, che presso gli Esseni era un
appellativo, un significato di nome proprio.
Chi sia l’autore di questa lettera non si sa. La
Chiesa per renderla un documento cristicolo l’ha attribuita a
un discepolo di Gesù a cui i costrutori dei vangeli dettero il
nome di Giuda. Ma quale dei due Giuda? Ed è proprio dalla
difficoltà di specificare quale, se il Giuda fratello di Gesù
(Mt. 13,55) o il Giuda Taddeo figlio di Giacomo (Lc.
6,16- At.1,13), che in realtà erano la stessa persona, che ci
viene la conferma delle manipolazioni operate dalla Chiesa per
trasformare una banda di Boanerghes in una squadra di
discepoli. Il Giuda Taddeo e il Giuda fratello
di Gesù che la Chiesa ci presenta con tanta confusione non
sono che lo sdoppiamento di Giuda detto Taddeo, figlio di
Giuda il Galileo, che fu decapitato nel 45 da Cuspio Fado
sotto l’accusa di rivoluzionario (1).
La Chiesa stabilisce la data di questa lettera tra
il 64 e il 66 secondo questo ragionamento: <<Poiché
essa riporta in parte la lettera che Pietro scrisse nel 64, di
conseguenza è stata scritta dopo questa data>>.
Ma per quanto il ragionamento possa
apparire logico per ciò che riguarda la derivazione delle
date, quello che appare assurdo è come possano costoro
aver scritto queste lettere nel 64 e nel 66 se sono morti,
come risulta dai documenti storici venti anni prima, giuda nel
45 e Pietro nel 44 ? (2). Un
assurdo che ancora una volta viene affidato alla fede, quella
virtù teologale che risolve tutti i problemi ricorrendo al
mistero e ai miracoli, quale quello di far risuscitare persino
i morti come risulta da infiniti casi dei quali, tanto per
farci una risata sopra, ne voglio ricordare due, quello dei
vangeli canonici (325) e quello di San Stanislao
(1030-1070). Il primo: Lo storico Verati di
Lisimago, dopo aver spiegato nella sua opera come avvenne la
scelta dei 4 vangeli canonici (3),
avvenimento confermato da Niceforo Gregoras -1269-1360- e da
Baronio Cesare -1538-1607, dice che in fondo al documento
conclusivo del Concilio si legge: <<Essendo morti
due dei padri conciliari Crisanto e Musonio, quando tutti gli
altri avevano firmato gli atti, dietro devota orazione dei
padri del Concilio resuscitarono, vi apposero le loro
firme, e dopo aver sbrigato quell’affare urgente, si
affrettarono a rimorire>>. Il
secondo: Il sacerdote Giovanni Ribaldo, nella sua opera “Tutto
San Matteo”, ci assicura che San Stanislao (1030-1070) fece
resuscitare un certo Pietro, morto tre anni prima, affinché
venisse in tribunale a deporre a suo favore perché accusato
ingiustamente. Pietro si presentò in tribunale e dopo aver
testimoniato ritornò a distendersi nel suo sepolcro.
(1). << Durante il periodo
in cui Cuspio Fado era procuratore della Giudea, un certo
sobillatore di nome Teuda persuase la maggior parte della
folla a prendere le proprie distanze e a seguirlo fino al
fiume Giordano. Affermava di essere un profeta al cui comando
il fiume si sarebbe diviso aprendo loro un facile transito.
Con questa affermazione ingannò molti. Fado però non
permise loro di raccogliere il frutto della loro pazzia e
inviò contro di essi uno squadrone di cavalleria che piombò
inaspettatamente contro di essi uccidendone molti e facendone
altri prigionieri; lo stesso Teuda fu catturato, gli
mozzarono la testa e la portarono a
Gerusalemme>>. (Anti. Giud. XX- 97).
(2) <<Giacomo e Simone
(Pietro), figli di Giuda il Galileo, furono posti sotto
processo e per ordine di Alessandro vennero crocifissi; questi
era il Giuda che –come ho spiegato sopra- aveva aizzato il
popolo alla rivolta contro i Romani, mentre Quirino faceva il
censimento in Giudea>>. (Gius. Fl. Ant. Giud. Libro
XX- cap.V ,2).
(3 Nel III e IV secolo, in
seguito alla libertà d’opinione che aveva permesso a tutti di
raccontare la favola di Gesù secondo le proprie convinzioni,
esistevano, tra lettere, detti e vangeli oltre 60 libri. La
Chiesa, costretta ad eliminare quelli che non le confacevano,
fece prevalere su tutti gli altri i quattro vangeli canonici
ricorrendo al giudizio divino: alla presenza di Costantino,
che presiedeva il concilio di Nicea (325), dopo aver collocato
alla rinfusa su un altare tutti i libricini circolanti, i
padri conciliari pregarono con fervore lo Spirito Santo
affinché indicasse, attraverso un segno, quali dovevano essere
scartati e quali conservati. Quando ritornarono il giorno dopo
trovarono tutti i vangeli per terra meno i quattro che sono
diventati i vangeli della Chiesa. Quando chiesero a
Esusebio perché lo Spirito Santo ne aveva scelti quattro
quando tre, i sinottici, erano praticamente uguali, egli
rispose: <<Perché 4 sono i punti cardinali e 4 sono
i volti dei
Cherubini>>.
Lettere di Giovanni.
La chiesa le attribuisce
al discepolo Giovanni autore dell’Apocalisse, ma essendo i due
scritti completamente opposti tra loro, oltre che nella forma,
soprattutto nei significati, sono l’evidente costruzione
di un falso. Riportando gli stessi concetti del IV vangelo,
che fu scritto nel 180, non possono essere che dei falsi
scritti dopo questa data. La conferma che
queste lettere sono posteriori al 180 ci viene inoltre dal
riferimento che fa a coloro che negavano (vedi Celso) che
colui al quale era stato dato il nome di Gesù non era il
Cristo preconizzato dai Testi sacri. (I Gv. 2,22.
–IIGv.7). Nella III lettera viene nominato un
certo Diotrefe del quale Giovanni si lamenta perché quando va
a parlagli del suo Cristo gli chiude la porta in faccia. Alla
Chiesa che non sa spiegare chi fosse costui glielo
diciamo noi che Diotrefe è il precursore di quanti, oggi,
sempre più numerosi, stanno mandando a quel paese i suoi
rappresentanti via via che imparano a conoscerli per quegli
imbroglioni e truffatori che sono.
Paolo di Tarso.
Alla domanda che mi si potrebbe
fare a questo punto su come io possa negare l’esistenza dei
cristiani nel primo secolo quando ho riconosciuto l’esistenza
di Paolo di Tarso che è considerato il massimo sostenitore e
divulgatore del cristianesimo, rispondo che sarà proprio da
lui che trarrò un’ulteriore prova per dimostrare che i
cristiani di Plinio il Giovane non erano i cristicoli di Santa
madre Chiesa ma esseni seguaci del Cristo filoniano.
Chi era Paolo di Tarso? A parte il fatto che
molto probabilmente non sia neppure esistito dal momento che
il primo a parlare di lui fu un certo Marcione, filosofo
esseno di Sinopoli (Mar nero) seguace dell’ideologia gnostica,
allorché nel 144 portò le sue lettere alla comunità essena di
Roma, quello che ci risulta di lui dai documenti è che il
personaggio che lui rappresenta è da escludersi nella maniera
più decisa che sia stato un cristicolo. Paolo
di Tarso, chiunque fosse stato o si chiamasse, rappresenta la
classica figura dell’attivista esseno che predicando un Cristo
conosciuto soltanto attraverso una voce, nega nella maniera
più evidente di essere un sostenitore di un Messia che si era
incarnato. Per quanto si è cercato di
nascondere la verità con falsificazioni, interpolazioni,
aggiunte e cancellazioni, gli Atti degli Apostoli ci
confermano nella maniera più inconfutabile che Paolo di Tarso
e la comunità di Gerusalemme erano Esseni.
Basta confrontare i passi degli Atti degli
apostoli che fanno riferimento alla vita sociale della
comunità con ciò che scrivono sugli esseni Filone Alessandrino
e Giuseppe Flavio per averne la conferma. Atti
degli Apostoli: <<Erano assidui nell'ascoltare
gl'insegnamenti degli apostoli e nell'unione fraterna, nella
frazione del pane e nelle preghiere. Tutti coloro che erano
diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in
comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva
parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno >>.
(At.2,42) e ancora più avanti: <<La moltitudine di
coloro che erano venuti alla fede avevano un cuore solo e
un'anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli
apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune, nessuno infatti
era tra loro bisognoso, perché quanti possedevano campi o case
le vendevano, portavano l'importo di ciò che era stato venduto
e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva
distribuito a ciascuno secondo il loro bisogno>>.
(At. 4,32). Filone Alessandrino: << Gli
Esseni hanno un'unica cassa per tutti e le spese sono in
comune... Tutto ciò che ricevono come salario giornaliero non
lo conservano in proprio, ma lo depongono in un fondo comune
affinché sia usato a beneficio di tutti coloro che vogliono
servirsene>>. (Da ogni uomo onesto è libero).
Giuseppe Flavio: <<Presso gli Esseni è
ammirevole la loro vita comunitaria. Invano si cercherebbe tra
di loro qualcuno che possegga più degli altri. C'è infatti una
legge che impone a quelli che entrano di cedere il patrimonio
alla corporazione in maniera che in nessuno di essi possa
apparire l'umiliazione della miseria o l'alterigia della
ricchezza, ma un'uguaglianza che li renda
fratelli>>. (Guerra Giudaica-
57,62). Praticamente, stando a quello che
dicono Giuseppe Flavio e Filone sulla vita degli Esseni, per
poter accettare la presenza dei cristicoli nel primo secolo si
dovrebbe ammettere che esistevano a Gerusalemme due sette che
praticavano contemporaneamente le stesse regole religiose e
sociali e, per di più, senza conoscersi far di loro.
Un assurdo insostenibile che ci porta a
concludere che se c’era l’una non poteva esserci l’altra.
Poiché l’esistenza di quella essena è straprovata e
straconfermata da una vasta documentazione, mentre dell'altra
non esiste storicamente nulla, non c’è bisogno di fare un
commento per stabilire quale delle due deve essere accettata e
quale respinta. Un’altra prova confermante la
natura essena di questa comunità ci viene dai pasti in comune
che prendevano spezzando il pane, secondo quanto viene
riportato dagli Atti degli Apostoli. Gli esseni, che avevano
ripreso tutto dai Culti dei Misteri, ripetevano fedelmente
tutti i lori riti meno che il banchetto eucaristico che,
comportando la fagocitazione della divinità, essi si
limitavano ad eseguire soltanto sotto forma imitativa come
risulta dal loro libro delle regole: <<In ogni luogo
in cui ci saranno dieci uomini del consiglio delle comunità,
tra di essi non mancherà un sacerdote: sederanno davanti
a lui ognuno secondo il proprio grado e così sarà domandato il
loro consiglio in ogni cosa. E allorché si disporranno a
tavola per mangiare o bere il vino dolce il sacerdote stenderà
la sua mano per benedire il pane e il vino dolce.
Il Messia d'Israele stenderà le sue mani sul pane e
saranno benedetti tutti quelli dell'assemblea della comunità,
ognuno secondo la sua dignità. In conformità a questo statuto
essi si comporteranno in ogni refezione, allorché converranno
insieme almeno dieci uomini>>. (Dai Rotoli di
Qumran: “Regola della Comunità Essena”). Associando
una certa “ultima cena” a quanto viene riportato dal
“Libro delle Regole”, cos’altro si può concludere se non che i
suoi componenti erano una squadra di esseni zeloti?
(vedi “Favola di Cristo”, Cap. 12 ).
Fatte queste considerazioni generiche,
passiamo ad esaminare i casi specifici che ci
attesteranno nella maniera più indiscutibile come la
comunità di Gerusalemme, che la Chiesa pone come base del suo
primo Cristianesimo, fosse composta da Cristiani esseni e non
da Cristicoli. Cominciamo con quella carica
religioso-politica del “nazireato” che, rinsaldata nella
rivolta dei Maccabei (I Mc. 3-48), la ritroviamo confermata
nella comunità di Gerusalemme dagli Atti degli Apostoli e in
quelle della Bitinia e del Ponto dalla lettera di Plinio il
Giovane allorché fa riferimento a due ancelle alle quali era
stato concesso l’incarico di ministre per quella legge mosaica
che permetteva di essere Nazir anche alle donne.
(Nm.6,1). I Nazir erano una casta
parasacerdotale che aveva il compito di svolgere mansioni
religiose, sociali e politiche: religiose per ciò che
riguardava l’assistenza ai sacerdoti nella celebrazione dei
riti, sociali, nella protezione dei vecchi, dei bambini e di
chiunque avesse avuto bisogno di soccorso, politica nella
divulgazione dell’ideologia essena. Il
nazireato, rinvigoritosi durante la rivolta dei Maccabei, in
seguito all’incremento che ebbe nel durante l’era messianica,
proseguì nel mondo religioso esseno dopo il 70 presso le varie
comunità del Medio oriente, quali quelle degli Ebioniti,
Battisti, Nazorei e Mandei. La legge
imponeva ai Nazorei di non bere vino, bevande fermentate o
qualunque altro prodotto della vigna e di lasciare
intonsi i capelli che potevano essere
tagliati soltanto alla fine del voto Al termine
del voto, che durava normalmente un anno, colui che l’aveva
fatto si presentava al sacerdote, offriva i sacrifici
prescritti, si radeva la capigliatura e la bruciava. Da quel
momento poteva bere il vino pur continuando ad esercitare
l’incarico di Nazir” (1).
Negli Atti degli Apostoli innumerevoli sono le citazioni che
ci confermano della presenza di Nazir nella comunità di
Gerusalemme e con particolare riferimento a Paolo di Tarso:
“Si rivolsero a Paolo e gli dissero: <<Fa dunque
quanto ti diciamo: vi sono fra noi quattro uomini che hanno un
voto da sciogliere: prendili con te, compi la purificazione
insieme con loro e paga la spesa per loro perché possano
radersi il capo>>”. (AT. 21,23). E
come era essena la comunità di Gerusalemme lo erano anche
quelle egiziane e siriane dal momento che fu presso di esse
che Paolo assunse la qualifica di Nazir: << A
Cencre, Paolo si fece tagliare i capelli per un voto che aveva
fatto>>. (At. 18,18). La presenza,
poi, di una diaconessa a Cencre che svolgeva funzioni di
Nazir, ricordata dallo stesso Paolo di Tarso nella lettera ai
Romani, oltre che a dimostrare la natura essena di questa
comunità, ci conferma come lo erano altrettanto quelle della
Bitinia e del Ponto per le due ministre di cui ci parla Plinio
il Giovane nella lettera a Traiano. <<Vi
raccomando Febe, nostra sorella, diaconessa
(ministra) della Comunità di Cencre: ricevetela nel
Signore; essa infatti ha protetto molti e
anche me stesso>>. (Rom. 16,1).
Che Paolo sia un Nazir, e quindi un esseno,
ci viene ulteriormente testimoniato nella forma più
inequivocabile da un altro passo degli Atti degli Apostoli nel
quale un avvocato, di nome Tertullo, lo accusa con queste
parole davanti al Sommo Sacerdote Anania: <<Abbiamo
scoperto che quest'uomo è una peste, fomenta continue rivolte
tra i Giudei ed è capo della setta dei Nazirei>>.
(At. 24,5). E altre prove ancora, qualora queste non
bastassero per le facce di bronzo che dovessero ancora
insistere a sostenere il contrario, che ci attestano che Paolo
e compagni, quali Pietro e Giacomo appartenenti alla comunità
di Gerusalemme, erano tutti degli esseni e, per giunta, tra i
più zelanti e rivoluzionari, ci viene da altre considerazioni:
A) L'imperatore
Claudio espulse nel 51 da Roma i Giudei che erano causa di
continui disordini (Giuseppe Flavio in Guerra Giudaica- e
Svetonio in Vita dei Dodici Cesari): Paolo nei suoi giri di
predicazioni trova alloggio, secondo le regole dell'ospitalità
delle comunità essene (vedi Filone nel passo sopra riportato),
presso una coppia di quei giudei rivoluzionari espulsi da Roma
nel 51 che per i continui disordini che vi provocavano e,
guarda il caso, erano proprio provenienti dal Ponto:
Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto. Qui trovò
un Giudeo chiamato Aquila, oriundo del Ponto,
arrivato poco prima dall'Italia con la moglie Priscilla in
seguito all'ordine di Claudio che allontanava da Roma tutti i
giudei. Paolo si recò da loro e poiché erano della stesso
mestiere, si stabilì nella loro casa. Erano infatti
fabbricatori di tende>>. (At. 18,1).
Questo passo degli Atti degli Apostoli
dicendoci che tra i Giudei che furono cacciati da Roma, perché
causa di disordini, ce n’erano anche di origine del Ponto, non
solo è una testimonianza dell’essenismo di Paolo di Tarso che
trova ospitalità presso dei rivoluzionari, ma è anche, e
soprattutto, una conferma che i cristiani a cui si riferisce
Plinio, quale governatore della Bitinia e del Ponto, erano
Esseni e non Cristicoli.
B) Gli esseni avversavano ogni figura di
divinità eseguita da mano d'uomo per quella legge che Mosè
ricevette da Dio: <<Guardatevi di non fare alcuna
immagine scolpita di qualunque cosa, riguardo alla quale il
Signore Dio tuo ti ha dato comando. Guardatevi da divinità
fatte da mano d'uomo, dei di legno e di pietra>>, e
Paolo, quale attivista esseno, s’impegna a distruggere tutte
le immagini delle divinità pagane, esposte per la vendita, con
tanto “zelo” da provocare nella città di Efeso e
in tutta l'Asia dei continui tumulti da parte degli artigiani
che vivevano di questo commercio (2). (At.
19,23). C) Pietro,
capo della comunità di Gerusalemme, quale perfetto esseno
osservante delle leggi degli antichi padri che proibivano di
mangiare carni di animali immondi, a Dio che lo tenta
offrendogli come cibo su una grande tovaglia calata dal cielo
(!?!) ogni sorta di quadrupedi, rettili e uccelli, risponde
con decisione: <<No, Signore, io non mangerò mai
nulla di profano e d'immondo>>. (At.9, 11).
D) Nella Legge di Mosè
c'è scritto: <<Nessuno tra voi mangerà sangue,
neppure lo straniero che soggiorna mangerà sangue di nessuna
specie di essere vivente perché il sangue è la vita, né carne
di bestia morta naturalmente o soffocata>> (Lv.
12,14) e i seguaci della comunità di Gerusalemme confermano il
loro giudeo-essenismo imponendo ai convertiti pagani di
rispettare questa prescrizione: <<Quanto ai pagani
che sono venuti alla nostra fede, noi abbiamo deciso che si
astengano dal sangue e da ogni animale morto naturalmente o
soffocato>>. (At. 15,19). Come può,
quindi la Chiesa, sostenere che questi componenti la comunità
di Gerusalemme che si astengono da ogni contatto con il sangue
potessero essere dei Cristicoli quando questi non avrebbero
mai potuto praticare l’Eucaristia che è un sacramento basato
sull’ingestione di sangue e, per di più, sangue del loro Dio?
Un assurdo che possono sostenere soltanto degli spocchiosi
convinti che gli altri siano degli
imbecilli! E) I seguaci
delle comunità frequentate da Paolo sono essene, a loro si
rivolge annunciando prossima la fine del mondo. (I Cr. 7,9 –I
Cr. 10,11 ). F)Il
discorso fatto da Stefano prima di essere ucciso, non è un
panegirico delle leggi mosaiche confermante che egli era uno
di quei martiri esseni che affrontavano la morte pur di non
mangiare carne di porco e riconoscere l’autorità degli
Imperatori attraverso la loro effigie? (At.7, 1 e egg.).
G) Per avere un’altra
indiscutibile prova dell’essenismo di Paolo e delle comunità
che frequentava in Medio Oriente, tra le quali quelle della
Bitinia e del Ponto, basta confrontare un suo discorso fatto a
Corinto con ciò che Giuseppe Flavio dice degli Esseni riguardo
il matrimonio: Giuseppe Flavio:
<<Gli Esseni, ebrei di nascita, per se stessi
sdegnano il matrimonio, ma adottano i figli
altrui mentre sono ancora arrendevoli ai loro ammaestramenti.
Li considerano come parenti e li modellano secondo i loro
costumi. <<Esiste però un altro
gruppo di Esseni che per genere di vita, per abitudine e per
legislazione sono favorevoli al matrimonio. Ritengono
infatti che coloro che non si sposano recidano una parte
importantissima della vita, e cioè la propagazione della
specie, tanto che se tutti adottassero la stessa opinione
favorevole al celibato ben presto scomparirebbe il genere
umano>>. (Guerra Giud. Cap. IV. Pag.
57). Paolo di
Tarso: << Anche se è cosa buona per
l’uomo non toccare donna, se non riuscite a resistere ai
pericoli dell’incontinenza, allora sposatevi. Fate sesso ma
sempre di comune accordo e temporaneamente per dedicarvi
alla preghiera. Vorrei che tutti voi conduciate una vita
casta come me, ma non tutti hanno il dono
dell’impotenza. Ai non sposati e alle vedove dico: è
cosa buona che rimangano come sono io, ma se non sanno vivere
senza sesso, allora si sposino pure; è meglio sposarsi che
ardere (bruciare nell’inferno) >>. (I Cr.
7). Se ci fosse ancora rimasto qualche faccia
di bronzo tra quelle che poco prima ho nominato a cui non
bastassero ancora queste prove per riconoscere che Paolo di
Tarso era un esseno e, come lui, erano esseni e non cristicoli
coloro che lui frequentava, quali quelli della Bitinia e del
Ponto dei quali ci parla Plinio il Giovane, ne porteremo
ancora un’altra che da sola già basterebbe per eliminare ogni
discussione. L’argomento si riferisce
alla famosa conversione di Paolo di Tarso che avvenne
sulla strada di Damasco in seguito alla quale, rimasto cieco
per l’intesa luce della visione, fu condotto a mano a Damasco
dove rimase per tre giorni senza vedere e senza prendere né
cibo né bevande (3). ( At.cap. 9). Dopo aver
ricevuto la visione di quel Messia che Filone aveva
trasformato in parola (Logos”), gli Atti degli Apostoli
c’informano che Paolo di Tarso fu ricoverato nella casa di
Giuda: <<C'era a Damasco un discepolo di nome
Anania. Il Signore (è sempre il Logos che ormai
vedono tutti) in una visione disse ad Anania: va sulla
strada chiamata Diritta, e cerca nella casa di Giuda un tale
che ha nome Saulo di Tarso; imponi su di lui le tue mani
perché recuperi la vista. Allora Anania andò, entrò nella
casa, gli impose le mani e improvvisamente Paolo riacquistò la
vista e fu subito battezzato>>.(At. IX, 11).
A questo punto, facendo l’analisi del passo, non
solo avremo un’altra prova confermante che Paolo di Tarso era
un esseno, ma anche la dimostrazione delle manipolazioni che
fecero i falsari per trasformare in cristicoli i seguaci
delle comunità essene. Dal Quaderno del
Circolo Renan 4° trimestre del 1936 – A. Ragot. “Paolo
di Tarso”. <<Dopo aver perso la vista
sulla strada di Damasco, Paolo va a rifugiarsi nella “casa di
Giuda”, la quale si trova in una strada chiamata “Diritta”. In
apparenza, questa casa potrebbe sembrare quella di un uomo che
si chiamava Giuda. Ma noi ora sappiamo, attraverso i
commentari di Habacuc, che l'espressione “casa di Giuda”
designava la comunità essena di Damasco. Il rapporto esistente
tra Paolo e la comunità essena che viene espresso dal passo
degli Atti, non può essere che un'ulteriore conferma della
natura essena di Paolo. <<In questo
luogo Paolo riceve l'imposizione delle mani da un uomo
dichiarato discepolo. Discepolo di chi? Non ci viene detto, ma
più avanti nel passo XXII, 1 degli Atti degli Apostoli, ci
viene spiegato che si tratta di un “giudeo osservante della
legge, altamente stimato da tutti i giudei colà residenti”.
Dunque se è un giudeo non è un cristiano
(cristicolo). Cosa può dunque essere questo giudeo
osservante della legge, che riceve una visione del Signore, se
non un capo di una comunità essena?. <<
Anania battezza Paolo. Chi poteva battezzare a Damasco,
luogo dove si svolgono i fatti, dal momento che il battesimo
era ancora sconosciuto anche presso la comunità di
Gerusalemme e per giunta ancora nessuno era stato
qualificato per eseguire un battesimo cristiano, se non un
esponente degli esseni presso i quali esisteva il battesimo
già da lungo tempo prima? <<Anania dice
ancora: “Il dio dei nostri padri ti ha predestinato a
conoscere la sua volontà, a vedere il Giusto”. (At. XX,14).
Chi altri può essere questo Giusto se non il Maestro di
Giustizia degli Esseni? Il Giusto per
eccellenza?>>. <<È molto interessante
studiare le lettere di Paolo per cercarvi tutte le idee o
formule che possono essere riferite all'essenismo ed essere
interpretate secondo la dottrina e la pratica essena. Il nome
di Belial, dato a Satana, è usato nei manoscritti di Qumran.
Paolo parla della “comunità dei Santi” e degli “eletti dalla
grazia”, che sono concetti esseni. Egli predica la castità e
la continenza (ICor.7), virtù essene, e come gli esseni
condanna la fornicazione (I Cor. V,4 - VI,8). Egli predica una
morale essena (Rom. XII).ecc.>>.
<<Chiunque fosse stato l'autore,
l'interpolatore, qualsiasi fosse stato il periodo nel quale
furono compilati i testi attribuiti a Paolo, tutto ciò che è
in essi è scritto si può rapportare agli Esseni e al loro
Maestro di Giustizia>>. Una volta
dimostrato che Paolo di Tarso era un Nazir e che le comunità
che frequentava lo erano altrettanto, come si può pretendere
che i cristiani di cui parlano gli autori dell’epoca, compresi
quelli di Plinio il Giovane, siano i Cristicoli di Santa Madre
Chiesa dei quali, oltre tutto nessuno ne parla?
Ma conoscendo la forza della fede,
quella fede che permette di camminare sulle acque, sono certo
che innumerevoli saranno ancora coloro che continueranno a
portare la lettera di Plinio come prova dell’esistenza di
Cristo, almeno che l’esempio di un certo Rev. pastore
pentecostita non li faccia ricredere convincendoli
di quanto essa sia la logica degli esaltati e degli
imbecilli:
Gabon: un pastore annega
volendo imitare Gesù. Libreville - Un giovane
prete di una setta religiosa chiamata “Chiesa del Risveglio”
(pentecostista) è annegato lunedì su una spiaggia di
Libreville volendo camminare sulle acque per imitare il
Gesù-Cristo della Bibbia. Secondo il quotidiano
governamentale L’Unione, che riporta la notizia, il prete di
origine camerunese, seguendo una rivelazione, si è accinto ad
attraversare l’estuario di Komo, che separa Libreville da
Punta Denis, camminando sulle sue acque. Appena messi i piedi
sulle onde, il servitore di Dio è subito colato a picco in
presenza del fotografo e dei fedeli che aveva preso come
testimoni del miracolo. Le Chiese
pentecostite, spesso d’ispirazione americana, si sono
moltiplicate nel Gabon a partire dagli anni 90 raggruppando
circa 120.000 fedeli. I pastori garantiscono ai loro seguaci
che è soltanto attraverso la fede che possono ottenere non
solo i benefici spirituali ma anche quelli relativi alla
professione, all’amore e alla ricchezza. Pretendono inoltre di
poter compiere, sempre attraverso la fede, ogni sorta di
miracoli e di guarire tutte malattie, dal semplice raffreddore
all’AIDS.
(1) Il motivo per cui i Nazirei si
astenevano dall’uso del vino e di qualunque altro prodotto
fermentato va ricercato nell’antitesi che gli ebrei, quali
pastori per tradizione, ponevano tra il lavoro sedentario e la
vita nomade. Il primo, rappresentato simbolicamente
dall’agricoltura, con l’obbligo che imponeva un lavoro
quotidiano allontanava l’uomo da Dio, mentre la vita nomade,
predisponendo alla preghiera e all’ascetismo, lo favoriva
nella sua ricerca. Fu su questo
contrasto ideologico che gli Ebrei giustificarono quei
continui scontri che sostennero contro le popolazioni
autoctone in seguito alla loro invasione della Palestina che
noi ritroviamo simboleggiate nell’inimicizia tra Abele, il
pastore, e Caino l’agricoltore. Un concetto
ideologico che si manifesta in tutta la sua ipocrisia in quel
“non toccate Caino” che Dio pronunciò per preservarlo dalla
condanna a morte che gli sarebbe spettata quale omicida di suo
fratello. Se avessero ucciso Caino, cioè eliminato la classe
lavoratrice che lui rappresentava, gli sarebbero venuti a
mancare i suoi prodotti, quei prodotti di cui lo derubavano
per il proprio sostentamento. L’ascetismo era in realtà il
pretesto per difendere una vita di parassitismo a cui erano
abituati come lo dimostrano quei quarant’anni passati nel
deserto aspettando il nutrimento da una manna che veniva dal
cielo, manna che in realtà non poteva essere altro che il
ricavato dei loro furti.
(2) Chissà cosa avrebbe detto Paolo di
Tarso se avesse saputo di diventare la colonna portante di una
religione che avrebbe fatto delle immagini e delle
statuette un commercio miliardario!
Risposta di Traiano alla
lettera di Plinio.
<<Mio caro
Plinio, nell’istruttoria dei processi di coloro che ti sono
stati denunciati come Cristiani, hai seguito la procedura alla
quale dovevi attenerti. Non può essere stabilita infatti una
regola generale che abbia, per così dire, un carattere rigido.
Non li si deve ricercare; qualora vengano denunciati e
riconosciuti colpevoli, li si deve punire, ma in modo tale che
colui che avrà negato di essere cristiano e lo avrà dimostrato
con i fatti, cioè rivolgendo suppliche ai nostri dei,
quantunque abbia suscitato sospetti in passato, ottenga il
perdono per il suo ravvedimento. Quanto ai libelli anonimi
messi in circolazione, non devono godere di considerazione in
alcun processo; infatti è prassi di pessimo esempio, indegna
dei nostri tempi>>. (Epist. X –97).
Come si nota, Traiano conferma in tutto quella che
era la politica romana nel rispetto verso le religioni.
Approvando il perdono a coloro che si dichiarano pentiti e
dicendo a Plinio di non tenere in considerazione le lettere
anonime, esclude, nella forma più evidente, l’esistenza di
quelle persecuzioni che la Chiesa sostiene essere state
applicate contro i seguaci di una religione che, oltre tutto,
non poteva essere la sua dal momento che all’epoca dei fatti
riportati neppure esisteva. Traiano, come
tutti gl’imperatori romani, intendeva punire soltanto coloro
che si rendevano colpevoli di reati contro le istituzioni
dello Stato, quale quello di lesa maestà che veniva commesso
dagli Esseni allorché si rifiutavano di onorare l’immagine
imperiale per l’imposizione che gli veniva dal primo
comandamento di riconoscere soltanto Dio come loro
padrone. Se Traiano avesse voluto combattere
l’ideologia religiosa avrebbe incoraggiato le calunnie, quale
mezzo tra i più efficaci, per soffocare ogni sentimento
fideista come in seguito ha fatto la Chiesa, durante
l’inquisizione, che per reprimere con il terrore le credenze
altrui è arrivata a costruire lettere anonime e delatori.
Conclusione.
A questo punto, è doveroso
ringraziare Plinio il Giovane per avermi dato la possibilità
di far recitare alla Chiesa e a Don Enrico Righi, che
spavaldamente hanno voluto sfidarmi a sbugiardare la
testimonianza sull’esistenza di Cristo che essi traggono dalla
sua lettera, la parte di quei pifferi di montagna che andarono
per suonare e rimasero suonati… e non finisce qui, perché ci
sono ancora da confutare tutti quegli altri testimoni che
fanno parte della sfida, quali Svetonio, Trifone, Adriano,
Marco Aurelio, Epitteto e Pubblio Lentulo che, se io fossi
stato in loro, avrei evitato di nominare sapendo che da essi
non potranno ricevere che dell’altro ridicolo e
dell’altra compassione.
Cascioli Luigi
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